Le ragioni di una scelta

La mia storia di comunista inizia nel 1995 quando, a 14 anni, ero la mascotte dei compagni dell’ex centro sociale “Ottavo Kilometro” di Ancona. Negli anni ho contribuito a organizzare i collettivi studenteschi cittadini e poi, nel 1999, mi sono avvicinato a Rifondazione Comunista, tesserandomi dopo la rottura col governo Prodi.
Ho partecipato per la prima volta al Congresso quest’anno e ho passato alcune settimane nell’incertezza se votare gli emendamenti leninisti alla prima mozione o il documento di minoranza.
Mi sentivo infatti assai vicino agli emendamenti, ma vedevo nella seconda mozione una contrapposizione più dura e netta nei confronti del revisionismo serpeggiante nella prima integrale.
Dietro la bandiera dell’antistalinismo c’era infatti una pericolosa manovra ideologica tesa a “disincrostare” un partito che si vuole comunista dagli insegnamenti e dalle pratiche rivoluzionarie del proletariato mondiale; uno scardinamento teorico del marxismo-leninismo attuato spesso con quei metodi autoritari da cui ci si voleva distaccare. Io personalmente nei mesi precedenti sono stato attaccato e isolato a causa delle mie analisi sull’imperialismo, sulla costruzione del partito comunista e sull’egemonia rivoluzionaria da praticare nella classe lavoratrice e nel movimento no-global. Durante i miei interventi in riunione c’era aria di ostilità e addirittura di ilarità per le mie idee sul conflitto imperialista in Afghanistan, correvano sul mio conto voci di simpatie anarchiche (non ero uno stalinista?) e di mie diffamazioni del partito all’esterno. Venni “invitato” da alcuni giovani a lasciare il partito e durante il congresso federale venni arrogantemente accusato senza mezze parole di essere un “burattino strumentalizzato” perché votavo gli emendamenti. Per questo nell’intervento al Congresso Provinciale ho premesso l’importanza del rispetto delle diversità e della democrazia soprattutto all’interno del partito.
Ho anche voluto sottolineare la presunzione piccolo-borghese e metafisica di considerare l’analisi di Lenin, cui riuscì il primo “assalto al cielo”, superata, confrontandola con le caratteristiche del capitalismo moderno il cui Dna è comune a quello analizzato da Lenin nel secolo scorso. Nell’analisi materialista storica è necessario rifiutare sia il dogmatismo sia il revisionismo che distorce, stravolgendoli, i fondamenti rivoluzionari marxisti. Il dibattito congressuale è stato però spesso legato a personalismi e simpatie fideistiche, non ad un sincero confronto politico, che si potrebbe invece sviluppare se si innalzasse il livello teorico di elaborazione e di dibattito di tutto il partito, organizzando la formazione quadri.
Molti compagni non hanno così avuto le “armi ideologiche” per poter fare un analisi autonoma o contrastare l’alleggerimento del partito e la rivisitazione della nostra storia e della nozione di imperialismo.
Tanti generosi compagni di base e il partigiano Wilfredo Caimmi, che ha contribuito a costruire, durante la resistenza e dopo, un partito rivoluzionario e di massa, hanno deciso di votare tutti e quattro gli emendamenti. In questa fase la loro scelta è stata un messaggio chiaro per molti compagni confusi: la storia e le idee dei comunisti non si buttano alle ortiche!
Io stesso, dopo essermi a lungo confrontato coi compagni, dopo aver passato ore di autentico studio sulle tesi e dopo aver assistito ai dibattiti pre-congressuali, ho capito che la mia adesione agli emendamenti era ampia e sincera, e che la mia personale contrarietà politica alla lettura della fase nazionale e internazionale che avanza la maggioranza, al modo con cui vuol rapportarsi (non dunque al rapporto in sé, che condivido) col movimento no-global e in generale ai movimenti, è davvero netta.