Le prospettive di lotta dopo il 16 aprile

Lavoro in fabbrica da 29 anni. La mia fabbrica, da partecipazione statale del Gruppo IRI, diventò EFIM ed infine venne privatizzata. È stata, a seguito della privatizzazione, investita da processi di ristrutturazione: CIG ordinaria e straordinaria, poi prepensionamenti ed infine, nonostante la fabbrica fosse stata notevolmente assottigliata di forza lavoro, ulteriori esuberi vennero ricollocati in aziende di servizio. Pertanto, una fabbrica che nel 1987 contava circa 1100 lavoratori oggi, dopo la privatizzazione, è ridotta a circa 300 lavoratori tra operai, tecnici e impiegati.
In fabbrica, in questi anni, il sindacato è stato quasi inesistente, la RSU ha applicato appieno esclusivamente politiche concertative, l’azienda ha deciso su tutto: orari, ferie, straordinari, passaggi di categoria, premi individuali, superminimi, una tantum. Un vero disastro dal punto di vista sindacale che ha determinato l’allontanamento dal sindacato dei lavoratori e che li ha demotivati, non solo per una politica sindacale nazionale che ha contribuito a gettare le basi per tutti i disastri che oggi abbiamo nel piatto, ma anche per un sindacato interno che non ha saputo svolgere il proprio ruolo di contrattazione e di lotta contro le posizioni unilaterali dell’azienda .
Ma non tutto è andato perduto. Il nostro partito ha svolto in questi anni un ruolo importante all’interno della fabbrica: abbiano continuato a parlare con i lavoratori, a portare avanti iniziative e volantinaggi sia su problematiche nazionali che locali e piano piano abbiamo contribuito a recuperare una maggiore presenza e partecipazione. Fino ad arrivare allo sciopero del 16 Aprile. Lo sciopero è andato bene. I lavoratori hanno capito la posta in gioco. Le fabbriche si sono svuotate e le piazze si sono di nuovo riempite di lavoratori/lavoratrici, padri e figli, giovani e vecchi, precari, flessibili, disoccupati e occupati. I lavoratori hanno risposto in modo compatto e massiccio contro questo Governo che vuole cancellare l’articolo 18, ossia che vuole la libertà di licenziare come e quando vuole, senza più lacci e laccioli.
Ma che cosa ci chiedono e cosa vogliono i lavoratori dopo lo sciopero del 16 aprile?
I sindacati , soprattutto la CGIL, manterranno queste posizioni? Molleranno?
I lavoratori vogliono il sindacato, ma un sindacato con una forte autonomia dal Governo e dai padroni, che non ripercorra più la strada della concertazione, ma che anzi chiuda definitivamente con questa scelta che ha prodotto guasti profondi in questi anni.
Un sindacato che parli ai lavoratori, un sindacato che pratichi la democrazia di mandato dove gli unici soggetti a decidere sulle scelte sindacali siano i lavoratori. Un sindacato, ad esempio, che si impegni – a livello nazionale – a riprendere la battaglia sul progetto di legge sulle rappresentanze sindacali, che giace in parlamento dai tempi del governo centro-sinistra.
Allo stesso modo i lavoratori chiedono di non cedere sulle battaglie per i diritti, sulle pensioni, sulla decontribuzione per i giovani, sul mercato del lavoro, così come sul mantenimento dei contratti nazionali.
Chiedono di chiudere con una politica concertativa., di aprire una piattaforma alternativa alle proposte del governo e della Confindustria che rimetta al centro una pratica di democrazia fra i lavoratori e il loro sindacato.
Una piattaforma che deve vedere coinvolti i lavoratori, che li renda partecipi della discussione e della proposta, mentre oggi questo non esiste, perché esiste sì una piattaforma CGIL-CISL-UIL, ma non è mai stata discussa con i lavoratori.
Dobbiamo aprire una discussione franca e aperta sulla proposta, che riteniamo strategica, di mettere al centro della piattaforma del sindacato l’estensione dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, l’estensione di tutele e diritti a tutti quei lavoratori che oggi non ne hanno (atipici, ecc..), una politica fiscale giusta ed equa (chi più ha più deve pagare), l’adeguamento dei nostri salari a quelli europei, un sistema previdenziale che resti pubblico e che soprattutto non si parli di aumento dell’età pensionistica e che resti il sistema contributivo.
Così come dobbiamo riparlare di riduzione di orario a 35 ore e a parità di salario, non solo perché è una proposta concreta per dare risposte all’occupazione, ma perché occorre riprenderci una cultura che in questi anni è stata cancellata: quella della “qualità della vita”, che vuol dire rimettere al centro la persona, il lavoratore e i suoi bisogni, sconfiggere il primato del mercato, riaffermare la centralità della natura, dell’ambiente, della salute.
Tutto ciò significa anche rimettere in discussione questo mercato del lavoro, dove precarietà e flessibilità sono una costante.
Oggi le aziende hanno a disposizione ben 36 modalità di assunzione (part-time, week-end ecc..). Questo dato rivela l’assoluta necessità di una battaglia determinata sul collocamento pubblico contro la politica delle aziende interinali, che altro non sono che moderno capolarato legalizzato, battaglia che si qualifichi con la richiesta del carattere numerico delle assunzioni anziché quello nominativo, per arginare vocazioni discriminatorie rispetto alle fasce più deboli dei lavoratori, le donne in primo luogo.
Occorre davvero aprire una grande battaglia (anche culturale) che metta in discussione il lavoro precario per riparlare della necessità che il lavoro si intenda sempre a tempo indeterminato.
I giovani non potranno mai avere un minimo di tranquillità, sulle scelte della loro vita futura, quali la formazione di una famiglia propria, perché sono sempre precari: “oggi lavori, domani chi lo sa!!”
Il nostro partito dovrebbe far sua questa battaglia cercando alleanze con altre forze della sinistra e iniziare a discutere con gli studenti, i disoccupati, i giovani, far capire loro quanto sia importante riparlare di lavoro a tempo indeterminato, di articolo18, di estensione delle tutele a chi non le possiede perché dobbiamo riuscire a sconfiggere questo modello di società.
Lo sciopero ci ha detto che dobbiamo lottare e che insieme ce la possiamo fare. Il 16 aprile ha infatti lanciato un messaggio forte e preciso non solo al sindacato, ma a tutte le forze che si richiamano alla sinistra: è necessario trovare una unità di azione contro questo Governo che tenta di cancellare, oltre ai diritti fondamentali dei lavoratori, anche i principi su cui si basa la nostra Costituzione.