Le porte dell’inferno

*Presidente della Comunità palestinese di Roma e del Lazio

Con l’uccisione dello sceicco Ahamad Yassin, leader e capo spirituale di Hamas, avvenuta con una incursione dell’aviazione israeliana all’alba del 22 marzo, e la successiva uccisione del nuovo leader di Hamas Abdel Aziz Al Rantisi, avvenuta pochi giorni dopo, si sono spalancate le porte dell’inferno. Sharon ed il suo governo di estrema destra vogliono coprire il loro fallimento politico. Sharon aveva promesso: “datemi 100 giorni e vi porterò pace e sicurezza!” Sono passati circa tre anni, e gli israeliani non hanno visto né pace né sicurezza anzi stanno molto peggio di quattro anni fa sul piano economico, morale e psicologico.
Con questo assassinio hanno dato alle organizzazione palestinesi più integraliste e non, la luce verde per compiere nuovi attentati. Non si sa né quando, né come, né dove, ma sicuramente vedremo altre vittime innocenti ed altri lutti, in Israele come in Palestina.
Siamo precipitati in tempi oscuri, neri, nei quali il buon senso e la responsabilità politica e morale sembrano non trovare posto. In questi tempi crescono odii e rancori e tanta voglia di vendetta, sia da una parte che dall’altra. Si mescolano le carte e diventa sempre più lontana la prospettiva di una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese per una pace giusta. Tutto ciò è voluto con determinazione da Sharon e del suo ministro della difesa che, malgrado la condanna quasi unanime del mondo, compresa quella da parte della sinistra e della società civile israeliana, continuano a dire che questo è solo l’inizio di una catena di “assassini mirati”, o meglio di terrorismo di Stato, che non risparmieranno nessuno: altri dirigenti di Hamas o dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), nonché il capo dell’Hezbollah libanese. Questa determinazione della estrema destra israeliana apre uno scenario catastrofico in tutto il Medio Oriente.
Il governo Sharon, da quasi tre anni, con il pretesto della sua guerra al terrorismo e di non trovare un interlocutore palestinese per la pace, ha distrutto quasi tutta l’infrastruttura dell’ANP (eliminazioni mirate, rioccupazione di quasi tutta la Cisgiordania), rafforzando cosi le organizzazione religiose a scapito della parte progressista e laica nella società palestinese.
È sufficiente ricordare che i vari governi israeliani, con l’appoggio Usa e di qualche paesi arabo loro alleato, hanno fatto di tutto per trovare un’alternativa all’OLP e ad Arafat. Quando questo piano è parzialmente riuscito, si sono trovati davanti, organizzazioni forti e radicate fra la gente, e con una capacità militare capace di colpire anche dentro lo stesso stato d’Israele.
Gli assassinii dello sceicco Ahmad Yassin e di Abdel Aziz Al Rantisi, contrariamente alle intenzioni di Sharon, hanno rafforzato l’unità del popolo palestinese nella sua lotta contro l’occupazione israeliana, ed hanno anche consolidato un pensiero diffuso fra i palestinesi, che essi sono tutti (laici, religiosi, progressisti, moderati o estremisti) nel mirino del esercito d’Israele. L’interrogativo è: quale sarà la prossima mossa di Sharon e del suo governo? Assassinare Arafat? O trasferirlo insieme a tutta l’ANP fuori dai territori occupati? I militari israeliani non commentano ma non escludono che Arafat sia nel mirino, visto anche che secondo i risultati dell’ultimo sondaggio, il 60% degli israeliani vorrebbero vederlo finire come lo sceicco Yassin.
Trasferire Arafat a Gaza, dopo lo smantellamento delle colonie e il ritiro unilaterale israeliano, significa in questo momento consegnare Gaza nelle mani dei gruppi islamici. Questo piano è stato abbandonato o messo da parte da Sharon dopo l’uccisione dello sceicco Yassin. Quale è il ruolo che potrebbero giocare l’Egitto e la Giordania? Il primo potrebbe riprendere Gaza sotto il suo mandato, come lo era prima del consigliere politico di Mubarak, può rientrare in questo nuovo scenario? Anche la visita di re Abdallah di Giordania in Israele, che doveva essere segreta, serviva a scongiurare il piano di Trasferimento dei palestinesi in Giordania o per trovare un accordo che mette la Cisgiordania di nuovo sotto il suo controllo?
L’annuncio del presidente americano Bush, avvenuto dopo la visita del primo ministro israeliano Sharon, relativo all’approvazione ufficiale dei piani dell’ estrema destra israeliana per Gaza e Cisgiordania, rappresenta il colpo finale e definitivo ad ogni possibilità di soluzione politica e negoziata del problema palestinese. Bush ha avallato non solo la costruzione del muro dell’apartheid, ma anche l’annessione da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania,compresa Gerusalemme, il che rende ridicola ogni sua affermazione in merito alla creazione di uno Stato palestinese. Si tratta di una svolta storica, in quanto fino ad oggi nessuna amministrazione statunitense – per quanto legata a doppio filo ad Israele – aveva mai dichiarato apertamente di considerare carta straccia le Risoluzioni dell’ONU che condannano l’occupazione israeliana della Palestina e riconoscono il diritto al ritorno dei profughi palestinesi cacciati con la forza dalle loro terre dalla pulizia etnica israeliana. La sola prospettiva aperta dalle scelte dell’amministrazione Bush è quella dell’annientamento del popolo palestinese. Non è difficile immaginare che queste scelte porteranno inevitabilmente ad un’ulteriore escalation di violenza da parte del governo Sharon, che ha dimostrato ancora una volta di essere il vero padrone delle chiavi della Casa Bianca, visto che tutti gli osservatori concordano sul fatto che il presidente Bush deve sottostare alle condizioni della potentissima lobby ebraica negli Stati Uniti. In questo scenario, il ruolo dell’Europa si conferma fondamentale, non fosse altro per il fatto di essere il primo partner commerciale di Israele. Esattamente due anni fa il Parlamento Europeo si è pronunciato per la sospensione dell’accordo commerciale fra Israele e l’Unione Europea, ma i governi si sono ben guardati dal prendere provvedimenti conseguenti e tuttora Israele non ha subito nessuna sanzione, nonostante l’evidenza delle violazioni delle clausole dello stesso accordo sui diritti umani.

L’Unione Europea potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo di rilievo, non solo come parte del “Quartetto” (il piano di pace voluto da Usa, Russia, UE e Onu), ma per i legami storici, culturali e geografici con questa parte del Mediterraneo di grandi interessi strategici e economici, anche per l’Italia. La condanna non è più sufficiente, bisogna adottare misure concrete, contro chi viola il diritto internazionale, applicando le sanzioni politico–diplomatiche e economiche nei confronti d’Israele, uscire dalla ambiguità, e dalla politica dei due pesi e due misure. E chiedere all’ONU, prima che sia troppo tardi, di inviare forze di interposizione fra le parti.