Le maschere del potere

*Redattrice de La Contraddizione, trimestrale di marxismo

Quelle ragazze che vogliono procurarsi col solo loro fascino giovanile una sistemazione per tutta la vita e la cui furberia viene ancor più aizzata da madri smaliziate, vogliono la stessa cosa delle etère, solo che sono più intelligenti e più disoneste di queste ultime.
[F. Nietzsche, Umano, troppo umano]

A proposito di “corruzione”, “lussuria”, e altre astrazioni in uso da parte di superiorità mediatiche giudicanti, è ora di riconoscere tutti coloro che mimano morali religiose – seppure inconsciamente.

UNA PLEBE RESA TALE DELLA RIDUZIONE CONTINUA DEGLI SPAZI DI ESISTENZA

È da tempo ormai che il bombardamento dei festini berlusconiani straripa su quotidiani, riviste, radio, tv, e si riflette in discorsi amplificati di gente dall’opinione ricevuta. La stanchezza, il fastidio, il dispetto ma soprattutto il dissenso razionale che provoca tutto questo scatenarsi di miserie della commedia umana – non sono neppure risparmiati riferimenti cólti al premier (da Catilina ad Alessandro VI, al Leviatano!) – costringono a uno sguardo a-moralistico e scevro da illusionismi rituali. Accanto poi agli accenti di scandalo, menzogne, reati, silenzi, ecc. rimbalzano le preoccupazioni del capo dello stato, che prova a difendere le istituzioni nella improbabile distinzione tra “democrazia” (sana?) e “politica” (in crisi). Il via vai, infine, di dichiarazioni e smentite del premier – ultime ma non le ultime: “il complotto” e “il tappare la bocca ai catastrofisti” – può ormai disorientare solo qualche ingenuo in ritardo, rafforzando invece la strategia del negare-sempre-che-ti-salvi. Questi sono solo alcuni degli ingredienti a deviazione dalle condizioni reali – altrimenti temibili – di vita di una plebe italiana, ma anche mondiale, resa tale, perché costretta alla riduzione continua degli spazi di esistenza e di vie d’uscita dal degrado. Questa plebe nostrana non capisce e vota l’uomo di successo, così com’è. Questa plebe – che muore quotidianamente o nella speranza di vita (come per gli immigrati in arrivo, o caduti nel “reato” di clandestinità, per sottrazione di lavoro o di diritto d’asilo!), o per mancanza di sicurezza sul lavoro, o che si vende ripetutamente su un mercato di forza-lavoro in restrizione crescente – viene percepita, da questo ectoplasma al governo, solo attraverso i sondaggi di sostegno o i filtri di sorridenti e compiacenti ragazze invitate alle sue cene. Solo così gli è possibile sentirsi “buono”, munifico (al dire di Barbara Montereale, Noemi Letizia, ecc.), “mattatore”, “intrattenitore” simpatico, e così via nell’autogratificazione da mettere in onda. L’orgia dell’egoismo o dell’egocentrismo del potere è cosa scontata per chi guarda alla storia, e di classe! Morbosità sessuali o pervertite, sollevate dai suoi concorrenti e scioccamente coadiuvate proprio da Berlusconi, non servono a chi non ci si riconosce, ma osserva invece una complessa realtà sociale e politica sempre più costretta all’autodisvelamento.

In ambito sociale uno sguardo prioritario va alle “donne del presidente”, a tutte quelle cioè stampate in copia conforme per il business mediatico: soldi e notorietà per più soldi. Profumo di donna.

PROFUMO DI DONNA

Le donne – nella società pur sempre capitalistica e post-qualunque altra cosa, dove però il dominio scricchiolante del denaro comincia a squarciare i propri abissi di disumanizzazione -, non vengono più percepite, identificate per il loro profumo (il riferimento al romanzo di Giovanni Arpino, al film di Dino Risi e al remake di Martin Brest è palese), ma richieste per il loro unico uso e abuso consegnato da dure e consolidate tradizioni. Laddove il capitale non le ha ancora intaccate con il lavoro immiserente, gioventù e bellezza, unite a disponibilità assuefatta del corpo femminile (in altri contesti anche maschile) sono da sempre sul mercato, appannaggio di potenti e mercanti. L’aforisma nietzschiano riportato nell’occhiello va inteso nella sua verità immediata e contemporaneamente nella sua falsità riguardante le cause storiche. Forse è la sintesi più precisa del sentire comune anche dell’oggi. In più, le modernizzazioni inevitabili di un mansionario che punta a neutralizzare linguisticamente (escort, ragazza-immagine) il fatto, che cioè si compra il valore di scambio di un corpo, lascia poi al costume, ovvero al comportamento reso indifferente, il valore d’uso ( hostess, etèra, cortigiana, prostituta, ecc.) da fruire. Evitato cioè il piano formale e le sue possibili conseguenze, la prassi rimane protetta dai “bravi” del potere (uomini, strutture, istituzioni) che custodiscono bisogni, vizi, e impunità del business allargato a droghe, pornografia, ecc. Tradizioni stereotipate, consuetudini e ideologizzazioni sempreverdi costituiscono infatti lo schermo opacizzato sulle cause che inducono alla venditanormalizzata dei corpi, su cui innestare affari incrociati d’ogni genere, o più semplicemente la pratica della doppia morale riservata al privilegio, goduto al riparo di pubblicità indiscrete. Dopo secoli di assoggettamento ed emarginazione sociale, mortificazione intellettuale e spirituale oltre alla dipendenza esistenziale in ogni campo, la possibilità per la donna di vendersi – in quell’unica condizione della riconosciuta funzionalità sociale che le ha permesso di sopravvivere – ha determinato la sensazione di riuscire a decidere qualcosa della propria vita. L’autonomia nel gestire l’unico bene in suo possesso, ha dipinto di libertà una condizione d’esistenza che bilanciasse lo schiacciamento di un potere maschile idolatrante la forza, la violenza, il comando sulla vita altrui. All’interno delle classi dominanti, la sessualità, asservita a necessità dinastiche e patrimoniali, ha sempre contemporaneamente trovato spazi di autonomia e licenza in un privato intangibile.

Quella invece delle classi subalterne violata e abusata dal lusso e dalle sue guerre, dalla miseria e da ogni degrado, è stata incanalata verso valvole di stabilizzazione dei ruoli sociali, ricadendo nel giro di affari di criminali, schiavisti e lenoni di tutti i tempi. L’abitudine storicizzata alla prostituzione umana è oggi quella normalità più o meno regolamentata, soprattutto utile. Nel “migliore – o forse ormai unico (?) – dei mondi possibili”, quello cioè del capitale odierno, la prostituzione risulta vantaggiosa rispetto ad altre fonti di lavoro, meno remuneranti, meno sicure per la vita, più precarie, più difficili da reperire. Il disprezzo sociale che ha accompagnato questa “professione” nei secoli scorsi ha lasciato generosamente il posto a una sorta di duplice considerazione tecnologicamente modernizzata: a) ammirazione per chi esprime ambizione, arrembaggio, aspirazione alla notorietà della propria vita privata-pubblica, i cui effetti collaterali costituiscono il necessario corredo al successo dell’impresa; b) rifiuto moralistico – ma non del vantaggio personale – da parte dei pedanti, o di chi sostiene i residui valori della dignità umana. Di questa si ha notizia ormai solo dai pulpiti del controllo sociale antisommossa, o dagli spacciatori di ideologie (come quella del “decent work”), stipendiati per negare la ven – dita di forza-lavoro senza più diritti né aspirazioni al potere. Una ragazza che non punta tutti i suoi giovani anni a diventare “velina”, o a esporsi in una qualche vetrina, è infatti riguardata come un’insicura, una che non ha “grinta”, che non è nessuno, che non esce dall’anonimato, e così via denigrando. Non si sa più che quest’ultimo è solo il recinto silenziato entro cui poteri, più o meno criminali, hanno recluso l’armento proletarizzato finora mimetizzato sotto la dicitura “globalizzazione”, le cui femmine possono esser vendute due volte pur valendo la metà. Sempre più domina il dogma capitalistico per cui la forza-lavoro – o prestazione corporea in ogni accezione – va separata dal suo necessario, indifferente, supporto umano. Tale rigida separazione va fatta interiorizzare laddove più cocente è il bisogno, o dove diviene la “naturale” forma di esistere, nell’immediatezza di un corrispondere integrato alle richieste dominanti. Nella superficialità del vivere diviene così “normale” la professione – come un’altra, si pensa – di una presenza, una “scorta” letteralmente, che apparentemente in modo neutrale “accompagna” qualche “vip” in qualche occasione di prestigio. Nella vita che premia l’esteriore, a sostituzione di un’interiorità o un’essenza vanificata, il piano della “rappresentazione” è tutto ciò che resta da curare ed esibire, senza limiti.

IN UN MONDO IN CUI LA POLITICA E’ CLIENTELA, LA VITA E’ VENDERSI AD OGNI OCCASIONE POSSIBILE

D’altronde, si tratta solo dell’altra faccia della separazione richiesta alla donna (come all’uomo, quasi in perfetta parità!) manager. Una volta salita ai piani alti del capitale, una donna non può più rivendicare diritti peculiari del proprio corpo: la maternità deve essere sbrigata in pochi giorni e niente ricadute sulle esigenze del neonato. Un figlio non è infatti un costo sociale, ma un’assenza da lavoro individuale, che il capitale non intende accollarsi. Chi fa figli non produce profitto. Se il grembo “sociale” – cioè la quota di capitale variabile destinata al salario sociale – non è in grado di sostenere le spese e i tempi per la maternità, non si può certo rifiutare a banche o a imprese di licenziare senza giusta causa! La produzione di plusvalore, per giunta ormai perennemente in calo, non può aspettare neppure una pausa. Di qui la necessità, per chi si ritrova in qualche modo già con un figlio, di accedere con ogni risorsa, a un reddito come che sia. Alcune di queste donnineimmagine, e non, hanno la responsabilità di figli a carico: quale migliore ricattabilità umana o sociale? Sia inequivocabilmente chiaro che non si tratta qui di giustificare comportamenti non condivisibili, ma di analizzare l’humus sociale in cui da sempre pesca la non casuale “corruzione”. In ogni caso, in un mondo in cui la politica è clientela, la vita è vendersi ad ogni occasione possibile, la dignità umana è monetizzata, la professione o il talento assoggettati a evanescenti possibilità di sopravvivenza, la bellezza e la gioventù riconosciute solo sulla bancarella o scippate per sempre, il potere di classe può dichiarare la sua vittoria senza opposizioni.

La “perversa forma di emancipazione femminile, postpatriarcale e postfemminista” che tanto moralisticamente preoccupa Ida Dominijanni sul Manifesto ( 23.6.2009) deve essere rapportata alla società attuale, e non al proprio inerte idealismo. Analogamente “il silenzio delle donne” lamentato su l a Repubblica (30.6.2009) ed altri lai sulla mancanza o inefficacia di “battaglie per i diritti civili”, dovrebbero fornire il metro di ciò che risulta innocuo o indifferente per il sistema e di ciò che invece questo non tollera perché incide sui suoi gangli vitali, cioè economici. Se l’informazione assente e l’incapacità critica che l’accompagna sono il vuoto progettuale di una organizzazione sociale che ha innalzato la furberia a legge e mortificato diritti e intelligenza, i soggetti sociali conseguenti non possono non essere devoti che all’opportunismo senza frontiere. La tradizione consegna all’universo femminile la possibilità di sfangare la vita prostituendosi, favorito da una società mezzana. Quante forze sociali e individuali oppongono resistenza a questa barbarie? Gli esseri umani possono vivere un po’ meglio se trafficano droga, vendono armi, uccidono per procura, respingono disgraziati verso la morte o peggio, vendono i propri organi, i propri figli, ecc. Su quale altare immolare la propria vita? Tutto ha concorso a far dimenticare che ogni proletarizzato, per mantenersi come essere umano, deve conquistare la vita per sé e gli altri attraverso la lotta contro le forme cangianti del capitale, deve resistere in un processo che non può mai interrompersi.

Cos’era – e cos’è – il comunismo? Chi se ne ricorda, è sufficiente che sventoli bandiere rosse contro un G8 qualsiasi, oppure serve come insulto da reiterare contro gli oppositori di un governo dispotico, perché tacciano? L’utile schermo per riacciuffare un parlamento sfuggito, o un progetto economico, politico, sociale, culturale – finora sconfitto dalle forze storiche ancora dominanti -, ma le cui prospettive di realizzazione sono ancora in una fase di elaborazione collettiva, dai tempi non calcolabili? Se andiamo solo incontro alla catastrofe, è inutile il solo parlarne, ma, allora, anche affannarsi ad accumulare denaro.

Siccome però i maghi sono funzionali a finanza o ministri in carica, noi ci rifugiamo nella scienza, nella critica dell’economia politica. Il predominio dell’umano include ogni essere vivente, ma se è vero che “gli uomini sono tutti uguali, sono state la violenza e la destrezza a creare i primi padroni; le leggi hanno poi creato gli ultimi” (Voltaire, Dizionario filosofico, 1764). Solo due secoli e mezzo dall’affiorare di questa coscienza sono insufficienti per liberarsi dalle avvicendate società di classe, intese come “perversione” (ib.) nella storia. Riconquistare il diritto alla dignità di sé stessi non è un fatto privato o individuale, il rifiuto di una mentalità da schiavi non può che esser preceduta da lunghe lotte contro la selezione del diritto alla vita, di cui nessuno può essere deprivato. Nonostante F. von Hayek, consideri quest’ultimo una deprecabile “superstizione”.

“BUONO, GENEROSO, SINCERO…”

Non di rado si incontrano copie di uomini importanti; e alla massa piacciono, come per i dipinti così anche in questo caso, più le copie che gli originali.
(Nietzsche, Umano, troppo umano)

Il titolo continua in “leale e mantengo le promesse”. Questa l’immagine autoedulcorata dal presidente del Consiglio. Copia di Nerone (è di certa stampa l’analogia), di Napoleone, di Mussolini, ecc., Berlusconi è solo il prodotto di una politica ipocrita e vischiosa, che vive della confusione di ogni criterio razionale. L “’io non cambio” determinato da quel vantato 61% di gradimento politico (cioè ottenuto dall’ipnosi mediatica), somiglia tanto a quello, esteriormente rappresentato, del Don Giovanni mozartiano all’incontro con la statua che lo sprofonderà nel nulla. Già i fischi di Napoli e Viareggio, senza contare quelli degli abruzzesi, dei pescaresi e quelli opportunamente mancati (ma certi) dei sardi dell’isola di Maddalena, sono segnali eloquenti di una realtà non più eludibile.

Se, più seriamente, si volgesse lo sguardo dal personaggio, la persona, rivoltante e penosa, apparirebbe in tutta la miseria umana di una megalomania necessaria a scampare continuamente la galera. “ L’ottimismo – scrisse già Voltaire nel lontano 1758 – è la mania di sostenere che tutto va bene quando si sta male”. Specialista in capovolgimenti e distorsioni del reale, Berlusconi è infaticabile nel ripetere come un mantra che la crisi è psicologica, contro i dati di ogni centro studi, Ocse, Fmi, Banca d’Italia, Confindustria, sindacati, quotidiani. L’indagine della Procura di Bari ha fatto emergere per tutti che la politica clandestina, ma che decide della vita dei cittadini, è quella delle lobby, delle corporazioni, delle mafie dissimulate e non. La corruzione è solo il mezzo necessario e strutturale al business, di cui anche “veline, meteorine, farfalline”, ecc. sono veicoli intercambiabili e dismissibili non appena se ne inceppi l’uso profittevole.

L’“ottimismo” governativo oggi è solo recuperare profitti sotto copertura. Che le masse, poi, siano gestite – finché si può – da sindacati-eco dei diktat confindustriali, e contenute dai partiti dell’establishment. Dietro questa formula spensierata non si gioca più: si concedono appalti, si effettuano turbative d’asta, si estorce denaro pubblico (oltre quello privato), si traffica in coca o altro, si costruiscono imperi commerciali dentro e oltre la legalità, si favoriscono commesse in ogni settore, si innalzano edifici senza permessi, ci si infiltra nelle amministrazioni comunali, provinciali, regionali, in parlamento, nello stato per legarsi a imprenditorie internazionali e a criminalità occulte, si ricicla denaro “sporco”, si evade ogni fiscalità, si compra ogni potere utile, ecc. L’“ottimismo” è il paravento di chi, indagato o imputato, paga la cena ai giudici; è il lasciapassare per varare reati di clandestinità per chi cerca di sopravvivere e sentenze di assoluzione, prescrizione, immunità per l’elusione di ogni normativa. L’“ottimismo” è giustificare l’assenza di provvedimenti governativi con l’ignorare i dati crescenti della perdita di lavoro (al 1° trimestre 2009 il 7,4%) che, si prevede, risulterà ancora più pesante alla fine dell’estate.

Per quanto riguarda infine il lamentato silenzio delle donne emerso da quotidiani come Il Manifesto e la Repubblica, o altri, si può rispondere che solo con strumenti adeguati si capisce che la riduzione della politica a lupanare è trasparenza – la sola, oggi, magari, – di ben altri meccanismi economici, di cui è espressione oltre che sempre meno accorta copertura. Non si vede perché un datato femminismo insista nella cecità programmatica delle fonti di questo dominio sociale che condiziona la vita di tutti, opprimendo e distruggendo per primi i soggetti più deboli nel loro uso e consumo indiscriminato. La violenza riservata alle donne – sebbene sempre maggiore e nelle forme più odiose e vili – proviene dalla stessa matrice di quella riversata sui poveri in aumento, tutti trattati “come greggi da cavarne lana e carne”(Voltaire, Candide). La coscienza umana non conosce sesso, né colore di pelle, né latitudine di nascita: la natura può evolversi emancipandosi dai poteri che la annientano non con l’esecrazione verbale, compagna poi della sottomissione effettiva, ma con un lunghissimo processo di razionalizzazione resistente alle lusinghe, di ricerca di informazione, di attenzione alle realtà essenziali. Se determinante è che chi scrive sia una donna, dominante rimane l’acquisizione di analisi sul sistema vigente, da cui dipende ogni separatezza che il capitale esige per riprodursi.

La riduzione della donna a fruizione generica: da bestia da soma, a soldato di interessi non suoi, a oggetto di piacere o vanto, a esibizione di un sé miserabile, ecc., a candidato di scorta, a scarico delle tensioni sociali e individuali, a staffiere di ogni comunità, famiglia, istituzione, ecc., è un retaggio storico di società di classe duro da rimuovere. Non solo le “donne”, ma tutte le coscienze emancipate debbono concorrere a rovesciare le basi di questo dominio distruttivo. Sembra ridicolo sbraitare per diritti di parte, quando siamo in presenza di una inedita cancellazione storica di ogni diritto civile e umano, a livello mondiale. Anche da parte di chi sembra sostenerli e rivendicarli in forme sontuose, ma solo verbali! Lottare per riconquistarli – per tutti – potrà significare rompere acquiescenza, omertà, assuefazione, dipendenza, ecc. sui piani giuridici e politici, ma ciò sarà possibile solo riconquistando la gestione della fonte del valore, della fine della normalizzata rapina salariale: il cardine dello sfruttamento planetario.