Le elezioni in Ucraina confermano l’equilibrio tra le forze

Nel momento in cui scriviamo questa nota, non sono ancora stati diffusi i risultati definitivi delle elezioni parlamentari in Ucraina, volute dal presidente della Repubblica, il “filo-occidentale” Viktor Juschenko, per risolvere definitivamente a suo vantaggio il braccio di ferro con lo storico avversario, il premier “filo-russo” Viktor Janukovic, appoggiato nella Rada Suprema (il parlamento) da una coalizione comprendente anche i comunisti e i socialisti.

Gli ultimi dati disponibili (quelli definitivi e ufficiali verranno comunicati tra qualche giorno), riguardanti il 99,84% delle schede scrutinate, sono comunque sufficienti per gettare molta acqua sul fuoco delle speranze coltivate dagli alleati stranieri del presidente ucraino in una clamorosa schiacciante vittoria della coalizione formata dai blocchi elettorali dello stesso Juschenko e di Julija Timoshenko, l’autentica leader delle componenti nazionaliste, liberiste e filo-occidentali, protagoniste della “rivoluzione arancione” dell’inverno 2004-2005.

Immediatamente dopo la chiusura delle urne, infatti, i sondaggi degli istituti demoscopici (la maggior parte appartenenti a società con sede in Occidente) e i primi risultati, che pervenivano soprattutto dalle regioni occidentali del paese più sensibili al richiamo nazionalista, sembravano accreditare le aspettative degli amici occidentali dello schieramento “arancione”. Ma, nel corso della giornata del 1 ottobre, quando ormai molti giornali negli USA e in Europa erano usciti inneggiando al “trionfo” dei portabandiera ucraini della NATO e del FMI, la situazione è andata sostanzialmente modificandosi, fino a definire un quadro di sostanziale equilibrio delle forze in campo.

Man mano che alla Commissione elettorale nazionale giungevano gli esiti dello scrutinio nelle regioni meridionali e orientali del paese, è venuta profilandosi prima la rimonta e poi il “sorpasso” del “Partito delle Regioni” del premier che, in questo momento, con il 34,3% (nelle precedenti elezioni parlamentari del marzo 2006 aveva ricevuto il 32,1%) sopravanza di oltre tre punti e mezzo percentuali il Blocco di Julija Timoshenko, che si attesterebbe sul 30,7% (un grande successo, comunque, se lo si paragona al 22,3% del 2006), a cui va aggiunto il 14,2% ottenuto dal Blocco “Nostra Ucraina- Autodifesa Popolare” di Juschenko (14% nelle scorse elezioni).

Gli ultimi dati relativi alla grande affermazione del “Partito delle Regioni” determinano una netta riduzione delle distanze tra i due blocchi “filo-occidentale” e “filo-russo”. All’alleanza che si raccoglie attorno a Janukovic vanno ricondotti anche i suffragi ricevuti dal Partito Comunista di Ucraina (KPU), che, pur dovendo far fronte alla spietata logica del “voto utile” che lo ha penalizzato rispetto al più forte “Partito delle Regioni”, significativamente vede premiata la sua presenza nella coalizione di “salvezza nazionale”, avanzando dal 3,6% del 2006 all’attuale 5,4%, e quelli ottenuti dal Partito Socialista di Ucraina (SPU) che raccoglie il 2,9% (rispetto al 5,7% dell’anno scorso).

Va anche ricordato che l’unica compagine centrista “fuori dagli schieramenti” che ha superato lo sbarramento del 3%, il “Blocco Litvin” (3,9%), alla vigilia delle elezioni aveva dichiarato di essere orientata a preferire un accordo con Janukovic. Ma c’è da scommettere che questo manipolo di notabili, cresciuto all’ombra dell’ex presidente Kuchma, sarà da domani coinvolto nelle trattative per un governo a direzione “arancione”.

La maggioranza parlamentare (in ogni caso risicata) Juschenko-Timoshenko sarà sicuramente ampliata dai pochi centesimi di punto che, perlomeno nel momento in cui scriviamo questa nota, impediscono al Partito Socialista di superare la soglia percentuale necessaria alla ripartizione dei seggi.

Scongiurata comunque la paventata vittoria di larga misura degli “arancioni”, il quadro che esce da queste elezioni rimane, come in precedenza, caratterizzato dalla massima incertezza. Da un lato, l’alleanza tra Juschenko e Timoshenko potrebbe andare presto incontro alle stesse fibrillazioni che ne determinarono la rottura nei mesi seguenti la “rivoluzione arancione” (ai tempi della crisi del gas con la Russia), con la Timoshenko oggi però in grado di alzare il prezzo delle pretese, dopo l’indubbio successo personale ottenuto sull’onda di una campagna elettorale all’insegna del più smaccato populismo accompagnato dal rituale richiamo al valore “salvifico” delle riforme di mercato. Inoltre, la Timoshenko, che si è incontrata prima delle elezioni con Condoleeza Rice, Sarkozy e Margaret Thatcher, tra i leader “arancioni” è senz’altro quella che sembra riscuotere la maggiore fiducia in Occidente, almeno a giudicare dal fatto che è riuscita ad accaparrarsi la parte più consistente dell’imponente sostegno finanziario americano ed europeo alla campagna elettorale degli alleati ucraini, calcolabile, secondo alcune fonti, in centinaia di milioni di dollari.

D’altro canto, le contraddizioni che caratterizzano il “Partito delle Regioni” (fortemente condizionato anch’esso dagli interessi di alcuni potentati economici) potrebbero indurlo a ricercare soluzioni di compromesso con alcuni settori dello schieramento nazionalista: ciò inevitabilmente comporterebbe una serie di ricadute sia sulle sue scelte di politica interna che, soprattutto, di quella internazionale, con una maggiore disponibilità dei “regionalisti” a rilevanti aperture sul tema delle relazioni con il sistema di alleanze occidentali, già così invasivamente presente nel paese. C’è da dire che la contraddittorietà delle dichiarazioni sul futuro del governo, rilasciate da diversi dirigenti del “Partito delle Regioni” in queste ore, lascerebbe intendere l’esistenza di un aspro confronto nella “leadership” di questa formazione sulle future scelte di politica interna ed estera e sui rapporti con le altre componenti politiche presenti in Ucraina.

E’ in particolare uno dei dirigenti più autorevoli del KPU, il leader dei comunisti della Crimea Leonid Grac, a lanciare l’allarme sulla possibile evoluzione della situazione determinatasi dopo le elezioni e sui rischi di cedimento di settori dello schieramento “filo-russo”. Il dirigente comunista, nel prevedere il probabile passaggio all’opposizione del suo partito, esprime la pessimistica opinione che il “Partito delle Regioni” sia intenzionato ad accordarsi sulla nomina di Julija Timoshenko a premier: “gli Americani faranno pressioni su tutti perché si raggiunga un accordo attorno alla candidatura della Timoshenko… Gli Americani sono riusciti, con le elezioni anticipate, ad ottenere l’unità dei diversi gruppi oligarchici, per imporre definitivamente un orientamento filo-occidentale all’Ucraina”.

Di fronte a questo possibile scenario, l’avanzata dei comunisti ucraini, ottenuta in condizioni di forte svantaggio rispetto alle altre forze politiche sul piano della copertura mediatica e del sostegno finanziario alla campagna elettorale, rappresenta un segnale indubbiamente confortante, che allontana definitivamente lo spettro, affacciatosi nel 2006, della sparizione dalla scena politica del KPU, riaffermandone il ruolo fondamentale nella società della repubblica.

Il voto premia i comunisti soprattutto nelle regioni dove, con più incisività e determinazione che in passato, sono stati capaci di mettersi coraggiosamente alla testa delle lotte contro la deriva nazionalista degli “arancioni” e degli eccessi delle loro frange più estremiste, in difesa dei diritti delle fasce più deboli e delle minoranze linguistiche e dell’amicizia con Russia e Bielorussia e contro il tentativo di legare definitivamente il paese al carro della NATO. Un esempio è quello della Crimea, protagonista nell’estate 2006 della poderosa mobilitazione, coronata dal successo, che, attraverso il coinvolgimento di decine di migliaia di cittadini e di molte organizzazioni politiche e sociali, è riuscita ad impedire lo svolgimento di imponenti esercitazioni sulle coste del Mar Nero, dirette dai comandi militari degli Stati Uniti: qui il KPU raccoglie consensi mediamente attorno al 10-15% e in alcune località si avvicina alle percentuali dello stesso “Partito delle Regioni”.