Le due torri e la grande scacchiera di Bush

Non mi sembra che sia stata ancora colta in tutto il suo greve spessore e in tutte le sue terribili implicazioni la gravità della situazione determinatasi dopo gli attentati terroristici alle due torri del World Trade Center di New York e alla sede del Pentagono a Washington.
Accanto allo sgomento e all’orrore per l’attentato, per le migliaia di vittime, per le modalità spettacolari che fanno invidia al più immaginifico sceneggiatore cinematografico, la maggior parte dei commenti sinora in circolazione “a sinistra” si sono preoccupati di esprimere netta e ferma condanna del terrorismo (condanna che è già patrimonio consolidato del movimento operaio novecentesco a partire da Lenin), e, al contempo, hanno sostanzialmente espresso il timore che il governo degli USA non “esageri” nella sua vendetta, nella sua ritorsione, nella sua risposta…
Ma se i proclami di guerra di Bush fossero invece una proposta, un programma strategico già da tempo delineato sulla grande scacchiera mondiale, che trova nella perdita di due torri l’occasione di una straordinaria accelerazione?

1991-2001: Da “operazioni di polizia internazionale” a “guerra”

Osserva Luigi Ferrajoli1: «Il massacro della settimana scorsa è stato un atto di ‘guerra’ come subito è stato qualificato, o invece un atto mostruoso di ‘terrorismo’? Si è trattato di un’aggressione bellica, o non piuttosto di un atto criminale, e precisamente di un crimine contro l’umanità? Giacché le guerre sono fatte da Stati. Suppongono confini e territori, eserciti regolari e nemici certi e riconoscibili. Qui, al contrario, siamo di fronte a un atto delittuoso, sia pure di una gravità eccezionale: a un crimine terroristico, commesso da una banda organizzata, ramificata, potentissima, e tuttavia pur sempre un crimine, i cui mandanti si stanno nascondendo come fanno sempre gli assassini, e non già a una guerra […] A un atto di guerra si risponde con la guerra e con la mobilitazione generale – dell’intera NATO, come in questo caso – contro lo Stato aggressore. A un crimine, sia pure gravissimo, si risponde con la punizione dei colpevoli: non dunque con gli eserciti o con una coalizione mondiale di eserciti, ma con la polizia; non con la guerra, ma con il diritto; non con i bombardamenti, ma con il difficile accertamento delle responsabilità».
Le parole pesano, soprattutto se a pronunciarle sono i superpotenti del mondo. E la prima cosa che si può osservare è che vi è stato un vero e proprio rovesciamento linguistico pericolosamente non casuale, poiché la parola «guerra» non è stata pronunciata dal presidente USA, dai suoi ministri e dai ministri dei governi «amici» degli USA soltanto nell’immediato, sull’onda emotiva degli eventi, ma ribadita, ampliata, messa all’opera, fino ai suoi effetti più diretti nel coinvolgimento della NATO.
Nell’arco di dieci anni, siamo passati dalla rimozione della parola «guerra» e dal suo imbellettamento sotto formule quali «operazione di polizia internazionale» (contro l’Iraq nel ’91) o «intervento umanitario» (contro la Jugoslavia nel ’99), alla «guerra» tout court. E anche questo non può non apparire singolare: quelle erano guerre a tutti gli effetti (anche senza formale dichiarazione di guerra) perché condotte da una coalizione di Stati coi loro rispettivi eserciti contro altri Stati sovrani, accusati di violazione del diritto internazionale (invasione del Kuwait) o dei diritti umani di popolazioni interne allo Stato stesso che si aggrediva (Jugoslavia, per la popolazione albanese del Kosovo). E per fare quelle guerre era stato necessario agitare in un caso l’obiettivo del ripristino della sovranità violata di uno Stato (ancorché fantoccio, come il Kuwait), nell’altro, il diritto di «ingerenza umanitaria» negli affari interni di uno Stato, col pretesto della salvaguardia di diritti umani violati.
«Operazione di polizia internazionale» o «intervento militare umanitario»: il discorso di chi faceva effettivamente la guerra si fondava sulla negazione della guerra, la parola era impronunciabile. Parlare di guerra non era politicamente corretto.
Perché? Credo che la ragione possa essere ricercata nella fase che si apriva con la caduta del muro di Berlino: la grande narrazione ideologica edificante del capitalismo trionfante parlava di impetuoso sviluppo del capitalismo alla conquista dei mercati dell’Est, di magnifiche sorti e progressive dischiuse all’umanità dall’unificazione del «mondo libero»; un mondo che si prospettava ricco di promettenti sviluppi di prosperità, una volta eliminati dalla scena i cattivi di turno, i Saddam, i Milosevic, quei pochi e ben isolabili banditi dell’ordine mondiale costituito, le canaglie da catturare e tenere a bada perché non nuocessero alla «comunità internazionale». In questo contesto si giustificano le periodiche scorribande aeree anglo-americane contro Baghdad, o le azioni «preventive» di »polizia« contro il Sudan; gli embargo contro l’Iraq, la Jugoslavia, Cuba, il tribunale internazionale dell’Aja (tribunale illegittimo e di parte par excellence, come riconoscono oramai in tanti, da Raniero Lavalle a Domenico Gallo, a Danilo Zolo2).
Nel corso dei dieci anni che ci separano dalla «operazione di polizia internazionale» gli apologeti del capitalismo occidentale hanno cercato di disegnare e dare parole e immagini del nuovo scenario mondiale, di un mondo unificato, «globalizzato», e senza contraddizioni. Negata la possibilità di un ordinamento socialista, fondato sulla proprietà sociale e sulla pianificazione, negato il conflitto sociale, negata la resistenza dei popoli: esistono solo criminali e Stati criminali, da assicurare alla giustizia, con la dovuta azione della polizia-esercito multinazionale a guida USA. Era un esercizio verbale smaccatamente ipocrita, senza tema del ridicolo, del non-sense: basti ricordare le stomachevoli dichiarazioni delle socialdemocrazie europee e in particolare dei D’Alema e dei Minniti per la guerra contro la Jugoslavia.
Eppure la guerra doveva essere esorcizzata, le popolazioni, bombardate dalla disinformazione strategica massmediatica, dovevano vivere nell’illusione che si trattasse di qualcosa che, quand’anche spiacevole e doloroso, era tuttavia momentaneo, passeggero, fuggevole, casuale (un «inconveniente», direbbe il creativo Cavaliere).
Dunque un incidente che, se pure turba provvisoriamente l’ordine mondiale, non ne può assolutamente modificare il corso stabilito. In questa strategia della comunicazione venivano messi in moto i dispositivi della rassicurazione e della sdrammatizzazione: non solo la guerra viene esorcizzata, ma non bisogna parlare delle vittime (morti, feriti, ammalati, immiseriti, profughi); al limite si è trattato di «effetti collaterali», come quelli che può provocare un farmaco, una medicina, un caso su centomila. E se proprio non se ne può fare a meno, si cerca di sminuire la portata del danno, di comunicare un numero di caduti infimo, di non enfatizzare l’evento negativo.
Insomma, l’opposto di quel che hanno fatto le autorità statunitensi in occasione dell’attentato di New York, dove il numero delle migliaia di vittime è stato quadruplicato, decuplicato, dove il sindaco Giuliani ha ordinato l’evacuazione di interi quartieri, quasi dovessero essere colpiti da un bombardamento a tappeto, e dove è risuonata immediatamente la parola «guerra».
Come scrive Ferrajoli, l’attentato, in quanto tale, sia pure di immani e spettacolari proporzioni, sarebbe da perseguire con operazioni di polizia. E invece si ricorre al termine guerra. Ma non basta: si prospetta non un’azione rapida e «chirurgica», come si dichiarava di voler fare contro la Jugoslavia, ma si minaccia una guerra prolungata, difficile e sanguinosa, dove sarà inevitabile che cadano vittime innocenti3. Giorno dopo giorno assistiamo ad un’orgia di proclami di guerra, in un crescendo di estensione e intensità senza più limiti né di spazio né di tempo. Eccone qualche stralcio:
«‘È stato un atto di guerra’. Sono sempre più dure le parole di George W. Bush contro i terroristi. […] ‘Gli autori degli attacchi non potranno mai più sentirsi al sicuro. È una guerra contro la libertà e la democrazia, è una guerra contro un nemico diverso da quelli in precedenza affrontati. Ma la vinceremo4.
Un nuovo tipo di guerra, per la quale noi chiameremo gli altri paesi ad unirsi a noi: ci è stata dichiarata guerra e noi guideremo il mondo alla vittoria’. Così George Bush, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha annunciato che si sta rafforzando una coalizione internazionale per far sì ‘che le persone che hanno compiuto queste azioni e quelli che gli danno rifugio’ siano punite»5.
«Gli americani sanno che siamo in guerra – dichiara il senatore John mc Cain, veterano del Viet-nam – e sono pronti ai sacrifici necessari perché le nostre idee possano prevalere. Avverto i nostri nemici: stiamo arrivando. Dio potrà avere pietà di voi, noi non ne avremo»6.
«‘Siamo in guerra’ ha detto solennemente il presidente al suo popolo. ‘Siamo fortemente determinati a vincere questa guerra e la vinceremo. Abbiamo molto da fare e molto da chiedere al popolo americano’. Tra le cose da chiedere ‘la vostra pazienza, perché il conflitto non sarà breve. Vi sarà richiesto di essere decisi, perché il conflitto non sarà facile. Vi sarà chiesto di essere forti perché la strada che porta alla vittoria potrebbe essere lunga’. Mentre ai ‘cittadini in uniforme’ ha chiesto di ‘tenersi pronti’»7. Il titolone della Stampa sintetizza così: «Bush: prepariamoci a soffrire»; «la guerra sarà lunga»8.

Americanocentrismo e “guerra del XXI secolo”

«E’ la prima guerra del XXI secolo», così titolavano a caratteri cubitali molti quotidiani di venerdì 14 riportando le parole di Bush. Non è stato notato che questa espressione, «guerra del XXI secolo», era già contenuta tel quel nell’incarico che George W. Bush aveva affidato al suo vicesegretario alla Difesa, Donald Rumsfeld: «Rimettere in discussione lo status quo all’interno del Pentagono» ed elaborare «la strategia (americana) di guerra per il XXI secolo»9. La nuova architettura della difesa americana –come scrive nella sua analisi M. T. Klare – poggerà su tre pilastri: 1) l’americano – centrismo, cioè una dottrina di impiego delle forze che massimizzi gli interessi nazionali, anche nelle operazioni congiunte con gli alleati; 2) la global reach, la capacità di proiettare la potenza militare Usa ovunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza; 3) la supremazia perpetua, o per meglio dire l’utilizzo della scienza, della tecnologia e delle risorse economiche per assicurare sempre e comunque la superiorità delle forze e degli armamenti americani. Si tratta, continua Klare, di un’autentica svolta nel pensiero strategico degli Stati uniti.
«Seguendo una prassi largamente diffusa, la dottrina militare americana ha sempre voluto che lo spiegamento di forze armate all’estero obbedisse agli interessi fondamentali della sicurezza nazionale. Ma gli obiettivi strategici si ammantavano di nobili ideali, focalizzando l’attenzione, di volta in volta, sulla difesa della democrazia, la lotta contro il totalitarismo, il mantenimento della pace. Se non sono completamente scomparse con l’avvento di George W. Bush alla presidenza, queste finalità sono ormai rigorosamente subordinate all’affermazione degli interessi nazionali»10.
Ben due anni prima dell’attentato alle «due Torri» Bush dichiarava che «la protezione dell’America diventerà una grande priorità nel prossimo secolo», il che comporta, dal suo punto di vista, lo spiegamento del sistema Nmd «al più presto possibile»11.

Americanocentrismo.«Siamo al centro e al centro dobbiamo restare […] Gli Stati uniti devono guidare il mondo, tenendo alta la fiaccola morale, politica e militare del diritto e della forza, e proporsi come esempio a tutti i popoli della terra»12. «Il XVIII secolo è stato francese, il XIX inglese ed il XX americano. Il prossimo sarà un altro secolo americano»13. «L’America cavalca il mondo come un gigante […] Da quando Roma distrusse Cartagine, nessun’altra grande potenza si è innalzata al culmine cui siamo giunti noi»14.
A partire dal 1991, scrive P. Golub, «gli USA occupano una posizione unica, senza precedenti nella storia moderna. A differenza dell’impero britannico che, alla fine del XIX secolo, doveva affrontare l’ascesa del rivale prussiano, gli Usa non vedono di fronte a sé nessun avversario strategico in grado di rimettere in discussione i grandi equilibri planetari in un futuro prevedibile. Come se non bastasse, i loro principali concorrenti economici, europei e giapponesi, sono anche i loro alleati strategici. Sul piano politico, gli Usa hanno visto ampliarsi la sfera della loro sovranità ed aumentare i loro margini di manovra. Sul piano economico sono sempre loro a stabilire le regole, le norme ed i vincoli del sistema internazionale. Conservare questo status quo favorevole è dal 1991 l’obiettivo precipuo e costante della politica estera americana»15.
La nuova strategia USA comincia a delinearsi chiaramente nella direttiva National Security Strategy of the United States, pubblicata dalla Casa Bianca nell’agosto 1991, circa sei mesi dopo la fine della guerra del Golfo, quando l’URSS non è ancora formalmente stata fatta a pezzi: «Se vi è un’analogia storica per l’attuale situazione strategica, essa è meno identificabile nella fine degli anni ’40 che negli anni ’20. Negli anni ’20, giudicando che la grande minaccia ai nostri interessi fosse crollata e che non fosse evidente alcuna minaccia simile, la Nazione si ripiegò su se stessa. Quella tendenza ebbe conseguenze disastrose allora e sarebbe ancora più pericolosa oggi […] Nonostante l’emergere di nuovi centri di potere, gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali […] Negli anni ’90, così come gran parte di questo secolo, non esiste alcun sostituto alla leadership americana»16.
Nel febbraio ’92, quando l’URSS è ormai disintegrata, il Defense Planning Guidance, redatto da Paul D. Wolfowitz, allora sottosegretario al Pentagono per la politica e oggi segretario aggiunto alla difesa, e I. Lewis Libby, oggi consigliere per la sicurezza del vicepresidente Dick Cheney, chiarisce che: «Il nostro primo obiettivo è impedire il riemergere di un nuovo rivale, o sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che ponga una minaccia nell’ordine di quella posta precedentemente dall’Unione Sovietica. Questa è una considerazione dominante alla base della nuova strategia regionale della Difesa, la quale richiede che noi operiamo per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale». Il che significa anche «dissuadere i paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership o a ribaltare l’ordine politico ed economico costituito» e «mantenere i meccanismi per scoraggiare i potenziali competitori anche dall’aspirare a un maggiore ruolo regionale o globale». Secondo il Financial Times del 26-5-92 il documento fu reso pubblico (attraverso il New York Times dell’8.3.92) al duplice scopo di giustificare il mantenimento di alti livelli di spesa per la difesa nel momento in cui, nel dopo guerra fredda, viene largamente ritenuta necessaria, dal punto di vista politico e sociale, la riconversione di tali risorse a uso interno e avvertire alleati come Giappone e Germania di non sfidare la supremazia statunitense, e nazioni differenti, come Russia e India, di astenersi da qualsiasi piano mirante a sviluppare una egemonia militare regionale17.
Nella concezione elaborata all’inizio degli anni ’90, viene considerato ostile o potenzialmente ostile qualsiasi Stato o gruppo di paesi che potrebbero costituire, controllando un’area regionale strategica per le risorse, una potenza globale. È insomma la creazione stessa di un altro potenziale concorrente che viene considerata sommamente pericolosa e da evitare ad ogni costo. Non si tratta, nella strategia USA, di fargli direttamente la guerra – questa è un’opzione estrema – ma di impedire che esso cresca, di impedire che esso stabilizzi la sua influenza su un’area regionale strategica, di impedire che esso si costituisca come soggetto forte.

Americanocentrismo, contraddizioni intercapitalistiche e guerra

Qui è la differenza dell’attuale situazione rispetto alla prima metà del 900, in cui la concorrenza tra grandi monopoli capitalistici si manifesta nella forma della guerra interimperialistica per la presenza di grandi potenze che sul piano militare si bilanciano.
La situazione politico-militare del dopo guerra fredda è invece caratterizzata da un unico potentissimo polo, gli Stati Uniti, che consapevolmente gettano tutto il peso dei loro arsenali militari e del loro potere economico sulla bilancia dei rapporti internazionali per mantenere il primato. Per questo la concorrenza pur violentissima tra grandi monopoli multinazionali non può assumere al momento la stessa forma delle guerre interimperialistiche del primo 900, guerre tra coalizioni di Stati contrapposti, ma la forma di una guerra di nuovo tipo, non immediatamente decifrabile.
Una guerra che viene promossa dalla superpotenza USA (come lo sono state le due ultime grandi guerre di coalizioni internazionali strapotenti contro piccoli e deboli paesi, quali l’Iraq e la Jugoslavia) non solo per «mettere le mani» e controllare risorse energetiche e vie di comunicazione strategica, ma, prima di tutto, per impedire la stabilizzazione di un’area regionale (ad onta di tutti i proclamati «patti di stabilità», ad esempio nei Balcani) a vantaggio di un concorrente (l’Unione europea), a tutti gli effetti alleato militare, ma in prospettiva ostile proprio in quanto potenziale potenza globale.
L’area europea è utile agli USA solo se in posizione subalterna, solo se non si costituisce come Stato politico. La strategia USA tende a destabilizzare o, il che è lo stesso, a mantenere nell’instabilità le aree che potrebbero costituire una risorsa per la crescita dell’imperialismo europeo. Quanto è avvenuto nei Balcani dopo il ’99 potrebbe essere visto come una ulteriore conferma di tale strategia. L’UCK macedone è stato creato grazie alla presenza delle truppe USA in Kosovo, e il piccolo Stato balcanico, che ne era rimasto finora esente, si è ritrovato con la guerra in casa e il probabile sfascio del paese. Ed è forse un caso che siano solo i governi europei e non gli USA ad inviare truppe – pur nell’ambito della NATO! – per ristabilire il controllo sull’area?
Se l’americanocentrismo quale emerge dai documenti del Pentagono è la bussola che guida la strategia globale degli USA, bisognerà saperne trarre le necessarie conseguenze.
Il ricorso alla guerra – alla guerra di nuovo tipo, alla guerra per interposta persona, alla guerra in cui si coinvolgono gli alleati (ma potenziali attentatori del primato americano) per minarne la forza e impedirne la coesione – diventerà sempre più frequente, una necessità vitale per gli USA. E questo per due comprensibilissime ragioni:
I) Il primato americano a partire dagli anni ’90 si fonda essenzialmente sullo strapotere militare, sul fatto di non avere più alcun contrappeso di rilievo su questo terreno. Sul piano economico, invece, nonostante il «miracolo» della presidenza Clinton, il paese potrebbe subire il sorpasso annunciato dell’Unione europea, e la moneta unica europea potrebbe intaccare la supremazia mondiale del dollaro.
È da alcuni mesi ormai che lo spettro della recessione aleggia sull’economia americana. Diversi economisti hanno messo in luce – in piena esplosione clintoniana – gli aspetti strutturali della «decadenza della società statunitense, dimostrata da dati economici quali il rallentamento a lungo termine del tasso di crescita del PIL e della produttività lavorativa, la diminuzione tendenziale della partecipazione degli investimenti a tasso fisso nel PIL, l’eccessiva terziarizzazione del sistema economico, la quasi totale estinzione del risparmio individuale, il deficit commerciale cronico (in aumento), la crescita del debito pubblico, l’espandersi della speculazione finanziaria. Si assiste inoltre al proliferare di fenomeni sociali e culturali come l’aumento del numero di poveri, la concentrazione dei guadagni e l’alto livello di disoccupazione reale, accompagnato da occupazione precaria, la criminalizzazione delle classi basse»18.
Diviene dunque questione di vita o di morte, per il mantenimento del primato, far scendere gli alleati/potenziali concorrenti sul terreno in cui il primato americano è ancora indiscusso e può manifestarsi in tutta la sua potenza: la guerra. Se intendono perseguire la strategia del primato, gli USA non possono non produrre guerra, nel senso di sostenere e alimentare i conflitti preesistenti nelle aree di importanza strategica per materie prime, vie di comunicazione, mercati, o di provocarne ad arte di nuovi per potervisi inserire al momento opportuno.
II) Ma gli USA producono guerra nel senso tradizionale dell’espressione: sono il primo produttore mondiale di armamenti, hanno il complesso militar-industriale più grande del mondo. Prima ancora della strage delle «due Torri», che servirà a farlo lievitare in misura esponenziale, Bush si proponeva di portare il bilancio del Pentagono a 320 miliardi di dollari all’anno – una cifra superiore alla somma dei bilanci militari di tutti i potenziali ‘avversari’ degli Stati uniti – in un periodo di drastico ridimensionamento della spesa pubblica ed in particolare della spesa sociale19.
Il complesso militar-industriale statunitense, che si alimenta dei sempre più cospicui finanziamenti del bilancio della Difesa, è parte fondamentale e imprescindibile dell’economia USA stessa, e lo è tanto più quanto più si manifesta la crisi, con la contrazione dei consumi interni, la contrazione dei mercati esteri (dove, oltretutto, per il calo degli indici di produttività, le merci americane sono meno competitive). Il progetto di scudo stellare, tanto caro a Bush e Rumsfeld, serve al duplice scopo del primato americano e del grande business per l’industria aerospaziale americana, che i partner europei della NATO dovrebbero, in funzione subalterna, alimentare, ottenendo ben poche commesse per le proprie industrie. Lo sperano e lo dichiarano senza mezzi termini e senza pudore analisti e operatori di borsa di Wall Street: la guerra può fungere da volano per la fuoriuscita dalla crisi e la ripresa economica. Alla Borsa americana i titoli che tengono o crescono sono quelli legati alla produzione bellica.
Un capitalismo di Stato di guerra – ad onta di tutti gli illusionisti del liberismo – viene visto come possibile antidoto alla crisi di sovrapproduzione irrisolta, come è accaduto in passato per la grande crisi del ’29, che finisce effettivamente non col New Deal roosveltiano ma con l’entrata degli USA in guerra, con la tanto in questi ultimi mesi e giorni evocata e invocata Pearl Harbour.

La guerra di Bush jr.

Mettere mano alla leva statale, ampliare ulteriormente la quota del bilancio statale destinata alle spese della difesa, se fa il piacere delle lobby dell’industria bellica che hanno sponsorizzato a suon di milioni di dollari l’elezione del giovane Bush, non è però cosa che si faccia facilmente e in modo indolore; se non altro perché sottrae possibili risorse e finanziamenti statali ad altre lobby di altri settori.
Occorre dunque costruire il consenso intorno alle scelte presidenziali, occorre che siano sentite come priorità, priorità assoluta. Occorre che entri in funzione il meccanismo della costruzione del consenso. E così Pearl Harbour irrompe nuovamente sulla scena massmediatica. L’industria cinematografica americana, si sa, è molto sensibile ai suggerimenti del potere, quasi in modo profetico. Il buon soldato Ryan, il liberatore dell’Europa dai nazisti, preparava l’opinione pubblica alla campagna della NATO contro la Serbia: non c’era forse lì Hitlerosevic a organizzare il genocidio di kosovari albanesi, gli ebrei di fine millennio? Pearl Harbour viene esplicitamente evocata nei discorsi di Rumsfeld, il paladino dello scudo spaziale, nonché «supervisore della ‘seconda guerra fredda’ (1975-1989), l’uomo che ha cancellato la parola ‘distensione’ dal linguaggio ufficiale e che ha passato gli anni ’80 e ’90 a portare avanti il progetto di ‘guerre stellari’»21 . Nel suo rapporto, divulgato l’11 gennaio 2001, egli «sottolinea la ‘crescente vulnerabilità degli Stati uniti’ ad una ‘Pearl Harbor’ spaziale e propone di porvi rimedio ‘dando al presidente la possibilità di disporre di armi spaziali come deterrente di eventuali minacce e, se necessario, per difendere gli interessi americani da attacchi nemici’»22. E chi sono i nemici? La Commissione Rumsfeld – nel gennaio 2001! – afferma che la minaccia proviene da «gente come Osama bin Laden che potrebbe forse entrare in possesso di mezzi satellitari»23.
Ma i discorsi della profetica Commissione Rumsfeld (una profezia di cui si organizza l’inveramento?) evidentemente non bastavano. «Forse è solo una coincidenza, ma solo qualche giorno prima dell’attentato, l’8 settembre, la Commissione senatoriale per i servizi armati aveva tagliato i fondi riducendoli di 1,3 miliardi di dollari»24.
D’altronde, l’evocazione di Pearl Harbour ha qualcosa di sinistro e di inquietante: la storia patriottica ed edificante racconta del proditorio attacco giapponese che coglie completamente alla sprovvista la flotta americana, e della successiva grande prova di patriottismo che la nazione americana seppe dare sapendo reagire come un sol uomo. Alcune ricostruzioni storiche, invece, segnalano come il presidente americano Roosvelt e alcuni alti comandi fossero stati preventivamente informati della cosa e avessero lasciato correre per ottenere il consenso della popolazione alla guerra25.
Allo stato attuale delle notizie non conosciamo – e forse non conosceremo mai – come siano andate effettivamente le cose in questi terribili attentati dell’11 settembre a New York e Washington.
I punti oscuri e i punti interrogativi sono numerosi. È apparso strano che l’intero apparato di sicurezza internazionale ed interno abbia potuto essere così disattento e trascurato. E ciò nonostante segnalazioni preventive anche molto precise e dettagliate. Si veda ad esempio l’articolo pubblicato da Repubblica il 16.9.2001, «Jeff, il terrorista che svelò all’Fbi il piano kamikaze», di Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, in cui si racconta che addirittura da un anno l’FBI sapeva del piano; le notizie sulle segnalazioni fornite dai servizi russi; le notizie su segnalazioni della CIA all’FBI; o, ancora, il rapporto del responsabile dell’Intelligence americana per i programmi strategici Robert Warpole del febbraio 2000 al Senato americano, che segnala il pericolo degli 800.000 aeromobili che atterrano negli aeroporti americani coi loro 400 milioni di passeggeri e in gran parte incontrollabili26. Ma soprattutto si aggiungano i rapporti tra il principale accusato degli attentati, il già evocato dal profetico Rumsfeld Osama bin Laden, e i servizi americani, non solo negli anni ’80, al tempo della guerra dei talebani contro i sovietici e i comunisti afgani, ma anche dopo, come documentano diversi articoli e studi27. Non si possono quantomeno non lasciare aperte alcune questioni cruciali sugli effettivi mandanti, organizzatori e complici degli attentati. Soprattutto se si ha un minimo di memoria storica su terrorismo e omicidi di Stato, dell’infiltrazione e uso che ne hanno fatto servizi segreti, apparati «deviati» dello Stato, dall’omicidio Kennedy alla strage di piazza Fontana.
Tuttavia, indipendentemente dall’accertamento della verità – che non pare invero una grossa preoccupazione della polizia americana, che, tanto inefficiente e distratta prima quanto superveloce dopo, al punto di individuare mandanti, esecutori e complici nel giro di 48 ore – è la reazione dell’establishment americano che appare estremamente inquietante, nel momento in cui annuncia non solo una guerra dura, feroce, vendicativa, ma una guerra preventiva, permanente, globale, una guerra illimitata nel tempo e nello spazio, una guerra che non può concludersi se non con l’annientamento totale del terrorismo, quindi, potenzialmente, mai.
Le precedenti guerre costituenti del nuovo ordine mondiale – le guerre non dichiarate, le guerre che non si chiamavano guerre – avevano obiettivi limitati nel tempo e nello spazio, si rivolgevano contro un paese preciso, indicavano il criminale di turno da colpire (Saddam, Milosevic); ora invece gli USA, facendosi scudo delle torri abbattute e dell’orrore spettacolare che gli attentati hanno provocato, proclamano lo stato di guerra permanente fuori e dentro i confini americani.
E se il giro di vite repressivo contro i possibili «fiancheggiatori del nemico» – ovvero contro i movimenti di resistenza e opposizione che potrebbero montare in risposta a licenziamenti e immiserimento prodotti dalla crisi – può trovare concordi tutti i gruppi capitalistici dominanti, la prospettiva di una guerra permanente in cui di volta in volta – a seconda dei suoi «interessi nazionali», e cioè il mantenimento del primato USA – il governo americano decide obiettivi e modalità d’intervento, coinvolgendo i suoi alleati della NATO in funzione totalmente subalterna, deve preoccupare non poco i dirigenti europei, i quali, a partire da Prodi, se si profondono in pubbliche esecrazioni del vile attentato, evitano accuratamente di parlare di atto di guerra. E la disputa sulle parole assume tutto il suo peso politico.
Questa dichiarazione dello stato permanente di guerra rappresenta un salto di qualità, un punto di svolta nella costituzione dell’ordine mondiale americanocentrico. L’attentato di New York è servito a dare un colpo d’ala, un’accelerazione, ad una tendenza già iscritta nella strategia americana adottata nei primi anni ’90. Ed è questa accelerazione, favorita (provvidenzialmente?) dall’attentato, che appare l’aspetto più inquietante. Perché da un lato c’è lo spettro della recessione e della crisi; dall’altro la crescita di aree che possono insidiare il primato americano e rispetto alle quali la tentazione di una resa dei conti prima che crescano troppo, prima che sia troppo tardi, può essere forte. Queste aree sono l’Europa e l’Asia, o meglio, la Cina, che, cresciuta a un tasso medio reale annuale dell’8% dal 1978, e, ancora parzialmente trascurata all’inizio degli anni ’90, viene indicata quale «avversario strategico» durante la campagna elettorale di Bush jr.e poi quale «concorrente strategico», una volta divenuto presidente.
Lo scenario che nel giro di una settimana si è delineato è – per l’immediato – quello di una guerra contro l’Afghanistan, dove verosimilmente bin Laden è solo un pretesto. L’Afghanistan è, per certi versi, per la sua posizione geografica strategica, paragonabile ai Balcani. Non si tratta solo degli interessi non trascurabili su petrolio, gas e corridoi energetici delle multinazionali USA in Afghanistan28, nonché sull’uranio. L’Afghanistan, per la sua posizione, può avere notevole importanza geostrategica per l’accesso all’Asia centrale, un’area in cui gli USA non sono mai stati presenti e nella quale sembra ora si apprestino a penetrare, mettendo già in conto una guerra dura e sanguinosa.
Tutto ciò tocca interessi di tale importanza, rispetto ai quali quelli intorno al controllo dei Balcani appaiono piccola cosa e può aprire una fase di sconvolgimenti e guerre impensabili.
Ma è in gioco il primato americano, e si tratta di controllare – o almeno di impedire che altri controllino – le risorse e il cuore dell’Eurasia, il continente dominando il quale, secondo i classici della geopolitica, si controlla il mondo e si vince la partita sulla grande scacchiera.
Una partita a scacchi nella quale si possono anche sacrificare due torri.

Note

1 “Il peso delle parole”, Il manifesto, 18 settembre 2001.
2 Cfr. R. Lavalle, “Una giustizia tribale”, Liberazione, 4.4.2001; D. Gallo, “Diritto alla sbarra”, Il manifesto, 5.9.2001; Danilo Zolo, “Processo a Milosevic: un giudizio universale made in Usa” Il Manifesto, 8/9/2001, oltre a tutta la documentazione fornita dal “Tribunale Clark”.
3 Si veda ad esempio la dichiarazione di Alan Friedman, sostenuto da un ineffabile e guerrafondaio Buttiglione nello speciale del TG3 del 15 settembre.
4 Repubblica, 12 settembre 2001.
5 Repubblica, 13 settembre 2001.
6 Liberazione, 14.9.01, p. 5.
7 Repubblica, 15 settembre 2001.
8 La Stampa, 16.9.2001, p. 1.
9 cfr. New York Times, 29.12.2000.
10 “I tre pilastri dell’egemonia di Washington”, Le monde diplomatique, luglio 2001.
11 Discorso del 23 settembre 1999 a Charleston, South Carolina.
12 Senatore Jesse Helms, Entering the Pacific Century, Heritage Foundation, Washington D.C., 1996. La citazione è tratta dall’interessante articolo di Philip S. Golub, “La nuova strategia imperiale”, Le Monde diplomatique, luglio 2001, al quale si farà ampiamente riferimento anche più avanti.
13 Mortimer Zuckerman, A Second American Century, Foreign Affairs, maggio-giugno 1998.
14 C. Krauthammer, “The Second American Century”, Time Magazine, New York, 27.12.1999.
15 P. Golub, op. cit.
16 U. Allegretti, M. Dinucci, D. Gallo, La strategia dell’Impero, Edizioni Cultura della Pace, Firenze, 1992, pp. 102-103.
17 Ivi, pp. 104-105; P. Golub, op. cit.
18 [Jorge Beinstein, Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza. Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo, La Habana, 24-29 gennaio 2000, reperibile su http://www.ecn.org/bandierarossa/frame_layout/link.html]
19 P. Golub, op. cit.
20 Cfr. interviste allo speciale TG3 del 18.9.01.
21 Cfr. P. Golub, op. cit
22 Cfr. P. Golub, op. cit.
24 ivi.
25 Cfr. M. Dinucci, T. De Francesco, Il manifesto 15.9.2001]
26 Alle ore 8 di domenica 7 dicembre 1941 (l’attacco comincia alle 13) l’ufficio OP/20/G di Washington era già a conoscenza dell’attacco programmato per le ore 13. Il generale Marshall autorizzò l’invio di un messaggio di avvertimento solo alle 13 esatte, quando cominciavano a cadere le bombe. Cfr. John Kleeves, Un paese pericoloso, S.E.B., Milano, 1999, p. 308; James Bamford, The Puzzle Palace, Penguin Books, Harmondsworth, Middlesex, England, 1988, pp. 58-61.
27 Cfr. A, Camuso, “L’avvertimento inascoltato in nome delle lobby”, il manifesto 18.9.2001.
28 Igor Man, “Osama, lo sceicco della morte”, La Stampa, 16 settembre 2001: “È negli Ottanta che Osama viene ‘contattato’ dagli uomini della Cia impegnati contro gli invasori sovietici dell’Afghanistan. Dall’Agenzia egli ricava assistenza tecnica e sovvenzioni in dollari”. Cfr. il molto più articolato e dettagliato atricolo di Michel Chossudovsky, “Who is Ousmane Bin Laden?” http://globalresearch.ca/articles/CHO109C.html. Si veda anche Fulvio Grimaldi: “Bin Laden è il provato e documentato comandante pagatore addestratore, armatore e speditore di tutti i mercenari integralisti che lavorano con gli ascari criminali degli USA nelle varie zone di crisi accese dagli USA e dove penetrano le armate e gli interessi USA: Kosovo, Macedonia, Cecenia, Algeria. In queste operazioni Bin Laden è aiutato e finanziato dai sauditi. Sono numerosi i mercenari afghani – o altri, ma addestrati da Bin Laden – catturati, interrogati, confessi e imprigionati in Jugoslavia, Algeria […] Mercenari afghani addestrati da Bin Laden sono in carcere nella zona controllata da Massud e sono stati intervistati da giornalisti occidentali, nonchè nello XinYang, dove lavorano all’intossicazione separatista contro la Cina. Ovunque l’imperialismo USA è all’opera, troviamo al suo fianco, fanteria di tagliagole e impalatori, gli uomini di Bin Laden. Bin Laden fiancheggia con combattenti le azioni militari USA, UCK, di Basajev in Cecenia…” ([email protected])
Nel 1996 la Unocal, multinazionale del petrolio presente in Afghanistan era sospettata dal Centro per le ricerche sull’Eurasia di aver finanziato l’ascesa dei talebani, il cui regime, nel gennaio 1998, firmava un accordo per un colossale progetto, denominato Centgas, di oleodotto di 890 miglia su territorio afgano per un costo di 2 miliardi di $ e una capacità di 1 miliardo e 900 milioni di metri cubi di gas naturale. Il progetto era affidato alla Unocal che, dopo aver annunciato nel marzo una proroga per specificarne i dettagli, nel giugno ‘98 concludeva un patto di cartello con la Delta Oil per il controllo dell’85% del consorzio. Ma nel dicembre ’98 la Unocal si ritira dal consorzio, perché – secondo l’Eurasia Research Center – la compagnia si era presumibilmente inquietata del fatto che il progetto non procedeva sotto un governo internazionalmente riconosciuto installato in Afghanistan. L’Afghanistan è importantissimo nella concorrenza delle multinazionali per il controllo delle risorse energetiche. A parte i giacimenti di uranio ufficialmente non sfruttati, che si trovano nelle zone in cui si è installato Bin Laden, nord-est ed estremo sud del paese, si valuta in 95 milioni di barili di petrolio e 400 milioni di tonn. di greggio. Inoltre, il paese è in posizione strategica per i corridoi energetici, considerato in tutti i progetti delle grandi compagnie come la via non ancora paerta per il petrolio e il gas naturale da trasportare tra l’Asia centrale ex sovietica e il mare d’Arabia. La Unocal è strettamente legata all’establishment di Reagan e Bush. Tra i suoi direttori Donald Rice, ex segretario dell’Air Force USA ai tempi di Bush senior, a sua volta già tra i direttori della Rand corporation. E vi siede pure l’ex comandante in capo del comando del Pacifico della U.S. Navy. Anche Robert Oakley, ambasciatore USA in Pakistan nei reaganiani anni ’80 in cui organizzò la guerriglia dei mujaheddin in Afghanistan contro i sovietici, è stato impiegato più volte dalla Unocal in importanti consulenze. La Unocal ha contribuito con 125 mila $ al finanziamento ufficiale del partito repubblicano nel 1999, ne ha sepesi oltre 1 milione e 400.000 in attività di lobbyng presso la nuova amministrazione di Bush jr. Cfr. Anubi d’Avossa Lussurgiu, “La guerra invisibile”, Liberazione, 18.9.01, p. 5; e. il sito www.nyc.indymedia.org.