LAZIO: L’ERRORE DI CANDIDARE EMMA BONINO

Esprimiamo un giudizio inequivocabilmente negativo relativamente alla candidatura di Emma Bonino alla Presidenza della Regione Lazio. La linea dell’unità delle forze di sinistra e democratiche, delle forze antifasciste e del cambiamento, segna da sempre la cultura profonda dei comunisti. Tuttavia, tale linea unitaria, tale cultura comunista, non si è mai confusa, non è mai degenerata in un’indistinta estensione a forze e a soggettività di natura iperliberista, filoimperialista, antidemocratica ed antioperaia.
La storia personale e politica di Emma Bonino, candidata dalle forze del centro-sinistra e dalla stessa Federazione di Sinistra a governare una delle più importanti regioni d’Italia, è una storia che nulla ha a che vedere con la storia di quelle personalità moderate che molte volte, nell’esperienza politica e istituzionale, hanno capeggiato coalizioni sorte tra comunisti, forze di sinistra e democratiche.

Emma Bonino, attraverso la sua intera esperienza politica, ha coerentemente rappresentato – con un’ottica totalmente liberale e liberista – posizioni contrarie agli interessi del movimento operaio e chiaramente volte a difendere quelli del grande capitale italiano; ha difeso e interpretato conseguentemente gli interessi economici dell’imperialismo nordamericano in Italia e le sue politiche di guerra; si è sempre schierata con le politiche di occupazione della NATO nel nostro Paese, contro i popoli in lotta per la loro autodeterminazione e contro i nuovi Paesi in via di sviluppo che si sottraggono al dominio USA. Con la stessa inclinazione essenzialmente antioperaia e antipopolare si è sempre battuta contro la legge elettorale proporzionale, divenendo una delle paladine dell’uninominale maggioritario, contribuendo ad aprire la strada a questo secco bipolarismo politico che oggi contrassegna la fase, si offre come base materiale dell’alternanza senza cambiamento tra centro sinistra e centro destra, emarginando ed escludendo dalle istituzioni le forze comuniste e della sinistra anticapitalista.
L’accettazione ed il sostegno ad ogni guerra imperialista (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan); l’accettazione ed il sostegno alle politiche di dispiegamento delle basi USA e NATO in Italia; la netta contrarietà alla lotta di liberazione del popolo palestinese ed una conseguente genuflessione alle politiche di destra e alle guerre dei governi israeliani; un anticomunismo viscerale che l’ha sempre sospinta a demonizzare ogni esperienza ed ogni Paese socialista (ieri l’URSS, oggi il Venezuela, Cuba, la Cina); la volontà ferrea di cancellare – in sintonia con le richieste e gli interessi della Confindustria – l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori : tutto questo ed altro ancora ha segnato la vita politica di Emma Bonino. Che dunque ( lo diciamo a partire da ciò, da questa concretezza di posizioni politiche, sociali e culturali espresse nel tempo e non in virtù di nostre remore pregiudiziali ) non può in nessun modo candidarsi ad erede di quella storia di personalità moderate ma democratiche che in tante occasioni hanno portato valore aggiunto alle coalizioni comuniste, di sinistra e democratiche.
La candidatura di Emma Bonino non ha nulla a che vedere con questa esperienza e questa storia. E’ una candidata estranea, anzi antagonista, alla cultura della sinistra, a quella operaia e popolare.
La forze della destra sono egemoni; i partiti di governo sono la proiezione istituzionale degli interessi della borghesia italiana e del grande capitale; la classe dominante ha costituito un senso comune di massa a sua immagine e somiglianza; l’esigenza di unire le forze del cambiamento in ampie coalizioni – sia sul fronte della lotta sociale che su quello istituzionale – per rovesciare i rapporti di forza sociali e politici e battere il pericolo reazionario, è presente in ogni coscienza, comunista e democratica. Tuttavia, non possiamo sbagliare: se la politica delle alleanze degenerasse, come è degenerata nel caso della candidatura ad Emma Bonino, i partiti comunisti e di sinistra sarebbero destinati ad aumentare la loro distanza dal loro blocco sociale di riferimento e dal loro elettorato; sarebbero destinati a consumare ancor più i loro già consunti e deboli legami di massa, che solo attraverso le lotte sociali e politiche istituzionali – volte agli interessi dei lavoratori, dei giovani, dei precari, alla ricostruzione di un welfare popolare, al rilancio delle garanzie sociali – potranno essere ricostruiti. La stessa crisi della militanza comunista e di sinistra non può di certo trovare nuove spinte e motivazioni di fronte a scelte come quella di candidare la Bonino: è purtroppo più verosimile che “strappi” come questi spingano ancor più i nostri militanti – come sta accadendo nel Lazio – ad un ulteriore abbandono della battaglia politica e sociale; e lo stesso vale per l’ormai gravissima questione dell’astensionismo di massa a sinistra: con scelte come quella della Bonino non convinciamo certo quel nostro vasto popolo salito sull’Aventino a tornare all’importante e giusto esercizio civile e politico del voto.
Da questo punto di vista la lezione negativa della candidatura della Bonino nel Lazio – esperienza “di punta” tra quelle negative che si vanno un po’ troppo diffondendo “a sinistra” – non rappresenta solo “un disvalore” in sé: essa deve piuttosto suonare sia come un allarme che come un monito: unità delle forze comuniste, di sinistra e democratiche sì; degenerazione della politica delle alleanze – per ciò che riguarda i candidati ed i programmi, per il governo centrale e per gli Enti Locali – no! Pena un’ulteriore e drammatica involuzione e corrosione sociale dei comunisti e dell’ intera sinistra.