L’autonomia del salario per l’Europa dei lavoratori

*Presidente Comitato Regionale PRC Campania

STATO E CLASSI NELLA GLOBALIZZAZIONE IMPERIALISTICA

Nell’epoca del capitalismo, la razionalità materiale del governo dello Stato è la riproduzione del capitale in quanto rapporto sociale di produzione, non il puro favoreggiamento della riproduzione allargata del valore che resta, naturalmente, la base economica della società. Per assicurare questa, infatti, è necessaria, come funzione preminente di governo, la ristrutturazione politica delle condizioni sociali della produzione, dei rapporti di classe in sistema normativo dello sfruttamento, tanto ai fini della coercizione che a quelli della direzione intellettuale e morale della società. Viceversa, le basi sociali del consenso attivo o passivo dei governati dipendono in misura determinante dalla possibilità che il blocco sociale e di potere contenga bisogni diffusi e interessi sociali frazionati nell’armatura delle compatibilità imposta, non dal capitalismo in astratto, ma dalla specifica composizione di classe di una formazione economico- sociale organizzata in Stato. Tutto ciò è tanto più necessario quanto più si intensifica la mondializzazione del mercato e la proiezione internazionale dei sistemi di impresa sotto la spinta del grande capitale multinazionale e transnazionale. Cresce, infatti, in tale scenario l’esposizione dei sistemi statuali di egemonia per l’aggravarsi delle contraddizioni tra le classi e tra gli Stati ed il moltiplicarsi di nuove forme di conflitto ed inedite esperienze di lotta di massa.
Solo chi confonde l’ideologia liberistica e la realtà del capitalismo non vede che la legittimazione di diritto e di fatto dei Governi e dei sistemi istituzionali che si basano sulla società civile dipende da quest’ultima, dalla tutela attiva dei suoi interessi complessivi che in nessuna parte del mondo sono o possono essere interamente conformi o fungibili alla logica pura di mercato. Basti un solo macroscopico esempio: non vi è un solo Governo al mondo che si autodefinisca liberista, il quale pratichi la mobilità integrale dei fattori produttivi su scala globale, consentendo la mobilità transnazionale della forza-lavoro mondiale eccedente, cioè la libera circolazione dei migranti. È, infatti, evidente che ciò sconvolgerebbe i mercati del lavoro nazionali e distruggerebbe le basi sociali del consenso ai Governi ed agli Stati, con rapidi effetti di disintegrazione sistemica. Nella realtà non esiste un mercato mondiale della forza-lavoro così come non esiste una società civile mondiale.
La stessa circolazione delle merci è fortemente condizionata da vincoli protezionistici di stretta competenza statale che oppongono Stati ed aree geo-economiche in un conflitto a geometria variabile di dimensioni mondiali che il Wto, in quanto tale, registra molto più di quanto decide. Similmente, ancora, il movimento dei capitali è fortemente dipendente dalle decisioni statali o inter-statali di tipo fiscale, monetario e finanziario, basti solo pensare allo stretto legame tra tassi di interesse e bilancia dei pagamenti internazionali.
Questi limiti strutturali e storici della mondializzazione del mercato, cioè l’impossibilità politica di una de-statualizzazione del rapporto di capitale, sono alla base della permanente validità della categoria di imperialismo. Lo stesso deve dirsi per quanto riguarda il poderoso incedere dei processi di concentrazione e centralizzazione del capitale, in legame alle politiche statuali e in funzione della concorrenza monopolistica globale, e per quanto riguarda la pianificazione strategica di guerre e colonizzazioni da parte degli Stati capitalistici più aggressivi.

CONTRO L’IDEOLOGIA EUROPEISTICA

La prossima conclusione dell’iter costituente europeo illumina l’intero percorso che porta da Maastricht, e suoi antecedenti, al varo di una Costituzione europea. Questa segna la sconfitta di tutte le velleità politico-istituzionali volte a fare dell’Europa uno Stato federale. Rispetto al governo dell’economia l’imminente profilo “costituzionale” dell’Europa sancisce, infatti, l’Unione europea non come un nuovo Stato, ma come un’area economica sorretta da meccanismi istituzionali di coordinamento degli Stati nazionali in merito alle politiche monetarie, fiscali, di Bilancio e della concorrenza. Tali meccanismi, peraltro, resteranno largamente imputati a delegazioni dirette o indirette dei Governi nazionali. Questi manterranno l’ultima parola sulle principali decisioni di politica economica e la possibilità di promuovere “cooperazioni rafforzate” con altri singoli Stati europei, in funzione degli interessi nazionali.
Fallisce, inoltre, in misura determinante, ogni proposito di rendere gli Organi europei di governo economico e gli Esecutivi europei in genere politicamente responsabili di fronte al Parlamento europeo ed ai cittadini europei elettori. Ciò a partire dalle modalità stesse di formazione degli Organi di governo politico dell’Unione e dalla dinamica istituzionale dei loro poteri e dei loro rapporti. Con ciò, nello stesso tempo, si ammette fattualmente l’inesistenza di una società civile europea e, quindi, di un Parlamento europeo propriamente rappresentativo. In tale contesto, lo stesso, cosiddetto, Esercito europeo non potrebbe essere, nella sostanza, che un coordinamento delle forze armate degli Stati nazionali più forti.
Lo stesso Presidente della Commissione europea, di cui qualcuno enfatizza l’“elezione” nel Parlamento europeo sarebbe scelto, in realtà, non dal Parlamento europeo ma dal Consiglio europeo, cioè dal consesso dei Capi di Stato e di Governo che, nel Progetto costituzionale, riafferma quel potere fondamentale e sostanziale di indirizzo politico esterno e superiore al sistema istituzionale dell’Unione che aveva già prima e che mantiene anche come organo costituzionalizzato, con tipica caratterizzazione di potere sovrano, interno ed esterno all’ordinamento, secondo la logica dello Stato d’eccezione. Nei confronti del Presidente della Commissione europea, designato dal Consiglio europeo, il Parlamento europeo è chiamato ad esprimere la sua approvazione o meno per una scelta che certo dovrà tenere conto degli equilibri parlamentari ma che è formalmente e sostanzialmente autonoma in ragione della natura “sovrana” del potere del Consiglio europeo, cioè della concertazione inter-governativa.
Fallimento costituzionale dell’Europa ed inesistenza della società civile europea, e in genere sovranazionale, sono due facce della stessa realtà. L’esperienza politica dell’ Europa odierna fornisce la prova palmare della fallacia delle tesi economicistiche secondo le quali la globalizzazione avrebbe svuotato le funzioni riproduttive degli Stati, aggirate dai grandi potentati capitalistici transnazionali, e generato la società civile sovranazionale, fantasioso teatro degli ancor più fantasiosi “processi costituenti della moltitudine”. Gli Stati non solo accrescono, nella crisi della globalizzazione, il loro peso, ma i loro conflitti e le loro alleanze condizionano profondamente le forme e le istituzioni sovranazionali della mondializzazione capitalistica. Lo dimostra anche il ruolo decisivo assunto dall’asse franco-tedesco sugli indirizzi della Convenzione costituzionale europea.
Oggi, solo l’accecamento ideologico può impedire di vedere dietro la procedura di voto all’unanimità il diritto di veto di singoli Stati o gruppi di Stati in nome dell’interesse nazionale; dietro la “cooperazione rafforzata”, le strategie e le alleanze dei sistemi di impresa a conduzione monopolistica che afferiscono alle grandi potenze statuali; dietro la prevalente irresponsabilità politica degli Organi di governo europei di fronte al Parlamento europeo, l’esercizio indiretto di quello Stato d’eccezione che è, in tutta la storia contemporanea, la forma effettuale del dominio e dell’egemonia del capitale.
Allo stesso modo, solo l’accecamento ideologico può non vedere in un’eventuale Europa armata la sanzione militare della supremazia politica ed economica degli imperialismi tedesco e francese.
Del resto, se Berlusconi ha potuto fermare l’ultima manovra dell’Udc, rinunciando al commissario europeo alla concorrenza Monti in cambio dell’ingombrante nomina di Buttiglione ai Diritti Civili, è stato per due ragioni: la prima è la sparizione o il declino della grande industria italiana concorrenziale a quelle tedesca, francese, olandese, etc.; la seconda è che Monti, anche per la sostanziale assenza dell’Italia nella grande competizione inter-europea, si è mosso come un interprete ideologico delle istanze di liberalizzazione, entrando in conflitto con gli interessi delle multinazionali e dei Governi francesi e tedeschi, posizione alla lunga insostenibile. Il limite ideologico dell’azione di Monti, tuttavia, coincide con l’unilateralità di una funzione tecnico-politica, non a caso politicamente non responsabile: quella garanzia istituzionale della concorrenza che i Governi nazionali, mandanti degli Esecutivi europei, devono coniugare con le esigenze monopolistiche dei loro sistemi di impresa e le aspettative delle loro società civili, poiché sono politicamente responsabili di fronte ai Parlamenti nazionali e agli elettori.

PE R IL RILANCIO DELLA DOMANDA INTERNA EUROPEA

Le politiche deflazionistiche di compressione del salario e distruzione del welfare hanno sì consentito ad un euro sopravvalutato, con il placet degli Usa e della loro industria di esportazione, di accreditarsi come moneta di riserva internazionale, ma hanno anche mortificato le potenzialità espansive della domanda interna europea. L’economia europea, deprivata, al contrario di quella americana, di ogni politica dei tassi di interesse funzionale alla crescita, è da tempo sostanzialmente dipendente dalla domanda esterna alla Ue, in particolare di beni capitali, e quindi temibilmente esposta alle oscillazioni della domanda internazionale, soprattutto da quella proveniente dagli Usa e dalla Cina.
Da lustri, invece del rilancio della domanda interna, come sarebbe necessario e possibile, le autorità economiche dell’Europa hanno messo al centro della loro azione il controllo dell’inflazione, in omaggio al dogma monetaristico secondo il quale l’insufficienza dell’offerta non dipende dall’eccesso di capacità produttiva ma dall’eccesso di circolazione monetaria derivante non solo dalla spesa pubblica anticiclica, ma dal welfare in quanto tale. Eppure, l’ostacolo principale alla ripresa economica internazionale sembra venire principalmente dalla sovra-capitalizzazione determinatasi nell’industria d’avanguardia statunitense (la New Economy), alla quale hanno fatto seguito la caduta dei corsi azionari negli Usa ed una crescita inusuale del risparmio interno che danneggia sia gli investimenti che i consumi. Né sembra che la possibilità di abbassare il tasso di interesse, indotta dal calo dei rendimenti azionari, possa modificare il corso degli investimenti nei tempi e nella misura desiderati. Senza considerare le opposte spinte congiunturali a lievi rialzi dei tassi, determinate dall’aumento del prezzo del petrolio e dai suoi effetti inflattivi. Assai gravi possono essere gli effetti di questo stallo americano sulle esportazioni dei Paesi dell’America latina e delle cosiddette Tigri asiatiche, nonché sulle esportazioni europee, in primo luogo quelle della Germania. D’altra parte, la Cina e l’India hanno un grado di integrazione nei mercati finanziari che le mette sì al riparo da crisi devastanti, come quelle asiatiche degli anni ‘90 o quella argentina più recente, ma, proprio per questo, non sembrano in grado di reperire capitali di investimento sufficienti a farne il nuovo volano dell’economia mondiale. Senza considerare il fatto che una crescita indefinita del Pil di questi Paesi, in particolare della Cina, non potrebbe non entrare in contraddizione con i limiti ambientali e la struttura sociale interna.
Il rilancio della domanda interna all’area europea non è solo, dunque, una esigenza vitale dei lavoratori e dei proletari d’Europa, oppressi da una prolungata stagione di deflazionismo monetaristico, ma la più importante risorsa per evitare avvitamenti paurosi del ciclo mondiale, dalle incalcolabili conseguenze per l’intera umanità.
Stanno qui le radici materiali della battaglia di classe, democratica ed egemonica, in tutta l’Europa, per l’affermazione della programmazione economica come governo politico dell’accumulazione, con rinnovati strumenti di iniziativa economica statale ed interstatale per modificare i rapporti di classe e di potere e la divisione internazionale del lavoro.

SUPERARE IL PATTO DI STABILITÀ

Una tale prospettiva non può non scontrarsi con la logica classista del Patto di stabilità europeo. Da venticinque anni il controllo dell’inflazione segna il governo dell’economia in Europa, prima e dopo l’adozione dell’euro.
In questo stesso periodo il tasso di interesse è stato concepito, prima dalla Deutsche Bank e poi dalla Banca Europea, come il guardiano sempre più occhiuto della stabilità dei prezzi. Che cosa era ed è in questione in una tale scelta delle classi dominanti europee?
Immediatamente la cosa riguarda il disavanzo dei conti con l’estero delle economie europee.
L’avvento dei cambi flessibili e la crescente interdipendenza delle economie hanno aggravato il vincolo esterno costituito dal saldo negativo tra esportazioni ed importazioni di merci e capitali, con i conseguenti effetti inflattivi.
La determinante principale e generale dell’inflazione è diventata, così, per i Paesi europei il disavanzo dei conti con l’estero.
Il problema si presenta in modo molto diverso negli Stati Uniti. Essi hanno un mercato interno così vasto, completo e differenziato che l’enorme massa di merci e capitali che essi importano alimenta un’offerta imponente, benché condizionata, anche pesantemente, dai cicli del profitto. Tale offerta è in grado di contenere le conseguenze inflattive del disavanzo molto più di quanto possa accadere nei Paesi europei. Non a caso, del resto, tanto il debito estero quanto il deficit pubblico degli Usa, impressionanti in cifra assoluta, sono relativamente bassi rispetto al Pil, contrariamente a quel che accade per i disavanzi delle economie capitalistiche europee.
Ciò spiega perché gli Usa negli ultimi venticinque anni non hanno mai rinunciato, quando lo hanno ritenuto necessario, ad usare il tasso di interesse e le politiche di Bilancio in funzione della crescita interna, così come spiega perché i governi europei, con l’eccezione del primo governo Mitterand, vi abbiano rinunciato.
In Europa l’espansione della domanda interna si presenta tuttora come un minaccioso moltiplicatore di importazioni e disavanzo che deve essere frenato dal tasso di interesse per evitare che la conseguente svalutazione monetaria colpisca i profitti e le rendite e diminuisca il potere d’acquisto di salari non indicizzati ai prezzi, aumentando la pressione salariale sui costi.
Lo scotto da pagare per quest’uso deflazionistico del tasso di interesse e del Bilancio non consiste tanto nella rinuncia alla svalutazione competitiva delle merci di esportazione ma nel fatto che essa non possa essere compensata adeguatamente da un rilancio complessivo dell’innovazione e della produttività, proprio a causa delle politiche deflattive.
Ciò che ha prevalso, insomma, nelle scelte delle classi dominanti europee è la difesa classista dei profitti e delle rendite in contraddizione con bisogni generali di sviluppo e redistribuzione.
Infatti, la tendenza principale di tali politiche è diventata sempre più chiara: la compressione del salario e la svalorizzazione della forza-lavoro, drammaticamente rappresentata dal modello Siemens.
La contro-riforma del mercato del lavoro è, in questo senso, l’aspetto principale delle cosiddette politiche strutturali presentate dalla Ue come l’altra faccia del Patto di stabilità. L’attacco sistematico e pervasivo al potere contrattuale operaio mantiene, naturalmente, l’obiettivo di sempre: impedire che i lavoratori attraverso la contrattazione difendano ed espandano il loro potere d’acquisto a danno di profitti e rendite. Tuttavia, nella lunga depressione deflattiva dell’Europa lo scontro ha riguardato sempre meno la distribuzione dello sviluppo e sempre più la difesa reazionaria di redditi borghesi statici a danno dell’occupazione e del welfare.
In questa situazione, se i salariati potessero nuovamente difendere ed aumentare con l’indicizzazione e la contrattazione il loro potere d’acquisto, sarebbe ben difficile per padroni, burocrazie sindacali concertative e partiti pseudo-riformisti convincere lavoratori e disoccupati che l’inflazione è sempre nemica del salario e dello sviluppo.
Infatti, è ragionevole ritenere che:
1. l’inflazione è nemica del salario solo se, e finché, i lavoratori, sconfitti politicamente, non sono in grado di rafforzare contrattualmente il loro potere d’acquisto, capacità che, a sua volta, è la base sociale della loro riscossa politica; 2. l’inflazione è nemica dello sviluppo se al potere contrattuale dei lavoratori non si associa una espansione generale della produttività basata sull’innovazione e una capacità elevata di utilizzare gli impianti. Condizione questa che è nel pieno interesse della classe operaia, ma che il mercato non può soddisfare nella misura richiesta dall’autonomia contrattuale e politica del lavoro produttivo, senza un deciso rilancio dell’intervento pubblico che rompa con il quadro istituzionale e sociale delle politiche deflazionistiche. Non bisogna però coltivare illusioni illuministiche: la revoca del Patto di stabilità non può essere la causa ma solo l’effetto di una grande offensiva salariale operaia continentale e, più in generale, di una forte iniziativa politica del proletariato europeo sulle condizioni della propria riproduzione. Entrambe varrebbero come contestazione di massa alle violente restrizioni ai diritti sociali sancite dalla pseudo-Costituzione europea ed aprirebbero la via di una autentica unificazione politica del nostro continente.