L’ambiguità della “non violenza”

*Docente di Filosofia – Catania

Il dibattito che si è aperto sulla nonviolenza sta assumendo un rilievo senza precedenti perché chiama in causa sia l’azione politica attuale del Prc, sia l’esperienza storica del movimento operaio negli ultimi due secoli. Non c’è chi non vede, infatti, che “Bertinotti ha rotto uno schema” e che occorre, proprio per questo, una discussione approfondita, ma al tempo stesso franca e serena. Innanzi tutto, sgombriamo subito il campo da possibili ambiguità e chiariamo che non dirsi non-violenti non vuol dire che si è per la violenza, intesa come esercizio della forza fine a se stessa, come puro piacere provocato dal dominio e dalla sottomissione degli altri. No, non ci siamo. Il movimento operaio, i partiti comunisti, le forze democratiche in genere hanno da sempre rifiutato l’uso della violenza gratuita, la spirale nichilista del terrorismo, l’impotenza della lotta armata del piccolo gruppo clandestino e visionario che scambia l’apparenza per la realtà. Vi sono, a questo proposito, infiniti esempi che possono supportare l’impostazione che i comunisti si sono dati sin dalla loro nascita. Se qualcuno, al contrario, pensava di giocare sulle ambiguità e in tal modo liquidare la cultura e la storia dei comunisti, probabilmente ha fatto male i conti. Piuttosto, ci pare utile richiamare alcune questioni concernenti la non-violenza, che ha caratterizzato in Occidente il cristianesimo e da qualche decennio la pattuglia dei radicali capitanati da Marco Pannella. Ora, non vi ha dubbio che la predicazione di Cristo ebbe un effetto significativo a proposito della nonviolenza, nella misura in cui diffondendosi il cristianesimo e rifiutando i suoi seguaci di prendere le armi fu messo in crisi il potente esercito imperiale, che dovendo ricorrere all’arruolamento dei Germani tra le proprie file non fu più in grado di difendere il limes. Ma con la sua trasformazione in religione di stato, il cristianesimo assume via via le caratteristiche di un apparato burocratico- dottrinale strettamente intrecciato col potere, e in molti casi potere esso stesso, che nel corso dei secoli ha dominato e oppresso le grandi masse. Né l’esistenza di settori e di frange critiche verso gli arbitri e le nefandezze della Chiesa può inficiare il giudizio negativo, storicamente e razionalmente fondato, che può esprimersi verso il potere ecclesiastico e la sua logica violenta e intollerante. Ma nella posizione della Chiesa vi sono gli elementi di “forza” che le hanno consentito di vivere così a lungo: l’aldilà, la vita eterna, la trascendenza. Per la Chiesa la vera realtà non è quella terrena, materiale; per chi crede c’è un’altra vita, quella eterna. La concezione metafisica rinvia, dunque, ad un’altra realtà e vede in modo subalterno il mondo terreno, l’unico esistente per i materialisti. E tutta la storia della Chiesa esprime questo rapporto tra mezzi e fini, che diventa contrasto tra etica e storia, risolto in chiave religiosa. Il che significa che la non-violenza rimane la concrezione necessaria della cristiana rassegnazione e dell’accettazione dell’esistente, data la visione dualistica della metafisica cristiana. Esattamente il contrario di ciò che pensano i materialisti dialettici, che affermano la razionalità del reale e la necessità della sua trasformazione rivoluzionaria, poiché non ci si può “rifugiare” in un’altra realtà, ché non esiste!, e occorre fare conti con essa così com’è e non come vorremmo che fosse. In questo senso sarebbe utile riprendere il pensiero di Machiavelli, che aveva già posto a tema il nodo etica-storia, sottolineando la “intrascendibilità” del piano storico, “la realtà effettuale della cosa”. Del resto, alla predicazione della non-violenza la Chiesa non ha mai fatto seguire comportamenti conseguenti e coerenti; anzi, è successo esattamente il contrario. E se è vero che occorre giudicare un’ideologia non solo da ciò che predica, ma anche da ciò che ha realizzato, beh, allora, affermare che non ci può essere radicalità senza non-violenza vuol dire leggere la storia con i paraocchi dell’ideologia, intesa come falsa rappresentazione della realtà. Ma se il cristianesimo rappresenta la tragedia, Pannella è la farsa. La sua professione di non-violenza lascia il tempo che trova se pensiamo alla storia politica dei radicali italiani, ai legami con Craxi e con il centro-destra, ma soprattutto se ricordiamo l’esultanza e la gioia di Pannella in occasione delle bombe sganciate sulla Jugoslavia definite (sic!) “bombe di pace”. La non-violenza pannelliana diventa aggressiva (pardon…) quando pretende di imporre al mondo intero il suo filoamericanismo e la sua totale accettazione della politica di Sharon, cioè la faccia feroce e reazionaria dello stato di Israele. Comunque, niente paura perché anche in politica interna, il Marco nazionale ci ha abituati ad una strategia d’attacco nei confronti dei lavoratori e del mondo sindacale degna della peggiore destra, quella antioperaia e filopadronale. Tutto questo solo per esibizionismo pannelliano? Crediamo di no. Al contrario, siamo convinti che la non-violenza rappresenti una proposta organica di disarmo culturale delle masse, un loro consegnarsi all’onnipotenza dell’avversario, una palese dimostrazione dell’impossibilità di rovesciare il quadro esistente fondato sulla forza della classe dominante. Non per caso, la predicazione radicale contrappone il tema dei diritti a quello economico-sociale, peculiare del movimento operaio sia nella versione socialdemocratica, sia in quella comunista. Non è cosa da poco. Infatti, i diritti scissi dal sociale assumono il valore di una modernizzazione nell’ambito del sistema capitalistico, senza che esso venga messo in discussione nelle sue linee essenziali. È una organica posizione liberista che si esplicita ulteriormente nell’attacco forsennato allo Stato, inteso come organo che assicura in qualche modo forme di universalità. La disintegrazione dello Stato, la polemica contro il cosiddetto statalismo, la rivendicazione dello “stato leggero” sono tanti aspetti dello stesso problema: l’offensiva contro i diritti dei lavoratori legati a precise rivendicazioni sociali, l’incapacità di concepire processi di emancipazione aventi come protagoniste grandi masse, la gran parte del popolo. Per quale motivo, dunque, dovremmo gioire quando prestigiosi esponenti della sinistra, più o meno folgorati, sembrano abbracciare teorie e pratiche politiche che hanno portato alla rassegnazione e alla sconfitta delle masse in epoche passate e recenti? Con un colpo di spugna si cancella il tema della transizione, che prevede il processo di rottura e il passaggio dialettico dal modo di produzione capitalistico a quello socialista. Né risulta convincente arruolare in questo schieramento lo stesso Marx, ovviamente da contrapporre a Lenin; anzi, le notizie dell’ultim’ora ci dicono che anche Marx sta per cadere in disgrazia. O forse si pensa di costruire una teoria rivoluzionaria generale non-violenta, proponibile ai movimenti e ai partiti in lotta contro il capitalismo in tutto il mondo, dicendo semplicisticamente che occorre rompere la dimensione simmetrica dell’antagonismo? Proprio il recente forum sociale di Bombay, al di là dell’enfasi che qualcuno ha usato per raccontarlo, dà il senso di una significativa novità rispetto al passato, quando tra gli esponenti di movimenti altermondialisti e i rappresentanti di partiti c’era scarsa comunicazione, nella misura in cui si è avviato un confronto nel quale molte formazioni comuniste rappresentano una componente indispensabile, proprio quei partiti che agiscono per il rovesciamento del capitalismo nella prospettiva della presa del potere, o del suo mantenimento in alcuni casi. Ciò vuol dire che la riflessione sui rapporti di forza, sullo stato, sulla lotta tra le classi e quant’altro rimane tema ineludibile, che necessita di risposte alte e argomentate. È inaccettabile, invece, che questo dibattito si svolga in modo strumentale e utilizzando tesi prive di fondamento. C’è chi pensa che oggi sia improponibile l’uso della forza rivoluzionaria data la potenza militare degli stati dominanti il processo della globalizzazione: “si può solo contrapporre la forza delle coscienze, dei movimenti, delle convinzioni”. E si aggiunge: non si tratta di un giudizio retrospettivo e tanto meno retroattivo; non si tratta neanche di giudicare le forme di lotta che concretamente si dispiegano oggi nelle diverse realtà del mondo, soppesandole sulla base di criteri precostituiti. La pretestuosità di questo argomento è sotto gli occhi di tutti: il problema della disparità, per dir così, delle forze in campo non è certo nato oggi. Se i rivoluzionari di ogni tempo avessero dovuto soppesare le reali forze in campo, forse nessuna rivoluzione sarebbe mai avvenuta; ciò non vuol dire che occorre agire in modo avventurista e irresponsabile, mandando le masse allo sbaraglio, come fanno i gruppi piccoli e settari. Lo ripetiamo: questa cultura non ci appartiene; queste forme di anarchismo sono state da tempo superate, né intendiamo pentirci di una scelta coerentemente marxista. Nel comunismo noi abbiamo sempre visto una prospettiva di lungo periodo, l’utopia che diventa reale, il luogo che c’è, perché l’analisi marxiana è fondata sulla scienza; vi è in esso il massimo di radicalità (basti pensare all’idea dell’estinzione dello stato, alla libertà e all’uguaglianza) coniugata con il passaggio storico del socialismo, cioè della rottura dei rapporti di produzione capitalistici che soffocano e distruggono le forze produttive, che presuppone a sua volta una strategia nella quale non si può escludere il ricorso alla forza. Come diceva Mao “la rivoluzione non è un pranzo di gala”.