L’Africa rifiuta la guerra preventiva degli Usa

Ricordate l’arrogante sicurezza di Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU nelle drammatiche ore precedenti l’attacco all’Iraq? La Casa Bianca era più che sicura di potere ottenere la maggioranza dei voti necessari a far passare la sua dichiarazione di guerra e nessuno a Washington dubitava della ubbidienza dei tre Paesi africani membri del Consiglio di sicurezza: Angola, Camerum e Guinea. Essi avevano stipulato, come molti altri Stati africani, relazioni economiche “speciali” con gli Stati Uniti, regolate da una legge altrettanto “speciale”, la Africa Growth Opportunity Act, contenente un passaggio capestro che impone agli Stati firmatari di “sostenere la politica estera degli Stati Uniti e di adottare le leggi antiterrorismo che il governo americano potrà loro proporre”. Una relazione molto simile a quella esistente tra la corda e l’impiccato. Ma questo modo di considerare l’Africa, come erano usi fare i cotonieri dell’Alabama prima della guerra di secessione, questa volta non ha funzionato.
Benchè oscurata dai mass-media, l’Africa ha svolto nella crisi irachena un ruolo importante schierandosi, pressochè all’unanimità, contro la guerra di Bush e Blair: la dichiarazione approvata dai 53 stati presenti al vertice africano dello scorso febbraio lo aveva in qualche modo anticipato nella sua dichiarazione finale: “Coscienti di rappresentare la volontà di 800 milioni di africani, l’Unione Africana condanna qualsiasi ricorso alla forza deciso fuori dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e invita la comunità internazionale a sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per evitare la guerra contro l’Iraq”. Poi, il dilagare dell’ondata di proteste popolari si è via via allargato. Dal Sudafrica alla Nigeria, dal Senegal all’Algeria, la posizione dei governi africani è sensibilmente cambiata rispetto a quella assunta sull’Afganistan: allora la maggioranza condivideva le motivazioni della guerra contro i talebani, mentre sulla questione dell’Iraq anche i governi più esitanti sono stati incalzati in progress da una ondata di posizioni contrarie espresse dai giornali, radio private, mozioni via Internet e, soprattutto, dalle grandi manifestazioni popolari sintonizzate con la possente crescita del movimento pacifista a dimensioni planetarie. Alcuni capi di Stato come il nigeriano Olesegun Obasanjo e il sudafricano Thabo Mbeki (e tutti sappiamo quale sia il peso strategico nel continente della Nigeria e del Sudafrica) hanno dichiarato che non intendono diventare ostaggi della politica di Bush, e lo hanno accusato apertamente di un uso strumentale per i propri interessi dell’emozione suscitata dagli attentati dell’11 settembre.
Ma ancora una volta si è levata la voce autorevole e prestigiosa di Nelson Mandela, che ha saputo cogliere il pensiero comune condiviso dalla maggioranza delle popolazioni africane. Considerato la vera “coscienza morale” dei disperati della terra, il suo discorso, diffuso con ogni mezzo in tutta l’Africa, è stata una vera e propria requisitoria antimperialista: “Ciò che Bush sta facendo contro l’Iraq è una vera e propria tragedia. Tutto quello che vuole è il petrolio iracheno. Noi dobbiamo farlo sapere a tutti e ovunque possibile.(…) Perché gli Stati Uniti non cercano di confiscare le armi di distruzione di massa del loro alleato Israele? (…) Bush sta minando le Nazioni Unite. Egli agisce fuori dal quadro dell’Onu spazzando via ciò che le Nazioni Unite hanno rappresentato nelle idee dei loro padri fondatori. (…) Tony Blair non è il Primo Ministro inglese ma un dipendente del Dipartimento di Stato Usa”. Mandela ha invitato Francia, Russia e Cina a tenere duro alle Nazioni Unite e a condannare la politica dell’amministrazione Bush. Ha invitato il popolo americano a far comprendere attraverso il voto e le manifestazioni pacifiste quanto pericolosa per il mondo sia la politica di Bush. Ricordando le atrocità commesse dagli Stati Uniti qua e là per il mondo, beffandosi dei diritti umani di molti popoli, Mandela ha condannato duramente “la superpotenza diretta da un presidente poco responsabile che sta portando il mondo verso un nuovo olocausto”, ed ha invitato tutti gli africani ad unirsi “ai popoli del mondo che si oppongono alla guerra e particolarmente al popolo degli Stati Uniti d’America che si oppone al suo Presidente”.