“La tigre e la neve”. Benigni e la falsa poesia

Giovedì 27 ottobre verso le dieci e mezza di sera nello studio televisivo che trasmette Rockpolitik irrompe Roberto Benigni. All’interno di una trasmissione che pure tenta un po’ velleitariamente –e quindi non sempre riuscendoci – di scardinare il linguaggio dei programmi consueti, l’esibizione di Benigni ha l’effetto dirompente di introdurre nello spettacolo un elemento di grande interesse. Benigni, infatti, ha nelle sue corde lo scatenamento del carnevalesco popolare che gli riesce particolarmente bene quando libera la sua verve grottesca e beffarda contro il potere attuando quel rovesciamento del mondo che ha origini antichissime e che, per ciò che riguarda l’Italia, si attua per esempio nel carnevale medievale. Oltre tutto Benigni in queste occasioni si rivela particolarmente bravo e attraverso questa sua bravura raggiunge livelli molto alti di satira.
Il momento in cui si spoglia, spoglia a sua volta la ragazza, si veste da donna e canta e balla con Celentano Siamo la coppia più bella del mondo realizza appunto, in modo particolarmente evidente, il rovesciamento del mondo – e qui, dei ruoli all’interno dello spettacolo – attraverso il suo travestimento che gli serve per buttare in parodia quella canzone. Va detto, fra l’altro, che Celentano in questo frangente regge benissimo il gioco mutandosi in una spalla di grande efficacia.
E’ questo il Benigni più interessante e anche il più bravo. Ma non contento di questa sua corda comica, esclusivamente comico-grottesca, l’attore ne fa spesso, troppo spesso, vibrare un’altra: quella del lirismo poetico dove non c’è né mondo alla rovescia né satira graffiante ma qualche cos’altro.
Ci sono infatti almeno due modi nella modernità di intendere il termine “poesia”. Il primo è quello, di ascendenza pascoliana per cui “poetica” sarebbe l’espansione della propria personalità ingenua e sentimentale (la poetica del fanciullino, appunto) che, robustamente tenuta sotto controllo dal grande cesellatore capostipite, diventerà poi banale e corrivo sentimentalismo in tanti suoi imitatori e conseguentemente nel linguaggio comune. L’altro modo di intendere invece l’approccio poetico al mondo è quello che, al contrario e in opposizione, si può far risalire a Leopardi e che prevede una visione del mondo disincantata e crudele, realizzata attraverso un afflato ricco di un profondo e tormentato sentimento.
Quando si prende in considerazione il Benigni regista e attore dei propri film, ecco che si deve ascrivere il suo stile alla prima maniera, quella del “poetico” come espansione di una personalità ingenua e sentimentale. La cosa, già molto evidente in una pellicola come La vita è bella, risulta altrettanto se non più chiara nel suo ultimo film, La tigre e la neve.
Se ne ha innanzitutto una traccia sul piano tematico, dei contenuti. Il protagonista è un “poeta”. Ma del poeta ripete il clichè tipico di un romanticismo d’accatto, assorbito e fatto proprio dalla mentalità piccolo- borghese dell’individuo arruffato, svampito, sbadato, sempre fuori dalla concretezza e perciò anche estraneo in fondo al contesto storico-politico in cui vive. In questa declinazione falsa e ideologica di “poeta”, l’artista sarebbe colui che sa dare poeticità alle cose, in grado di trovare la purezza là dove non c’è purezza e di rintracciare un sentimento positivo nella totale mancanza di sentimenti. La poesia diventa così non più lo strumento, intriso di una bellezza “amara” (Rimbaud), attraverso il quale il poeta esprime il proprio strazio per il mondo reificato (e che reifica anche la sua arte); ma diventa una sorta di oasi felice, al riparo dalla brutalità e dalle ingiustizie del mondo, che si può e si deve raggiungere “dimenticando” il mondo e facendo prevalere un sentimento ingenuo nei confronti delle cose. Un concetto di arte che smarrisce irrimediabilmente la propria funzione di coscienza critica della società e che finisce perciò per contribuire oggettivamente, e anche al di là delle intenzioni stesse dell’autore, a convincere lo spettatore che il mondo va accettato così com’è.
Ma non è solo nei contenuti che il film fa proprio l’approccio poetico di cui si è detto; è anche, ovviamente, una questione di forma e di stile: il modo stesso in cui recita Benigni chiarisce questa direzione di fondo. L’attore qui infatti abbandona quel suo stile grottesco e beffardo che caratterizza la sua figura di attore monologante e parodista, televisivo e non, e tocca invece le corde di una comicità “lieve”, “leggera”, accordata su un registro fantastico e stralunato piuttosto che graffiante e incisivo.
Alla luce di quanto detto non risulterà dunque così strano il modo del tutto superficiale in cui La tigre e la neve affronta il conflitto iracheno, privando quella guerra delle sue orrende ragioni, delle sue atrocità, della colpevolezza dell’esercito occupante, eccetera. Quel modo è infatti tutt’uno con la poetica del film: ne è in qualche modo un portato profondo.
Non c’è qui infatti un poeta che prende atto e raccoglie su di sé la selvaggia brutalità di una guerra che rappresenta in una forma particolarmente cruda e tragica il precipitato della brutalità del mondo. C’è qui invece il poeta-fanciullo che, nonostante quella guerra (e nonostante dunque tutto ciò che quella guerra significa), persegue un ideale di risoluzione dei propri problemi personali al di là e al di sopra del mondo. E questo suo percorso non può che avere un risultato, per lui, positivo: in un mondo che va verso la distruzione egli ottiene il risultato di salvare la donna amata e se stesso e di riappropriarsi di uno sguardo sereno e pacificato nei confronti di un mondo che, per contro, sereno e pacificato non è per nulla. Il lieto fine suggella dunque, seppure non nei toni trionfalistici hollywoodiani ma in un modo lieve e moderato, una vicenda che non può che risultare consolatoria, almeno per chi accetta una consolazione così facile ed eticamente e politicamente così falsa.