La svolta di Mumbai

Mumbai

Il 4º Forum Sociale Mondiale (FSM) tenutosi quest’anno dal 16 al 21 gennaio a Mumbai, nel cuore dell’India, farà a lungo parlare di sé.
È stato un forum diverso dai precedenti. Nell’agenda politica e nelle discussioni si sono affacciati temi inediti, popoli e culture mai viste prima. Per alcuni è stato il “primo forum davvero globalizzato. I primi (tra il 2001 e il 2003) erano grandi concentramenti di Occidente e America Latina. Ora c’è anche l’Asia, cioè la metà del mondo, la metà che mancava” (*1).
Ed è bastato semplicemente andare in giro per gli stands, partecipare ai seminari o anche solo scorrere l’elenco dei dibattiti per rendersi conto che un “vento nuovo” spirava sulle giornate del Forum. Se i tre precedenti raduni mondiali brasiliani erano partecipati in larga parte da studenti universitari (il 73.4 % dei partecipanti) ed intellettuali (*2), l’appuntamento indiano ha visto invece una partecipazione realmente popolare: “qui non c’era qualcuno che parlava a nome di oppressi e sfruttati, ma c’erano i protagonisti a parlare per sé” (*3). La presenza degli indiani era straboccante. Si sono “impossessati” del Forum e questo, a sua volta, ha fatto sue le loro battaglie: dal patriarcato, alle caste, ai diritti negati degli individui. E così i dibattiti e i seminari si sono imperniati su quattro assi centrali: le battaglie contro le politiche del WTO, la contestazione di tutte le discriminazioni, le religioni e il loro rapporto con la politica e, soprattutto, l’opposizione alla guerra imperialista e la lotta per la pace (temi questi ripresi per intero nel documento conclusivo del Forum e divenuti piattaforma per le future mobilitazioni del movimento).
Nessun intellettuale o icona alter-mondialista ha aperto i lavori del Forum. Il compito è toccato ad un “paria”, un intoccabile (gente che, quando cammina per strada, viene scansata con ribrezzo e non considerata degna neppure di essere serva). Vittime di un sistema castale formalmente abrogato 55 anni fa ma nei fatti immutato al punto che le amministrazioni cittadine li assumono, per una rupia al giorno (40 delle nostre vecchie lire), come “manual scaveging”: svuotatori a mano di latrine. Il Forum ha dato voce e dignità a questa gente, agli operai e ai contadini protagonisti di grandi movimenti popolari di massa, ai poveri, alle donne (erano tantissime, forse la maggioranza dei presenti) e tutti i dibattiti hanno visto un’altissima partecipazione popolare.
L’impressione è quella di un Forum che cresce e matura sempre più. I dati conclusivi poi, non fanno che confermare questa positiva impressione: 100.000 delegati provenienti da 154 Paesi, a cui vanno aggiunti 24.000 pass giornalieri e oltre 8.000 “salta cancelli”, persone entrate senza registrarsi e pagare la quota. Nei tre precedenti WSF, svoltisi tutti a Porto Alegre, i delegati erano stati 5.000 nel 2001, 12.000 nel 2002 e oltre 20.000 nel 2003.
L’anno prossimo si torna a Porto Alegre, ma tutti giurano che non sarà un “ritorno al passato” e che “l’effetto Mumbai” imporrà inevitabilmente una discussione sul futuro del Forum.

Come nasce il Forum Sociale Mondiale

Alcuni sostengono che l’ispirazione che ha permesso la nascita del FSM sia da ricercarsi nella rivolta Zapatista del 1994, altri nello sciopero generale francese del 1995. C’è chi addirittura fa risalire tutto alle manifestazioni popolari di studenti e movimenti brasiliani del 1992 o all’attività e agli incontri delle ONG (Organizzazioni non gover­native) a margine delle conferenze delle Nazioni Unite. Al di là di tutte queste varie interpretazioni è oramai senso comune che le proteste di Seattle nel 1999 e le conseguenti manifestazioni hanno rappresentato quel coagulo politico che ha permesso a sindacati, studenti, movimenti giovanili, contadini, gruppi di azione diretta, intellettuali di diversa ispirazione e matrice, di trovarsi uniti in una comune battaglia contro le politiche neoliberiste, nonostante una lontananza ideologica e politica. Ed è proprio a partire dalla novità rappresentata dalle proteste di Seattle che in Europa, nel 2000, alcune ONG Brasiliane e Francesi lanciano l’idea di un “evento della società civile mondiale” da tenersi parallelamente al Forum Economico Mondiale che annualmente si svolge a Davos, in Svizzera (*4).

In Francia l’organizzazione pioniera è stata ATTAC, mentre il corrispettivo brasiliano è composto da quelle organizzazioni che poi hanno dato vita al Comitato Organizzatore Brasiliano (COB) del FSM e che oggi compongono il Segretariato Internazionale (IS). Quest’ultimo è costituito ancora oggi dai rappresentanti delle stesse organizzazioni brasiliane del COB, che sono: l’Associazione di Imprenditori Brasiliani per la Cittadinanza (CIVES); l’Associazione Brasiliana delle Organizzazioni Non Governative (ABONG); ATTAC–Brasile; l’Istituto Brasiliano di Analisi Economiche e Sociali (IBASE); l’Unione Centrale dei Lavoratori (CUT); la Commissione Brasiliana per la Giustizia e la Pace (appartenente alla Confederazione Nazionale dei Vescovi Brasiliani della Chiesa Cattolica); il Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) e il Network Sociale per la Giustizia e i Diritti Umani. Tutti brasiliani. Tutti, o quasi, membri del PT (*5)!
Inoltre, facendo una radiografia delle appartenenze politiche dei membri dell’IS, scopriamo che: due degli otto (un funzionario della CUT e l’altro di ATTAC Brasile) sono legati alla Quarta Internazionale; due al MST (e quindi più o meno direttamente al PT); uno alla Chiesa Cattolica e gli altri due a ONG brasiliane legate al mondo imprenditoriale (che sono poi il canale attraverso il quale arrivano i finanziamenti da parte di Fondazioni, Istituzioni e Banche – vedi nota n. 8)
Dopo la prima edizione, il FSM si è anche dotato di un organismo ampio e composito: il Consiglio Internazionale (IC). Questo è una struttura più larga e rappresentativa dell’IS dove troviamo, fra gli altri, Samir Amin (tra i più accesi sostenitori dell’edizione indiana del FSM) e François Houtart del Forum Mondiale delle Alternative; Via Campesina; Southern Jubilee, legata alla Chiesa Cattolica; il Comitato per la Cancellazione del Debito nel Terzo Mondo (CADTM) e molte altre organizzazioni, per un totale di 80 membri effettivi (ai quali vanno aggiunti gli inviti fatti di volta in volta dall’IS) tra cui l’italiano Vittorio Agnoletto per il Genoa Social Forum.
Come si vede la composizione politico–ideologica dei membri dell’IC è molto varia: si va da intellettuali di sinistra come Samir Amin, François Houtard, Emir Sader e Atílio Borón a settori importanti della Chiesa Cattolica; da esponenti francesi e brasiliani (membri del PT) legati alla Quarta Internazionale, ai sindacati (la CUT-Brazil, ma non solo), ai movimenti contadini (come Via Campesina) sotto l’influenza dei Sem Terra (MST). Solo due (un cubano e un brasiliano) sono legati ai rispettivi partiti comunisti. Nel complesso, 5-6 sono legati alla Quarta internazionale, una decina alla Chiesa cattolica, ed una maggioranza assolutamente prevalente a culture politiche diverse, ma riconducibili ad un approccio neo-riformista – emblematica una rivista come Le Monde Diplomatique – (per cui il “nuovo mondo possibile” è sostanzialmente un capitalismo riformato).

La carta dei principi

Questa pluralità è resa possibile grazie alla scelta “includente” del FSM che punta a coinvolgere quanti più soggetti possibile sulla base di un programma “minimalista” e di un progetto politico centrato più sulla critica dell’esistente che sulla definizione della società a cui si aspira; e questo sulla base della Carta dei Principi (*6), accettata da tutti come minimo comun denominatore politico dei soggetti aderenti al Forum. Questa Carta, infatti, definisce il FSM come luogo aperto alla discussione, al dibattito e allo scambio di esperienze da parte di tutti quei gruppi e movimenti della società civile che hanno come discriminanti politiche l’opposizione al neoliberismo e ad ogni forma di imperialismo (Art. 1).
Inoltre stabilisce le modalità di relazione tra tutti gli aderenti imponendo il divieto assoluto per le singole componenti di intervenire a nome del Forum e l’impossibilità per quest’ultimo di votare e deliberare in quanto tale (Art. 6).
Pur in un ottica di forte affermazione del rispetto delle diversità, la Carta pone delle restrizioni all’accesso dei rappresentanti di partiti politici, alle organizzazioni militari (quindi anche ai movimenti popolari di liberazione armati) e permette la partecipazione di figure istituzionali solo in veste di partecipanti a titolo personale che si riconoscono nei principi della Carta (Art. 9). Quest’ultimo punto, molto controverso e delicato, è stato foriero di problemi e divisioni durante le precedenti edizioni del Forum. Si è infatti impedito a Fidel Castro di parteciparvi perché figura istituzionale e rappresentante politico, mentre non si è obiettato nulla circa la partecipazione di Lula (che prima di diventare presidente del Brasile era pur sempre leader del PT) o di ministri dell’allora Governo francese o parlamentari italiani quali Piero Fassino. Questi ultimi due casi, infatti, sono assolutamente singolari in quanto, pur facendo salvo il principio della “partecipazione a titolo personale”, violavano palesemente la discriminante di fondo del Forum che prevede l’opposizione “alle politiche neoliberiste e ad ogni forma di imperialismo” (non dimentichiamoci che, tanto il Governo francese quanto i DS, erano stati non molto tempo prima tra i promotori della guerra in Iugoslavia!). È stato inoltre impedito di prendere parte ai lavori del Forum alle FARC colombiane che, pur rappresentando una delle punte più avanzate della lotta antimperialista e anti-liberista nel continente latinoamericano, sono state bollate come organizzazione che ricorre alla violenza e quindi in contrasto con la Carta dei Principi. La stessa sorte è toccata all’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e, addirittura, ad una organizzazione certamente non armata come le Madri di Plaza de Mayo (*7).
Questa, in estrema sintesi, la genesi e la struttura del FSM (con un discorso a parte che andrebbe fatto in merito alla questione dei finanziamenti (*8) ).
La vivacità e la capacità di mobilitazione che il Forum ha saputo mettere in campo in questi anni, unito alla nascita di un forte movimento popolare di opposizione alla guerra, costituisce una delle novità più importanti avvenute a livello internazionale dopo l’89.
Rappresenta quindi un terreno fondamentale di lavoro per le forze comuniste e rivoluzionarie. Queste scontano limiti, ritardi ed inadeguatezze dovute ad un ritardo di molte di esse nel cogliere le potenzialità positive del movimento alter-mondialista, nella sua dimensione di massa e ad una mancanza di un coordinamento internazionale anche minimo dell’iniziativa dei comunisti. Così si è esposto il movimento, soprattutto in alcune regioni del mondo, all’influenza della socialdemocrazia, delle Chiese o di alcuni raggruppamenti trotzkisti.

Il ruolo svolto dai comunisti indiani

L’appuntamento di Mumbai, rappresenta una novità anche da questo punto di vista: accanto all’ampliamento nella partecipazione (oggi con il coinvolgimento dei popoli asiatici, e domani – si spera – con quello degli africani, della Russia e dei paesi dell’Europa dell’Est), si è registrato nei fatti (e non senza resistenze, che non tarderanno a manifestarsi) il superamento di una pregiudiziale antipartitica che era poi fondamentalmente rivolta contro i partiti comunisti, che in questa sessione indiana del FSM hanno viceversa affermato un loro forte protagonismo (*9).
Tra tutti, va segnalato quello dei due PC indiani : il Partito comunista indiano (CPI) ed il Partito comunista indiano (marxista) – CPI(m) -, oggi assai vicini e dentro un processo tendenziale di riunificazione, dopo la scissione degli anni ’60. Si tratta di due partiti molto ben radicati socialmente nella società indiana, con oltre 1 milione e 500 mila iscritti militanti, 25 milioni di voti (circa il 10% nazionalmente), e che governano tre Stati dell’India (che è un’unione federale) come il Bengala occidentale, il Kerala e Tripura, dove vivono oltre 120 milioni di persone. E che dirigono organizzazioni di massa operaie, contadine, femminili, giovanili, studentesche che contano complessivamente circa 50 milioni di persone, in un Paese con una popolazione che ormai supera il miliardo. Non per caso questi due partiti hanno assunto un ruolo di primo piano nel Forum Sociale Indiano, che è stato il vero organizzatore di questa quarta sessione del WSF.
I comunisti indiani, non solo sono riusciti a portare gli operai, i contadini, gli studenti e le donne (le famose “masse” di cui si è tanto parlato) a partecipare ai lavori del Forum ma, per la prima volta, all’interno del FSM, hanno saputo promuovere con gli altri partiti comunisti tre importanti e partecipati momenti seminariali di confronto tra essi e con il movimento antiglobalizzazione. Il primo, sul “ Socialismo oggi ”, ha visto la partecipazione di più di 5000 persone e l’intervento degli esponenti di alcuni dei maggiori Partiti comunisti al mondo (vi ha preso parte anche il segretario nazionale del Prc, Fausto Bertinotti).

Il dibattito, ricco e stimolante, ha fornito uno spaccato interessante della elaborazione delle diverse formazioni. Perché se da un lato si è assistito ad interventi (pochi, per fortuna) un po’ rituali e avulsi dalle grandi trasformazioni intercorse negli ultimi decenni, dall’altro si è riscontrata una vitalità intellettuale e politica assolutamente originale. Sia negli interventi che meglio hanno attualizzato le ragioni del socialismo, innestandole nei nuovi processi e proponendo un’interazione profonda ed alta con i movimenti sociali, sia in quelli che affrontavano senza reticenze le problematiche che si trovano a fronteggiare i partiti comunisti ancora al potere (piano e mercato, economia mista, riforme economiche e politiche nella fase di transizione…).
E non è senza significato che gli applausi più calorosi siano stati per il breve saluto della signora Binh, la leggendaria dirigente vietnamita che fu a capo della delegazione del suo Paese nei negoziati di pace di Parigi.
Anche gli altri seminari (uno sull’ ”economia socialista”, l’altro sul “nuovo imperialismo”) hanno avuto una buona partecipazione ed un dibattito affatto scontato o sterile, su cui ritorneremo nei prossimi numeri de l’ernesto, anche per smentire in modo documentato alcune rappresentazioni denigratorie che di essi sono state date in alcuni articoli apparsi sulla stampa italiana, anche di sinistra.
Un bilancio positivo quindi, anche sul piano simbolico. Del resto, chi si sarebbe immaginato che le principali forze comuniste di tanta parte del mondo, dopo un lungo periodo di smarrimento e confusione (a seguito del crollo dell’URSS) si sarebbero ritrovate a discutere dei grandi temi del socialismo, della pace e della critica al capitalismo, proprio all’interno del FSM? È il segno che qualcosa sta cambiando e che, in fondo al tunnel dello smarrimento e dell’isolamento in cui ci si è trovati per lungo tempo, si comincia forse a vedere la possibilità di un nuovo protagonismo internazionale dei comunisti. Vedremo.
La manifestazione di massa, svoltasi alla presenza dei segretari generali del CPI, del CPI(m) e del Partito dei Contadini e dei Lavoratori, si è invece svolta fuori dal programma ufficiale del FSM, in un quartiere di Mumbai che per l’occasione era stato tappezzato per chilometri da bandierine rosse con la falce e martello. E alle delegazioni estere, un po’ attonite durante gli interventi dal palco pronunciati in lingua hindi, non è rimasto che godersi lo spettacolo: una folla grande di indiani era lì ad ascoltare, tutti seduti ordinatamente in fila: qua le donne, lì gli studenti, poi i lavoratori…e poi i tanti cittadini accorsi per l’occasione (tanti pure i bambini) che occupavano gli ultimi spazi liberi o affollavano i balconi che davano sulla piazza dove era stato allestito il palco. Fraterna l’accoglienza. Per tutti applausi, canti e una corona di fiori bianchi per le delegazioni dei partiti esteri, chiamate sul palco. È stata davvero una grande festa di popolo! Ed è significativo che il compito di portare il saluto di tutte le delegazioni straniere alle migliaia di indiani li presenti, sia stato affidato ai rappresentanti dei partiti comunisti di Cuba, Cina e Vietnam.
È stato un Forum, nuovo ed originale, quindi. Tanti i temi inediti e tanti i protagonisti, le lingue, le culture. Ma c’è stato un tema che ha tenuto banco in quasi tutte le discussioni ed ha accomunato tutti i popoli e le culture presenti: l’opposizione alla guerra di Bush. I dibattiti su questo tema, sono stati tra i più partecipati. Si è trattato di un’occasione straordinaria non solo per il rilancio delle future mobilitazioni ma anche per un confronto serrato tra tutte le organizzazioni e i movimenti pacifisti: da quelli europei a quelli statunitensi, passando per le esperienze di lotta in America Latina e in Asia. E se gli europei spingevano per lanciare una grande campagna di boicottaggio delle grandi compagnie statunitensi, sono stati soprattutto gli asiatici (forti delle lotte portate avanti dal Forum di Giakarta) a porre con forza il problema delle basi militari americane e a spingere perché nascesse una rete internazionale per chiederne la chiusura. L’altro appuntamento considerato fondamentale è quello del 20 marzo, per una giornata internazionale di lotta contro la guerra e l’occupazione dell’Iraq da parte dei governi di Usa, Gran Bretagna e dei loro alleati. La mobilitazione lanciata dall’assemblea generale del movimento globale anti-guerra e sottoscritta da un centinaio di comitati di ogni continente vede anche la presenza di alcune associazioni italiane: Bastaguerra, Tavola della Pace, Un Ponte per Baghdad, Movimenti italiani del FSE e Forum Contro la Guerra.

Ma anche fuori dai dibattiti si respirava un forte clima “antimperialista” (Toni Negri non abita qui!). E ciò appare evidente dai contenuti dell’appello finale approvato dall’Assemblea mondiale dei movimenti sociali (*10). Ovunque, dentro e fuori lo spazio in cui si svolgeva il Forum, campeggiavano grandi scritte contro la politica di guerra degli USA. Il più ricorrente era: “Smash imperialism, build a people’s world” – Sconfiggi l’imperialismo, costruisci un mondo dei popoli – e faceva bella mostra di sé, proprio all’entrata principale dell’area che ospitava il Forum!
Un altro tema assolutamente centrale è il futuro del FSM. E qui la discussione è solo agli inizi. C’è chi, come il filippino Walden Bello, direttore di “Focus on the Global South”, propone che il Forum venga convocato ogni tre anni e nel frattempo si lavori alla costruzione di forum regionali per mobilitare le forze locali. È una proposta che punta al radicamento del movimento e dell’esperienza dei forum. C’è chi, come Bernard Cassen (“Le Monde Diplomatique”) vorrebbe invece trasformare il FSM in una sorta di centro di elaborazione collettiva (“think tank”), con una sua fisionomia politica e programmatica meno general-generica e più definita (in senso neo-riformista).
In ogni caso si parte dalla considerazione che la fase della “presa di coscienza di sé” è finita e il Forum deve cominciare a fare i conti con i propri limiti. Questi attengono prevalentemente alla questione dell’efficacia e a quella della rappresentanza.

La nuova dialettica che attraversa il WSF

La prima questione muove dalla considerazione che il Forum appare più come una grande officina di discussione e socializzazione di esperienze, che come luogo dal quale partono campagne ed iniziative globali di lotta. E questo se in una prima fase è stato un elemento di straordinaria utilità per dare ai movimenti e alle lotte consapevolezza della propria globalità, ora pone degli interrogativi sul piano dell’efficacia. Un tema ormai ineludibile. Il FSM non ha, per sua natura e scelta, una definita e unica matrice culturale e sociale; quindi, se si mostra impotente sul terreno dell’efficacia, rischia di essere cooptato dalle stesse classi dirigenti che ne depotenzierebbero così il portato di radicalità ed originalità.

La questione della rappresentanza tocca invece un nervo scoperto della discussione. E questo perché, pur presentandosi il Forum (con una veste molto libertaria) come un luogo aperto di discussione fra soggetti diversi aventi tutti stessa dignità e privo di leaders, nella realtà ha una sua strutturazione interna con degli organismi (l’IS e l’IC) mai votati da nessuno e formati per cooptazione! Si è quindi instaurato un braccio di ferro tra le forze – peraltro eterogenee – che hanno oggi ampia rappresentanza negli organismi (componenti neo-riformiste, cattoliche, trotzkiste, imprenditoriali…) e quelle che chiedono di entrarvi (componenti comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste, che si ritrovano ad esempio in reti internazionali quali il Consiglio mondiale della pace, la Federazione Sindacale Mondiale, la Federazione mondiale della gioventù democratica, la Federazione mondiale democratica delle donne, i principali Forum sociali di Asia e Africa : organismi che rappresentano centinaia di milioni di persone organizzate di ogni continente).
La soluzione non è semplice perché se si dovesse allargare solo il Consiglio (IC) si avrebbe sì una struttura più rappresentativa, ma essa risulterebbe troppo ampia e quindi ininfluente sulle scelte della Segreteria ristretta a otto (IS), composta dai soli brasiliani (legati in vario modo al PT) e che continua ad essere il vero centro dirigente del WSF: una sorta di “partito unico” super-centralizzato, che contraddice tanta retorica sulla “democrazia dal basso”. E comunque bisogna stabilire dei criteri generali e trasparenti di scelta che possano legittimare la costituzione di organismi attraverso metodi democratici. La partita sul Segretariato è la più dura e il ritorno in Brasile (nazione di provenienza di tutti i membri dell’IS) rischia di non essere la più felice per spingere il Forum a “sprovincializzarsi” e ad assumere una caratura sempre più effettivamente internazionale, come è stato a Mumbai. E comunque per molti (soprattutto per gli indiani) dopo il prossimo ritorno a Porto Alegre, dovrebbe essere la volta dell’Africa.

Non sappiamo che piega prenderà questa discussione né quali scelte produrrà. Di sicuro sappiamo che “l’effetto Mumbai” (fatto dagli “ultimi” che diventano, con i loro temi, i veri protagonisti; segnato dalla sua natura antimperialista; da un rinato rapporto tra la politica e i partiti e da un maggiore protagonismo dei comunisti) costituisce quel prevalente da cui il Forum può trarre linfa vitale per ripartire e rilanciare così un nuovo e radicale protagonismo dei popoli…gli indiani, su questo, sono pronti a scommetterci! Hanno fatto un buon lavoro. Dobbiamo essergliene grati.

Note

1 Piero Sansonetti, l’Unità, 17 gennaio 2004

2 Studio condotto dalla IBASE di Rio de Janeiro. Cfr. La rivista del manifesto, febbraio 2004, pag.11

3 Marina Forti, il manifesto, 22 gennaio 2004

4 Nel febbraio del 2000 Bernard Cassen e Susan George – editori di Le Monde Diplomatique -, Oded Grajew – capo dell’organizzazione degli imprenditori brasiliani – e Francisco Whitaker – capo di un’associazione di ONG brasiliane, legato alle gerarchie cattoliche – si sono incontrati a Parigi per discutere della possibilità di realizzare un forum parallelo a quello di Davos. Il mese successivo si sono assicurati l’appoggio del governo del municipio di Porto Allegre e dello stato del Rio Grande do Sul, entrambi governati dal Partito dei Lavoratori del Brasile (Partido dos Trabalhadores, PT). La proposta del Forum fu poi lanciata a Genova dal vice governatore del Rio Grande a giugno dello stesso anno.
Il nucleo fondatore del FSM nasce quindi da un asse fra componenti assimilabili alla socialdemocrazia europea di sinistra, rappresentata da ATTAC (di cui Cassen è all’epoca il leader) e da Le Monde Diplomatique (modello per i media alternativi latinoamericani) e settori di sinistra della socialdemocrazia latinoamericana, per mano soprattutto del PT di Lula, ma anche del MST (Sem Terra) e della CUT (sindacato brasiliano), oltre che da ONG locali e rappresentanti della Teologia della Liberazione legati alla Chiesa cattolica.
Per uno studio dettagliato sull’origine e la strutturazione del World Social Forum, confronta: “The Economics and Politics of the WSF. Lesson for the Struggle against “Globalisation””, saggio no.35 della collana “Aspect of India’s Economy”, pubblicato nel settembre 2003 a cura dell’Università di Mumbai per “Reserch Unit for Political Economy” e reperibile in : www.rupe-india.org , dal quale ho tratto gran parte dei dati e delle citazioni riportate in questo articolo, salvo diversa indicazione.

5 Cfr. “What is the WSF” di Ricardo Abreu, membro della Commissione Politica del PCdoB (da cui sono stati presi i dati relativi all’IS e all’IC), pubblicato su Correspondances Internationales, n. 5/2003 – in: www.corint.net -, a cui rimando, assieme alla ricerca universitaria sopra citata, per uno studio dettagliato sulla struttura del FSM e sul dibattito al suo interno.

6 Adottata il 9 aprile del 2001 dal Comitato Organizzatore (IS) del FSM ed approvata con modifiche il 10 giugno del 2001 dal Consiglio Internazionale (IC). Vedi il testo integrale, in più lingue, in : www.forumsocialmundial.org.br

7 È evidente che, se le esclusioni riguardano quasi esclusivamente Fidel Castro, le Farc…, e non le forze politiche socialdemocratiche, le motivazioni non sono di tipo formale (incompatibilità con questo o quel principio della Carta), ma politiche. Una formulazione così rigida dell’articolo 9 (sostenuto con forza da un settore di forze anticomuniste, comunque non maggioritario, all’interno dell’IC) ha infatti permesso un’inaccettabile arbitrio rispetto alla scelta dei partecipanti, che ha di fatto penalizzato le forze comuniste e rivoluzionarie e ha lasciato il Forum in balia degli orientamenti moderati della socialdemocrazia e della Chiesa cattolica. E ad un’influenza del tutto sproporzionata di alcune formazioni trotzkiste, che la socialdemocrazia ha spesso coccolato in contrapposizione ai partiti comunisti.
A denunciarlo è la stessa portavoce delle Madri di Plaza de Mayo che, in un discorso a Buenos Aires dopo il WSF 2002 di Porto Alegre, ha detto: ““Socialdemocrazia” e “Socialismo” non sono la stessa cosa. E la socialdemocrazia europea si è impossessata di questo FSM. Le organizzazioni francesi e il loro seguito possono ovviamente prendere parte a questo processo, ma non devono controllarlo!”.

8 Questa questione, di per sé molto delicata, è anche difficile da trattare perché il Forum non è molto trasparente riguardo alle modalità di finanziamento. Sebbene sul sito ufficiale sia possibile scorrere la lista degli sponsors (Petrobras, Ford Foundation, Fundaçäo Banco do Brasil, Action Aid, Caixa, Oxfam ed altri) bisogna far ricorso a studi e ricerche “esterne” al FSM per capire l’entità di tali finanziamenti. Essi partono principalmente da Fondazioni ed Istituzioni ed arrivano, attraverso le ONG, all’organizzazione del Forum o direttamente al Segretariato (non dimentichiamoci infatti che tra i membri dell’IS abbiamo un rappresentante della Confindustria Brasiliana, uno della Chiesa e due rappresentanti di ONG brasiliane, e che sono proprio questi i canali di finanziamento delle attività del Forum).
Le cifre sono impressionanti. La sola Oxfam, la più famosa ONG inglese con sedi in tutto il mondo, vicina ad Amnesty International e grande finanziatrice del Forum, ha avuto nel 2003 entrate pari a 600 miliardi lire, la stessa cifra che in Italia viene impiegata per il finanziamento pubblico di tutti i partiti. Si tratta quindi di organizzazioni che dispongono di bilanci stratosferici grazie ai finanziamenti di governi, istituzioni e grandi gruppi privati. Secondo il quotidiano economico francese Les Echos (10/1/’02), per esempio, un’organizzazione come Attac (architrave politico- organizzativa del FSM) nel 2001 “ha ricevuto, solo in donazioni, 300.000 Euro da: Commissione Europea, Dipartimento di Economia Sociale del Governo francese, Ministero dell’Educazione e della Cultura francese, e da amministrazioni locali”.
È altresì significativo che tra i finanziatori vi sia la Fondazione Ford (FF) che, insieme ad Oxfam, ha sostenuto i 2/3 delle spese del FSM di Porto Alegre 2003. Nata nel 1936 come appendice dell’impero finanziario di Ford, quando negli anni ’50 i governi Usa concentrarono la loro attenzione sulla “minaccia comunista”, venne trasformata in una fondazione internazionale ed utilizzata dalla CIA. Il connubio CIA-FF è testimoniato dal copioso interscambio di ruoli fra la dirigenza della Fondazione e quella dell’Agenzia di Intelligence e, scrive James Petras, “era un premeditato e cosciente sforzo comune per dare forza all’egemonia culturale dell’impero statunitense e scalzare l’influenza politica e culturale della sinistra”.
Una parte dei fondi arriva direttamente alla segreteria del WSF (IS) e viene utilizzata per sostenere i costi organizzativi del Forum. Scorrendo l’elenco dei sostenitori delle edizioni brasiliane del FSM, tra gli altri, troviamo: Droits et Démocratie – fondazione diretta dal Ministero degli Esteri del Canada-; Fondazione Ford; Heinrich Boll Foundation – legata al Partito dei Verdi tedeschi e, in particolare, al ministro degli esteri -; ICCO – un’organizzazione cattolica finanziata dal Governo olandese e dall’Unione Europea -; Oxfam; Le Monde Diplomatique; il Governo della Stato del Rio Grande do Sul e la Prefettura di Porto Alegre.
Un’altra parte di fondi arrivava indirettamente, attraverso il finanziamento del media center del Forum. Questo, infatti, era sponsorizzato da Le Monde Diplomatique e dall’IPS, Inter Press Service (che a sua volta, riceve finanziamenti da: FF; agenzie varie delle Nazioni Unite; Agenzia canadese per lo Sviluppo Internazionale e dai Ministeri degli esteri di: Danimarca, Finlandia, Olanda e Italia).
Un’altra forma di finanziamento riguarda i delegati. Ogni organizzazione che ha la possibilità di farlo, paga il viaggio e le spese dei suoi delegati, garantendosi così un’adeguata rappresentanza. Ovviamente questo ha sfavorito le delegazioni dei paese poveri come l’Africa che non ricevevano la copertura delle ONG sopra citate. Il “Progetto per il FSM 2004” stimava un totale di spesa di 29.7 milioni di dollari, il grosso dei quali (26.2) per spese relative al costo dei delegati (viaggio, alloggio, ristorazione).
La gestione di tutti gli aspetti del FSM 2004, e quindi anche dell’aspetto economico, è stata tenuta dall’organizzazione indiana. Al suo interno forte ed influente era la presenza dei due partiti comunisti. Questi hanno preteso (ed ottenuto) che i costi di gestione del Forum provenissero non dalle donazioni delle miliardarie ONG, ma solo dalle quote di iscrizione dei partecipanti (erano diverse da paese a paese: 50 dollari per i Paesi più ricchi, 20 dollari per i Paesi di una fascia intermedia, 2 dollari per i paesi poveri, così da favorirne la partecipazione). Addirittura Sansonetti su l’Unità del 22 gennaio scrive: “il Forum è costato poco, perché assai meno lussuoso di quelli di Porto Alegre. Però, siccome non ha accettato sponsorizzazioni per marcare la sua completa indipendenza (che invece c’erano state a Porto Alegre, a Firenze, a Parigi), è andato in rosso. Più di un milione di dollari di debiti…”.. La notizia dei debiti è stata smentita dai dirigenti comunisti indiani impegnati nell’organizzazione del Forum che, rispetto alla questione dei finanziamenti, ci hanno detto: “non abbiamo accettato alcun finanziamento, soprattutto da parte della Fondazione Ford. Abbiamo usato le quote di iscrizione, in media 20 dollari a testa…e in India, 20 dollari per 100.000 persone fanno una cifra enorme!”.. Gli unici finanziamenti delle ONG sono serviti a coprire i costi sostenuti dalle medesime per finanziare le associazioni “amiche” e le spese di viaggio, vitto e alloggio dei “loro” delegati (prevalentemente europei e latinoamericani, ma non solo) venuti a Mumbai. Spiccava a tale riguardo la presenza massiccia dei monaci tibetani e di varie organizzazioni per il “Tibet libero”: le uniche ad avere più stands (sicuramente i più lussuosi e visibili…), le uniche a distribuire volantini stampati su carta patinata e in quadricromia…niente male per una piccola comunità che vive sulle cime dell’Himalaia!
Detto questo, commetteremmo un errore gravissimo se considerassimo il FSM come un cavallo di Troia dell’imperialismo (così come hanno fatto alcuni gruppi dell’estrema sinistra, anche in India, al punto da organizzare in contemporanea al FSM un forum alternativo: “Mumbai Resistence”). E questo perché la maggioranza del popolo che partecipa a questi eventi è gente che aspira ad una società meno iniqua, magari non socialista, ma comunque libera dalle logiche del mercato, ed esprime una radicalità profonda contro il capitalismo e l’imperialismo, che può evolvere verso una più matura consapevolezza dell’esigenza di una società socialista. E tutta la documentazione riportata in questo articolo – sia riguardo al controllo politico delle forze socialdemocratiche sull’IS e sull’IC, sia al circuito dei finanziamenti – è volto a testimoniare l’interesse della borghesia ad entrare in questo processo per depotenziarlo. Come ha affermato Renato Ruggiero, ex ministro degli esteri italiano e direttore generale del WTO: “se tutti gli attori dell’odierna economia globale non sono coinvolti…possono trovare soluzioni alternative in grado di destabilizzare l’intero impianto dell’economia globale…”. Sarebbe paradossale se fossero innanzitutto i capitalisti a cogliere le potenzialità antagoniste di questi movimenti, cercando quindi di utilizzare questi eventi come valvola di sfogo delle contraddizioni del sistema, e i comunisti invece si rinchiudessero su posizioni settarie, isolandosi da questi processi! Ma proprio l’esperienza di Mumbai testimonia che, seppur con ritardo, le forze comuniste e rivoluzionarie stanno prendendo coscienza del proprio ruolo e operano per contendere l’egemonia alle forze socialdemocratiche.

9 I partiti comunisti presenti erano : per l’Asia, i due PC indiani e i PC di Cina, Vietnam, Nepal e Bangladesh; per l’Africa, il PC sudafricano; per le Americhe, i PC di Cuba, Brasile (PcdoB) e Stati Uniti; per l’Europa, i PC di Francia, Portogallo, Grecia, Finlandia, Turchia, Italia (PRC e PdCI), Germania (Dkp) e la Pds tedesca. Grandi assenti: i comunisti russi, delle repubbliche dell’ex Urss e dei Paesi dell’Est europeo, a testimonianza di una difficoltà reale di queste forze ad entrare in sintonia coi nuovi movimenti e di una tendenza persistente al ripiegamento sulle rispettive realtà e crisi nazionali.

10 Il testo integrale in : www.radiocittaperta.it