La subordinazione sindacale e la centralità del conflitto

Sono un lavoratore della Fiat Sata di Melfi, modello acclamato di fabbrica; si sostiene che , assieme alla Fma di Pratola Serra, sia tra le più produttive d’Europa.

Penso che ciò sia vero; dove lavoro vi è un’altissima produttività. Però perché non dire (al di là di ciò che si vuol far credere) che tale livello di produttività non deriva tanto dal “modello di fabbrica integrata” o dal just in time, quanto dai ritmi e dai livelli produttivi dei lavoratori? Qui a Melfi la produzione è articolata su 18 turni settimanali; abbiamo una velocità produttiva di 1’36’’ sulla linea 1, dove si producono 262 vetture al giorno e di 2’ sulla linea 2, dove si producono 216 autovetture. Qui da noi vige il modello TNC2.

Mi chiedo: gli altri stabilimenti automobilistici della Fiat hanno gli stessi ritmi di produzione?

A questi alti ritmi e livelli produttivi si potrebbe pensare corrispondano salari quantomeno uguali a quelli degli altri stabilimenti Fiat: no, i nostri salari sono peggiori. Basse sono le maggiorazioni sui turni di notte e persino ridicole quelle sui turni pomeridiani. E certo non vi è solo il problema del salario. Le condizioni dei lavoratori sono aggravate dalle continue e disparate pressioni dell’azienda esercitare direttamente sul posto di lavoro; ad esempio, per ciò che riguarda gli straordinari: i caposquadra li spacciano per obbligatori, non rifiutabili, pena lo spostamento dell’operaio in una “postazione” produttiva più pesante o l’impossibilità di ottenere – nel bisogno – un giorno di permesso.

Durante il mese di giugno l’azienda, ricalcolando i tempi di lavoro, ha verificato che molte postazioni erano dissature (non del tutto caricate); la scelta conseguente dei dirigenti è stata quella di diminuire la produzione di otto auto sulla linea 1 e di togliere mediamente due operai su ogni tratto della linea stessa. La Cgil- Fiom ha chiesto di verificare i tempi di lavoro, l’azienda ha risposto picche e i sindacati (non proprio convinti) hanno proclamato due ore di sciopero. La partecipazione allo sciopero non è stata poi massiccia come ci si aspettava, ma la cosa più grave è stata che oltre ai capi reparto (che giravano contattando lavoratore per lavoratore, al fine di evitare che lo sciopero avesse effetti traumatici sulla produzione) vi erano anche sindacalisti (Rsu) delle varie organizzazioni che mediavano con gli operai , affermando che garantivano loro del fatto che la situazione sarebbe cambiata, anche senza lo sciopero, basta saper mediare senza fare gli estremisti. Intanto, grazie allo sciopero, la produzione su di una linea si era fermata, con grande soddisfazione dei lavoratori in lotta e di quei quadri sindacali che l’avevano appoggiata. Lo sciopero sembrava riuscito, sino a quando l’azienda non chiedeva a tutti i sindacalisti (Rsu), capi squadra, ecc., di continuare la produzione con loro al posto degli scioperanti. Suggerimento prontamente accolto.

A questo punto molti lavoratori si sono chiesti se quello sciopero era servito a qualcosa, se veramente all’interno dell’azienda esistesse un’anima sindacale che potesse tutelarli veramente. Come può credere oggi nel sindacato un lavoratore di Melfi che vede i delegati Rsu lavorare per non far cadere la produzione? Molti hanno saputo discernere bene ed hanno capito che dietro a quel gesto c’erano privilegi che molti delle Rsu avevano paura di perdere; ma molti altri hanno invece colto un altro aspetto, scoraggiante: il fatto che la Fiat è davvero forte e che quando vuole può (ad esempio attraverso le tecniche di spostamento immediato di lavoratori da una linea produttiva ad un’altra) far rispettare la quiete produttiva

Melfi è dunque – oggi – l’area privilegiata dei carichi di lavoro eccessivi, delle minacce di spostamenti e trasferimenti, è la solitudine del singolo lavoratore e della debolezza operaia collettiva , è l’abbandono da parte delle forze sindacali del loro ruolo di lotta e di difesa dei lavoratori. Rispetto a questo quadro sindacale desolante credo peraltro che qualcosa stia cambiando nelle coscienze operaie: il lavoratore oggi non si accontenta più di avere il piacere dal sindacalista amico, di lavorare in silenzio come uno schiavo, senza avere un minimo spazio di tempo per vivere, senza un salario che sia legato al costo della vita e sia relativo al grande sacrificio che occorre fare per averlo; l’operaio è stanco dei sacrifici che deve far fare alla propria famiglia. In fabbrica andiamo costatando che una coscienza operaia volta alle lotte per il salario e per il tempo di lavoro si va allargando e rafforzando. Anche qui, però, ci si scontra con i pacificatori (anche delle Rsu) che vanno predicando la pazienza, che le cose cambieranno con il tempo e lo sviluppo generale e che quindi non occorre far altro che aspettare.

Che dire, il quadro generale non ci aiuta molto, basti pensare al caso Good Year, dove ciò che è accaduto è accaduto senza grossi rimpianti. Ma certo è che le questioni del salario, della vita interna alla fabbrica, dei diritti, del tempo di lavoro, sono ormai questioni dai caratteri sempre più spesso drammatici, come spesso drammatiche sono le condizioni di vita generali dell’operaio di fabbrica e della sua famiglia. Questioni che hanno bisogno di una risposta forte, politica e sindacale. Hanno bisogno di un nuovo conflitto e dei soggetti in grado di aprirlo e sorreggerlo.

* Per la “particolare attenzione” che la Fiat di Melfi rivolge ai propri dipendenti, L.S. ha ritenuto opportuno non firmarsi per esteso