La subordinazione operaia

Sono stata assunta alla Lancia di Chivasso nel luglio 1978. Erano le ultime assunzioni del gruppo Fiat, che allora dichiarò di aver raschiato il fondo del barile; ma dopo soli due anni iniziava la crisi del settore automobilistico con la conseguente cassa integrazione a zero ore, e con essa iniziava il declino sindacale e la fine della centralità operaia”.

Da allora sono passati 22 anni. Allora migliaia di operai e di operaie lavoravano alla catena di montaggio, con mansioni ripetitive e ritmi stressanti; ma nel contatto gomito a gomito si creava tra di noi una solidarietà che ci permetteva di organizzarci sindacalmente. La fabbrica era una vera e proprio scuola che formava delegati sindacali in grado di esercitare, sulla base della loro conoscenza, un controllo costante dei ritmi e della produzione, non c’era giorno in cui non ci fosse uno sciopero per motivi di tutela sindacale. In quella fabbrica ho fatto una grande esperienza di lotta e sono diventata presto delegata della Flm, la gloriosa Federazione Unitaria in grado di accogliere tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro idee politiche o dal loro credo religioso; la Lancia di Chivasso aveva allora 7.700 dipendenti, con un tasso di sindacalizzazione del 50%, il più alto negli stabilimenti della Fiat Auto.

La produzione veniva contattata ogni mattina in base agli organici e le presenze e ogni lavoratore conosceva alla perfezione il proprio cartellino di lavoro; la fabbrica era pulita e ben organizzata, e ciò era il frutto di un controllo operaio costante e di una conoscenza dei propri diritti che ora non c’è più. L’ottobre 1980 è il mese di svolta: la Fiat mette in cassa integrazione 23.000 lavoratori, di cui 1.800 alla Lancia di Chivasso. Sono in massima parte delegati combattivi, donne e invalidi.

A differenza di Mirafiori i lavoratori di Chivasso hanno retto più a lungo lo scontro (37 giorni, contro i 35 di Mirafiori) e anche dopo la firma dell’accordo del 17 ottobre che segnava la nostra sconfitta a Chivasso abbiamo continuato con gli scioperi articolati, mantenendo anche un rapporto continuo con i lavoratori e i delegati che erano stati espulsi ad ottobre. Una parte di quei lavoratori espulsi sono rientrati nel 1986; gli altri si erano licenziati ed avevano cambiato azienda; erano gli anni in cui l’Flm si disgregava e ritornavano le vecchie divisioni tra Cgil, Cisl e Uil. Io ho aderito alla Fiom nel 1984, con la stessa passione politica e lo stesso entusiasmo di prima; certo, la situazione non era più quella di prima.

Molti dei delegati con cui avevo maturato quell’esperienza erano stati cacciati e la direzione aziendale aveva recuperato arroganza e potere: la vita del delegato in fabbrica era sempre più dura. Poi, nel 1992, la Fiat decideva di chiudere lo stabilimento. La reazione dei lavoratori non si era fatta attendere due mesi di lotta, condotta nel più totale isolamento rispetto alle altre fabbriche, per conquistare un accordo decente che progettava il Polo industriale di Chivasso e sanciva il rientro di tutti i lavoratori negli stabilimenti del gruppo Fiat.

In base a quell’accordo sono stata messa in cassa integrazione per tre anni e sono rientrata alle Presse di Mirafiori il 30 giugno del 1995. L’impatto è stato scioccante perché l’ambiente era molto diverso da quello che conoscevo: al mattino i lavoratori attendevano rassegnati gli ordini del capo che li comandava a bacchetta sguinzagliandoli laddove era necessario; i delegati sindacali ormai non più in grado di esercitare i loro ruolo contrattuale e ridotti a mera appendice del potere aziendale; un ambiente di lavoro contrassegnato da una produzione elevatissima, dalla sporcizia e da un rumore che andava ben al di là dei vincoli definiti successivamente dalla legge 626. Poi sono giunti i grandi cambiamenti: la terziarizzazione, i trasferimenti selvaggi, l’introduzione del lavoro interinale.

Non è più la fabbrica che conoscevo e che mi avevo “formato” sindacalmente e culturalmente; i giovani lavoratori interinali sono assai più ricattabili da parte dell’azienda (e qualche volta anche da parte di “vecchi” lavoratori), la terziarizzazione e i trasferimenti scompaginano l’organizzazione produttiva e dividono i lavoratori. E il sindacato è sempre più impotente a far rispettare i diritti minimi dei lavoratori; è un sindacato che conserva un unitarismo di facciata che è diviso profondamente e a sua volta divide i lavoratori in base alla loro appartenenza: È un sindacato che contratta per sé dimenticandosi di coloro che dive di voler rappresentare.

E anche sulla Cgil c’è da ridire; appiattita sulle politiche governative, riesce anche a farsi scavalcare da D’Antoni. In questa confusione di ruoli diventa difficile ai lavoratori distinguere tra un ministro e un sindacalista; se non altro perché vestono tutto allo stesso modo, pensano allo stesso modo, usano gli stessi argomenti.