La storia e la rivoluzione

*direttore Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nelle Marche. Direttore della rivista “Storia e problemi contemporanei”

LE STELLE POLARI DI ENZO SANTARELLI, UNO STUDIOSO E UN DIRIGENTE COMUNISTA CHE CON LO STESSO IMPEGNO E LA STESSA PASSIONE HA VISSUTO PRASSI E TEORIA, STUDIO E LOTTA POLITICA.

Occorrerà del tempo, e soprattutto occorrerà creare occasioni opportune, per ripercorrere con intelligenza critica la ricchissima esperienza culturale e politica di Enzo Santarelli. Soprattutto la sinistra dovrà misurarsi con il suo lavoro di intellettuale militante e di storico e rilanciarne per lo meno la lezione, in un momento di volgare e viscerale attacco alla conoscenza obiettiva del Novecento. E talmente ricca è la sua lezione, tanti e diversificati gli aspetti del suo impegno, che forse occorrerà avviare studi, convegni e altro per capire e valorizzare tutte le sfaccettature della sua vita militante.
Qui, a così poco tempo dalla sua scomparsa e con l’emozione per una così grave perdita, è possibile solo indicare alcuni aspetti della sua multiforme attività di storico e di militante comunista. In particolare, è possibile soffermarsi, almeno con brevi cenni, su alcuni aspetti controversi della sua formazione, della sua meno nota attività di promotore culturale e poi, soprattutto, della sua instancabile attività di studioso, tenendo ben presente che la sua bibliografia storiografica è talmente vasta e complessa che un esame accurato non può che essere rinviato ad altre occasioni e a studi esaurientemente documentati. Per una prima sintesi, si può rimandare all’opuscolo di Sergio Dalmasso, Fra politica e storia dalla crisi del 1943/’44 alla crisi della Repubblica ( edizioni Punto Rosso, Milano, 2000).
La sua formazione è particolarmente interessante anche se ha alcune analogie con altre delle sua generazione, come ci ha istruito tanti anni fa Ruggero Zangrandi con il suo fortunatissimo “Lungo viaggio attraverso il fascismo”. È la formazione di un giovane anconetano di famiglia borghese, nato nel 1922, educato dal fascismo e poi liberatosi da tale fardello attraverso l’esperienza della guerra.
Santarelli ci è ritornato negli ultimi anni della sua vita con il fortunato volume autobiografico Mezzogiorno 1943-1944. Uno sbandato nel Regno del Sud (Feltrinelli, Milano, 1999). L’agile volume ricostruisce, tramite la memoria, ma anche con l’ausilio di alcuni appunti gelosamente conservati, il suo peregrinare da militare, dopo l’8 settembre, nelle regioni meridionali, dietro le linee del fronte.
È uno spaccato di prime riflessioni e di successive analisi sulla Questione Meridionale, ben legate a una più generale questione nazionale che fa piazza pulita del tormentone sulla “morte della patria”. La guerra di liberazione è guerra italiana e porta al riscatto di tutta la nazione. Di ciò, allora, anche le semplici comparse (e non solo i protagonisti) furono consapevoli. E Santarelli ci dice che proprio il contatto dei soldati italiani con la tragedia del Sud e poi la presenza di meridionali nella Resistenza nel Nord sono le prime pietre della riscossa nazionale, le basi di quella che sarà l’Italia democratica e repubblicana.
Eppure, come già accennato, Santarelli viene da una formazione fascista, annusata e respirata tra le mura domestiche, sperimentata tra i banchi di scuola ed elaborata, seppur in modo acerbo, tra le fila dei Guf. Non è quindi né un opportunista né un gregario, è un giovane che si affaccia alla cultura e alla politica con gli unici strumenti in suo possesso. Si trova così a subire un certo fascino per le teorie razziste, per gli aspetti rigeneratori della guerra, in sostanza per quelli che appaiono ingannevolmente le novità dell’inizio degli anni Quaranta.
A suo modo, vuole essere rivoluzionario, non ama affatto le gerarchie del regime e i loro compromessi. Così, come altri giovani della sua generazione, riscopre la “purezza” delle origini e a suo avviso nella loro riscoperta la rivoluzione fascista potrà dispiegare la sua carica radicale. Rielaborando il verbo futurista non vede negativamente la guerra e la retorica giovanilistica e patriottica; ma nel contempo, attraverso la rilettura di Alfredo Oriani, riscopre l’anima laica e repubblicana del fascismo.
Santarelli però, e questo è il suo grande merito, appena abbandona le elucubrazioni astratte dell’adolescenza e comincia a misurarsi con la realtà, rinnega immediatamente le nefaste idee giovanili e mentre i suoi amici, con cui aveva condiviso questa parentesi, aderiranno alla Repubblica sociale italiana, egli passerà al fronte antifascista. Addirittura resta ferito in uno scontro con i tedeschi, e la sua lotta al fascismo prosegue sempre più matura con il ritorno ad Ancona, fino a rappresentare nel 1944 il Partito liberale nel Cln delle Marche.
È infatti la lezione crociana che lo traghetta (anche qui in sintonia con altri giovani approdati all’antifascismo) nella sponda opposta al fascismo. Ed è lo storicismo a fargli da apripista, sia nella versione liberale (Croce appunto) sia in quella marxista, grazie a Labriola, con la lettura della fondamentale Concezione materialistica della storia. E anche per questa fase della sua vita ha lasciato una ricca testimonianza in I comunisti raccontano. Cinquant’anni di storia del Pci attraverso le testimonianze di militanti (Edizioni del Calendario, Milano 1972, pp. 163-168).
È la sua tesi di laurea l’approccio al tema della libertà, poi pubblicata con una lettera di Benedetto Croce come introduzione (Il problema della libertà politica in Italia, Federici, Pesaro, 1946). La già avvertita intenzione di coniugare il concetto di libertà al progressismo sociale lo porta a cercare di collocare nella storia i principi astratti. Soprattutto per lui l’avvento delle masse popolari nella storia può dare corpo giuridico, economico e politico all’ideale della libertà.
La militanza liberale dura però solo fino alle elezioni amministrative del 1946, allorquando il Pli si presenta in una lista di destra assieme ai qualunquisti. Santarelli esce e decide di provare una posizione “terzaforzista” entrando nel Partito socialista dei lavoratori italiani.
Nel febbraio del 1948 è però espulso da questo partito per aver partecipato a uno sciopero generale di solidarietà con gli operai del cantiere navale di Ancona. Nel clima dello scontro politico di questo periodo e in particolare contro “l’oscurantismo clericale”, la sua formazione laicista lo porta ad aderire al Fronte democratico popolare, di cui è candidato, segretario e direttore dell’organo di propaganda, Lavoro e libertà. L’ultima tappa, ormai logica prosecuzione di quelle precedenti, è l’iscrizione al Pci, che avviene ai primi di dicembre dello stesso anno.
Particolarmente significativo è il suo biglietto d’ingresso e cioè un articolo sull’Unità, nel quale esordisce così: “ Non so cosa penserà Benedetto Croce se verrà a sapere che un altro giovane liberale ha abbracciato la causa del proletariato. Probabilmente il mio maestro di libertà e d’antifascismo si rifugerà, dinanzi a così desolante spettacolo, nei suoi consueti atteggiamenti olimpici”. Ora i riferimenti sono altri, sono Gobetti e Gramsci e il comunismo in Italia si presenta come l’erede dell’umanesimo e del liberalismo, il solo che può inverare storicamente l’idea di libertà.
L’approdo al comunismo segnerà, com’è noto, tutta la sua vita, una vita militante, e non solo sul piano intellettuale. Fu segretario della Federazione comunista di Ancona nel travagliato 1956 (su cui lascerà equilibrate riflessioni) e poi deputato al Parlamento, ma fu sul piano intellettuale il suo contributo maggiore.
Già nel 1949 sperimenta la lezione gramsciana e togliattiana sulla funzione emancipatrice della cultura e fonda le rivista Rassegna marchigiana, un faro di luce in anni piuttosto grigi e di chiusure ideologiche. Tutta la cultura marchigiana è chiamata a raccolta. Vi scrivono Carlo Bo, Mario Puccini, Franco Matacotta, Edmondo Marcucci, Luigi Bartolini, Ugo Betti, Giovanni Crocioni, Sibilla Aleramo, Aldo Capitini, Giacomo Brodolini, Libero Bigiaretti, Maria Montessori e tanti altri.
Ciò che accomuna questi intellettuali è la tensione per un risveglio culturale dell’Italia e delle Marche in particolare, in nome di un sapere che non sia vagamente popolare, ma che tenda a scuotere le coscienze. Ma lo stesso Santarelli si guarda ora dal ripetere discussioni un po’ astratte come quella tra Prezzolini e Gobetti nel primo dopoguerra sul ruolo della cultura, e, più che fare una passerella di nomi famosi, come un po’ era successo con il Fronte popolare, vuole che la rivista sia ancorata ai problemi reali, alla scarsa incidenza della cultura sul territorio, al provincialismo e all’arretratezza delle Marche con i suoi tradizionali problemi irrisolti. In tal senso sono di fondamentale riferimento i filoni del meridionalismo e del regionalismo, coniugati con quelli dello storicismo e del gramscismo.
L’ottica è quella della lettura di lungo periodo dei fenomeni storici e già Santarelli dimostra di saperne misurare la dimensione diacronica: “la storia della libertà delle Marche è la storia delle ribellioni, più spesso isolate che collettive, contro l’egemonia trasformistica”.
In questa frase, c’è già la base dei suoi studi, passati e futuri e il suo impegno nell’ambito della cultura che lo vedrà dirigere un’altra importante rivista all’inizio degli anni Sessanta, Marche nuove. L’incarnazione del concetto di libertà non può che avvenire nel cammino storico del movimento operaio, ma questo è nato libellista, individualista e anarchico, ed è quindi stato succube dell’egemonia trasformistica e moderata. La maturità della classe operaia con la sua capacità organizzativa e con la crescita della coscienza di classe approderà alla maturazione di una nuova egemonia.
Questo tema caratterizzerà il Santarelli comunista degli anni Cinquanta e Sessanta, con il passaggio da una militanza a tempo pieno, dalla “professione rivoluzionaria”, che lo vede segretario della federazione anconetana del Pci dal 1956 al 1958 e poi deputato dal 1958 al 1963, alla professione di storico, con l’approdo alla carriera accademica nell’Università di Urbino, ma sempre in piena coerenza e sintonia con la base di partenza e cioè dalla lettura laica e comunista del concetto di libertà. Per questi anni si è già avuto occasione di compiere delle analisi per cui mi si permetta di rimandare rimando al mio “La battaglia delle idee” nel volume collettaneo Le Marche dalla ricostruzione alla transizione 1944-1960 (Il Lavoro Editoriale, Ancona, 1999, pp. 403- 428).
Più vasto e problematico, come accennavo, il contributo di Santarelli alla storiografia. Le sue frequentazioni dell’Istituto Gramsci, della Biblioteca Feltrinelli, della riviste Movimento operaio e Rivista storica del socialismo, sono fondamentali per la sua nuova professione. In particolare per la Biblioteca Feltrinelli, nell’ambito di un progetto nazionale, raccoglie e cataloga la stampa operaia marchigiana. Un lungo lavoro che sarà la base per le due principali opere su questa regione: Aspetti del movimento operaio nelle March e”(Feltrinelli, Milano, 1956) e Le Marche dall’unità al fascismo (Editori riuniti, Roma, 1964). Un instancabile impegno di ricerca che porta alla formulazione e alla raccolta di centinaia di schede che sono ora conservate nell’archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche e che sono poi servite a due pubblicazioni dello stesso istituto sulla stampa operaia e democratica nella provincia di Pesaro e Urbino (a cura di Ermanno Torrico) e nella provincia di Macerata (a cura di Vittorio Gianangeli).
Santarelli scopre che le Marche non sono affatto periferia ininfluente della realtà nazionale, anche se non vi sono metropoli, anche se non vi sono grandi centri industriali, anche se vi è una sostanziale arretratezza economica e sociale. Le Marche sono il laboratorio di una crescente egemonia del movimento operaio che fatica però a svilupparsi per la presenza di un predominio della campagna sulla città e per una classe operaia ancora tendenzialmente individualista. Lo si verifica in una forte tradizione anarchica, in una marcata influenza del sindacalismo rivoluzionario, in un susseguirsi di moti di piazza che ricordano le jaqueries, come quelli del 1898, come la settimana rossa, come quelli contro il caro viveri nel 1919, come la rivolta dei bersaglieri l’anno successivo. Eppure, ogni volta, la presa di coscienza di questi limiti accresce lo sforzo organizzativo e l’impegno politico di massa fino ad arrivare a importanti conquiste, a cominciare dalla nascita delle Camere del lavoro fino alla fondazione del Partito comunista.
Ovviamente, queste non sono tematiche esclusivamente marchigiane, anche se in questa Regione hanno espresso una specificità rilevante anche per la presenza di personaggi rilevanti come Errico Malatesta, Luigi Fabbri, Pietro Nenni, Romolo Murri, che hanno qui esercitato la loro funzione teorica e politica in fasi decisive della storia d’Italia. Questa visione “progressiva” della storia emerge in tutte le opere di Santarelli a cominciare da quella che può essere considerata la prima di grande respiro, Il socialismo anarchico in Italia (Feltrinelli, Milano, 1959). In essa si dà conto che l’anarchismo è la tappa originaria della storia del movimento operaio e non solo e non tanto sul piano delle idee, quanto soprattutto sul piano dei fatti storici, in un rapporto dialettico e di reciproca influenza con il socialismo. In questo modo viene considerato figlio della modernità e non, come altri autori marxisti hanno ritenuto, espressione di un movimento pre-moderno.
Il testo si affianca a quello più teorico e di storia delle idee che è La revisione del marxismo in Italia, nel quale va ancora avanti nella riflessione con alcune importanti scoperte come appunto l’intreccio in Italia tra movimento anarchico e movimento socialista e come la “scoperta” del ruolo di Rodolfo Mondolfo soprattutto come anello di congiunzione tra Labriola e Gramsci. Una lettura quindi a tutto campo del filone italiano del marxismo, che sarà fondamentale anche nella rilettura di fenomeni come il fascismo al di fuori di schemi terzinternazionalisti basati pressoché essenzialmente sulla dittatura di classe.
Storia del movimento e del regime fascista (Editori riuniti, Roma, 1967) non è in proposito solo una delle opere più importanti di Enzo Santarelli ma è anche e soprattutto una delle principali storie del fascismo uscite in Italia, dalla quale nessuno storico successivo ha potuto prescindere. Molto prima di Renzo De Felice e di Emilio Gentile egli coglie molto bene le peculiarità italiane del fascismo già nella crisi di fine Ottocento, fino alla guerra libica e all’interventismo, ma soprattutto di una forte spinta antidemocratica presente nell’età giolittiana e che costituisce una costante nella storia del nostro Paese. Scrive con parole profetiche, tanto da farci capire come quella storia non sia affatto esaurita neppure oggi: “Il fascismo ci appare come il sintomo e la manifestazione di una crisi spirituale e politica di vaste proporzioni non ancora completamente esaurita e superata”. Così, di fronte alla spinta del biennio rosso, la borghesia risponde con comportamenti che tendono non solo a distruggere le conquiste del movimento operaio, ma anche a snaturare l’essenza stessa della democrazia, fino a rasentare il vero e proprio colpo di Stato.
Ma se Santarelli evita schemi classici del marxismo non cade affatto nel personalismo alla De Felice, non identifica la storia del fascismo con la biografia di Mussolini. Per quanto la sua sia una storia politica, essa si coniuga molto bene con le acquisi-zioni della storia sociale. Lo studio del fascismo rappresenta quindi per Santarelli l’approdo alla maturità, periodo che lo vede dare alla luce diverse pubblicazioni che restano tappe fondamentali nella storiografia italiana. Due opere generali, una internazionale e una nazionale, e una biografia di un personaggio a suo avviso chiave per capire tante specificità della sinistra italiana. Andando per ordine, è del 1982 la Storia sociale del mondo contemporaneo (Feltrinelli), che segue di sette anni Il mondo contemporaneo. Cronologia storica 1870-1974 (Editori riuniti).
Si tratta di una sintesi ambiziosa, frutto non solo di studi mai interrotti in materia, ma anche di curiosità alimentata dai numerosi viaggi che caratterizzano la sua vita dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.
Soprattutto però è la espressione più matura di una forte coscienza internazionalista nelle lotte dei giovani negli anni attorno al Sessantotto. Si pensi all’attenzione che Santarelli ha sempre posto nei riguardi di personaggi mito come Ernesto Che Guevara (sul quale ha scritto parecchio e ha organizzato un convegno a Urbino nel 1987) e più in generale verso i movimenti di liberazione soprattutto nell’America del Sud. Addirittura, assieme alla sua compagna Bruna Gobbi, ha fondato una rivista come Latino America che è ancora oggi una importantissima rassegna di studi su questo continente e sulle speranze di rinnovamento profondo che vengono dalle sue peculiarità storiche e dalle sue tradizioni popolari.
Quindi la Storia sociale del mondo contemporaneo è in un qualche modo la risposta al fascino che emanano i movimenti di liberazione sparsi nel mondo e alle domande che pongono allo studioso, sia per quel riguarda l’analisi dell’imperialismo, tema forte del leninismo (già presente nel suo Movimento operaio e rivoluzione socialista, Argalia, Urbino, 1976), specie ora che il declino europeo ha lasciato spazio alla superpotenza americana, sia per quella sorta di difesa d’ufficio dell’Unione Sovietica che egli vede in questi anni spesso criticata un po’ troppo frettolosamente.
Ma è anche il tentativo di dare un’interpretazione complessiva al cosiddetto “secolo breve”, che, in qualche modo, per Santarelli è un secolo lunghissimo, in quanto la data d’avvio della contemporaneità non risale per lui alla grande guerra bensì niente meno che alla Comune di Parigi. Con i limiti di un’opera influenzata dai fermenti del suo tempo, è comunque una delle ultime grandi sintesi di impianto marxista uscite in questi ultimi trent’anni, con una nota però di estrema attualità che riguarda i temi della pace, specie dopo la bomba atomica e l’avvento di altre tecnologie di distruzione e di morte. Temi sui quali, come si vedrà più avanti Santarelli ritornerà più volte (a cominciare da Imperialismo, socialismo, terzo mondo. Saggi di storia del presente, Quattro- Venti, Urbino, 1992).
Nel frattempo, escono le sue due più importanti monografie sulla storia d’Italia, Nenni (Utet, Torino, 1988) e Storia critica della Repubblica, l’Italia dal 1945 al 1994 (Feltrinelli, Milano,1996). Nella prima, Santarelli dà alle stampe il risultato finale di una ricerca di lungo periodo, ma soprattutto il risultato di una lunga riflessione sulle caratteristiche e le contraddizioni del sovversivismo. Proprio Nenni ne è il tipico esemplare. Matrice romagnola, regione perennemente “all’opposizione”, educazione repubblicana, partecipazione alla “settimana rossa” e poi l’interventismo. Dopo la guerra, l’autocritica e l’adesione al socialismo, il fuoriuscitismo e la sintonia con i fratelli Rosselli, la partecipazione ai fronti popolari e la guerra di Spagna. Dunque l’antifascismo, la rinascita democratica e un nuovo fronte popolare, per arrivare infine al Centro-sinistra.
Santarelli capisce che questo filone della sinistra è più tipicamente italiano forse dello stesso filone comunista, proprio per le contraddizioni che si porta dietro per quasi settant’anni dalle origini garibaldine fino a posizioni scomode di governo con la Democrazia cristiana. Tutto c’è stato nel frattempo, dall’insurrezione di piazza alle manifestazioni in favore della guerra. Perché tante contraddizioni? Perché manca un pensiero forte, organico, anche se con evidenti rischi di caduta nel dogmatismo come è per i comunisti, ma certo più lineare perché è chiaro l’obiettivo e cioè l’anticapitalismo, con il quale il sovversivismo non ha mai fatto i conti fino in fondo.
Allo stesso tempo, emerge anche la incapacità, partendo da simili origini, di essere adeguatamente riformista una volta al governo; e la mancanza dell’affermazione di un vero riformismo democratico in Italia negli anni della Repubblica è il nodo di fondo dell’altra opera di Santarelli e cioè la storia critica dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Il libro è di grande spessore ma anche di grande attualità perché scritto due anni dopo la prima vittoria di Berlusconi e lo storico ci fa capire che questo successo della destra viene da molto lontano, che sicuramente ci sono elementi di novità (come la fine dei tradizionali partiti di massa) ma vi è anche una lettura di lungo periodo che coglie le cause di una presenza maggioritaria da parte della destra. La storia potrebbe risalire molto indietro nel tempo, nelle origini del populismo e del trasformismo, ma ciò che caratterizza gli anni del postfascismo è la conquista del potere da parte del movimento cattolico e Settembre – Ottobre 2004 77della Democrazia cristiana. Per un vecchio anticlericale come Santarelli, alla beffa sul piano culturale si aggiunge il danno sul piano della modernizzazione del Paese, su quello che poi Guido Crainz avrebbe chiamato “il Paese mancato”. La egemonia della Chiesa si assomma alla già scarsa cultura democratica (per non dire “sovversivismo”) delle classi dirigenti, la quale ha portato l’Italia più volte sull’orlo del colpo di Stato.
Meno convincente è laddove vuole essere impietoso verso l’opposizione, soprattutto nelle critiche a Berlinguer e alla strategia del compromesso storico. Qui verrebbe facile fare osservazioni analoghe a quelle che lo stesso Santarelli fece nei riguardi di Nenni, laddove osservò che certo radicalismo si dimostrò poco incline a favorire le strategie di lungo periodo del movimento operaio. Così, il non comprendere le origini togliattiane della strategia del compromesso storico porta Santarelli ad accusare Berlinguer di politicismo e di scarsa attenzione ai movimenti di massa. Ma quali sono i movimenti di massa, quelli delle avanguardie intellettuali o quelli con ben più solide matrici popolari? Non è un caso che quando il Pci si scoprì alternativista accelerò il suo declino verso lidi socialdemocratici in un Paese che non aveva radici socialdemocratiche. Cosicché si può oggi tranquillamente affermare che il Pci non è morto nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, ma quando ha accettato di essere subalterno al craxismo, riducendo il compromesso storico a “emergenza” e a “larghe intese”, abbandonandone così la valenza rivoluzionaria, trovandosi poi aperto il solo sbocco alternativista, che in Italia non poteva che avere connotati moderati.
Non è qui il caso di collegare questa interpretazione degli ultimi anni di storia del Pci con la scelta che Santarelli fece aderendo al Partito della Rifondazione Comunista. Occorrerebbe una più attenta analisi del suo pensiero tra gli anni Ottanta e Novanta, e per questo si rimanda a uno studio ben più approfondito, ma si può azzardare che Santarelli si è sempre dichiarato legato a un filone profondamente laicista del movimento operaio con scarsa attenzione al movimento cattolico, con qualche incrocio con il filone “eretico” e modernista, da Romolo Murri a Ernesto Buonaiuti, ma nulla di più. Quando anni fa pubblicai un libro sulla storia del Movimento dei cattolici comunisti, verificai la sua assoluta estraneità a questa esperienza e il fastidio per essere poi diventata questa componente tutt’altro che marginale nella storia del Partito comunista e nell’influenzare le politiche sia di Togliatti sia di Berlinguer.
A conclusione voglio invece sottolineare ciò che ha mi ha profondamente accomunato a Santarelli e alla lunga collaborazione nell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, di cui è stato uno dei fondatori, presidente dal 1974 al 1980 e animatore per lunghi anni; in altre parole una sua creatura, una di quelle in cui ha più creduto e in cui si è più impegnato. Già negli anni Sessanta, docente all’Università di Urbino aveva creato un centro studi, punto di riferimento per docenti e studenti locali. Ma ben presto assieme ad alcuni comandati partigiani aveva preso contatto con l’Istituto per la storia del movimento di liberazione, già presente a Macerata, per creare un organismo regionale. Questi sorse ad Ancona all’inizio degli anni Settanta e grazie a Santarelli costituì un felice connubio di comandanti partigiani e di giovani antifascisti appassionati di studi storici.
Proprio questo incontro tra uomini della Resistenza e delle lotte del Sessantotto fu la vera novità voluta da Santarelli e, sebbene incontrasse l’ostilità dei partigiani non comunisti, ancora troppo legati all’idea della Resistenza come secondo risorgimento e sospettosi di ogni impostazione classista, alla fine si dimostrò vincente, tanto che ancora oggi quella impostazione originaria plasma la vita dell’Istituto marchigiano per la storia del movimento di liberazione.
Ma Santarelli fece ancora e molto di più. Fece fare un salto di qualità alla pubblicistica sulla Resistenza. Sotto la sua direzione si amplificarono gli studi di carattere scientifico, si ridimensionò il carattere memorialistico, almeno liberandolo da ogni residuo agiografico, e si cominciò ad avviare vere e proprie ricerche storiografiche. E lui in prima persona si spese per avviare una collana editoriale di studi e organizzò convegni “marchigiani”, come quello di Urbino del 1971 e quello sulla Linea gotica tenutosi a Pesaro nel 1984. Santarelli però, prima di essere un instancabile animatore culturale, era un grande storico, cosicché si sforzò in prima persona di tracciare le linee guida di una nuova storiografia, sia della Resistenza nelle Marche sia più in generale di quella italiana. Per il primo aspetto, ribadì la necessità di letture di lungo periodo, in altre parole sollecitò la comprensione di cosa erano stati in questa regione il fascismo e l’antifascismo, non solo sul piano politico e ideologico, ma anche attraverso un esame della loro presenza in tutte le pieghe della società.
In questo modo, si sarebbe anche compreso meglio il secondo dopoguerra, con la presenza di un movimento organizzato autore di indimenticabili lotte operaie e contadine. Ne emergeva, a suo avviso, una evidente continuità, una sorta di filo rosso che vedeva protagonisti vecchi socialisti e anarchici, spesso confluiti nel partito comunista, combattenti in Spagna o esiliati al confino, commissari politici delle bande partigiane, operai del cantiere navale di Ancona e di altre fabbriche, contadini dell’entroterra e capileghe, in una saldatura di almeno due generazioni.
Nello stesso tempo, però, per Santarelli la Resistenza nelle Marche appare come una sorta di “rivoluzione incompiuta”, soprattutto per il mancato cambiamento dei rapporti sociali, specie nelle campagne dove resistono forme arcaiche di mezzadria. Il fatto è che in questa zona d’Italia, pur essendoci il primo laboratorio di guerriglia partigiana, la resistenza dura poco, meno di un anno, e nell’estate del 1944 è già terminata, non potendo sviluppare quella partecipazione operaia e contadina che sarebbe stata essenziale per una trasformazione dei rapporti di classe.
Analisi successive e più mature lo porteranno a comparare l’analisi locale a quelle di zone più ampie, con confronti di estremo interesse con la Romagna e l’Umbria, individuando aspetti comuni alle cosiddette Regioni rosse. Uno fra tutti la forte presenza del partito comunista che egemonizza la guerra partigiana e nello stesso tempo guida il movimento operaio del dopoguerra verso un significativo rinnovamento democratico del Paese. Rinnovamento osteggiato dalle forze conservatrici, ma che permette all’Italia repubblicana di non interrompere il legame storico con la tradizione democratica e antifascista.
Questo aspetto connota l’identità di Santarelli come storico comunista, identità sempre riaffermata nella sottolineatura della perfetta compatibilità dei due termini, ma anche in una accezione la più ampia possibile, data la vastità dei suo interessi e dei campi di indagine affrontati e dato l’approccio non necessariamente ideologico, e anzi metodologicamente plurale, con il quale ha affrontato le tematiche più differenti. E, per restare alla sua attività nell’istituto storico marchigiano, andrebbero ricordate le tante iniziative da lui avviate e felicemente realizzate, come il convegno internazionale di Ancona del 1977 sull’imperialismo italiano e la Jugoslavia, fondamentale anche per comprendere le evoluzioni successive) o come la fondazione nel 1988 (e la direzione per i primi anni) di una rivista di studi come Storia e problemi contemporanei, che ancora oggi, trasformatasi da semestrale a quadrimestrale”, costituisce un importante punto di riferimento per la storiografia italiana.
Ma sue due tematiche “santarelliane” voglio soffermarmi in modo particolare a conclusione di questa veloce rassegna.
La prima riguarda la storia delle donne, un filone di cui fu in qualche modo anticipatore. Se si vuole si può risalire a una prima informe curiosità infantile che lo porta a rinnegare l’immagine borghese della donna in un breve scritto di epoca fascista, ma è del 1950 il suo La rivoluzione femminile, un testo un po’ ingenuo, colmo di umanitarismo e di idealismo, in cui si identifica l’emancipazione femminile con il socialismo, secondo una visione piuttosto schematica assai diffusa nella tradizione del movimento operaio. Ben più innovativo e stimolante è quando si sofferma sulle ideologie antifemministe, individuando il carattere “maschilista” della destra e del fascismo in particolare. Un riferimento per gli studi in materia resta il suo intervento su Problemi del socialismo n.4 del 1976. In esso, tra l’altro, si coglie nell’antifascismo e nella resistenza (come poi molte studiose hanno confermato), l’occasione per il salto di qualità nel cammino di emancipazione delle donne.
La seconda tematica forte è stata quella della pace, non solo proposto a oggetto di studio da parte degli storici, ma collocato al centro del dibattito storiografico sul Novecento. In tal senso, organizza nel 1986 ad Ancona, proprio con l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, il convegno “La cultura della pace dalla Resistenza al Patto atlantico”, in cui intervengono non solo storici ma anche fisici, sociologi, letterati che sottolineano l’apporto della cultura della pace alla risoluzione di conflitti internazionali.
Proprio nella prefazione agli atti (Il lavoro editoriale, Ancona, 1988) Santarelli scrive: “Centralità dunque, in atto e in prospettiva, non più del dato militare, come scansione e come elemento di continuità nella storia, ma del rapporto guerra-pace, specificato ormai nell’era di una distruttività “totale”, nell’era delle masse, nell’era del risveglio complesso di energie umane e di istanze collettive, che si sono manifestate in tutto il mondo, in varie forme” (p. 6). Non si può non cogliere l’attualità di questa tematica che l’ottica storica proietta su un presente che ha fatto carta straccia pure del buon senso, tanto che persino il “ripudio” della guerra si accinge a fare la fine ingloriosa a cui sembra destinata la nostra Costituzione repubblicana.
Ecco la sua attualità. In una fase storica di smarrimento di fronte alla aggressività sovversiva della destra, e non solo quella cialtronesca oggi al governo in Italia, l’immenso patrimonio culturale e storiografico di Santarelli va riproposto, certo in modo critico, ma soprattutto con le sue grandi intuizioni, da quelle sulla pace a quelle sulla ricchezza culturale e democratica del movimento operaio.
Oggi, che non è più tra noi, occorre fare in modo che non vada dispersa questa lezione. E se è vero che la sua opera è talmente vasta che non è stato qui possibile ripercorrerla che in poche righe, non si può non indicarla allo studio e alla riflessione dei più giovani, quelli a cui si rivolgeva senza alcuna boria accademica, ben consapevole che ogni generazione trasmette un patrimonio da far fruttificare a quella successiva.