La speranza del movimento

– Partiamo da quello che è successo qualche settimana fa e che è stato letteralmente censurato dalla stampa e dalle televisioni: il ministero degli interni è stato condannato a risarcire una cifra simbolica di 5.000 euro ad una signora di 50 anni che a Genova – nel luglio del 2001 – stava pacificamente manifestando con le mani alzate ed è stata selvaggiamente picchiata dalla polizia. Il tribunale di Genova ha parlato chiaro, attribuendo precise responsabilità alla polizia, il cui intento repressivo è stato riconosciuto come premeditato e programmato e non emergenziale ed auto-difensivo. Come mai nessuno ne parla? Eppure è un fatto importante…

In realtà non è la prima sentenza che condanna l’operato della Polizia in quei giorni. Questa chiaramente è molto più simbolica, nel senso che tocca le sensibilità di un movimento più ampio, eppure continua la cappa del silenzio da parte dei grandi media. Ti racconto un fatto ancora più recente: qualche giorno fa, in Prima Commissione Affari Costituzionali – nel corso di un’indagine conoscitiva per il disegno di Legge di riforma dei servizi segreti – abbiamo assistito alle audizioni del capo della Polizia, del capo dei Carabinieri e del capo della Guardia di Finanza. Attualmente il capo della Polizia è sempre Gianni De Gennaro – lo era ai tempi dei governi di centro sinistra, poi del governo Berlusconi e lo è tuttora con il Governo Prodi; anzi, direi che è sempre più ‘capo’. Al termine dell’audizione ho rivolto una domanda a De Gennaro (e ti assicuro che ho fatto anche molta fatica…). Voleva essere una domanda che partiva dalla riforma dei servizi per arrivare al comportamento delle forze di polizia soprattutto in azioni di ordine pubblico. De Gennaro mi ha risposto in un modo totalmente irritante per una persona come me, dicendo che capiva molto bene il mio dolore. Io gli ho fatto una domanda su una questione generale, capisci, e lui mi ha dato una risposta personale, come ‘la povera madre di Carlo Giuliani’. La notizia fornita dall’Ansa si è basata soltanto sulla risposta data da De Gennaro e non sono stati resi noti né la mia domanda, né il commento che ho fatto in seguito alla sua risposta e neanche quello che ho detto a due giornalisti che mi hanno successivamente interv istato. È stata diffusa soltanto la risposta di De Gennaro, da cui si poteva anche desumere che io avessi lamentato l’uccisione di mio figlio, cosa che assolutamente non avevo fatto. Avevo parlato di ben altro: avevo parlato del comportamento degli agenti di pubblica sicurezza e non solo durante manifestazioni, come è successo a Genova, o in altri situazioni. Per esempio, voglio ricordare il caso di Federico Aldrovandi a Ferrara – che mi sembra emblematico – fermato da quattro poliziotti (di cui una donna) una mattina alle cinque mentre tornava a casa e per un semplice “controllo” a casa non è mai più tornato. La prossima settimana, finalmente, comincerà il processo.

– Anche per quanto riguarda il caso di Federico Aldrovandi c’è il tentativo continuo di offuscare le notizie, soprattutto quando man mano emergono le responsabilità penali degli agenti di polizia…

Esattamente: mentre si parla ossessivamente di Cogne, un caso straziante fin che si vuole ma, per fa- vore, abbassiamo anche un velo pietoso su quel caso…ci sono trasmissioni televisive e continui articoli sui giornali, sembra che tutti siano orribilmente voyeur. Invece sul caso di Federico Aldrovandi silenzio assoluto, così come sul caso Rumesh di Como e su tanti altri casi che mi sono stati segnalati e che vengono conosciuti solo dal popolo di internet. Ora sono qui in Senato e non riesco più a seguire tutte le cose che seguivo prima, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia; stiamo cercando, con alcuni compagni, di formare un gruppo di ascolto, di raccolta di informazioni, di sostegno, sia per tutti i casi di repressione ma anche per quelli di violenza di stampo neofascista, che avvengono sempre più spesso; infatti io, in quanto madre di Carlo, ero diventata un po’ il punto di riferimento per tante persone. Le prime telefonate di Patrizia, la mamma di Federico Aldrovandi, ad esempio sono arrivate a me. Ricordo anche il caso di un ragazzo di Catania che è stato praticamente violentato da una pattuglia di carabinieri che lo aveva fermato per strada senza alcun motivo. O l’uccisione di Renato Biagetti, a Roma. Ma io da sola non posso fare niente così, dicevo, con alcuni compagni stiamo cercando di organizzarci, anche se è difficile.

– Esiste quindi un vero e proprio osservatorio nazionale?

Esattamente. E’ quello che stiamo cercando di costruire collegandoci al sito www.reti-invisibili.net In questo sito abbiamo raccolto prima tutti i casi precedenti a quello di Carlo di violenza da parte delle forze dell’ordine senza che si sia riusciti poi ad ottenere verità e tanto meno giustizia; e poi anche i casi successivi: chi visita il sito può documentarsi. Quindi le Reti-Invisibili dovrebbero diventare l’altra faccia di questo osservatorio e riportare anche gli articoli e le decisioni che si prendono in sede giudiziaria.

– Dopo Genova ci eravamo abituati soltanto a casi isolati, invece pare che qualcuno voglia far ritornare le violenze anche nelle dinamiche di Piazza. Basti pensare, ad esempio, a come sono state gestite le proteste di Serre in Campania o agli atteggiamenti ostili verso i centri sociali e gli spazi di aggregazione. C’è l’esigenza, ancora molto lontana dalla sensibilità di questo governo (nonostante sia di centro-sinistra), di cambiare in profondità i modi di operare delle forze dell’ordine, a partire dalla riconoscibilità degli agenti durante le manifestazioni.

Sono i quesiti che io avevo posto al generale capo dei carabinieri. La domanda principale era questa: quanta formazione democratica viene data agli agenti, quanta conoscenza dei diritti costituzionali dei cittadini viene fornita loro? Dal nostro osservatorio pare di capire che gli atteggiamenti arroganti e violenti siano sempre più numerosi. Non voglio però generalizzare e non sto dicendo che tutti i poliziotti e tutti i carabinieri siano delinquenti. A Genova secondo me li avevano scelti accuratamente, ma anche in altre situazioni l’atteggiamento arrogante e violento, di stampo fascista, vive e vegeta, nascosto nelle caserme.

– Se il governo non dà segnali forti, è dura però che si riesca a cambiare direzione di marcia. Ad esempio, se su Genova fosse partita una commissione parlamentare d’inchiesta, probabilmente si sarebbe dato il segnale che l’impunità tra le forze dell’ordine non è sempre garantita. Questo diventa necessario soprattutto dopo le ultime dichiarazioni del poliziotto Fournier, che ha parlato di vera e propria “macelleria messicana” e che non denunciò nulla per “spirito di appartenenza.”.

Certamente, occorrerebbero segnali forti. Purtroppo mi sono fatta l’amara convinzione che la commissione d’inchiesta su Genova in realtà non la voglia nessuno! Che nessuno voglia attuare davvero il programma dell’Unione… Non si vuole l’inchiesta, non si vuole neppure che l’opinione pubblica venga a conoscenza di quanto sta avvenendo nei tribunali genovesi. L’informazione è tutto in una democrazia, e quando viene a mancare l’informazione, viene a mancare la democrazia: la nostra è una democrazia malata. Improvvisamente, dopo quasi sei anni, Fournier parla. Perché? Forse perché tra breve il consiglio dei ministri deve nominare il nuovo capo della polizia? Non lo so. Fournier non si vergogna neppure di aver anteposto lo ‘spirito di appartenenza al corpo’ al rispetto per la Costituzione. E nessuno dei suoi superiori glielo fa notare. Quanto durerà l’attenzione dei grandi media? Fournier, dopotutto, scagiona i suoi. Chi ha picchiato, chi ha violentato, chi ha davvero devastato e saccheggiato Genova in quei giorni, continua a non avere un nome. Per non parlare dell’Arma…

– Quando c’è lo scoop o saltano fuori sciocchezze sensazionalistiche – come quando Placanica recentemente ha dichiarato di non essere stato lui a sparare – allora tutti ne parlano per un giorno o due e poi tutto finisce nel dimenticatoio…

Purtroppo è cosi. Da quanto tempo si parla in Italia di muro di gomma (e non l’ho definito io in questo modo)? Anche sui fatti di Genova c’è un muro di gomma. Perché fare pulizia e fare chiarezza fino in fondo sulla gestione di Genova farebbe saltare molti alti papaveri che gestiscono l’ordine pubblico di questo paese, e non solo. Devono essere individuate le responsabilità politiche, ma questo non si vuole. Anche perché parlare di Genova significherebbe parlare di Napoli. Napoli è stata la prova generale prima di Genova; certo, fortunatamente non così violenta e cruenta, ma in piccolo c’era gia tutto: la violenza, la chiusura della piazza, i carabinieri che prelevano i feriti dagli ospedali, la trappola come a Genova. C’era già tutto a Napoli – quando in ca- rica c’era un governo di centro–sinistra – ed anche Napoli è stata messa sotto silenzio: quindi c’è un interesse bipartisan a tacere. E a capo della polizia c’è sempre il signor Gianni De Gennaro.

– A proposito di concezioni securitarie della società e facendo riferimento a casi di due città simbolo come Bologna e Roma, in cui governano Cofferati e Veltroni, che giudizio si può dare? Sembra che la repressione e l’esclusione siano la nuova frontiera per una sinistra che per rinnovarsi vuole spostarsi sempre più a destra. La sicurezza non è intesa come sicurezza sociale, ma come principio che vede nella lotta al diverso (migrante, tossicodipendente, etc…) la soluzione di tutti i problemi…

Esatto. E’ pazzesco che il sindaco di Roma, una persona che ha sempre dimostrato grande sensibilità verso i problemi dei poveri del mondo, voglia allontanare i Rom dalla città. Noi siamo un paese dalla memoria corta, perché siamo un popolo che la storia la legge a scuola ma non la studia davvero. Infatti tutto questo l’abbiamo già vissuto ed ora c’è chi cerca di spostare l’attenzione su un ‘pericolo’ debole per far passare altre cose ben più gravi e forti. Durante il nazifascismo il ‘pericolo’ erano gli ebrei e si è insegnato alla popolazione ad averne timore e ad odiarli per non far vedere quello che si stava preparando di davvero pericoloso, la guerra. Oggi si vuole attirare l’attenzione verso il ‘pericolo’ dello straniero, della zingarella che ti ruba il borsellino (perché in tanti anni non è stata offerta alla sua gente una prospettiva di vita), mentre non si dice al paese che gli Stati Uniti stanno allargando a dismisura le proprie basi nel nostro territorio, non si dice che l’ Italia, che ha legittimamente scelto di rifiutare il nucleare, ospita arsenali di bombe nucleari.

– E’ vera e propria censura…

Purtroppo è peggio della censura, perché è autocensura. Vogliamo fare un altro esempio? Il poliziotto Filippo Raciti a Catania è stato ucciso da fuoco amico, perché è stato recuperato il filmato in cui si vede che viene investito dalla sua stessa camionetta. Bene, quanto si è detto ai telegiornali ed alla televisione di tutto ciò? Però nel frattempo si è già discusso alla camera ed in senato un disegno di legge che sarà ancora più restrittivo e punitivo nei confronti degli Ultras. Non c’è persona più lontana di me dal tifo calcistico, ma nel caso di Catania si è trattato proprio di mafia mescolata a gente di estrema destra. Non voglio difendere nessuno: ma a che cosa serve una legge ancora più punitiva? E questa legge è stata fatta sull’onda dell’emozione dell’uccisione di Filippo Raciti, che in realtà è stato ucciso da fuoco amico. E questa legge servirà a reprimere chiunque voglia manifestare…

– Se trasferiamo tutto ciò sul piano dell’agibilità politica e sociale, ci rendiamo conto che l’agibilità politica rischia di essere cancellata. Ad esempio a Bologna non si può più neanche manifestare pubblicamente con un cartello in piazza a sostegno della laicità dello stato, che subito vieni tacciato di essere “eversivo” o “terrorista”, per non parlare di chi pratica autoriduzioni al cinema o alla mensa universitaria, oppure occupa una casa o libera uno spazio in città per attività socio-culturali…

Chi dissente è considerato un eversore: ciò allontana le persone dalla partecipazione alla vita politica; spacca e separa i movimenti e la sinistra. Tempo fa dissi pubblicamente che la repressione a Genova è riuscita davvero, ma qualcuno mi rimproverò e mi rispose che non era vero perché poi ci sono state Firenze e tante altre manifestazioni. Comunque, a lungo andare, la repressione di Genova è riuscita a separare, ad indebolire e a dividere i movimenti; spesso io dico che Carlo Giuliani è la prima vittima della guerra preventiva. Accanto a tutto ciò, ripeto, c’è il problema dell’informazione, che è un grave problema, perché è vero che l’informazione ancora passa per internet – e penso che prima o poi riusciranno a toglierci anche questo strumento – ma internet è usato solo da alcune categorie della società, mentre la televisione, che raggiunge davvero anche la più sperduta baracca o roulotte, è decisiva nel fare opinione. Quante trasmissioni che fanno davvero informazione si possono vedere in tv? Di giornalismo denuncia c’è poco…

– Quali sono le prospettive per i movimenti ora? Soprattutto dopo le mobilitazioni di Rostock contro il G8 e la manifestazione contro Bush del 9 giugno, che fra l’altro sono due appuntamenti che hai seguito con attenzione ed ai quali hai pre s o parte. Ricordo anche che per noi GC la tua presenza allo spezzone del Network delle Comunità in Movimento è stata molto importante.

Non chiedermi di raccontare il futuro: per me è una tale fatica continuare a vivere il presente, raccontando il passato. Siete voi, ragazzi e ragazze, la mia speranza, la speranza di una società malata di consumismo, di falsi valori, di denaro, di egoismo. Sono io che seguo voi, non ve ne siete accorti?!