La società globale: nuovo ordine o nuovo disordine?

A PROPOSITO DELL’ULTIMO LIBRO DI LUIGI CAVALLARO, IL MODELLO MAFIOSO E LA SOCIETÀ GLOBALE, MANIFESTOLIBRI

Se da parte delle opposte sponde politiche dei nuovi conservatori e dei loro avversari si teorizza “l’epifania di un nuovo ordine mondiale”, vale piuttosto la pena, secondo Cavallaro, di tentare di verificare “quanto disordine c’è in giro e quanto illusorio sia ritenere il contrario”. Per riuscire in questa impresa occorre però non cadere nell’errore di ritenere che il disordine sia puramente e semplicemente incomprensibile e inspiegabile. Se si sa osservare quello che normalmente appare come mero disordine con uno sguardo critico, non è difficile riconoscere che anche nel disordine sussistono spesso strutture e dinamiche, e che queste possono ben esprimere il senso della realtà sociale con la quale ci si confronta. L’ultima fatica di Luigi Cavallaro (Il modello mafioso e la società globale, manifestolibri, euro 14,50) articolata attraverso una serie di raffinati ragionamenti che attingono al giuridico, all’economico, alla logica e al sociologico, si muove proprio su questo terreno. Lo scopo è quello di contrastare le semplificazioni sottostanti ad una lettura troppo soggettivistica della storia in corso.

PERCHÉ IL MODELLO MAFIOSO COME SCHEMA DI LETTURA?

Quello della “società globale” è, come tutti sanno, un termine assolutamente abusato. Viene ricorrentemente usato a destra per ostacolare qualsiasi tentativo di far rivivere alcune delle libertà – i cosiddetti diritti sociali – che hanno faticosamente preso corpo nella fase dello sviluppo dello Stato sociale, sostenendo che la “globalizzazione” impone nuovi vincoli. Viene sistematicamente brandito da sinistra per attribuire a questi vincoli un carattere di arbitrarietà, come se il superamento della crisi dello Stato sociale potesse risolversi in un atto di volontà politica.
Cavallaro spoglia il termine di ogni connotazione di valore, cosicché la “società globale” non è altro che il contesto generale nel quale i paesi organizzati in modo più o meno democratico al loro interno interagiscono sull’arena mondiale. Invece di limitarsi ad inferire da questa interazione i fenomeni negativi che si presentano in questa fase storica, come fanno tutti i predicatori e i denigratori della globalizzazione, Cavallaro ci invita ad individuare le mediazioni sociali attraverso le quali l’evoluzione sociale ha luogo. Lungi dal cercare di affrontarle tutte, richiama la nostra attenzione su una possibile analogia tra la dinamica che si è instaurata sull’arena mondiale e l’affermarsi in Sicilia della mafia.
Non a caso il primo capitolo del libro è preceduto, in epigrafe, da una citazione di Giovanni Falcone che recita: “La Sicilia è una terra dove, purtroppo, la struttura statale è deficitaria. La mafia ha saputo riempire il vuoto a suo modo e a suo vantaggio, ma tutto sommato ha contribuito ad evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos totale”.
Dunque, nel dar conto delle forme di potere che si esprimono nell’attuale fase storica c’è chi ricorre alla figura dell’«Impero”, per definire quelle forme come la manifestazione della pienezza di una soggettività sociale, e chi invece, come Cavallaro, ci dice che esse corrispondono al tentativo di “riempire un vuoto”, articolando un disordine che non va affatto confuso col caos.

PROTEZIONE UNIVERSALE E PROTEZIONE PRIVATA

Consapevole che molti dei ragionamenti che articola sfuggono al normale senso comune, Cavallaro si adopera con grande pazienza a spiegare la differenza che passa tra il modello statuale borghese, nel quale prevale una forma di protezione generale, garantita da una “sistema di diritti universali” e il modello a p rotezione privata, che caratterizza il modello mafioso. Nei paragrafi dedicati al funzionamento della protezione privata, alle conseguenze economiche che ne scaturiscono e alle origini dell’industria della protezione, articola un quadro senz’altro convincente per l’accettabilità del riferimento al modello che propone.
Ma come “può la società meridionale costituire una pregnante metafora del villaggio globale”? La risposta è chiara: “ciò che va comunemente sotto il nome di globalizzazione è un processo che coinvolge, attualmente, la “base materiale” della nostra esistenza, mentre la “sovrastruttura” politica e giuridica resta ancorata a livelli territorialmente circoscritti dalla dimensioni attuali degli Stati-nazione.
In altri termini, mentre la produzione, la circolazione e lo scambio di merci, forza-lavoro e capitali si vanno tendenzialmente mondializzando, ordinamenti e istituzioni non fanno altrettanto”. Poiché sono gli Stati-nazione “a farsi carico di proteggere le transazioni transnazionali, il risultato rischia di essere una società globale simile ai territori a dominazione mafiosa”.
Qui forse avrebbe potuto trovare collocazione una, seppur breve, riflessione storica. Sarebbe cioè stato utile spiegare quando e perché i tentativi di darsi una “sovrastruttura politica e giuridica” che accompagnasse il processo di integrazione economica, che costituivano parte integrante del progetto keynesiano del dopoguerra, sono falliti. Riflettendo sui movimenti di capitale, sulle crisi valutarie e su quelli che definisce come “arbitraggi anomali”, Cavallaro giunge a concludere che si potrà “riconoscere nella relazione in fieri tra imprese tansnazionali e Stati-nazione i caratteri salienti del “contratto di protezione” (…) Non abbiamo (infatti) l’esercizio di un potere, ma un atto di scambio; (…) la protezione non è “imposta” ma domandata; (…) essa s e rve a garantire i diritti di proprietà, di uso delle risorse e il controllo della forza-lavoro e, per di più, la sua disponibilità sollecita ogni sorta di accordi collusivi”.

UN NUOVO “ORDINE IMPERIALE” O UN’ IMPERIALISMO MAFIOSO?

La parte centrale del testo è dedicata ad un’attenta ricostruzione e critica della cosiddetta dottrina dell’Impero. “L’Impero, secondo Hardt e Negri, è l’ordinamento giuridico della società globale, è lo Stato all’epoca del mercato mondiale”. Nulla vi è fuori di esso: non vi sono limiti né confini. La sua pretesa di dominio è totalitaria (…) L’Impero è il capitalismo stesso che, trionfando, si è fatto Stato”. Cavallaro nega recisamente che si possa accondiscendere a questa ipotesi, e che la si debba piuttosto considerare come un “capriccio dell’intelletto” degli autori.
Ripercorrendo analiticamente i limiti delle politiche monetarie e i dilemmi del commercio internazionale, mostra che la realtà globale è molto più complessa di quanto non sia previsto dalla dottrina dell’Impero e che, nei fatti ed in coerenza con le teorie meno ideologiche, lungi dall’instaurarsi di “un nuovo ordine imperiale”, assistiamo al “persistere dell’interesse” e della capacità “degli stati più forti di mantenere in vita” dei cartelli, la cui natura è spiegabile adeguatamente solo con il modello mafioso.
Di grande pregio è il richiamo ad Hegel per negare che la società globale possa essere considerata come un “inveramento della società civile hegeliana”, appunto perché nella società globale attuale “non c’è alcun universale e domina la particolarità”. E di grande raffinatezza il riferimento alle riflessioni teoriche di alcuni economisti come Ronald Coase e David Friedman, per mostrare che le radici del “modello mafioso di protezione privata” fanno tutt’uno con la negazione della necessità dello stato.
I due capitoli conclusivi, ed il Poscritto, sono dedicati ad una ricostruzione sistemica della storia recente, operata con l’ausilio di quello che Cavallaro definisce come un modello che raccogliere sinteticamente alcune categorie essenziali a suo tempo anticipate dalla Luxemburg e da Keynes. Questo “modello” serve da base per mostrare come l’ipotesi dell’ ”Impero” – anche nei tentativi di aggiustamento interpretativo che sono intervenuti dopo l’esplodere della guerra contro l’Iraq – sia da rifiutare.
L’argomentazione approfondisce non solo gli aspetti economici della dinamica in corso, ma anche quelli più ampi, che riguardano le forme giuridiche, il sistema dei diritti, le relazioni individuo-società ed il modo in cui i rozzi istituti sopranazionali esistenti debbano confrontarsi con le conquiste intervenute nel corso del Novecento. Con notevole maestria sintetica Cavallaro afferma che gli svolgimenti intervenuti vanno riletti criticamente nell’ambito di quello che, con ogni probabilità, sarà “il disordine prossimo venturo”.