La sinistra dentro la propria crisi

*Coordinatore nazionale della Rete dei Comunisti

Il progetto di riforme istituzionali ed elettorali è ormai vissuto come passaggio ineluttabile per imbracare la situazione, per assicurare la governabilità “con ogni mezzo necessario” e per ridurre al minimo le ali critiche a sinistra e a destra, o espellendole dallo scenario politico, o rendendole perfettamente biodegradabili dentro il sistema. Questa priorità presenta due aspetti: uno sul versante della gestione del potere attraverso l’introduzione forzata di tutti gli strumenti che consentano ai partiti di governo di avere le mani libere sul piano delle decisioni in materia economico-sociale e di politica internazionale. Questo passaggio è relativamente facile, perché su questi due aspetti abbiamo verificato come non ci siano contraddizioni tra gli azionisti di riferimento del centro-sinistra e del centro-destra, ossia i poteri forti. Lo spirito bipartisan permea e pervade tutte le decisioni strategiche e lascia alla discussione solo i dettagli. L’altro aspetto è sul versante del rapporto tra politica e società. La rappresentanza politica intesa come strumento di espressione di interessi sociali anche in conflitto tra loro, appartiene ormai al passato ed è stata sostituita da una rappresentanza istituzionale sempre più blindata e che lo sarà ancora di più con l’introduzione forzata del bipolarismo e di leggi elettorali restrittive che ne sono causa e conseguenza. Se il primo aspetto (la piena governabilità e la gestione bipartisan delle scelte strategiche) non provoca conflitti dirimenti nella politica, il secondo aspetto scuote, agita e ridisegna la mappa di un nuovo ed emergente blocco sociale: quello del vastissimo ceto politico che ipoteca ogni cambiamento sostanziale nel nostro paese – si tratta dei famosi “Cinquecentomila” che vivono con la politica, indicati da un rapporto de La Repubblica e ancora prima da un interessante libro di Salvi e Villone sui costi della politica. L’autismo di questo ceto politico rispetto alle istanze sociali è sempre più forte anche nelle file dei partiti della sinistra e rende sospetti i ragionamenti e le proposte di nuove aggregazioni “a sinistra”. Con questo ceto politico occorrerà fare i conti essendo consapevoli delle sue dimensioni, dei danni e della sua estrema determinazione ad impedire ogni azione di cambiamento sostanziale che ne modifichi le condizioni materiali di esistenza. Nel dibattito che in questi mesi sta ridisegnando lo scenario politico con l’avvio del Partito Democratico e la speculare discussione sull’unificazione nel cantiere della “sinistra” esterna al Pd, ci sono alcuni convitati di pietra che continuano ad essere rimossi. Il primo sono sicuramente i contenuti, rispetto ai quali sembra prevalere ed appassionare di più la discussione sul contenitore. Il secondo, ma non certo per importanza, è il rapporto tra ipotesi politiche in campo e gli interessi del blocco sociale antagonista che esse dovrebbero in qualche modo intercettare e rappresentare sul piano politico.

IL FLOP DI PIAZZA DEL POPOLO ERA NELL’ARIA

Se negli ultimi trenta anni è stata scarsissima l’analisi sul rapporto tra classe (o classi) e politica, negli ultimi venti anni possiamo affermare con tranquillità che l’autonomia del politico è schizzata verso l’alto con un processo assai più pesante di quanto venga percepito concretamente. La divaricazione tra ceto politico e società non solo si è allargata, ma ha costruito su questa divaricazione un’idea della politica stessa come mezzo e come fine in sé. Emblematiche in tal senso– ma decisamente disperanti – sono le ripetute dichiarazioni di Bertinotti sull’esclusione dalla comunità politica o sul carattere antipolitico dei movimenti o dei soggetti che hanno respinto e contrastato il patto di ferro tra sinistra antagonista e governo Prodi. Una analisi questa, che è stata la causa principale del flop della manifestazione del 9 giugno a Piazza del Popolo Ma questa divaricazione tra politica e classe – per molti aspetti vissuta come elemento di autonomia che rasenta lo snobismo – appare prevalente nel dibattito sulla costruzione di un nuovo soggetto unitario della sinistra che metta insieme Prc, Sinistra Democratica, PdCI etc. Ciò significa che un nuovo soggetto politico della sinistra rischia già di nascere con una riflessione totalmente avulsa da una analisi della realtà di classe del paese e del contesto in cui si candida ad agire politicamente. I danni di tale omissione già si vedono nel crollo di credibilità dei partiti della sinistra nei settori popolari (dai fischi degli operai di Mirafiori alla rabbia delle borgate romane) e nella maggiore agilità con cui la destra egemonizza e orienta gli spiriti animali prodotti da questa rabbia sorda dentro la società. Il vento liberista è arrivato in Italia con dieci anni di ritardo rispetto ai modelli virtuosi anglosassoni. La grande ristrutturazione degli anni ’90 operata soprattutto dai governi di centro-sinistra – o con l’appoggio della sinistra (Amato, Ciampi, Dini, Prodi 1 etc.) -, ha introdotto anche in Italia quel modello liberista e liberale egemone a livello mondiale per almeno un ventennio, interrotto solo dall’urlo di Seattle nel 1999 e dalla controtendenza dell’America Latina in questi anni.

SONO SALTATI I REFERENTI DEL COMPROMESSO SOCIALE DEL DOPOGUERRA

Gli effetti sociali di questa ristrutturazione sono stati pesanti. Non solo il peso del lavoro rispetto a quello di profitti e rendite nella distribuzione della ricchezza è retrocesso fino a livelli ottocenteschi, ma anche l’intera struttura sociale che aveva retto le dinamiche politiche ed economiche del dopoguerra ne è uscita stravolta. Vediamone schematicamente alcuni aspetti: La crisi dei ceti medi esplosa negli anni Novanta, è dovuta alla brusca polarizzazione sociale prodotta dalle misure economico-sociali introdotte dal 1992 in poi. Dopo quindici anni di cure da cavallo (privatizzazioni, precarietà, riduzione degli standard sociali, nuove imposte, riduzione del potere d’acquisto) sono saltati concretamente i parametri del compromesso sociale del dopoguerra (il c.d. welfare state), sui quali si reggeva l’ipotesi socialdemocratica. In tal senso, fa una certa impressione e non può che lasciare sgomenti vedere la sinistra unita – o europea – convertirsi alla socialdemocrazia in un contesto sociale svuotato dai parametri strutturali di riferimento. La polarizzazione sociale dei ceti medi (dentro i quali, va ricordato, c’erano pezzi importanti di lavoratori salariati) ha spinto settori consistenti verso il basso operando una fortissima disgregazione. Ma i ceti medi proletarizzati o in via di proletarizzazione, non possono che essere “rabbiosi” in quanto hanno visto concretamente retrocedere il loro status sociale, la loro sicurezza e i loro standard di vita. In questa condizione, agiscono allora gli “spiriti animali” che vengono intercettati assai meglio dalla destra piuttosto che dalla sinistra. Si badi bene, non è solo un problema di inesistenza di piattaforme sociali adeguate che restituiscano a questi settori sociali un progetto di emancipazione o di tutela, è anche un problema di mancanza di identità politica e sociale che la sinistra oggi non è affatto in grado di offrire al di là di un sempre meno convincente modello di politically correct che riesce sempre meno comprensibile anche al popolo della sinistra. In questa condizione, il conflitto sociale è stato privato sia degli elementi di identità che di unità di classe e si manifesta in modo corporativo e localistico. I lavoratori riscoprono la vertenzialità specifica di categoria o di settore professionale dentro le stesse categorie, mentre nel territorio si riafferma una logica comunitaria molto legata alla dimensione territoriale specifica. Si affacciano così forme di resistenza sociale identitarie che possono avere spunti interessanti (vedi i movimenti ambientalisti con caratteristiche sociali), ma che possono ostacolare, consapevolmente o inconsapevolmente, ogni ipotesi di riunificazione di un blocco sociale antagonista Se questi sono i problemi che un’eventuale sinistra unita dovrebbe mettersi a discutere seriamente, diversi sono invece i parametri su cui la stessa questione viene affrontata nel dibattito sulla costituzione del Partito Democratico. Per i sostenitori del Pd, infatti, gli interlocutori non sono i lavoratori, i ceti medi proletarizzati o i destinatari del welfare dei miserabili. Al contrario, i loro interlocutori privilegiati sono i poteri forti dell’economia, dell’editoria e dell’establishment internazionale. Si badi bene che non si tratta solo o tanto di un tradimento di classe, anzi, al contrario si tratta della continuità di una ipotesi politica (craxiana prima e blairiana poi) che vede nei poteri forti i motori della “modernizzazione del sistema”. In sostanza la modernizzazione capitalistica nei paesi del vecchio modello sociale renano, deve essere gestita dai settori più rampanti della borghesia. Ciò spiega il feeling di D’Alema con la finanza (vedi il sostegno alla fusione tra Unicredit e Capitalia e la relazione speciale con Profumo), le liberalizzazioni di Bersani, le misure su federalismo e servizi pubblici locali avanzate da Lanzillotta, Bassanini etc.

IL DOGMA DELLA GOVERNABILITA’ A TUTTI I COSTI

Con una politica che si fonda (o sbatte la testa) con i parametri sociali sopraindicati, è ovvio che la democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta dal 1946 a oggi non serve più, diventa anzi un arnese inutile e ostativo della governabilità del sistema. In tal senso, la variante della gover – nance è l’unica concessione “progressista” al dogma della governabilità come fine ultimo da assicurare anche con metodi securitari o autoritari. Nel discorso di Walter Veltroni al congresso della Margherita (insieme a quello dei Ds una sorta di anteprima del congresso del Partito Democratico), questa variante è stata illustrata assai bene. Nelle parole di Veltroni (e nella sua esperienza di gestione della metropoli romana) la prima priorità infatti è quella di espellere il conflitto dalle relazioni sociali. Gli interessi prevalenti, diventati interessi generali, verranno amministrati da un nuovo demiurgo rappresentato dal buon governo che ha il senso degli interessi generali e disinnesca il conflitto come metodo di risoluzione dei problemi. Occorre poi tenere conto che questa ipotesi strategica di gestione del governo e di modernizzazione del sistema, è strettamente connessa alla dimensione europea assunta dai poteri forti del capitale e dalla competizione globale tra Europa e Stati Uniti. La sfida è ormai a tutto campo e le leadership dei singoli paesi europei devono dimostrarsi all’altezza della situazione sul piano delle scelte economiche, militari e decisionali. Il problema è che il ceto politico esistente ha dimostrato di non essere la classe dirigente adeguata a tale sfida. Questa classe dirigente (o meglio, dominante) sente forte il richiamo del bonapartismo e di una autonomizzazione della borghesia dal ceto politico esistente. Il Partito Democratico e la sua interlocuzione neocentrista con l’Udc cercano disperatamente di diventare tutto questo. Che ci riescano o meno non è scontato, ma questo ha dichiarato con ruvidezza Montezemolo all’assemblea di Confindustria, questo sostengono i supporters del “governo dei migliori”. A fronte di questo scenario, il progetto della Sinistra Unita – o come si chiamerà – rischia concretamente di essere un progetto senza identità e senza popolo (il blocco sociale di riferimento), e dunque corre il rischio di fondarsi e affidarsi solo alla fedeltà, all’ampiezza e alla pervasività dei suoi apparati (parlamentari, consiglieri, portaborse, assessori, funzionari, consulenti etc.) A oggi l’operazione si presenta come tutta interna a quell’autonomia del politico che sta producendo devastazioni nelle relazioni con i movimenti, con la società e con i settori popolari. Se non avrà consapevolezza di quale calce e quale cemento utilizzare, il “cantiere della sinistra” rischia di venire giù prima del previsto.

BLOCCO SOCIALE E RAPPRESENTANZA POLITICA

Quando parliamo della necessità di non separare l’elaborazione teorica dall’azione politica, una delle questioni a cui ci riferiamo e che riteniamo centrale è quella che sul documento abbiamo definito il nodo “gordiano” della rappresentanza politica. Come abbiamo più volte detto, non crediamo possibile, nelle condizioni storiche date nell’occidente capitalistico, una sintesi generale diretta da parte dei comunisti così come lo è stato nei decenni passati. Anche sul piano della politica pensiamo sia necessario uno specifico momento di organizzazione che abbiamo più volte definito come rappresentanza politica del blocco sociale, potenzialmente antagonista nel nostro paese; blocco che abbiamo anche cercato di tratteggiare nelle sue caratteristiche fondamentali. Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che questo rappresenta il punto più ostico del conflitto di classe che attraversa tutta la società italiana. La costruzione di questo “fronte” di lotta risulta molto complesso e non può prescindere dall’incremento delle contraddizioni che si sviluppano nella nostra società e da una crisi di egemonia del capitale che pure si manifesta. L’affermazione di una espressione realmente indipendente del mondo del lavoro e dei settori sociali popolari richiede probabilmente una fase di accumulo di forze, di costruzione di momenti anche settoriali di conflitto politico che già da tempo si stanno manifestando ma che non riescono ancora a trovare i necessari momenti e strumenti di sintesi. Il conflitto nei posti di lavoro contro le conseguenze della concertazione, le lotte diffuse del precariato e per la conquista dei diritti sociali, il movimento contro le guerre, la questione della immigrazione, le lotte specifiche che sono il riflesso di una situazione generale come le mobilitazioni contro le discariche nel meridione o contro la TAV in Val di Susa e, per ultima, la lotta contro la costruzione della nuova base di Vicenza, non sono più solo momenti vertenziali ma stanno diventando momenti di scontro politico che talvolta coinvolgono ed aprono contraddizioni negli stessi partiti di entrambi gli schieramenti politici. La politicizzazione dei conflitti è evidente ed è rispetto a questo che bisogna saper agire sia per ritrovare un ruolo politico per i comunisti sia per affermare un processo unitario ed una rappresentanza nettamente indipendenti dal bipolarismo. Bisogna però sapere che, rispetto alle possibilità d’indipendenza che emergono da queste dinamiche, grande è la responsabilità dei partiti della sinistra, gli unici che ora potevano compiutamente raccogliere questa richiesta politica di massa che pone, oltre ai problemi concreti, anche la questione di fondo della democrazia e di chi debba decidere in questo paese. La loro partecipazione al governo Prodi, il voto a sostegno degli interventi militari all’estero, la pesantissima finanziaria 2007, l’internità alla svolta moderata e centrista di Prodi, dopo l’ultima artefatta crisi politica, hanno creato tra gli elettori di sinistra una sfiducia che per un verso offre ulteriori spazi di manovra alle forze centriste, alla Confindustria ed alla Chiesa più conservatrice, e dall’altro mina esplicitamente la stessa base e la tenuta elettorale dei tre partiti di sinistra. E’ talmente chiara questa prospettiva che proprio in questi giorni sta montando un dibattito, basato su formule politiche quali la sinistra unita, il rilancio della costituenda sinistra europea ed altre ipotesi ancora, che evidenzia la crisi vera e propria in cui si trova oggi la sinistra di governo. L’ennesimo escamotage per trattenere negli stessi recinti organizzativi e nelle stesse logiche che hanno prevalso finora, una falsa soluzione destinata, peraltro, ad aggravare gli elementi di crisi di oggi. Noi non siano interessati a formule astratte, siamo invece fortemente convinti che la ripresa di un processo concretamente unitario che riguardi una sinistra coerente, i comunisti ed il movimento democratico nel nostro paese possa avvenire solo se si ricuce il rapporto con il blocco sociale, con il mondo del lavoro, con i settori popolari cioè, in altre parole, se si ridà “anima e corpo” ad una rappresentanza politica indipendente.