La sinistra del nostro Paese è all’altezza della situazione?

La crisi Fiat segnala i veri problemi dell’economia del nostro Paese: i capitalisti nostrani, uno alla volta ma inesorabilmente, hanno dimesso le loro capacità produttive ed hanno spostato i loro interessi su business e finanza ricavandone gli utili per gli azionisti e consegnando le loro aziende al degrado od a gruppi stranieri. Niente ricerca, pochi capitali investiti nelle aziende, concezione della forza lavoro considerata meno della merce sono fenomeni presenti nel nostro sistema produttivo, caratterizzato ormai da realtà sempre più piccole e dalla mancanza di “teste” capaci di produrre sviluppo ed innovazione.
L’attacco ai diritti, il tentativo costante di attaccare i contratti, l’uso della manodopera immigrata e la precarizzazione del rapporto di lavoro sono gli elementi di una ricetta che il governo Berlusconi ha proposto come modello ideologico all’intero Paese, godendo così dell’appoggio di gran parte di un mondo industriale che continua ad essere uno dei problemi più grandi per lo sviluppo dell’Italia. Proprio questo modo di concepire le questioni dello sviluppo ha riproposto nel nostro Paese la questione del lavoro, cioè del rapporto tra produzione di ricchezze e potere dello Stato come condizione dell’emancipazione dei lavoratori.
La cosiddetta “competizione globale” ha smarrito il movimento dei lavoratori ma ha anche riproposto le contraddizioni che portano ad una nuova coscienza ed ad un più alto livello di mobilitazione.
Genova, i girotondi, le mobilitazioni del mondo del lavoro e della CGIL, la voglia di battersi presente in buona parte della sinistra portano in piazza ormai da mesi centinaia di migliaia di lavoratori, democratici, studenti e insegnanti, giornalisti e magistrati; la vicenda Fiat si pone dentro questo quadro e, con la solita durezza, ne propone i termini reali.
Lo scontro è e sarà forte poiché in ballo vi è una idea di sviluppo contro l’ideologia iperliberista sostenuta da Governo e padroni.
Ma la sinistra del nostro Paese è all’altezza della situazione?
A me, francamente, pare di no e credo proprio che le lotte debbano avere come obiettivo il ricambio di dirigenti, capaci solo di “realismo” senza progetto o massimalismo deleterio.
Non c’è passione e ricerca unitaria, non c’è la volontà di ridare compattezza ad una sinistra di classe che pure continua ad essere ampia e presente in ogni realtà sociale ed in ogni conflitto.
Io credo che sinistra Ds, PdCI, PRC, la sinistra sindacale, Aprile, Cofferati e la CGIL debbano provare a ridefinire una identità precisa della sinistra e del mondo del lavoro, assegnando un ruolo preciso al lavoro dipendente e riconoscendo in esso una nuova “classe” capace di ritornare a coniugare lotte per l’emancipazione con la gestione del potere. È necessario che possano far politica migliaia di lavoratori e di quadri sindacali, è necessario che la classe lavoratrice ricostruisca una grossa rappresentanza, è necessario che la sinistra ricostruisca un rapporto costante con i propri naturali elettori; la guerra, l’attacco ai diritti ed all’occupazione, il tentativo di smantellare lo stato sociale, la limitazione delle libertà nell’informazione e nella Magistratura sono elementi sufficienti per chiedere alla sinistra di questo Paese di fare tre passi avanti e ricostruire le condizioni affinché i lavoratori abbiano un referente vero!
Essere comunista, oggi, ha per me questa valenza, occorre una prospettiva chiara ed un reingresso nella politica di una sinistra con meno padri nobili e più lavoratori impegnati.
Tutto ciò è possibile, ed è alla portata di un movimento che ha saputo dar vita alla più grande manifestazione sindacale del dopo guerra, di un movimento in campo ormai da mesi e pronto a continuare una battaglia di ricostruzione, di libertà, di alternativa a questo governo delle destre.