La sfida di Cuba e la cattiva coscienza europea

*Segreteria Nazionale dell’Associazione di Amicizia Italia- Cuba, del Comitato 28 giugno “Difendiamo Cuba”

**Direttore della rivista Contropiano

Cuba è una sfida continua ai parametri dei pasdaran liberisti e liberali. Le agenzie dell’ONU le riconoscono grandi meriti e conquiste sul piano dei diritti sociali, mentre le agenzie per i diritti umani ne contestano duramente la mancanza di libertà politiche. Su questa contraddizione orgoglio e pregiudizi confliggono sistematicamente, qualche volta offrendo spunti interessanti, molto spesso ritirandosi in una semplificazione in bianco e nero che dà per scontate cose che scontate non sono affatto.
Le forze ed i governi popolari dell’- America Latina e del terzo mondo guardano a Cuba con ammirazione e rispetto. Le forze politiche europee la guardano con fastidio (se “di sinistra”) o con odio e ostilità profonda (se “di destra”). Nel 2003, contro Cuba, in Europa e in Italia con fastidio e ostilità, sinistra e destra si sono confuse tra loro. C’è stato bisogno di una mobilitazione che dicesse “difendiamo Cuba senza se e senza ma” per condizionare la situazione ed impedire una frana politica, morale e psicologica che avrebbe travolto ancora una volta l’anima debole della sinistra italiana ed europea. A volte l’orgoglio deve entrare in campo con la mano pesante per consentire che la discussione su Cuba non venga ipotecata dall’ipocrisia e dalla semplificazione.
La sezione francese di “Reporter Sans Frontieres” ha definito Cuba la “più grande prigione di giornalisti del mondo”. I suoi stessi rapporti annuali e quelli della Federazione Internazionale dei Giornalisti smentiscono questa battuta ad effetto di cui nessuno si è preso la briga di verificare la veridicità. Particolare curioso: negli anni Novanta era stata la sezione francese di “Medicins sans Frontieres” a teorizzare la demonizzazione dei serbi, i bombardamenti umanitari contro la Jugoslavia ed a parlare di fosse comuni in Kosovo. Sono passati sei anni e, come è noto, quelle fosse comuni (come le armi di distruzione di massa in Iraq) non sono mai state trovate, in compenso un milione di serbi sono stati espulsi da Croazia, Bosnia, Kosovo e abbandonati nei campi profughi in Serbia, vittime senza speranza di una pulizia etnica senza diritto al ritorno e senza diritto di ricevere le scuse dai loro accusatori e “bombardieri umanitari”. Dobbiamo cominciare a guardare con diffidenza verso certi ambienti “democratici” francesi? No, in Francia come nel resto dell’Europa ci sono soggetti e forze sociali importanti e coerenti nella lotta per il cambiamento. Ma c’è anche una certa idea della supremazia morale che può produrre danni devastanti nelle relazioni con il resto del mondo.
Un mediattivista autorevole come Giulietto Chiesa ha denunciato di recente lo “tsunami informativo” di fronte al quale sembra impossibile resistere. Il problema è anche questo. Le menzogne ripetute all’infinito non solo finiscono col diventare senso comune ma rischiano anche di legittimare dentro l’opinione pubblica le guerre di aggressione, anzi, come si dice adesso “l’esportazione di democrazia”. Quello che Giulietto Chiesa sottovaluta è la disponibilità della politica ad adeguarsi allo tsunami informativo piuttosto che a rendersene autonoma.
La divaricazione di contenuti tra chi conosce la realtà di Cuba e le risposte della politica, rivela che quest’ultima da troppo tempo ha rinunciato alla conoscenza approfondita della realtà come preliminare del posizionamento politico. Si è votato a favore o contro l’adesione della Turchia all’Unione Europea o sulla Costituzione Europea senza che delegazioni o osservatori andassero prima in Turchia o nei vari paesi europei a verificare cosa ne pensassero le persone in carne ed ossa, le associazioni, i sindacati, le minoranze o, come si dice adesso, la società civile. Le sorprese, come vediamo, possono poi essere amare. Il sistema dominante – il sistema neoliberale – possiede un suo modello politico di democrazia capace di esercitare una egemonia globale fino a manifestarsi come “unico modello possibile” e a legittimarne la sua esportazione anche attraverso la guerra, i bombardamenti, l’occupazione militare di Stati sovrani etc. Questo modello (fatto proprio anche dai partiti della sinistra europea) ruota più o meno intorno ad alcuni assi che vengono “martellati” come fondanti di ogni democrazia moderna: il pluripartitismo, elezioni, separazione dei poteri. I governi che non adottano tali criteri vengono prima o poi inseriti nella lista dei rogues states da eliminare politicamente, economicamente e militarmente.
Dai cosiddetti fondamentali della democrazia continua però a mancare completamente qualsiasi riferimento alla giustizia e alla coesione sociale, ritenendo automatico che la democrazia liberale affidi al mercato e alle sue leggi invisibili la gerarchia delle relazioni economiche e sociali. Si ripropone dunque una contraddizione tra “uguaglianza” e “libertà individuali”, che dovrebbe rappresentare il problema di Cuba ma che lo rappresenta anche per i suoi detrattori e avversari. Non è una questione nuova nell’agenda del movimento che si batte per la trasformazione sociale, o come si dice ora “per un altro mondo possibile”. Dobbiamo ammettere che in Europa, su questo aspetto, passi in avanti sul piano dell’elaborazione e della sperimentazione ancora non sono stati compiuti. Si è dichiarata chiusa una fase storica con gli avvenimenti dell’89/91, ma non si è ancora cominciato a fare un serio bilancio storico e teorico per aprirne una nuova sul versante dei movimenti della trasformazione sociale. Poniamo dunque un questione ai compagni e agli amici cubani e, specularmente, alla sinistra europea critica verso Cuba. In tale contesto politico e storico, se il modello democratico “universale”, o percepito come tale un po’ da tutti, è quello indicato dalle maggiori potenze mondiali, quale modello democratico dovrebbe adottare Cuba? Cosa dovrebbe fare Cuba per essere benvista da Fassino e Berlusconi, da Bernard Kouchnér e da Joskha Fisher? Oppure per essere guardata con maggiore simpatia dai movimenti antiliberisti europei?

a) Al momento Cuba adotta un suo modello democratico “originale” fondato sul partito unico, il voto su candidati e la possibilità di revoca degli eletti che non rispettano il mandato ricevuto, sulla non retribuzione privilegiata degli eletti. Si tratta di un modello originale che però diverge e contrasta con la percezione del cosiddetto modello democratico universale o percepito come tale.

b)Non possiamo sottovalutare come il modello democratico oggi “dominante” sia basato, più che sul “pluralismo politico”, su un rigido bipartitismo che, come afferma Eduardo Galeano, somiglia molto più ad un sistema fondato su due fazioni di un unico partito, un modello che non permette cambiamenti radicali o differenziazioni sostanziali sul piano dei programmi politici e sociali, dei rapporti di proprietà e della politica internazionale. Il pluralismo politico, negli USA come in Europa, viene ridotto ad un bipartitismo che non ha come priorità la democrazia ma la governabilità e la stabilità politica (la “governance” come va di moda chiamarla oggi). Inoltre è un modello in cui, come abbiamo visto negli Stati Uniti o in Italia, non è affatto indifferente la disponibilità finanziaria di cui godono gli schieramenti o i leader candidati ad alternarsi al governo. In troppi casi è stata questa – e non i programmi – a fare la differenza sull’esito elettorale.

c) Esiste infine un modello democratico ancora tutto da inventare e sperimentare, un modello che in qualche modo corrisponde alle aspirazioni verso un nuovo mondo possibile. Questo modello democratico, continua però a registrare un perdurante “buco” di sperimentazione concreta. Questo modello oggi può e deve anche alimentare un dibattito, ma non può risolvere i problemi di uno Stato, tanto più se sottoposto a minacce esterne.
Questo dibattito non può non misurarsi con il problema assai concreto di far esistere e difendere ciò che fino ad oggi si è conquistato, cercando di non far fare a Cuba o al Venezuela la fine del coraggioso ma ingenuo Nicaragua sandinista nel 1990. È doveroso poi segnalare come da questo dibattito sul “migliore mondo possibile” e sul modello politico che dovrebbe interpretarlo al meglio sia ancora latitante il fattore dirimente, e cioè l’assetto dei rapporti di proprietà.
Uno sguardo all’America Latina ci dice che in tutto il contesto geopolitico in cui Cuba è inserita (e dentro cui va valutata), i diritti politici e i diritti economico/sociali sono inversamente proporzionali. Inoltre, e non è proprio un dettaglio, le ingerenze statunitensi sul patio trasero, su quell’America Latina che gli USA considerano il loro cortile di casa, paiono destinate ad aumentare pesantemente per imporre a quei paesi l’ALCA, il Plan Colombia e per scardinare le aspirazioni ad una maggiore indipendenza ed integrazione economica non subalterna al “Washington Consensus”.
Cuba non sempre corrisponde a quello che desidereremmo, ma rimane una realtà politica importante che rappresenta un punto di resistenza alle ingerenze imperialiste sull’America Latina perchè viene percepita come un esempio di progresso sociale, indipendenza e dignità nazionale da parte delle forze popolari di quel continente. A Cuba, nelle condizioni sociali, economiche, geopolitiche e storiche date, è stato sperimentato il socialismo possibile. Ciò ha portato a risultati politici e sociali innegabili, Maggio – Giugno 2005 ad ambizioni mancate, a errori in parte rettificati in parte meno, a contraddizioni non risolte e a conquiste rilevanti, consolidate e perfettibili. I suoi problemi interni paiono però seminare più interrogativi qui da noi – dove siamo in qualche modo condizionati dal “modello democratico dominante” – e molto meno in America Latina o nei paesi in via di sviluppo, dove il modello democratico dominante continua a convivere con la contraddizione tra la sua “aspirazione progressiva” e le sue ricadute concrete sul piano sociale e morale che hanno provocato regressi ben visibili nelle condizioni di vita della popolazione.
Questa diversa percezione di Cuba tra sinistra europea e forze popolari in America Latina sta a significare che per fornire a Cuba qualcuno degli attrezzi delle nostre cassette, dovremmo quantomeno avere qualcosa da offrire in positivo ed in alternativa sul piano dei risultati politici, sul piano di una sperimentazione avanzata e socializzabile di democrazia pienamente utilizzabile anche in un’area come l’America Latina o in situazioni di “guerra non dichiarata” come quella a cui è sottoposta Cuba da troppi anni, ed a cui ha dovuto fare fronte contando essenzialmente sulle proprie forze. E qui il deficit appare in tutta la sua pesantezza nel campo della sinistra europea piuttosto che in quello cubano.
Poniamoci dunque la classica domanda da un miliardo: è meglio poter migliorare l’ evoluzione dell’esperienza cubana, difendendone ciò che è stato conquistato, o piuttosto celebrare una nuova sconfitta? Delle due l’una, e su questo, anche alla luce della guerra preventiva scatenata dall’amministrazione Bush, il posizionamento fa la differenza. Il mondo contemporaneo non è semplificabile in bianco e nero, i processi rivoluzionari che portano ad edificare uno Stato alternativo a quelli in cui viviamo lo sono ancora di più. Semplificare tutto questo è più comodo ma non è più corretto, e alla lunga se ne pagano le conseguenze. Discutiamone lealmente e criticamente qui da noi e con i compagni cubani, ma non commettiamo l’errore di negarci alla solidarietà e alla difesa del progetto rivoluzionario di Cuba. Anche in questo caso troppi “se” e troppi “ma” appaiono deleteri.