La scelta unitaria dei metalmeccanici

*Segretario Generale FIOM CGIL

Il rinnovo del biennio economico dei metalmeccanici avviene nel contesto di una situazione del sistema industriale del nostro paese particolarmente pesante. La produzione industriale non cresce da diversi anni e la crisi coinvolge buona parte dei comparti industriali, dal settore dell’auto agli elettrodomestici, dall’informatica all’elettronica.
L’elenco delle aziende che cessano l’attività produttiva e delocalizzano, così come la dichiarazione di licenziamenti e mobilità si susseguono a getto continuo, dalla Fiat alla Whirlpool, Electrolux, Ibm, Stm con relative filiere produttive, producendo un vero e proprio dramma sociale che coinvolge interi territori e particolarmente acuto laddove il tessuto sociale è più debole, come nel mezzogiorno. Siamo al fallimento sociale di una idea di sviluppo fondata essenzialmente sulle privatizzazioni per fare cassa, sulla precarizzazione dei rapporti di lavoro e sulla compressione della condizione lavorativa in tutti i suoi diversi aspetti, retributivi, normativi e contrattuali.
Una linea contro il lavoro perseguita in questi anni, che ha fatto crescere socialmente e culturalmente l’idea che non c’è rapporto tra il lavoro che si svolge e il proprio reddito, ma che le forme di arricchimento individuali e collettive sono determinate da altri meccanismi, di censo, ereditarie, finanziarie ed immobiliari. Lo scarto è evidente: mentre il lavoro costituisce la ricchezza del paese, le forme di distribuzione della ricchezza avvengono attraverso meccanismi punitivi nei confronti del lavoro stesso. Sta qui la radice più profonda delle misure legislative attuate dal governo, da quelle sul lavoro alla struttura fiscale, alla totale assenza di una politica industriale finalizzata alla ricerca e all’innovazione. Sta qui la radice più profonda della messa in discussione della Costituzione, che all’art. 1 recita che siamo “una repubblica fondata sul lavoro”.
Il lavoro, i lavoratori, non sono più un soggetto sociale che esprime un altro punto di vista, ma uno dei fattori della produzione che, in quanto totale, è totalmente subordinato alle condizioni imposte dal mercato. C’è in tutto questo un mutamento sostanziale delle relazioni sociali nell’insieme del paese, perché il conflitto – che è linfa vitale della democrazia – viene nel migliore dei casi concepito come un aspetto corporativo, mai come l’espressione di un interesse generale. I guasti sociali che si sono prodotti sono così profondi da rendere possibile che, anche a sinistra, si possa favoleggiare di ipotesi – presentate come “radicali” – di superamento del lavoro subordinato, considerato come un residuo del Novecento.
È in questa situazione, in questo contesto sociale, che si situa il rinnovo del biennio economico dei metalmeccanici, con l’esigenza assoluta di tenere insieme l’iniziativa per gli aumenti retributivi con la necessità di sviluppare un’iniziativa per affermare una diversa politica industriale. Cosa non semplice, ma che rappresenta l’unica strada percorribile, perché in caso contrario la tenaglia sociale tra crisi, disoccupazione e vertenza contrattuale porterebbe inevitabilmente ad una divisione, ad un sentire sociale diverso tra gli stessi lavoratori e lavoratrici metalmeccanici.
Dobbiamo assolutamente evitare sia l’illusione che esista una via salarialista per riaprire le dinamiche sociali e politiche di questo paese, sia l’idea che a fonte della crisi sia inevitabile un ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative e retributive.
Ed è quest’ultimo, a ben vedere, il tentativo in atto da parte di Federmeccanica, che da un parte afferma che non ci sono le condizioni per un accordo che vada oltre i 60 euro in due anni e nello stesso tempo fa balenare l’idea che se fossimo disponibili a fare un accordo sulla competitività per salvare l’occupazione, le disponibilità finanziarie potrebbero un po’(ma non di molto) aumentare.
Dietro il temine di competitività e/o di politica industriale c’è in realtà un obiettivo preciso, non dichiarato al tavolo contrattuale ma nelle interviste giornalistiche. Si tratta della tentazione do ottenere una gestione unilaterale del tempo di lavoro, con il superamento dell’orario settimanale con l’orario annuo, e quindi con la totale subordinazione della condizione lavorativa alle esigenze del mercato e dell’impresa. Si possono così lavorare 50 ore alla settimana oppure 30, a secondo delle “comunicazioni” dell’impresa. Come dire: dopo la flessibilità in entrata e quella in uscita, ecco la flessibilità e l’insicurezza sociale come condizione di lavoro e di vita. La soggettività del lavoro che contratta e media con gli interessi dell’impresa è così annullato alla radice, a partire dal tempo di lavoro e di vita.
Pare evidente, come spesso è accaduto in passato, che nella vertenza nazionale dei metalmeccanici, anche se si tratta di rinnovo del biennio economico, precipitano questioni sociali che hanno un significato di carattere generale dalle evidenti implicazioni politiche.
Le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici si presentano a questo appuntamento con una piattaforma unitaria, approvata da un referendum e con un documento unitario che definisce puntigliosamente il percorso democratico di gestione della vertenza, comprensivo di un’assemblea di 500 rappresentanti sindacali, che permetta una discussione unitaria anche a fronte di eventuali posizioni diverse e che prevede il giudizio finale dei lavoratori e delle lavoratrici sulle ipotesi di accordo conclusivo. Si tratta di una piattaforma unitaria resa possibile, dopo quattro anni di accordi separati, in primo luogo dalla conclusione di difficili ed aspri conflitti sociali, da Melfi alla Fincantieri, alle Acciaierie di Terni, che hanno avuto conclusioni unitarie approvate da referendum dei lavoratori e lavoratrici. Ed è una piattaforma che esplicitamente non assume come riferimento l’inflazione programmata.
La fase di moratoria contrattuale, cioè la fase temporale entro cui verificare la possibilità di addivenire ad un accordo senza l’apertura del conflitto sociale, si è conclusa senza alcun risultato positivo. Per questo sono state proclamate dieci ore di sciopero di tutta la categoria, comprensiva di una giornata di mobilitazione con manifestazioni territoriali per venerdì 10 giugno. Nello stesso tempo abbiamo ribadito la necessità di uno sciopero generale per i contratti e per una nuova politica industriale contro la Confindustria ed il Governo.
Non si tratta soltanto di una scelta sindacale, ma di una scelta che presenta una evidente opzione sociale e politica che rifugge dalle tentazioni di scoprire improvvisamente la gravità della crisi per poi riproporre una logica di salvezza nazionale a cui tutti devono concorrere a livello politico ed a livello sociale. Una tentazione antica questa, che sempre riemerge e che in realtà misura la presenza o meno di una alternativa alla realtà esistente.