La Russia verso le elezioni del 7 dicembre

Mentre stiamo scrivendo queste note, la campagna elettorale per le elezioni politiche, previste per il 7 dicembre in Russia, sta definendo la sua fase procedurale.
Nel periodo tra il 22 settembre e il 22 ottobre ai 44 partiti e movimenti politici registrati nell’elenco depositato al Ministero della Giustizia, in base alla recente legge “sui partiti politici”, è stata data la possibilità di presentare liste e candidati (in Russia si vota con un sistema misto uninominale e proporzionale con sbarramento del 5%) alla “Commissione elettorale nazionale”. Dopo la registrazione avrà inizio la raccolta delle firme necessarie per partecipare alla consultazione. Il quadro definitivo dei pretendenti all’elezione a deputato della Duma di Stato (la “Camera bassa”) sarà reso noto il 2 novembre. A un mese preciso dalle elezioni, il 7 novembre, verrà dato avvio alla fase dei “comizi elettorali”, che si concluderà il 5 dicembre, e sarà stabilito un calendario di spazi di propaganda nei media. I risultati definitivi ufficiosi delle elezioni politiche dovrebbero essere resi noti nel giro di 24 ore. La conferma ufficiale verrà data il 27 dicembre.
Al momento attuale, della galassia di partiti operanti (perlopiù sulla carta) in Russia, i sondaggi sembrano restringere la possibilità di accedere al parlamento a 5-6 blocchi elettorali, in larga parte coincidenti con gli schieramenti attualmente presenti nella Duma.

Il Centro

In questo momento il partito centrista di governo “Jedinaja Rossija” (Russia Unitaria) rappresenta il raggruppamento più forte presente nelle aule della Duma, in seguito al processo di fusione realizzatosi alla fine del 2001 tra il partito creato da Putin, Unità, ed altri partiti e movimenti presentatisi autonomamente alle elezioni del 1999, e, in particolare, Patria-Tutta la Russia, il partito diretto allora dall’ex premier Evghenij Primakov e dal sindaco di Mosca Jurij Luzhkov.
Se dovessero essere confermati i risultati della consultazione di quattro anni fa, Russia Unitaria potrebbe contare su circa il 36% dei consensi.
A dimostrare lo stretto legame tra questo partito e l’amministrazione presidenziale, c’è non solo l’annuncio che Vladimir Putin (rinunciando per una volta al suo presunto ruolo “super partes”, e gettando nella contesa elettorale tutto il peso della sua ancor grande popolarità) ha reso pubblica la sua preferenza per Russia Unitaria, ma ancor più il fatto che a dirigere la massima istanza dell’organizzazione, il suo “Consiglio politico superiore”, sia stato chiamato, lo scorso marzo, il ministro degli interni Boris Gryzlov, fedelissimo del presidente a cui, considerate le funzioni di governo assolte, verranno date possibilità pressoché fuori controllo di influire sull’andamento della campagna elettorale.
Molti analisti hanno descritto Russia Unitaria (che dichiara oltre 600.000 iscritti) come il tentativo di realizzare, nella Russia post-sovietica, un partito di massa funzionale alle esigenze della politica del Cremlino, simile per molte caratteristiche, al vecchio PCUS, con l’ambizione di esercitare una vasta egemonia sociale attraverso la creazione di una serie di “cinghie di trasmissione”: è evidente, ad esempio, il ruolo assolutamente preponderante degli uomini del partito nelle strutture dirigenti dei sindacati ufficiali, che contano ancora su milioni di iscritti e su mezzi finanziari di tutto rispetto.
Al momento della convocazione del congresso di marzo, i sondaggi non apparivano comunque confortanti: il principale istituto demoscopico russo, VZIOM, attribuiva a Russia Unitaria uno scarso 21%, molto al di sotto della “performance” del PCFR.
Appariva evidente che il coinvolgimento di suoi dirigenti nella compagine governativa, che negli ultimi anni si è resa responsabile di alcune misure dal carattere antipopolare (funzionali soprattutto ai nuovi gruppi oligarchici emergenti nella Russia di Putin), era in stridente contraddizione con il frasario populista, ricco di accenni agli interessi materiali dei “semplici cittadini e delle famiglie”, che aveva permesso il successo di Unità nel 1999,cercando di presentare il partito creato in poche settimane, come un’alternativa allo screditato Eltsin, dato al 2%.
Il congresso di marzo 2003 ha impresso una svolta nella tattica da adottare in campagna elettorale, che presenta caratteristiche di spregiudicatezza simili a quelle adottate dal “partito del potere” nel 1999.
Anche se Boris Gryzlov ha sostituito alla guida del partito, Aleksandr Bespalov (proprio l’uomo che, in precedenza, aveva esercitato alcune critiche alle modalità dei processi di privatizzazione, in particolare nel settore energetico, perseguiti dagli esponenti del governo diretto da Mikhail Kasjanov vicini alla destra liberista, e arrivando a minacciare addirittura il passaggio all’opposizione), importanti cambiamenti sono stati comunque introdotti nelle strutture di direzione e nelle modalità d’applicazione della linea politica.
Innanzitutto, ai vertici del partito sono stati chiamati 6 potenti governatori di regioni strategiche del paese, che del partito non hanno neppure la tessera: tra questi Egor Strojev (della regione di Oriol, luogo natale del leader comunista Zjuganov) e Aman Tulejev (governatore della regione mineraria di Kemerovo), entrambi in passato vicini al Partito Comunista. Ad essi ultimamente si è aggiunto Nikolay Khodiriov, anch’egli ex comunista e governatore di Nizhnij Novgorod, il terzo polo industriale della Russia. Contemporaneamente veniva formalmente sancito il principio (che certo non si è applicato a Gryzlov e neppure al ministro delle “situazioni di emergenza” Serghey Shoigu, già a capo di Unità) di una più netta separazione degli incarichi di governo e di partito.
Per quanto riguarda la linea politica, da un lato viene ribadita l’assoluta fedeltà a Putin (con toni che rasentano il “culto della personalità”), capitalizzando il quasi assoluto monopolio esercitato dall’amministrazione presidenziale nel sistema di comunicazione di massa, e viene auspicato un ulteriore rafforzamento delle sue prerogative di potere. Si esprime anche totale sostegno alla politica internazionale del presidente, “diretta al rafforzamento del ruolo della Russia nel mondo”. Di richiami al “ruolo della Russia”, alla “Patria” e all’ “Ordine” è del resto infarcito tutto il programma elettorale. La vera novità sta nel fatto che viene formulata, per la prima volta in modo esplicito, una critica al governo, e vengono prese le distanze dagli esponenti del cosiddetto “vecchio partito del potere” legato alla “famiglia” eltsiniana. Nel programma elettorale si afferma che “il partito politico ‘Russia Unitaria’ non considera solo la veloce crescita economica come il compito fondamentale del paese: non è meno importante la qualità di tale crescita…Ogni riforma perde di significato, quando la gente sta peggio. ‘Russia Unitaria’, al contrario dei riformatori degli anni ’80 e ’90, che non hanno ottenuto una crescita del tenore di vita della maggioranza, accoglierà solo le riforme che siano in grado di garantire il benessere di tutti”.
Il proposito è evidentemente quello di attirare il consenso di almeno una parte di quell’elettorato “di protesta” che aveva già votato per Unità nel 1999, ma che ne era rimasto deluso dalle mosse politiche seguenti. È una quota quantificabile in un 10-12% degli elettori, che potrebbe risultare decisiva per allontanare definitivamente lo spettro di una grande affermazione comunista.
In alcune occasioni il partito ha cercato di tradurre in iniziative politiche parlamentari e di massa la “svolta” di marzo. Ciò è avvenuto, ad esempio, con la presentazione di critiche al progetto di riforma delle tariffe e con l’appoggio ad alcune manifestazioni di blanda protesta promosse dai sindacati ufficiali. “Russia Unitaria” ha cercato anche di intercettare gli umori “antiamericani” presenti in larga parte dell’opinione pubblica, ad esempio quando, al tempo dell’aggressione USA all’Iraq, ha convocato una grande manifestazione contro la guerra.
Ma la strategia adottata dall’entourage presidenziale per creare ulteriori elementi di difficoltà all’opposizione di sinistra non si è esaurita nella “svolta” di “Russia Unitaria”.
Prima di tutto, si è cercato di coinvolgere nella strategia elettorale dell’amministrazione molti piccoli raggruppamenti di “sinistra moderata” per ottenere il loro sostegno nella parte proporzionale della consultazione, in cambio di qualche candidatura nei collegi uninominali: valga per tutti l’esempio del minuscolo Partito socialdemocratico di Russia fondato da Mikhail Gorbaciov e aderente all’Internazionale Socialista, a cui i sondaggi attribuiscono meno dello 0,1%.
Anche altri schieramenti politici più consistenti, che si collocano “a sinistra” di “Russia Unitaria” nell’attuale maggioranza, si muovono su una linea di unità d’azione con il partito del presidente.
Si tratta, in particolare, del Partito Popolare della Federazione Russa di Ghennadij Rajkov, operante alla Duma con il proprio gruppo Deputato popolare, che, pur avendo scarse probabilità di raggiungere il 5%, può comunque contare sulla presenza nelle sue file di alcuni potenti governatori e candidati locali, in grado di vincere nei collegi uninominali.
Un discorso analogo può essere fatto per la coalizione tra i partiti degli speaker delle due camere del parlamento, Serghey Mironov e l’ex comunista Ghennadij Selezniov, leader rispettivamente del Partito russo della vita e del Partito della rinascita della Russia.
Per il suo programma di riforme “socialmente orientate”, può definirsi di centro-sinistra anche il partito liberale Jabloko (Mela) di Grigorij Javlinskij (che, oscillando nei sondaggi tra il 4,5-5% delle intenzioni di voti, rischia di vedere drasticamente ridotta la sua rappresentanza parlamentare). In questo caso, però, il rapporto con l’amministrazione presidenziale non sempre è stato improntato ad un idillio. Soprattutto nell’ultimo anno, Jabloko, che afferma di rappresentare quei settori della “società civile” russa, soprattutto delle grandi città, che aspirano ad una democrazia liberale compiuta, ha manifestato una vivace insofferenza per le tendenze autoritarie e accentratrici in atto nel paese e per la corruzione dilagante negli apparati dell’amministrazione statale, fino ad arrivare a presentare insieme ai comunisti (di cui condivide la richiesta di maggiori poteri al parlamento) una mozione di sfiducia nei confronti del governo Kasjanov.

La Destra

A destra abbiamo due formazioni in grado di superare, seppur di poco, il quorum nella quota del proporzionale.
Prima di tutto l’Unione delle forze di destra, diretta dagli esponenti più noti dell’establishment ultraliberista (Gaydar, Nemtsov, Kirienko, Kakhamada, Cjubais) che ha diretto il processo delle riforme economiche, almeno nella prima fase degli anni ’90 dello scorso secolo, e che ancora oggi può contare sulla presenza nel governo di uomini ad essa legati. Il tristemente noto oligarca Anatolij Cjubais ha recentemente illustrato il programma del partito, precisando che il suo orizzonte strategico è rappresentato dalla costruzione di un impero liberale, che sappia garantire con la necessaria fermezza il consolidamento del processo “riformista”. Il richiamo alla funzione attribuita a Putin non potrebbe essere più chiaro. L’Unione delle forze di destra è naturalmente il partito che più si batte contro il processo di costruzione di uno stato unitario con la Bielorussia antimperialista di Aleksandr Lukashenko, e che più spinge per una politica di collaborazione con gli Stati Uniti. È accreditata di un 5-6% di consensi.
All’estrema destra si colloca il Partito liberal-democratico di Russia di Vladimir Zhirinovskij, il cui obiettivo fondamentale è quello di attrarre, con una fraseologia ultranazionalista e populista, la parte più arretrata dell’elettorato popolare, per poi attestarsi, in parlamento, su una linea di sostanziale subordinazione alle scelte di fondo operate dal governo. Ai “liberal-democratici” viene attribuito l’8% delle intenzioni di voto, in grado di garantire la terza posizione tra le forze della futura Duma.

La Sinistra

L’ala sinistra dello schieramento politico russo è tuttora largamente egemonizzata dal Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) che, uscito da un periodo di scontri interni iniziato nella primavera del 2002 con il tentativo dell’amministrazione russa di estromettere i comunisti da ogni sede decisionale, attraverso l’allontanamento degli esponenti dell’opposizione dalle presidenze delle commissioni parlamentari, nei primi mesi del 2003 sembrava avere ritrovato una certa compattezza attorno alla linea del suo presidente Ghennadij Zjuganov, sostenuto in questa occasione dalle componenti più a sinistra dell’organizzazione, particolarmente agguerrite a Mosca e a San Pietroburgo.
Il PCFR si è così assestato su una linea di dura contrapposizione sia nei confronti dell’esecutivo russo presieduto da Kasjanov che nei confronti di Putin, attaccati in quanto considerati i principali responsabili dell’accelerazione del processo di liberalizzazione e privatizzazioni attuatosi negli ultimi due anni, e di una politica internazionale ritenuta troppo “arrendevole” rispetto all’aggressività degli Stati Uniti e del loro sistema di alleanze, in particolare dopo i fatti dell’11 settembre 2001.
Praticamente fino alla fine del 2002 il partito in tutte le sue istanze era stato impegnato in una fase di duro confronto interno, che ha visto contrapporsi alla maggioranza dei militanti del partito i componenti del gruppo parlamentare “più dialoganti” con l’amministrazione presidenziale e quei membri del Comitato Centrale più direttamente coinvolti nell’apparato istituzionale (in particolare, i governatori di alcune importantissime regioni).
L’esito di questo duro scontro, che non sembra avere provocato drammatiche lacerazioni nella base e negli apparati locali del partito, ha portato all’allontanamento di un gruppo significativo di personalità dirigenti, che si è raccolto fin dall’inizio attorno alla figura dello speaker della Duma Ghennadij Selezniov, il quale si era rifiutato di obbedire disciplinatamente all’indicazione del PCFR di abbandonare il proprio posto, dopo l’ultimatum sulle presidenze di commissione, lanciato dal governo ai comunisti.
Selezniov, che, già da iscritto al PCFR, aveva creato un gruppo di pressione di orientamento socialdemocratico chiamato Rossija, dopo la sua uscita dal partito ha dato vita al Partito della rinascita della Russia, legando definitivamente il proprio futuro politico a quello dell’amministrazione presidenziale.
Le ultime fasi della vita del partito sono state caratterizzate da un forte richiamo alle proprie radici ideali e alla propria storia, e dall’ appello alla mobilitazione rivolto a quello “zoccolo duro” di opinione pubblica che si pronuncia senza esitazione per il “socialismo” e che sarebbe in grado (secondo molti analisti) di assicurare comunque sempre dal 15 al 20% del consenso elettorale. Di qui la decisione del congresso del partito svoltosi il 6 settembre di andare alle elezioni con un raggruppamento elettorale, certo aperto ad alleanze con settori non comunisti, ma nettamente caratterizzato dalla fedeltà all’identità, alla storia e ai simboli del partito comunista e da un programma alternativo alle scelte economiche e sociali del “nuovo corso” russo.
Ciò contribuisce a spiegare la ragione per cui anche alcune componenti delle formazioni che si collocano più a sinistra del PCFR, a cominciare da quella più influente (oltre 1.400.000 voti alle elezioni del 1999), il Partito Comunista Operaio Russo-Partito Rivoluzio-nario dei Comunisti (PCOR-PRC), diretto da Viktor Tiulkin, abbiano deciso, se non di mettere da parte le profonde divergenze ideologiche che le dividono dal partito di Zjuganov fin dai tempi del PCUS, almeno di accettare una convergenza elettorale per impedire la dispersione dei voti dell’estrema sinistra.
Nello stesso tempo, almeno fino alla fine dell’estate 2003, il PCFR ha continuato nell’ambito delle sue alleanze – attraverso l’Unione Popolare Patriottica di Russia (UPPR), a mantenere rapporti di stretta collaborazione con una serie di personalità e forze indipendenti, capaci di attrarre il consenso anche di settori di sinistra più moderata e di coloro che, pur non essendo comunisti, hanno sempre visto nel PCFR la forza che più conseguentemente si erge a difesa dei cosiddetti “interessi nazionali”, violati e continuamente intaccati dalle scelte di inserimento nei meccanismi del “mercato mondiale” operate dai gruppi oligarchici russi.
Di particolare rilievo è sempre apparsa la posizione di Serghey Glaziov, già ministro nel primo governo post-sovietico e clamorosamente dimessosi dopo il colpo di stato dell’ottobre 1993, oggi leader del Congresso delle Comunità Russe, in cui militò lo scomparso Aleksandr Lebed. Egli è considerato un economista di rilievo (in buoni rapporti con l’ex governatore della Banca di Stato Viktor Gerashenko, silurato per dare spazio a una “nuova generazione” di banchieri più in linea con le riforme del governo). Glaziov, che ha dimostrato doti di buon comunicatore nei dibattiti televisivi, è rispettato negli ambienti accademici e ritenuto in grado di poter dialogare con quei settori di “borghesia nazionale” e di piccola e media imprenditoria più insofferenti nei confronti del corso liberista impresso dai ministeri finanziari e di bilancio del governo russo. Glaziov, fino alla scorsa estate, era ritenuto uno dei possibili componenti della “testa di lista” di un grande raggruppamento “patriottico”, capeggiato dal PCFR, in vista delle elezioni di dicembre.
Il quadro appena descritto, che sembrava limitare al minimo i danni della scissione di Selezniov e compagni, si traduceva, sul piano delle previsioni di voto, in un sostenuto rialzo delle quotazioni del PCFR (31% all’inizio dell’estate).
Ma gli effetti della controffensiva politica e di immagine, lanciata dal fronte centrista, non mancavano di produrre i loro effetti anche tra le forze di opposizione nella fase di avvio della campagna elettorale, immediatamente dopo la pausa estiva.
Abbiamo già esaminato le caratteristiche della strategia di “spostamento a sinistra” attuata dai collaboratori di Putin, sia con il riordino politico-organizzativo di “Russia Unitaria” che attraverso la dislocazione di altre formazioni, in grado di intercettare a beneficio dell’establishment almeno una parte del voto di protesta.
Per i comunisti ai primi di settembre, al momento dello svolgimento del loro congresso, si è manifestato un ulteriore serio elemento di difficoltà, rappresentato dalla sorprendente decisione di Glaziov di presentarsi alla consultazione di dicembre con una propria coalizione di “opposizione”. Tale coalizione, chiamata Rodina (Patria) è stata presentata come non in contrapposizione ai comunisti (a cui viene persino proposto un patto di unità d’azione nella prossima legislatura), ma quale tentativo di valorizzare una presenza autonoma, in uno schieramento di centro-sinistra, di componenti laburiste, socialiste e “nazionaliste”, la maggior parte delle quali in passato aveva accettato (come del resto Glaziov) l’egemonia comunista nell’ambito dell’Unione Popolare Patriottica di Russia, ma che oggi propendono per un atteggiamento “più costruttivo” nei confronti dello schieramento filopresidenziale, manifestando una certa fiducia nel fatto di poter agire sulle sue contraddizioni interne e non considerando le più recenti “aperture sociali” e le critiche al governo dei suoi programmi elettorali alla stregua di una pura manovra tattica. Questa operazione – che ha raccolto anche l’adesione di alcune componenti di “sinistra socialista” come il piccolo Partito Russo del Lavoro del deputato del gruppo parlamentare indipendente Regioni di Russia Oleg Shein (che non sembra, pur avendo sempre polemizzato con il presunto “nazionalismo” del PCFR, avere problemi a ritrovarsi a fianco, di Valentin Varennikov, esponente del KGCP, il “Comitato di salute pubblica” che nell’agosto ’91 spianò la strada a Eltsin, oppure di uomini legati alle gerarchie della Chiesa Ortodossa, come Aleksandr Krutov, presidente dell’Unione dei cittadini ortodossi) – che, in caso di affermazione, potrebbe addirittura contribuire al rafforzamento complessivo della sinistra, in cui il ruolo e l’identità dei comunisti uscirebbero rafforzati, rischia purtroppo (gli ultimi sondaggi attribuiscono a Rodina il 3,5%) di trasformarsi nell’ennesima dispersione del voto di opposizione, con la conseguenza di consolidare l’attuale esecutivo.
In effetti, all’inizio di ottobre i sondaggi sembrano confermare questa tendenza, marcando la forte ripresa di “Russia Unitaria”, data al 28%, e il netto ridimensionamento (a cui potrebbe contribuire anche quel massiccio ricorso ai brogli da parte dell’amministrazione che ha sempre contraddistinto tutte le tornate elettorali più importanti) del PCFR, che non supererebbe il risultato del 1999, con l’aggravante di perdere il primato elettorale nel proporzionale e subire, di fronte alla vasta coalizione che si sta raccogliendo attorno al partito di Putin, una cocente sconfitta in molti collegi uninominali.
I riflessi che un tale scenario potrebbe determinare sulle scelte di Putin, alla vigilia delle elezioni presidenziali, sono facilmente prevedibili: un’altra sterzata “riformista” potrebbe essere inevitabile, proprio in direzione del consolidamento di quell’ “impero liberale”, dai tratti autoritari e polizieschi, che rappresenta l’obiettivo strategico del progetto neoliberista russo.