La RSI, la Repubblica voluta da Hitler*

Riteniamo innanzitutto di dovervi dar conto, in apertura, delle ragioni di un’iniziativa come quella odierna. Perché questo convegno? Perché lo fa la Cgil? Perché in questo luogo?
Facciamo questo convegno – che non rimarrà un episodio isolato – perché avvertiamo il pericolo di un obnubilamento della memoria collettiva, unito ad una consapevole contraffazione storica compiuta a fini politici; lo facciamo perché vediamo – anche qui, nella nostra città – il riorganizzarsi di formazioni che si ispirano al fascismo e al nazismo, ne ostentano i simboli, rivendicano l’agibilità politica e rimettono in scena provocazioni e minacce, fino alla riedizione dell’attentato; lo facciamo perché la ferita della strage non è ancora rimarginata, né potrà esserlo finchè la giustizia non avrà riconosciuto esecutori e mandanti di quell’eccidio; lo facciamo perché ci inquieta l’esistenza – nella regione più popolata e industrializzata d’Italia e massimamente in questa provincia – di un partito razzista di massa, che dissemina intolleranza e veleni ideologici e che ha concorso in modo determinante a varare una legislazione xenofoba che fonda un diritto duale, retto sulla discriminazione etnica; lo facciamo – ancora – perchè la Resistenza e la Costituzione del ’48 che ne è il prodotto politico e sociale più conseguente, i suoi valori, i suoi principi, la sua nervatura istituzionale – in una parola: la nostra democrazia – sono sottoposti ad un attacco demolitore da parte di forze che, seppur tremebonde, governano questo paese, forze che non hanno fatto la Costituzione e che ad essa sono irriducibilmente ostili; lo fa la Cgil, aprendo con questa anteprima le iniziative di celebrazione del centenario della propria nascita, perché la Resistenza e la Costituzione recano l’impronta fondamentale della classe operaia italiana e l’attacco portato alla Costituzione è, direttamente, un attacco contro i diritti del lavoro, contro l’aspirazione all’uguaglianza, contro l’unità dei lavoratori e del paese.
Lo facciamo noi anche perché avvertiamo un vuoto, una reticenza, un’insufficienza della
risposta democratica che rendono questo attacco assai pericoloso. Lo facciamo qui, infine, nel cuore di quella che fu la R.S.I., la breve e drammatica convulsione del fascismo morente, in un luogo che la retorica fascista ha eretto a simbolo della propria apologia ideologica patriottarda, meta e tempio di pellegrinaggi nostalgici.
Oggi, proprio da qui, con l’aiuto autorevole di intellettuali, di studiosi di storia, di docenti che hanno accolto il nostro invito, ricostruiamo la trama di un racconto, le ragioni di un giudizio storico, politico e morale che si vorrebbe rimuovere e confondere con il fine di sradicare definitivamente l’architrave su cui poggia la democrazia italiana, ciò che resta di quel tratto identitario e avviare il paese, la società italiana, verso un’altra storia.

Per quanto ci riguarda vogliamo concentrare la riflessione su alcuni aspetti che hanno un diretto impatto sulla vicenda politica attuale, nel loro intreccio con il ruolo del movimento operaio nella lotta antifascista e nella costruzione della Repubblica: un ruolo fecondo che ancora produce i suoi frutti.
Della Repubblica di Salò interessa sottolineare in primo luogo un aspetto: si trattò del simulacro di un governo, perché privo di qualsiasi autonomia, legato (anzi, avvinghiato, in senso letterale) all’alleato tedesco, formalmente presente solo nelle zone presidiate militarmente dalle truppe d’occupazione germaniche, senza la qual cosa la R.S.I. non sarebbe sopravvissuta neppure per quella breve stagione.
Si trattò della tipica commedia di un governo fantoccio, in balia di un umiliante servaggio al padrone tedesco, costretto a questuare ai nazisti minimi spazi di autonomia politica e amministrativa che peraltro non ebbe mai, impegnato nel parodistico e fallimentare tentativo mussoliniano di recuperare il programma sociale del fascismo delle origini, naufragato fra farsa e tragedia; un governo privo di un esercito proprio, che non poteva più esservi, e che fu sostituito dalla militarizzazione di ciò che rimaneva del partito fascista, le milizie nere nelle loro diverse articolazioni, il “reparto servizi speciali” impegnati nelle peggiori efferatezze che mente possa concepire contro i partigiani e contro la popolazione civile. E poi, le famigerate SS italiane, i 20.000 che giurarono solennemente così: “Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e che, quale soldato valoroso, sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento”.
L’alleanza fra Italia fascista e Germania nazista non è stato un incidente della storia, né un invenzione propagandistica.
Ebbene, è a costoro, è ai reduci di Salò di tutte le risme (dalle brigate nere alla X MAS, dalla legione Muti alla guardia nazionale repubblicana alle forze di polizia ai banditi di Mario Carità e a tutte le formazioni che vennero a costituire il “corpo ausiliario delle squadre d’azione delle camicie nere”) che il governo italiano in carica vorrebbe riconoscere lo status di militi belligeranti, sancendone così la completa equiparazione, morale e materiale, alle formazioni partigiane.

È chiaro che questa velleità revisionistica non ha per posta tanto (o soltanto) lo stato giuridico degli individui che si schierarono con i fascisti e con i nazisti contribuendo attivamente a che 40.000 italiani venissero deportati nei campi di sterminio, mentre 650.000 soldati italiani marcivano nei campi di prigionia in Germania. Il bersaglio, l’obiettivo vero, è la messa in discussione dei fondamenti dello stato repubblicano, la sua identità e la sua legittimazione storica. La loro preoccupazione non è riscrivere la storia di ieri, ma plasmare quella di domani, facendola deragliare dai binari dell’antifascismo. È questo, in definitiva, che si nasconde dietro la retorica insistita della pacificazione. “Fascismo e antifascismo sono una coppia indissolubilmente unita: insieme vivono e insieme muoiono”, diceva Fini al congresso di Fiuggi; “l’antifascismo è sopravvissuto per cinquant’anni alla morte del fascismo per ragioni internazionali e interne oggi non più presenti”. E dunque “è tempo che l’antifascismo raggiunga il fascismo perché entrambi affrontino il giudizio della storia…” e si costruisca finalmente una memoria condivisa.
Dunque, con queste lenti strabiche, fascismo e antifascismo diventano scelte equivalenti, separate da un esile diaframma fatto di casualità e condizionato da episodi inscritti nelle biografie personali. E allora perché non riconoscere un risarcimento postumo (come fa già ogni anno il sindaco di Milano Albertini) ai caduti della repubblica di Salò dimenticati da una storia a senso unico scritta dai vincitori?
C’è in tutto questo un’insopportabile menzogna, una plateale mistificazione, quella di cui ci parla Gianni De Luna a proposito del pietoso indugiare sui “ragazzi di Salò”, come a voler confinare quella vicenda nella dimensione adolescenziale dei ragazzi della via Paal: tutti bambini irresponsabili. Come a svilire il significato di una scelta – ridotta ad aneddotica individuale – fra chi si compromise fino in fondo con il fascismo e chi – come recitano le parole che Italo Calvino regalò ad una bella canzone della Resistenza – prese la strada dei monti.
Per non parlare di quella spessa coltre d’oblio che si vorrebbe stendere non solo sulla resistenza armata del periodo ‘43-’45, ma su quell’universo cospirativo che si misurò prima contro il fascismo squadristico delle origini e che poi fronteggiò per vent’anni l’oppressione quotidiana del fascismo regime. Parlo degli uomini e delle donne del confino e della galera, di quelli che non smisero mai di combattere anche quando ogni strada sembrava chiusa e la lotta senza prospettive; parlo di quel grande incubatoio politico e morale senza il quale sarebbe difficile pensare alla stessa Resistenza e, tantomeno, alla Costituzione. E, intrecciato con esso, quell’altro tema che percorre come un filo rosso la storia d’Italia, dalla sconfitta operaia del biennio rosso ‘19-’20, attraverso la Resistenza, fino alla resa del fascismo e alla costruzione della repubblica democratica fondata sul lavoro, ed oltre, per stagliarsi lungo la ormai ultracinquantennale storia repubblicana.
Mi riferisco al ruolo giocato dalla classe operaia italiana e – per converso, specularmente – a quello interpretato dalle classi dominanti, da una borghesia che ad un certo punto non ha esitato ad abbandonare il terreno della legalità per affidarsi alla soluzione di forza, fino alla dittatura: un tema che si è riproposto più volte, come realtà o come possibilità di svolta e di involuzione autoritaria.
L’antifascismo sociale, quella componente della Resistenza che fu lotta di classe e non soltanto guerra patriottica, ebbe un importanza determinante. Dei 40.000 deportati italiani verso la Germania e la Polonia, ben 32.000 furono i politici e fra questi, oltre ai partigiani, vi furono gli operai degli scioperi del’44, gli operai della Fiat, dell’Alfa Romeo, della Brown Boveri, del Corriere della Sera, della Edison, della Falk, della Innocenti, della Marelli, della Pirelli, della Philips, della Franco Tosi, della Triplex, della Ducati, della Weber, delle fabbriche di tessuti e di filati di Prato e di tante altre fabbriche che via via si unirono alla lotta che assunse poi dimensioni insurrezionali e che risultò decisiva – da Genova a Torino a Milano – per impedire lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese da parte dell’esercito nazista in rotta. Del resto, sin da dopo l’8 settembre del ’43, le prime strutture a ricostituirsi, in un’Italia sfasciata, furono proprio le Camere del Lavoro. Sarà proprio con questa realtà – come scrive Adolfo Pepe – che dovranno misurarsi le forze angloamericane che saranno costrette a rivedere le loro originarie strategie di occupazione militare e di trasformazione dell’Italia in un semplice protettorato politico.
È grazie a questo decisivo contributo che l’Italia non finì come la Germania, la quale uscì dalla sconfitta militare priva di un atto costituente fondante. Ed è questo – ci ricorda ancora Pepe – che permise a Giuseppe Di Vittorio di rivendicare alla terza sottocommissione della Costituente il diverso peso specifico del capitale e del lavoro nella edificazione del nuovo stato repubblicano.
Insomma, per dirla con le lucide parole di Marco Revelli, “l’antifascismo sociale costituì il tramite attraverso il quale masse ampie furono strappate ad una millenaria subalternità culturale, politica, esistenziale e furono trascinate al livello del protagonismo storico, riuscendo finalmente a saldare — in uno dei pochi momenti alti della nostra storia – istanza di emancipazione sociale e progetto di costituzione di uno stato nuovo… e fu ancora da quell’istanza che derivò un’idea di democrazia radicale, partecipata, sociale che – sia pure parzialmente – trapassò nella Costituzione”.

È proprio contro questa idea di democrazia progressiva, di democrazia in sviluppo affidata al protagonismo sociale – e non solo ad una dialettica tutta interna alle istituzioni o al ceto politico – che si è periodicamente scatenata la reazione delle classi dominanti.
Del resto la Resistenza e poi la Costituzione non chiudono soltanto i conti con il ventennio fascista, con la dittatura, con la barbarie della guerra contro la quale la Costituzione formula le parole più nette e definitive che sia possibile immaginare. La Resistenza e la Costituzione superano di slancio anche il vecchio stato liberale e tutti gli elementi intrinsecamente autoritari che il vecchio stato liberale aveva ereditato dagli esiti del processo risorgimentale. Si realizza così un originalissimo intreccio fra libertà, diritti individuali, stato di diritto e giustizia sociale, fondato su un progetto politico di uguaglianza e si afferma un’idea forte di sovranità popolare fondata sulla partecipazione e sul ruolo centrale che nel processo democratico hanno il lavoro e le classi lavoratrici. Questo fa della Resistenza e del suo prodotto politico più conseguente una vera e propria rivoluzione democratica.

Il punto è che il fascismo non finisce con la sconfitta del suo regime politico. Con la fine della guerra non c’è defascistizzazione dello stato. Ancora nel 1960, su 62 questori in carica 60 erano entrati in politica durante il fascismo. Per non parlare dei prefetti. Dopo la guerra si verifica un colossale processo di riciclaggio degli uomini del fascismo – talvolta anche di quelli che furono protagonisti di atti criminosi – nella macchina dello stato della nascente repubblica, nei suoi apparati, anche i più delicati.
Il carattere dello stato post-resistenziale ne è potentemente segnato e condizionato. Lo è la scuola, nei suoi programmi, nel suo impianto formativo. Il ceto politico dominante dopo la rottura del ’48 e l’inizio della guerra fredda incarna una vera e propria cesura rispetto all’esperienza resistenziale e alla stessa Costituzione.
La repressione antioperaia nelle fabbriche è il suggello del fatto che il tratto distintivo del dopoguerra non è l’antifascismo, ma l’anticomunismo.
D’altra parte, l’ultima fase, l’agonia del fascismo prossimo alla sconfitta, vede già palesarsi una torsione che segnerà gli avvenimenti futuri, la tendenza delle potenze occidentali (Stati Uniti e Gran Bretagna) a volgere ad est lo sguardo, al nuovo nemico, l’Unione Sovietica, e dunque alle esigenze di non umiliare lo sconfitto in una prospettiva di capovolgimento delle alleanze in un mondo che si annuncia drasticamente bipolare.

Quel che è certo, è che in Italia la sostanziale rottura dell’unità antifascista – sia pure nel nuovo quadro costituzionale e repubblicano – determinerà un contraccolpo molto forte sulle istanze sociali di rinnovamento. Prende il sopravvento un vero e proprio riflusso conservatore e riaffiora anche una vena reazionaria, sopita ma non sconfitta, che si riproporrà più volte. Siamo di fronte a quello che Gramsci chiamò “sovversivismo delle classi dominanti”, vale a dire quella latente tentazione dell’illegalità da parte di un capitalismo arretrato e di una cultura politica refrattaria ad un pieno e definitivo approdo democratico che torna e si ripropone con i tentativi di colpo di stato degli anni ’60 e con lo stragismo nero e di stato degli anni’70.
E la risposta è – di nuovo – nella rivolta operaia e popolare del ’60 contro la formazione del governo Tambroni, nato con i voti determinanti del MSI, cacciato dal dilagare della protesta di massa, da Genova a Reggio Emilia, da Modena a Melissa. E poi, a fine decennio, con le grandi lotte operaie di emancipazione, di riscatto sociale e di conquista di spazi di libertà, di democrazia e di potere dentro i luoghi di lavoro (la conquista dello statuto dei diritti dei lavoratori che sancisce che la fabbrica non è una zona franca, interdetta alla Costituzione).
Anche queste sono lotte che hanno un vero e proprio valore costituente. Li la storia d’Italia muta di nuovo. Li si invera un pezzo smarrito, una promessa negletta della Costituzione. Li si vede, limpidamente, come diritti e democrazia nel lavoro siano non soltanto elementi di giustizia sociale, ma condizioni della democrazia del paese che in quella temperie muta i caratteri della sua costituzione materiale.

L’antifascismo di cui parliamo, dunque, non è un prodotto circoscritto e concluso dentro ben precise coordinate storiche, quelle dell’epopea resistenziale, per cui esso avrebbe cessato ormai di dire ciò che aveva da dire perché semplice antitesi di un movimento sconfitto e quindi destinato ad eclissarsi con esso, puro mito privo di forza costituente che sopravvive come esercizio celebrativo retorico di reduci. Quello di cui parliamo è l’antifascismo come enzima permanente, come costruzione fondamentale di un nuovo stato e di un nuovo ordine sociale, come nervatura politica della democrazia.

Queste considerazioni rinviano all’ultimo aspetto di questa riflessione, vale a dire all’attualità politica, al presente cupo nel quale viviamo.
Ricordavamo all’inizio la risorgenza fascista, la iattanza di formazioni che puntano alla riedizione di un partito fascista DOC e che ormai sconfinano in episodi di squadrismo in un pericoloso clima di assuefazione e di debole reattività democratica.
Mentre nella Francia governata dal centro-destra il ministro degli interni chiede che siano poste fuori legge le formazioni neonaziste, in Italia ci si dimentica che esiste ancora la XII delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione che vieta sotto qualsiasi forma la ricostituzione del partito fascista e che le ultime tre righe della fondamentale legge della Repubblica impegna ogni cittadino ed ogni organo dello stato a vegliare sulla sua rigorosa applicazione.
Anzi, come abbiamo visto, si fa l’opposto, con quel progetto di legge che intende riabilitare le camicie nere, il fascismo, e stravolgere il profilo identitario della nostra democrazia. E se ne capisce la solerzia, perché l’obiettivo ormai materializzatosi attraverso la legge di riforma costituzionale approvata in prima lettura dalle due camere altro non è che lo stravolgimento dei principi che ne costituiscono l’ossatura:
– il potere sovrano del Parlamento (ridotto ad ostaggio di un presidente del consiglio che sembra piuttosto un monarca, un novello “caudillo”);
– la divisione e l’indipendenza dei poteri (a partire da quello giudiziario, che si vuole ridurre all’obbedienza, sotto il tallone dell’esecutivo);
– l’unità del paese e l’universalismo dei diritti, ovvero l’uguaglianza dei cittadini travolta da un federalismo devolutivo di impronta leghista.
Per non dire dell’attacco frontale ai diritti dei lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali; o dell’annichilimento del pluralismo dell’informazione; o dell’imbarbarimento della scuola pubblica, per un verso abbandonata e per l’altro restituita ad un passato che selezionava su basi censitarie, classiste, l’accesso ai gradi più alti dell’istruzione.

Tutto ciò per richiamare l’attenzione – soprattutto quella dei più giovani – su una cosa essenziale. E cioè che il fascismo, gli elementi costitutivi dell’ideologia, dell’identità culturale, della costruzione politica e statuale fascista, non possono essere riconosciuti soltanto quando si propongono nelle manifestazioni esteriori, nei simboli apologetici che ci rimanda l’iconografia tradizionale del ventennio (fez, orbace, camicia nera, teschi, manganelli e così via). Bisogna sforzarsi di andare oltre, di guardare più in profondità e coglierne l’intima realtà nel razzismo, quintessenza dell’hitlerismo, nell’esaltazione della prepotenza, del diritto del più forte alla sopraffazione del più debole, nella disuguaglianza, come elemento naturale, che impone ad ognuno, ad ogni persona e ad ogni classe, di stare al proprio posto, dentro uno stato corporativizzato, ove è espunta ogni dialettica sociale, anzi, dove il conflitto sociale non è elemento di progresso, motore di una dialettica positiva, ma pura patologia da estirpare e a cui fa da contrappunto la retorica della guerra, rivolta verso un qualsivoglia, onnipresente nemico esterno; nel “cesarismo”, nella mistica del capo carismatico che incarna l’inscindibilità della nazione, che dispensa le persone dall’onerosità della scelta, dell’autonomia personale, che decide per il tuo bene, che sostituisce alla democrazia il rapporto diretto con le masse, il plebiscitarismo, che educa alla delega, alla deresponsabilizzazione personale, alla spoliticizzazione, al conformismo: in una parola, che crea sudditi, non cittadini.
Non vi ricorda niente tutto questo? E non è su queste basi che possono attecchire, ancora oggi, ideologie totalitarie? Provate a pensare a quanto di tutto ciò ristagna nel presente e può diventare carburante per nuove avventure autoritarie.

E allora, mi piace finire questo intervento con un appello all’impegno, alla responsabilità collettiva, l’appello a costruire, ovunque, nei paesi, nelle scuole, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro dieci, cento, mille “comitati di difesa della Costituzione”: è un invito all’ingaggio e una scommessa sul futuro di questo paese a cui dedicarsi senza risparmio. Ognuno lo può fare, nessuno si tiri indietro.
Ai ragazzi che nel gennaio scorso sono venuti con noi ad Auschwitz, ai giovani operai che sono il nerbo della nostra Cgil nei luoghi di lavoro, vorrei riservare le battute finali, prendendo in presito il messaggio senza tempo che ci hanno consegnato uomini della Resistenza come Carlo Rosselli, Giorgio Amendola, Sandro Pertini, Ernesto Rossi: il messaggio di non identificare la vittoria con la ragione, il successo con il valore; di non temere la sconfitta come il peggiore dei mali, quando in gioco ci sono valori non negoziabili e se nella sconfitta si salva la propria continuità ideale.
Tornano in mente, ammonitrici, le parole che Ernesto Rossi scriveva nel settembre del ’31 dal carcere di Pallanza dove era stato rinchiuso dai fascisti: “Conosco ormai troppo bene gli italiani e la loro storia per farmi delle illusioni. E non si cambiano in due o tre generazioni le caratteristiche di un popolo abituato per secoli a liberarsi col confessionale di ogni preoccupazione sulla valutazione dei problemi morali, e a rinunciare nelle mani dei dominatori stranieri ad ogni dignità di vita sociale. Ma questo poco importa. C’è chi ha la funzione di firmare decreti e chi ha la funzione di crepare in trincea o di marcire in galera. È una divisione del lavoro anche questa. E si può preferire la seconda alla prima funzione, quando si crede così di affermare dei valori che costituiscono la ragione stessa della nostra vita”.

* Relazione di Dino Greco, segretario della Camera del Lavoro di Brescia, al convegno su “La RSI. La Repubblica voluta da Hitler”, tenutosi il 22 aprile scorso al Teatro del “Vittoriale”, a Gardone Riviera e organizzato (come anteprima del centenario della nascita della CGIL – 1906-2006) dalla CGIL – Camera del Lavoro di Brescia e dall’Archivio storico “Bigio Savoldi e Livia Bottard i Milani”.
Del convegno si pubblicheranno gli atti, a cura della E.D.S. (Editrice Sindacale della CGIL nazionale) ed è inoltre prevista la predisposizione di un CD Rom. l’ernesto ringrazia il compagno Greco per l’invio in Redazione del suo intervento al convegno.