La rivoluzione neo-conservatrice e l’”anima nera” dei dominatori

*Responsabile Esteri Giovani Comunisti Campania

LA SFIDA PER L’ALTERNATIVA ALL’INDOMANI DELLA RIELEZIONE DI GEORGE W. BUSH: INTERVISTA AD ANTONIO GAMBINO

“La lezione che ci consegnano le elezioni presidenziali negli USA è chiara: chi non ha un profilo politico preciso è destinato a perdere. Il partito democratico si era attestato su una posizione ambigua, ben rappresentata del resto dallo stesso Kerry, che aveva votato a favore della guerra di aggressione dell’Iraq. Tende ad essere predominante, nella “sinistra ufficiale” americana, un atteggiamento di contestazione delle politiche di Bush solo per i loro “eccessi” piuttosto che per i loro stessi “fondamenti”. Era evidente l’intento di Kerry di rimarcare un aspetto “militante” con cui fare breccia nella base popolare, ma il suo tentativo non è riuscito. Sorprende, inoltre, la dimensione “popolare” del voto per Bush, il quale ha vinto non più sul filo del rasoio ma con un vantaggio di oltre tre milioni e mezzo di elettori. Questo è accaduto perché ha rappresentato una posizione più netta, sia sulle questioni interne sia su quelle internazionali. Del resto, se si deve scegliere tra l’originale e la copia, è naturale che si finisca col scegliere l’originale. I democratici avrebbero dovuto accentuare la loro differenza, invece non sono stati in grado di esprimere un modello politico alternativo.”

Era inevitabile che si partisse da qui. Una riflessione sul significato delle recenti elezioni presidenziali americane non poteva non costituire il punto di partenza di una conversazione impegnativa sui grandi scenari di fase e le dinamiche, sovente contraddittorie, che attraversano la comunità internazionale. Tanto più che l’interlocutore scelto per questa ricognizione risponde al nome di Antonio Gambino, esponente di spicco della sinistra intellettuale, già padre fondatore de L’Espresso ed editorialista di Repubblica e del Messaggero, nonché acuto lettore della realtà politica nazionale ed internazionale. Nella sua attività di saggista, che sarebbe lungo ripercorrere (ricordiamo per titoli i lavori principali: Vivere con la bomba del 1986, Il mito della politica del 1993, Premio Viareggio. e soprattutto L’imperialismo dei diritti umani del 2001 e il recente Perché oggi non possiamo non dirci anti-americani), ha affrontato alcune delle tematiche su cui lo abbiamo sollecitato, spaziando dalle questioni della mondializzazione ai temi della guerra e della pace, dal ruolo degli Stati Uniti e dell’Europa come protagonisti geo-politici, ai valori etici che contraddistinguono le nostre comunità. Senza dimenticare le ricadute sul qui ed ora ed i compiti della sinistra, ai quali, come in una rapidissima overture, ha voluto subito dedicare un passaggio.

La lezione del voto negli USA è chiara: la sinistra deve essere convinta delle proprie ragioni e non deve perdere la propria anima. Essere di sinistra vuol dire oggi, per quello che riguarda le questioni internazionali, dire no all’imperialismo, anche perché altrimenti il terrorismo (in quanto fenomeno di rigetto del dominio occidentale) seguita a crescere; e, per quello che riguarda le questioni interne, stare sempre dalla parte dei più deboli. Noi non crediamo, come credono gli americani, che i poveri siano tali per “destino”; i poveri sono i nostri fratelli meno fortunati e perciò noi abbiamo un debito verso di loro. Ecco perché è sbagliato dire che la sinistra deve “andare verso il centro”. Io sono convinto che il centro non costituisca una riserva di voti; anzi, c’è una marea di persone che non vota e che è scontenta della sinistra moderata. Perciò il compito della sinistra di alternativa deve consistere nel provare a ragionare sulle cose da fare ed individuare le questioni centrali di un programma coerente. Solo così è possibile provare a recuperare questa disaffezione a sinistra.

La crescente separatezza della sfera politica ufficiale dai bisogni popolari è stata acuita dalla mondializzazione capitalistica, che ha contribuito a moltiplicare fenomeni di alienazione e disaffezione. Sin dagli anni Ottanta, questa mondializzazione ha introdotto una serie di pro-blemi nuovi, a partire dalla pervasiva incidenza della tecnologia, sino ad arrivare alle devastanti concentrazioni di poteri, anche militari, nelle mani di élites sempre meno sottoposte a controllo sociale. Sin dal suo Vivere con la bomba, lei ha provato a tracciare una connessione tra questi elementi: dispositivo tecnicomilitare, controllo sociale, condizionamento politico, con, sullo sfondo, il primato degli USA.

Lo scenario internazionale è allarmante, tanto più se si considera la disponibilità delle armi nucleari: la drammatica novità, costituita dal loro potere terrificante, consiste nell’annullamento del gap, cioè della differenza di potenziale militare tra il forte e il debole. Al tempo stesso, si deve tenere presente che proprio tali armi riducono il dislivello tra le grandi potenze e le medie potenze: ovviamente, qualora anch’esse si siano dotate, in modo effettivo, di un potere nucleare, vale a dire di un arsenale in grado di sopravvivere ad un attacco di sorpresa. Perché in una situazione simile anche la più grande delle superpotenze dovrebbe fare i conti con il fatto che il suo avversario, sebbene più debole e ferito a morte, conserverebbe la capacità di colpirlo in modo devastante.
Deriva da qui che tra potenze nucleari, anche di diverso livello, si stabilisce inevitabilmente una situazione di interdipendenza. Infatti, se nessuno ha la possibilità di conseguire una vittoria effettiva (che vittoria sarebbe quella in cui si è distrutto il nemico, ma si sono persi, ad esempio, dieci milioni di cittadini?) l’idea stessa di una guerra e di una vittoria, pagata a questo prezzo, diventerebbe impensabile. Ognuno, insomma, si troverebbe ad essere un ostaggio nelle mani dell’altro, e questo imporrebbe, per sé, la strada del dialogo. In altre parole, l’arma nucleare contiene in sé una “lezione di modestia”. Fa comprendere, cioè, che la sicurezza di ciascuno dipende da quella dell’altro e che, in una situazione di questo tipo, l’unica strada è quella del dialogo. Per cui possiamo dire che alle armi nucleari si può adattare la frase con cui Goethe nel Faust descrive Mefistofele: quando lo definisce “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male ed opera sempre il Bene”. E che non si tratti di semplici valutazioni astratte, risulta chiaro dal fatto che proprio su questa strada si siano mossi gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica in uno dei momenti più interessanti della nostra storia recente: quando, nel giugno 1973, firmarono l’Accordo per evitare una guerra nucleare in cui tutte e due le parti, riconoscendo la loro reciproca vulnerabilità, si impegnavano ad operare concretamente “al fine di impedire ogni scontro nucleare”. Quello a cui in tal modo si dava vita era, insomma, una “intesa tra nemici”, basata sui principi della responsabilità e della reciprocità. Tutto questo, però, è cambiato con Reagan, che, con la sua idea di uno Scudo spaziale, mirava a ricollocare l’America in una condizione di invulnerabilità. E quindi, implicitamente – ma non tanto – a metterla in condizione di imporre la sua volontà a tutto il pianeta. Un’impostazione dichiaratamente unilaterale che, come evidente, risponde in pieno alle pulsioni profonde della grande maggioranza degli americani.
Per ritornare al problema delle armi nucleari, mi sembra di poter dire che la deterrenza funzioni perché è regolata da una logica ferrea e drammatica nello stesso tempo: il potenziale distruttivo genera corresponsabilità ed inquietudine. Il pericolo vero è, oggi, quello della possibile “bomba terrorista”: la deterrenza dell’arma nucleare funziona solo se dietro coloro che la detengono c’è uno Stato, perché in tal caso avrebbero molto da perdere ove ne facessero uso; se chi la detiene è un gruppo o una rete terroristica, non avrebbe nulla da perdere. In quel caso, infatti, dove e contro chi, precisamente, dovrebbe volgersi l’eventuale ritorsione? L’attacco dell’11 settembre ha costituito un evento terribile proprio per questo: chi lo ha compiuto non si colloca su un terreno riconoscibile dello scontro politico e, quindi, si iscrive al di fuori della logica della deterrenza. Non casualmente, è proprio questo il pretesto della guerra preventiva.

Non c’è dubbio che lo sviluppo della tecnica accompagni il varo di nuove strategie di aggressione. Il potere tecno-scientifico non può essere considerato neutro, né in relazione ai soggetti che lo detengono, né quanto ai fini che essi si pongono. All’indomani dell’aggressione della NATO in Jugoslavia (1999), il suo volume L’imperialismo dei diritti umani poneva una domanda impegnativa: come giustificare l’intervento militare in nome della “difesa dei diritti umani” a fronte della violazione del più fondamentale dei diritti (il diritto alla vita) che quell’opzione comporta? È possibile un’altra modalità di regolazione delle controversie?

È una domanda molto impegnativa, e dare una risposta non è solo difficile, ma anche, forse, impossibile. Non è tuttavia un’esperienza nuova quella di trovarsi in una situazione in cui il criterio fondamentale di comportamento ha un carattere non positivo ma negativo, vale a dire che non si sa con chiarezza ciò che si deve fare, ma solo ciò che non si deve fare. E quello che oggi non si deve fare è di considerare i diritti umani (che, contrariamente a quanto si afferma, non sono dei veri diritti, ma piuttosto delle grandi aspirazioni umane) come qualcosa che si può, anzi si deve, imporre con la forza. Questo per il semplice motivo che, operando in tal modo (vedi quanto è avvenuto nel 1999 nella ex Jugoslavia), si finisce per uccidere persone a cui non si può attribuire nessuna colpa. Col risultato che, nel nome dei diritti umani, si arriva a privare molti individui del primo di questi loro diritti, quello alla vita. Nel caso degli Stati Uniti, è chiaro che la loro infatuazione per i diritti umani rispondeva a un preciso progetto politico, che era quello di usarli come legittimazione per interventi che avevano un’altra ispirazione, cioè dominio ed imperialismo. Se questo non viene quasi mai detto – ed anzi, se in modo ossessivo si dice il contrario e ci si dichiara non solo filo- americani ma addirittura americani – è a causa di una diffusa “sindrome servile”. Per indicare la quale, già quasi centocinquanta anni fa, Nietzsche ha avuto una frase molto felice: “Nessun pastore e un solo gregge. Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio”.

Non a caso il suo ultimo libro ha un titolo eloquente: Perché oggi non possiamo non dirci anti-americani. E p p u re, nell’intervista concessa a Repubblica il 20 agosto, alludendo ad “un mal d’America” di cui sarebbe affetta la sinistra, Giuliano Amato ha affermato: “la relazione transatlantica non possiamo lasciarla alla destra come un´arma da brandire contro di noi: non è da posizioni antagoniste agli USA che è possibile governare l´Italia”. È necessario, forse, segnalare gli elementi utili a chiarire il quadro delle relazioni tra gli USA e l’UE, anche alla luce delle reazioni in Euro p a alla riconferma di Bush.
Le relazioni tra Stati Uniti ed Europa comportano la possibilità di un accordo; tuttavia è bene ricordare che, per raggiungere un accordo, è necessario formulare due posizioni distinte, perché altrimenti c’è solo l’adesione alla tesi del più forte. Ad ogni modo, formulare un’opzione diversa significa anche rivendicare l’esercizio della critica. Ma è proprio questo che oggi quasi sempre manca. Fino a creare situazioni francamente paradossali, come quella in cui non solo molti uomini politici, ma anche molti commentatori, prima di avanzare qualsiasi critica nei confronti degli Stati Uniti si diffondono in una serie di salamelecchi, precisando di leggere solo libri americani, di amare solo i film americani, persino di preferire a quello italiano il caffè americano. Uno spettacolo pietoso, che richiama subito alla mente la frase – “cupidigia di servilismo” – che Vittorio Emanuele Orlando pronunciò nel 1949 alla Camera dei Deputati nel corso del dibattito parlamentare sull’ingresso dell’Italia nella NATO.
Per quanto riguarda la tesi di Giuliano Amato, la mia convinzione è che gli accordi si possano fare, ma sempre – come si dice – “ad occhi aperti”. E qui mi fa piacere ricordare come De Gaulle, nel 1965, decise di portar fuori la Francia non dall’Alleanza Atlantica ma dalla NATO, vale a dire dalla sua struttura organizzativa integrata. L’incidente che provocò questa decisione, fu la scoperta che gli USA usavano una delle basi atlantiche sul territorio francese per fotografare dall’alto gli impianti nucleari della Francia, cioè per spiare i propri alleati. Pur essendo sicuramente molto critico dell’Unione Sovietica, De Gaulle arrivò alla conclusione che il suo paese non dovesse avere nulla a che fare con un’organizzazione in cui tutto, o quasi, era nelle mani degli USA. E commentò la sua decisione dicendo: “L’integrazione equivale alla soggezione”. È un monito che dovrebbe valere ancor di più per l’Italia: nel nostro Paese vi sono basi di cui non conosciamo le regole di funzionamento e i presupposti giuridici, perché gli statuti sono segreti e, per alcune di esse, vige un regime di extra-territorialità. Ciò corrisponde a tutti gli effetti ad una “cessione di sovranità”. Di conseguenza, pur avendo firmato il Trattato contro la proliferazione nucleare (Tpn), dal momento che ospitiamo ad esempio ad Aviano e alla Maddalena – armi nucleari dell’Alleanza Atlantica, anche noi siamo sottoposti ad un possibile strike nucleare. Insomma, pur avendolo formalmente rifiutato, accettiamo ancora passivamente il diktat nucleare.

Gli USA si dibattono però in una p rofonda contraddizione: da una p a rte l’ambizione a farsi arbitri della contesa internazionale, dall’altra una certa riluttanza ad assum e re le responsabilità multipolari che tale proiezione dovrebbe comportare. Nel suo ultimo volume lei scrive: “l’incapacità oggettiva degli USA di assumersi responsabilità generali” comporta la nascita di un impero, “ma un impero ancora in gestazione”.

Questa contraddizione diviene ancor più significativa alla luce delle ultime aggressioni imperialistiche, dall’Afghanistan all’Iraq. Questa contraddizione nasce dal fatto che gli Stati Uniti si vivono come una sorta di “sceriffo riluttante”. Non a caso, all’indomani della caduta del Muro, fu pubblicata una raccolta di saggi dal titolo L’impero riluttante (a cura di S. Romano, Il Mulino, Bologna, 1992). Gli USA credono che all politics is domestic politics (“tutta la politica è politica interna”). I politici statunitensi esercitano il mandato esclusivamente in chiave di politica interna e non conoscono la politica mondiale. È proprio questo il punto: gli Stati Uniti hanno la pretesa di comandare, ma non dispongono di una strategia adeguata e non possiedono una classe dirigente preparata.
Storicamente, gli USA hanno vissuto il loro unilateralismo prima come isolazionismo, cioè come separazione fisica dal resto del mondo (per definizione “corrotto”) e poi sempre di più – a cominciare daquando, nel 1898, con la guerra contro la Spagna, si sono trovati coinvolti nelle vicende internazionali come unilateral globalism vale a dire come “interventismo su scala globale”, attuato, però, secondo criteri puramente americani. Alla gestione di una simile posizione, gli Stati Uniti erano sostanzialmente impreparati. Né la situazione è molto cambiata col passare degli anni. Una dimostrazione di tale stato di cose è la confusione che ha dominato sulla scena politica americana nel momento in cui, crollato il sistema sovietico, è anche finito il lungo periodo della Guerra fredda. Per alcuni anni i dirigenti di Washington non hanno saputo assolutamente che fare. Hanno combattuto la Guerra del Golfo, ma solo per ritirarsi subito dall’Iraq; si sono impelagati in imprese assurde, come l’intervento in Somalia, ma solo per ritornarsene a casa dopo pochi mesi con le ossa rotte.
Poi, a poco a poco, anche a causa della totale assenza dell’Europa come soggetto politico, hanno cominciato a riprendersi: e ciò è avvenuto grazie all’alleanza tra una nuova corrente repubblicana (i neocons), decisa a gettarsi alle spalle il tradizionale isolazionismo del loro partito, e il centro del partito democratico, pronto a rinunciare ad ogni idea di multilateralismo (di cui Clinton era stato in precedenza assertore) e puntare anch’esso su un “globalismo unilaterale”. Da allora – e siamo alla metà degli anni Novanta – è nato il progetto attuale di dominio degli USA a livello planetario che, quindi, risale già agli anni finali della presidenza di Clinton (nonostante molta parte della nostra sinistra attuale seguiti a presentarlo come un convinto multilateralista) e che Bush junior ha portato alle sue estreme conseguenze. Fino al punto di affermare in modo ufficiale che l’America è pronta ad usare la sua forza contro chiunque in futuro provi anche solo ad eguagliare la sua potenza militare, il che equivale a minacciare una guerra preventiva contro ogni altra eventuale potenza, innanzitutto contro la Cina.

Il disegno USA è dunque quello dell’imposizione di una pax americana contro gli Stati cosiddetti “canaglia”, tra i quali Cuba, la Palestina e l’Iraq rappresentano la prima fila. È stato Walden Bello, al Forum di Beirut, a dare la formulazione più stringata dell’attuale scenario: “Dobbiamo cacciare gli USA dall’ Iraq ed influire in maniera decisiva nella lotta per la liberazione del popolo iracheno”. Per di più, la recente uscita dalla scena politica di Yasser Arafat aggrava il quadro. In Occidente ci si divide sul valore e le finalità della resistenza all’occupazione, in Iraq come in Palestina, e, prima ancora, sul “che fare?”.

La prima risposta che mi viene in mente è: “niente”. Se si vuole essere più ottimisti si può dire: “molto poco”. E questo essenzialmente perché l’Europa, come soggetto politico, ancora non esiste. In primo luogo perché la nostra storia, che per molti secoli ha visto muoversi in uno spazio molto ristretto nazioni e Stati non solo diversi ma anche contrapposti, rappresenta un grosso ostacolo alla creazione di una vera identità comune. Poi, perché il metodo scelto per “fare l’Europa” è stato quello di puntare sull’economia, nell’illusione che l’integrazione in questo settore avrebbe avuto immediate ricadute al livello politico. Infine, perché l’allargamento, così come è stato fatto (fino a venticinque Stati membri) non facilita certo sui grandi temi la formazione di una volontà unitaria. A queste cause ne va aggiunta poi un’altra, che ci riporta ai temi già affrontati. La nascita di qualsiasi soggetto e, in primis, di un soggetto politico, richiede infatti che esso abbia una precisa percezione della propria identità: vale a dire che esso si percepisca come autonomo e diverso dagli altri. E questo perché, come diceva Spinoza: “Ominis determinatio est negatio” («Ogni definizione di qualcosa che esiste presuppone la precisazione di ciò che essa non è”). Ma è proprio qui che per molti Europei si crea un problema, nel senso che il timore dell’affermazione che la nostra identità si possa presentare come un gesto di ostilità verso l’America è tale, che essi rimangono paralizzati. Al tempo stesso è evidente che se l’Europa vuole essere sé stessa, non può essere l’America. Può essere – è chiaro – amica dell’America, ma non può sfuggire alla responsabilità di giudicare le cose “con la propria testa” e, quindi, quando vi è qualcosa che non la convince (o che addirittura le ripugna), non può far altro che andare per la propria strada. Ma – ripeto – una simile impostazione a molti Europei, anche nominalmente di sinistra, appare addirittura inaccettabile. Con il risultato che la nostra influenza nel mondo diventa, di anno in anno, sempre minore.

La dottrina neo-con porta con sé devastazione in tutti gli ambiti, non solo materiali ma anche delle “ricadute di senso”. In una intervista, Michael Novak, consigliere di Bush, non ha esitato a dichiarare che “se per rivoluzionario si intende la determinazione a cambiare il mondo, allora il movimento neo-con è una nuova destra rivoluzionaria, cioè un movimento conservatore, ma anche profondamente religioso e liberale”. Questa esperienza poggia su elementi arcaici della tradizione USA: tra quelli prevalenti, il messianesimo, il socio-biologismo e il libero- mercato.

A dire il vero, non so quanto questa auto-definizione rivoluzionaria corrisponda al vero o non sia solo, piuttosto, un’ipotesi mistificatoria. Certo è che la dimensione valoriale, religiosa e tradizionalista, è una componente fondamentale dell’identità statunitense, sin dalla tradizione dei Padri Pellegrini. Anzi, oggi, specie all’indomani dell’affermazione di Bush junior e della nuova destra neo- cons, la religiosità è una sfera decisiva. In fondo, però, fare appello ai valori religiosi per giustificare una politica di dominio fa parte della storia della “politica di potenza”. A ben vedere, sotto questo rispetto il PNAC (Progetto per il Nuovo Secolo Americano) e le altre lobby neo-cons sono molto più realiste di quanto non sembri, perché la religione è da sempre usata come legittimazione ideologica di un certo dispositivo di potere. In America, poi, questo elemento è decisivo e pagante: il seguito che hanno i predicatori religiosi e il successo elettorale di Bush junior sono fenomeni complementari e preoccupanti.
Per quanto riguarda le ricadute di senso, mi limiterei, molto più prosaicamente, ad affermare che uno dei compiti della sinistra dovrebbe essere quello di rifiutare tutti i luoghi comuni dietro i quali si nasconde quasi sempre una manipolazione della realtà. Prendiamo ad esempio lo slogan “Stati canaglia”. Che cosa significa? Assolutamente nulla. Tutti gli Stati, infatti, sono – e tutti lo sanno – dei “mostri freddi” che, quando fa loro comodo, violano allegramente tutte le convenzioni civili. Ma attraverso un bombardamento mediatico gli USA sono riusciti, negli ultimi sei o sette anni, ad avvalorare a tal punto tale slogan, che perfino molti di coloro che rifiutano il concetto che c’è dietro (vale a dire la tesi, tipicamente lombrosiana, che vi sono Stati che “per natura” operano costantemente in maniera criminale) seguitano ad usarlo. E questo non è qualcosa di marginale, perché è noto che chi domina le parole domina anche il pensiero.
Ecco, io penso che uno dei primi compiti di una sinistra degna di questo nome dovrebbe essere una battaglia in questo campo: contro la marea di bugie e falsificazioni che ci sta sommergendo, e anche contro la grossolanità di certe impostazioni, ad esempio contro la tendenza e ridurre il dibattito, anche su temi molto importanti, ad una sottospecie del “gioco della torre” che si faceva nei salotti trenta o quaranta anni fa, tipo: “Stai con Bush o con i tagliatori di teste?”. Tutto questo mi sembra assolutamente barbarico. Insomma, l’America vince anche perché noi non riusciamo a pensare.

Un’ultima considerazione sui movimenti. Da più parti è stato rilevato che solo un programma d’azione comune tra i “soggetti della liberazione” (movimento pacifista, forze di classe e lotte di liberazione) può introdurre significativi elementi di contro-tendenza. Questo significa, per le forze anti-capitaliste, esercitare una egemonia “gramsciana” e attivare forti istanze di cambiamento. Possono questi contenuti costituire elementi di prospettiva e di piattaforma, anche nel quadro di un dialogo comune a sinistra e nell’elaborazione programmatica della costituenda sinistra di alternativa?

La risposta è presto detta: per la sinistra di alternativa sicuramente si; per il centro-sinistra nel suo complesso (che in ogni caso è necessario costruire, se vogliamo sconfiggere le destre) è più difficile, perché vi sono gruppi numericamente più forti e meno sensibili a lavorare davvero per la pace. Penso in particolare alle forze del Listone (la maggioranza Ds, la Margherita, lo Sdi), per non parlare dell’Udeur. Tuttavia, se c’è qualcosa che può cambiare la situazione, è certamente la spinta dal basso.
Questo è il compito della sinistra di alternativa: provare a ragionare sulle cose da fare, ed individuare le questioni centrali di un programma che sia effettivamente “di alternativa”, rifiutando i luoghi comuni e le facili semplificazioni.