La rivoluzione del Venezuela

Nella città di Valencia, in Venezuela, mi hanno raccontato che una volta era arrivato Neruda per fare una lettura delle sue poesie e che c’erano solo trenta persone. Sono stato lì poco tempo fa per un Festival Mondiale di Poesia (con poeti dei cinque continenti) e non solo la sala era piena ma fuori c’era altrettanto pubblico che non voleva andar via, per cui, finita la lettura, dovemmo ricominciare per il pubblico che era restato fuori. A Caracas, nel Teatro Teresa Carreño, capace di duemilacinquecento persone, in occasione di quello stesso Festival, si dovette istallare all’esterno uno schermo gigante per tutti quelli che erano rimasti in strada. Alcuni poeti mi hanno raccontato che questa passione per la poesia non era una tradizione del Venezuela ma che era un frutto della rivoluzione.
In Venezuela mi ha sorpreso sentire che tutti parlavano di “processo”, e molti altri, più esplicitamente, di “rivoluzione”. In realtà si tratta di una rivoluzione in processo. Cosa che all’estero non è conosciuta. Lì si fa propaganda solo alla scontentezza dell’opposizione.
All’estero non si sa che il Venezuela sta per concludere una campagna di alfabetizzazione, e che si sta per arrivare ad “analfabetismo zero”. Adesso si alfabetizza anche nelle lingue indigene, che sono trentotto; e ci sono ormai delle pubblicazioni in queste lingue. Adesso non è solo lo spagnolo la lingua ufficiale, ma lo sono anche le lingue indigene. Nel Parlamento ci sono tre indios, e fino a poco tempo fa un’india era ministro (dell’Ambiente). Il ministro dell’Educazione, la Cultura e lo Sport, è un nero, mentre il vice ministro della Cultura, che è quello che ha dato vita al Festival Mondiale di Poesia, mi ha raccontato che erano stati pubblicati, per essere distribuiti gratis in tutto il Venezuela, venticinque milioni di esemplari di libri di diversi titoli. E mi ha anche detto che stavano creando una catena di librerie sparse in tutto il Paese, nonché una distributrice di libri e una casa editrice dello Stato, di libri politici, perché la gente era affamata di libri rivoluzionari e trovavano quasi esclusivamente libri di destra. (Un esempio di che cos’è la destra: l’importante quotidiano El Nacional, il giorno dell’inaugurazione del nostro Festival di Poesia, non ha pubblicato una sola riga sull’argomento).
L’istruzione ha coinvolto milioni di persone che ne erano state escluse. I programmi di educazione cominciano con i bambini di un anno. Le scuole bolivariane, nelle quali non si paga nulla, sono per quei bambini che prima non potevano pagare l’iscrizione scolastica. Sono scuole di educazione integrale, con pranzo e merenda, con cultura e sport oltre all’istruzione di base; e non sono più delle scuole separate dalla comunità come prima ma sono esse stesse un centro nel quale si effettuano compiti comunali. L’Università bolivariana, anch’essa gratuita, è per tutti coloro che prima non potevano pagarsi l’Università. E vi è anche un gruppo numeroso di studenti a Cuba, molto ben selezionati, a cui è proibito essere iscritti a partiti politici, che si stanno preparando a ricoprire in futuro compiti di governo. E un’altra cosa che ho scoperto in Venezuela è che il presidente Chávez ha rinunciato al suo stipendio e lo ha destinato a farne borse di studio.
Nella città di Mérida, un giovane poeta mi ha detto che perfino le manifestazioni politiche erano educative e che anche lui, un intellettuale, aveva imparato molto perché si trattava di vere e proprie manifestazioni culturali, con poesia, musica, canti e danze.
La rivoluzione è dappertutto e nei quartieri, nei paesi, nei villaggi si sono formati dei centri comunitari con accesso a internet gratis per tutti gli abitanti, con biblioteche e spazi per la danza e il teatro. Stanno edificando stadi e complessi sportivi, stanno costruendo migliaia di case per la gente, e grandi edifici con appartamenti economici. Vengono consegnati titoli di proprietà della terra, con macchinari, crediti e aiuto tecnico. La Misión Barrio Adentro serve a prestare servizio medico alla popolazione che ne era priva, comprese le tribù indigene. La maggior parte dei medici sono cubani, dato che pochi medici venezuelani hanno voglia di andare fin lì. E per di più ogni settimana c’è un aereo che va a Cuba a prendere e portare malati.
Ci sono quarantamila soldati impegnati a prendersi cura della salute della popolazione. Altri scavano strade, costruiscono case, organizzano cooperative o aiutano gli indios nella coltivazione della terra. I poveri montano con le loro galline sugli elicotteri e gli aeroplani dell’ Esercito, e la Marina si preoccupa delle necessità delle cooperative di pesca. La cosa più importante è la solidarietà fra civili e soldati, uniti in una stessa rivoluzione.
Il coinvolgimento dei militari nella rivoluzione è davvero grande; e pochi giorni prima del mio arrivo, tre generali avevano dato le dimissioni per potersi candidare alla carica di governatore, perché preferivano guidare le masse alla carriera delle armi.
Non è una rivoluzione improvvisata dal presidente Chávez. C’è un libro/ intervista di quindici ore fatta da Marta Harnecker, in cui racconta che questa rivoluzione l’ha maturata, insieme ad altri amici, fin da quando è entrato nell’Esercito, anche se il suo sogno era quello di giocare a baseball. È originario di un piccolo paese del Venezuela ed era un ragazzino scalzo che vendeva dolci per strada. Racconta che fin da quando è entrato, a diciassette anni, nell’Accademia Militare, leggeva avidamente tutto quello che trovava. Quando studiava Scienze Politiche, si è entusiasmato per Mao, un entusiasmo che dura ancora, e da allora non ha dimenticato quel che diceva Mao, e cioè che “il popolo è per l’esercito quello che l’acqua è per il pesce”. Da allora è convinto che esercito e popolo debbano essere uniti. Ha ammirato l’esperienza a Panama di Torrijos e la rivoluzione peruviana di Velasco Alvarado. Non è marxista, afferma, ma neanche antimarxista. Crede che per il Venezuela ci sarà una diversa soluzione. Certamente è anticapitalista e profondamente antimperialista. Insiste sul fatto che stanno facendo una rivoluzione democratica e pacifica. Ma non disarmata, perché oltre all’appoggio della popolazione, che è dell’80%, gode di quello delle forze armate che, anche se non è totale – dice – è quasi totale. Oltre a queste due armi, il popolo e l’esercito, hanno un’altra arma, un po’ strana, ed è la Costituzione Bolivariana. Che non è una costituzione qualunque, come quelle dei nostri Paesi, perché vi sono contenute le trasformazioni per una grande rivoluzione; e poiché è stata approvata mediante un referendum di tutto il popolo, potrà essere modificata solo attraverso un referendum. Con questa costituzione – afferma – stiamo facendo una trasformazione giuridico-politica; quella economica si farà con più calma. Si tratta – dice Marta Harnecker – di un processo sui generis che rompe gli schemi precostituiti dei processi rivoluzionari.
La Costituzione Bolivariana, che non è stata approvata da un Congresso, ma da milioni di persone, sancisce i diritti dei lavoratori, dei bambini, la proibizione di privatizzare il petrolio, l’obbligo dello Stato di eliminare il latifondismo, di appoggiare i pescatori artigianali e di eleggere i sindacati dalla base, i diritti dei popoli indigeni, il diritto all’informazione veritiera. La Costituzione è stata pubblicata in diversi formati, e in un formato piccino, quasi una miniatura, è stata distribuita gratis a tutti, e tutti se la portano appresso e si può dire che non c’è venezuelano che non l’abbia letta. È il programma della rivoluzione. Ci sono esperti popolari in Costituzione nelle strade e nei parchi pubblici; e anche la destra si appella sempre alla Costituzione. Quando hanno fatto il colpo di stato a Chávez imponendo un governo che è durato appena trentasette ore, la prima cosa che hanno fatto è stata abolire la Costituzione. E quando il popolo è sceso in piazza in tutto il Venezuela circondando le caserme e liberando Chávez dalla sua prigione, tutti sbandieravano quel libriccino.
Si pensa che con Chávez il Venezuela è diviso in due parti uguali, ma non è così. La divisione è di un 80% (i poveri) e un 20% (i privilegiati), anche se in alcuni casi, come quello delle comunicazioni, quel 20% pesa più dell’altro 80%.
I due grandi partiti tradizionali, quello della democrazia cristiana e quello della socialdemocrazia, sono cadaveri. I partiti minori contano anche meno e sono frammentati. Chávez ha creato un suo partito, quello della Quinta Repubblica, che – a quanto mi dicono – è molto eterogeneo, composto da ex militanti degli altri partiti, anche del partito comunista, e da molti che non avevano mai militato in un partito.
Il termine bolivariano che Chávez usa continuamente non è una parola vuota ma è l’essenza stessa della rivoluzione. Si riferisce continuamente ai “cinquecento anni”, bisogna cambiare quello che è accaduto durante quei cinquecento anni. Insomma, completare quanto aveva iniziato Bolívar. Compresa l’unificazione dell’America Latina in una federazione. Dice pure di trovarsi in una battaglia che definirà i prossimi duecento anni. Fidel, a Cuba, gli ha detto che quello che lui chiama bolivariano, loro lo chiamano socialismo, ma che non aveva niente in contrario se invece lo chiamavano bolivariano, e neanche se lo chiamavano cristiano.
Chávez ha contro tutti i mezzi di comunicazione privati, e pure quelli stranieri. L’opposizione, poi, ricorre al terrorismo. Le loro manifestazioni politiche sono vandalismi. Mi hanno raccontato che a Valencia ad alcuni studenti tornati da Cuba hanno strappato in strada le loro valige, il denaro e tutte le loro cose. Più di ottanta leaders contadini sono stati assassinati. Uno psichiatra mi ha raccontato di dover assistere numerosi pazienti colpiti dalle campagne di terrore della destra. I giornali si vendono sempre meno a causa dei loro attacchi a Chávez e conseguentemente sono diminuiti gli annunci pubblicitari. Loro stessi lo riconoscono. Alla fine della giornata si vedono per strada molti pacchi di El Nacional o El Universal ancora imballati, pronti per essere restituiti. La gente si chiede chi paga le perdite di questi giornali. E chi paga i canali televisivi che dedicano il loro tempo prezioso non alle notizie o alla pubblicità ma agli attacchi politici?
Chávez è un bersaglio continuo delle caricature di questi media, con un razzismo nuovo per il Venezuela. Lo prendono in giro per il suo aspetto e per il colore della pelle. Siccome ci sono alcuni suoi fedelissimi che lo chiamano Mi Comandante, la destra lo chiama Mico Mandante (“Scimmia che dà ordini”): perché è meticcio o mulatto o forse per entrambe le cose, e per il colore della sua pelle piuttosto ramata. La campagna della destra è apertamente contro il popolo, e mi hanno raccontato di un presentatore televisivo che parla dei poveri chiamandoli brutti, sdentati e “negri violenti”. E poi i media stanno facendo appelli all’insurrezione. La mancanza di rispetto non ha limiti; il presidente di un partito ha gridato a Chávez in televisione: “El coño de tu madre!” [espressione molto volgare]. In che Paese si insulta così un capo di Stato? “Credo di non aver mai conosciuto un Paese in cui ci sia una simile rilassatezza nelle comunicazioni”, scrive Marta Harnecker. Eppure non è stato chiuso nessun giornale o canale televisivo o radiofonico. E non ci sono neppure prigionieri politici.
A Mérida ci hanno ospitato dove va anche Chávez, e mi hanno raccontato che quando arriva molta gente, ma soprattutto gli studenti, vegliano tutta la notte nella speranza di poterlo vedere un momento e discutere con lui, che in genere viene fuori all’alba, li saluta e conversa con loro.
Chávez viene accusato di populismo, ma io non credo che sia vero e credo che sia autenticamente rivoluzionario, con il suo aspetto da popolano. Il suo amore per il popolo è evidente e pure la sua predilezione per i poveri. Gli danno del tu, soprattutto i più umili. Viaggia incessantemente per il Paese da anni, da quando si è lanciato in politica per la prima volta. È andato a pescare con indios che pescano con le mani o con una grande pietra e ha fatto avere loro gli attrezzi di pesca. Cita Bolívar frequentemente, lo conosce a memoria. Anche se parla per molte ore di seguito, il popolo è sempre attento e lo interrompe al momento giusto, con applausi, grida, slogans, esclamazioni o fischi, a seconda di quello che dice. Assomiglia a Fidel, perché entrambi parlano per molto tempo (catturando l’uditorio) ma Fidel è piuttosto serio e lui abbastanza scherzoso. A differenza di Fidel, parla molto di Dio e di Cristo nei suoi discorsi. Cita molto il Vangelo e a volte sono citazioni false, mettendo in bocca a Cristo cose che non ha detto mai, ma con lo stesso spirito delle cose che ha detto.
Non posso negare di avere incontrato in Venezuela intellettuali onesti, alcuni dei quali sono miei amici, che si oppongono visceralmente a Chávez. Ma per me, la sua rivoluzione bolivariana è come il ritorno di Bolívar in Venezuela, da dove lo aveva cacciato l’oligarchia. Per me si sta vivendo un’autentica rivoluzione e non è solo un leader carismatico: sono milioni i venezuelani che lo appoggiano. È una rivoluzione diversa da tutte le altre come sono diverse tutte le rivoluzioni.
Forse l’iniziativa più popolare di Chávez è il suo programma “Alò Presidente” della domenica pomeriggio in televisione, dove riceve telefonate da tutto il Venezuela e discute con la gente per cinque, sei, sette ore. Durante queste ore si paralizza il Paese. Una scrittrice mi ha raccontato che suo padre non si stacca dalla televisione da quando inizia a quando finisce il programma. Un’altra persona mi ha raccontato che suo figlio prende appunti con penna e carta come a lezione, e la chiama la sua lezione. La trasmissione ha luogo ogni domenica da un posto diverso. Durante il mio viaggio Chávez mi ha invitato al suo “Alò Presidente” in una città vicina a Caracas che è durata sei ore. C’erano grandi tendoni con varie migliaia di persone, soprattutto gente umile del posto, soprattutto ragazzi e ragazze, mischiati a ministri e alti funzionari. Lui era in maniche di camicia davanti ad un tavolo sul quale c’era un mappamondo e delle matite. Prendeva nota di quello che gli chiedevano al telefono e forniva lunghe risposte molto dettagliate scherzandoci sopra; anche il pubblico interveniva e scherzava con lui. Ho capito che si tratta di un uomo colto, che cita numerosi autori e libri, e che si riferiva frequentemente alla Costituzione alzando il libro che anche lui porta sempre con sé. Mi è parso un caso unico nel mondo, quello di un capo di Stato in discussione franca con il suo popolo, i presenti e gli assenti, in un programma dal vivo e della durata di ore.
Insieme a me, assisteva alla trasmissione una poetessa australiana che, mentre lui faceva una descrizione del paesaggio che ci circondava e delle colline dove un tempo Bolivar aveva il suo accampamento, si è messa a gridare: “Tu sei un poeta!” È un torrente verbale, pieno di digressioni e di digressioni di digressioni, ma riprende sempre il filo e ricomincia il discorso da dove lo aveva lasciato. Anche se parla molto, sa ascoltare e lascia che lo interrompano. In quella trasmissione una donna del popolo, che gli aveva telefonato da un remoto angolo del Paese, gli toglieva continuamente la parola: “Ma, cuore mio, aspetta; se non mi fai parlare, lascia che ti spieghi…”
Rispondeva a queste telefonate con la matita in mano. Si sbroglia fra le cifre come Fidel. Dimostra di avere una grande conoscenza della storia del Venezuela. Anche della geografia. Nelle sue apparizioni in pubblico fa propaganda per diffondere la lettura, raccomanda libri e recita. Quella volta, in mio onore, ha letto una mia poesia.
Fra i suoi difetti c’è quello di essere impulsivo, di agire a volte bruscamente, forse arbitrariamente; essere troppo esigente con i suoi collaboratori, per cui lavorare con lui è difficile, come riconosce lui stesso. Ma ammette senza difficoltà i suoi errori e i suoi sbagli. Quella volta lo abbiamo sentito prendersi la colpa per delle decisioni sbagliate.
La gerarchia cattolica, come sempre, è contraria alla rivoluzione. E, come in Nicaragua, è corrotta. Il presidente della Conferenza Episcopale è fra i peggiori. Il cardinale, ormai defunto, era andato a trovare Chávez quando era stato arrestato dai golpisti per indurlo a dimettersi. A Caracas c’è un edificio bianco molto grande e bello che è la sede centrale di Petroleos de Venezuela. Lì la ricchezza petrolifera veniva amministrata autonomamente senza che lo Stavo vi potesse mettere bocca, e quella ricchezza veniva rubata. Solo adesso, grazie alla nuova Costituzione, il Governo può esercitare il controllo sull’impresa. Chávez ha licenziato migliaia di persone corrotte e ha cacciato tutti quelli che stavano in quell’edificio bianco, facendo di quell’edificio una sede dell’Università Bolivariana, l’università dei poveri. Adesso ci studiano migliaia di studenti poveri, in splendidi uffici con soffici tappeti, bagni di lusso e poltrone di cuoio. (Chávez, in un primo tempo, aveva pensato di dare il Palazzo Presidenziale di Miraflores, sostenendo che lui poteva arrangiarsi in qualunque posto).
Tempo prima la rivoluzione ha dovuto affrontare uno sciopero del petrolio che per due mesi ha paralizzato il Paese. Hanno sabotato i pozzi, le raffinerie e gli oleodotti, hanno chiuso i distributori di benzina, sabotato le navi, bloccato i porti. Non c’era benzina per le auto né gas per le cucine e in molte parti del Paese hanno dovuto cucinare con la legna. Nello stesso tempo sono stati chiusi supermercati, altri grandi centri commerciali, fabbriche e catene di distribuzione alimentare. Il Governo ha dovuto importare petrolio a prezzi internazionali, nonché enormi quantità di alimenti: carne dal Brasile, latte dalla Colombia, riso e granturco dalla Repubblica Domenicana. Il Governo ha organizzato in tutto il Paese dei supermercati popolari, in cui la popolazione ha potuto comprare a prezzi più bassi, prezzi che sono rimasti da allora. Le feste di Natale sono passate con questa mancanza di tutto, ma il popolo non si è arreso. Una spagnola che era lì in quei giorni ed è tornata adesso, mi ha raccontato che la gente sopportava con ogni tipo di trovata e con spirito. Le code erano enormi per qualunque cosa, ma in quelle code non c’era amarezza e nessuno dava la colpa a Chávez.
Proprio la domenica in cui sono stato invitato ad assistere a “Alò Presidente”, tutti noi poeti del Festival siamo stati invitati a cena nel Palazzo Presidenziale di Miraflores. Anche se veniva dalle sei ore di programma, prima di cena Chávez ha avuto con noi una conversazione di due ore. Ci ha raccontato che il salone in cui ci trovavamo era quello in cui si erano riuniti i golpisti e in cui il Presidente della Confindustria aveva fatto il suo auto-giuramento di incarnare l’unico potere, abolendo il Parlamento, il Tribunale di Giustizia e il Tribunale Elettorale, mentre tutti inneggiavano alla democrazia. Degli irlandesi che stavano filmando nel palazzo quando è avvenuto il golpe, avevano ripreso quella scena, e Chávez ci ha dato delle copie di quelle riprese. Si è trattato del golpe militare più breve del mondo visto che i poveri circondarono Miraflores, e che in tutto il Paese il popolo è sceso in piazza, i contadini hanno invaso le strade, gli studenti hanno occupato le università e gli operai le fabbriche, e gli indios sono usciti dalla selva. Quando Chávez fu liberato dall’isola in cui lo tenevano prigioniero, il capo golpista era ormai agli arresti.
“La revolución bonita”, così Chávez chiama la rivoluzione del Venezuela.
A cena mi è capitò di trovarmi seduto accanto al Presidente. Mentre cenavamo gli si è avvicinato qualcuno per informarlo di un tentativo di privatizzare le acque del Venezuela (laghi, lagune, fiumi, compreso l’Orinoco), ma lui mi ha detto che essendo anticostituzionale, non se ne sarebbe fatto niente, che quella sera stessa avrebbe chiamato il presidente de Parlamento, anche se era già quasi mezzanotte. Quando si è ritirato, e noi stavamo per seguirlo, un commesso del palazzo mi ha detto:”Non va a dormire, lui va a letto molto tardi”. Gli ho chiesto a che ora si alzava e mi ha detto: “Molto presto”.
Prima di andarsene, Chávez mi aveva chiesto la benedizione. Ho cercato di evitarlo, come faccio in genere, dicendogli che era già benedetto. Ma lui insisteva e mi è parso che me lo chiedesse molto seriamente, che per lui era importante. Ho benedetto solennemente lui e il suo popolo, e lui la ha ricevuta con emozione.
Al ritorno in Nicaragua, solo scorrendo alcuni titoli dei giornali ho preso coscienza dell’abisso che separa i nostri due Paesi.

Trad. di Alessandra Riccio .

Ringraziamo Ernesto Cardenal per aver concesso a l’ernesto la pubblicazione di questo articolo