La rimozione della Jugoslavia

La Jugoslavia unitaria, modello per il federalismo europeo

Il 30 gennaio 2002, Slobodan Milo-sevic aveva nuovamente l’occasione di parlare dinanzi alla “corte” dell’Aia:
«In realtà c’era un piano evidente contro quello Stato di allora che era, direi, un modello per il futuro federalismo europeo. Quello Stato era la Jugoslavia, dove più nazionalità erano comprese in un sistema federativo che realizzava la possibilità di vivere con pari diritti, con successo, con la possibilità di prosperare, svilupparsi e, direi, di essere d’esempio al mondo intero di come si può vivere insieme. Per tutto il tempo abbiamo lottato per la Jugoslavia, per conservare la Jugoslavia. In fondo, tutti i fatti comprovano soltanto quello che sto dicendo. E soltanto la Repubblica Federale di Jugoslavia tuttora esistente ha conservato la sua struttura dal punto di vista delle nazionalità.
(…) Con ciò che sta avvenendo lì [in Kosovo] si sta in pratica riabilitando la politica del periodo nazista, di Hitler e Mussolini. Questo gran parlare di “Grande Serbia”, di questa presunta idea che non è mai esistita, non serve altro che a mascherare la creazione di una “Grande Albania” – quella stessa che crearono Hitler e Mussolini durante la Seconda Guerra Mondiale. Guardate soltanto quello schema, e guardate che cosa si sta facendo adesso, quello che vogliono sottrarre alla Serbia, al Montenegro ed alla Macedonia – e un domani forse anche alla Grecia del Nord, quando le relazioni greco-turche saranno messe di nuovo alla prova per ordine del comune padrone, ed anche quella sarà per loro una questione da risolvere.»
Milosevic – un uomo politico socialdemocratico, di tradizioni antifasciste benchè orientato verso la riforma dello Stato socialista in senso “occidentale” – parla qui chiaramente della Jugoslavia di Tito, e la difende. Parla di un paese nel quale si rifuggiva sia da uno jugoslavismo sovranazionale “artificiale”, sia dal nazionalismo separatista, in favore di una cultura “di sintesi”, jugoslava, in grado di riunire le preesistenti culture in una nuova, adatta ad uno Stato fondato sui diritti di cittadinanza e non – come è purtroppo oggi – su “identità” etniche o religiose. Lo spiega Neil Clark recensendo un ottimo libro su questo tema dello “jugoslavismo”, un tema a sua volta incredibilmente “rimosso” dal dibattito sui Balcani:
«Negli anni Sessanta questi tentativi di formare una comune identità jugoslava parevano aver avuto successo. I matrimoni misti indicavano che un numero sempre maggiore di cittadini si facevano registrare nei censimenti come jugoslavi. (…) La distruzione di una nazione militarmente forte e non allineata, sostituita da una serie di protettorati deboli della NATO e del FMI, conviene perfettamente a chi governa il nuovo mondo. La verità, come lo stesso Djilas riconosce, è che fin quando è esistita l’Unione Sovietica, la Jugoslavia aveva una funzione rispetto all’Occidente, ma una volta abbattuto il muro di Berlino, essa era solo d’impaccio. (…) La Jugoslavia, secondo Djilas, “rimane la più pratica e sensibile, la più anti-distruttiva risposta alla questione nazionale degli Slavi del Sud”. Essa è, come affermato da Slobodan Jovanovic all’epoca dell’attacco delle potenze dell’Asse nel ‘41, il modo migliore in cui il popolo balcanico può garantirsi l’indipendenza e proteggersi dal dominio straniero».

Dopo alcune incertezze legate alla intenzione della “procuratrice” Del Ponte di unificare i tre procedimenti sul Kosovo, sulla Croazia e sulla Bosnia, il “processo” a Milosevic è stato effettivamente unificato ed è iniziato il 12 febbraio 2002. Da allora i mass-media, dopo le prime giornate-shock, hanno abbassato il sipario – gradualmente, ma completamente. In Jugoslavia, le autorità hanno dapprima impedito il proseguimento della diretta televisiva, poi hanno operato per isolare Milosevic in ogni maniera. Così, oggi soltanto chi è presente in aula può assistere ad uno spettacolo veramente surreale. Nel confronto con i testimoni dell’“accusa”, Milosevic agevolmente rovescia le imputazioni, spesso mettendo i testimoni stessi in contraddizione: tanto che qualcuno di questi ritratta, qualcun altro deve rinunciare a deporre, qualcuno si sente male, qualcuno si rende conto che la sua deposizione in fase istruttoria è stata falsificata… Milosevic mette la NATO sul banco degli imputati come prima responsabile non solo dei bombardamenti, ma proprio dell’infame squartamento della RFS di Jugoslavia, ripercorrendo gli atti diplomatici, politici e militari a vari livelli compiuti dai paesi dell’Alleanza. I fatti citati da Milosevic sono fatti storici ormai, benché sostanzialmente ignorati o trascurati dai commentatori occidentali e filo-occidentali. Sono fatti incontrovertibili, e Milosevic, mentre ripercorre pagine e pagine di storia balcanica e mondiale, ne scrive a tutti gli effetti una nuova, con grande dignità, pur nel completo isolamento, con troppi avversari e solo pochi amici (nemmeno tutti affidabili) attorno, e nella disattenzione di giornalisti e “balcanologi” d’ogni sorta.
D’altronde, l’obiettivo degli sponsor del “Tribunale ad hoc” – cioè fare di Milosevic il capro espiatorio esclusivo e “conclusivo” per le tragedie di questi anni – può essere realizzato solamente nella misura in cui le opinioni pubbliche restino ignare di ciò che viene effettivamente detto nell’aula dell’Aia. L’operazione di “scaricamento” delle responsabilità in toto sulla figura di Milosevic, attraverso l’intera costruzione del processo-farsa, rappresenta di per se stessa un enorme tentativo di “rimozione”: essa vuole offrire ai veri responsabili del “magnum crimen” l’opportunità di risciacquarsi la coscienza, autoassolversi, financo sottrarsi al pagamento dei danni dei bombardamenti. Ma tale abnorme, disonesta operazione può avere successo solamente se, a sua volta, sul dibattimento dell’Aia sia fatto calare il sipario e non ne sia data alcuna cronaca, cosicchè tanto apparente sforzo nella ricerca della “verità sui crimini della guerra in Jugoslavia”, tanto materiale accumulato, restino inutilizzati per giornalisti, commentatori, studiosi, storici… È una rimozione dentro l’altra, in un gioco di scatole cinesi: come la cancellazione della Jugoslavia dalle cartine geografiche, ed analogamente all’oblio imposto sui bombardamenti NATO e tanti altri episodi-chiave, così pure i momenti salienti del “processo” a Milosevic vengono ignorati dai media. Questo silenzio giornalistico, in quanto ulteriore momento della campagna strategica di disinformazione che ha accompagnato la guerra, è il peggiore nemico della Jugoslavia e delle popolazioni che la abitano, l’arma più micidiale adoperata contro di esse.

Nessuno ha riportato i dettagli del confronto in aula tra Milosevic e Stipe Mesic, attuale presidente croato ed ex uomo di Tudjman, nè quelli del confronto con l’ex presidente della Slovenia Milan Kucan, benché riguardassero i momenti cruciali e drammatici dello scoppio della guerra fratricida nel 1991. Nessuna cronaca è stata fatta della testimonianza di Zoran Lilic, probabilmente la più importante nel “processo” visto che Lilic fu addirittura presidente della RF di Jugoslavia mentre Milosevic era presidente della Serbia; non si è parlato della deposizione di un uomo dei servizi, Rade Markovic, chiamato come testimone dell’accusa ma che poi, in aula, ha dato ragione a Milosevic ed ha dichiarato di essere stato sottoposto a pesanti pressioni dal governo serbo attuale affinché dichiarasse il falso; nessuno ha commentato nemmeno il confronto con il “nonviolento kosovaro” Ibrahim Rugova; per non parlare poi degli interventi in aula di diplomatici e politici occidentali, o dei ridicoli spettacoli offerti da falsi esperti di storia, facilmente sbugiardati da Milosevic. Nei prossimi mesi, dedicati alla replica dell’accusato, dovrebbero svolgersi molte sedute che vedranno come protagonisti personaggi di spicco dei paesi NATO, chiamati da Milosevic a testimoniare. I nostri giornali ne riporteranno qualche eco?

Un mosaico di protettorati ed un groviglio di corridoi

In Europa, per adesso, sono gli jugoslavi a dover pagare il prezzo più caro di una ristrutturazione geopolitica decisa a loro insaputa e contro di loro. A partire dal riconoscimento diplomatico delle Repub-bliche secessioniste, l’Occidente ha fatto il “doppio gioco” con il loro paese, proclamandosi pompiere mentre gettava benzina sui focolai di crisi. Un “doppio gioco” che ha causato indicibili tragedie, ridisegnando i Balcani secondo protettorati coloniali come ai tempi dell’occupazione nazifascista, trasformandone i territori in servitù militari occidentali e bacini di sfruttamento delle risorse e della forza-lavoro, devastando le basi della convivenza civile e della cultura comune di quelle genti. Nessun “gruppo nazionale” ci ha guadagnato niente, dalla disgregazione, visto che tutti indistintamente si trovano oggi a dover vivere sparpagliati tra tanti piccoli Stati; i quali a loro volta non hanno alcuna forza “contrattuale” né voce in capitolo rispetto al proprio stesso futuro. Di rado qualcuno di questi staterelli, tra pressioni e ricatti di ogni genere, viene accolto nei “salotti buoni”: è il caso della Slovenia, che alla fine di marzo è entrata nella NATO e nella UE con un referendum pro-forma che ha mostrato ancora una volta lo scarso entusiasmo della popolazione (risicata la maggioranza per la NATO, ben più ampia quella per la UE). La situazione attuale nei Balcani, non solo in Serbia, è la dimostrazione clamorosa della ipocrisia delle grandi potenze. In particolare, le “ragioni umanitarie” sempre addotte dagli USA e dai loro alleati per far scoppiare le guerre hanno coperto uno spietato progetto di ricolonizzazione. Hanno fatto leva sulle “differenze etniche” ma non era altro che la applicazione del classico “divide et impera”. Per sfasciare, hanno impiegato tutti gli strumenti possibili ed immaginabili, compresi i più inediti o “postmoderni”: dalla disinformazione strutturata, che si giova oggi delle moderne tecniche di manipolazione del consenso, fino alla penetrazione tramite iniziative “culturali” ed organizzazioni “non-governative”, versione attualizzata dei missionari di un tempo. Altre volte si è usato il più “tradizionale” appoggio a settori politici reazionari, fascisti, o direttamente criminali; si sono usati i bombardamenti, le occupazioni militari, la strategia della tensione… Ma la filosofia complessiva è stata sempre quella, colonialista, dell’”arancia”: per meglio mangiarla bisogna suddividerla spicchio per spicchio; talvolta qualche spicchio si rompe, e bisogna sporcarsi le mani, di sangue. Eternamente presi in trappola nei deleteri tira-e-molla tra le grandi potenze, gli abitanti dei Balcani si trovano adesso a dover fare i conti con gli interessi contrapposti di europei e statunitensi, non potendo però giovarsi né degli uni né degli altri: nella impossibilità di trovare un equilibrio, essi sono costretti da una parte a sottostare a tutti i ricatti USA, dall’altra a subire la debolezza politica europea. Di fatto, né dall’Europa né dall’America traggono vantaggi o prospettive per il futuro.

Il voto del Parlamento Federale jugoslavo del 4 febbraio scorso ha rappresentato un compimento simbolico di questo piano per lo squartamento della Jugoslavia, realizzato su procura delle consorterie occidentali da indegni rappresentanti politici locali – i rappresentanti cioè di quei ceti sociali reazionari da sempre ostili all’ideale di pace e di progresso denominato “Jugoslavia”. Essi hanno cancellato la Jugoslavia dalle carte geografiche dando vita ad una Unione di Serbia e Montenegro che è a sua volta precaria: lo status dovrà infatti essere ridiscusso tra tre anni, ed il nuovo Presidente del Montenegro, Filip Vujanovic – ultraliberista rappresentante della cricca di mafiosi e contrabbandieri al potere in Montenegro dal 1996 – promette il referendum per l’indipendenza. Persino all’interno del governo dell’Unione c’è un’ala, guidata dal Ministro per le relazioni economiche internazionali Lukovac, favorevole alla separazione tra le due Repubbliche. Certamente anche per questo motivo il voto del Parlamento Federale è stato accolto con giubilo dal più grande sponsor di questa operazione, Xavier Solana, già ben noto alle popolazioni locali per avere comandato la aggressione militare del 1999. Analogo giubilo e sostegno è stato accordato alla classe dirigente serba in occasione della instaurazione dello “stato d’emergenza” lo scorso marzo: addirittura, con una mossa sorprendente la nuova effimera Unione è stata repentinamente accolta nel Consiglio d’Europa, proprio nei giorni in cui svariate migliaia di persone erano sbattute in galera ed i giornali di opposizione venivano chiusi. Il 30 marzo, in piena guerra all’Iraq, il Segretario di Stato USA Colin Powell ha effettuato una di per sé eloquente visita a Belgrado, esprimendo entusiasmo per la svolta repressiva, e dunque incoraggiamento e sostegno al regime “latinoamericano” che oggi opprime la Serbia; il premier serbo Zivkovic ha ricambiato a fine luglio, con una lunga visita negli USA; negli stessi giorni, il suo Ministro della Difesa sottoscriveva un accordo di cooperazione militare con Israele.

Dunque, nella cosiddetta “comunità internazionale” c’è chi sta operando affinché il processo di disgregazione dell’area prosegua, a partire dalla secessione del Kosovo-Metohija. Nella provincia, dove le strade principali sono state rinominate in onore di Bill Clinton, i sopravvissuti delle etnie “sbagliate” vivono come in un enorme “lager”, dovendo contare migliaia di desaparecidos ed uno stillicidio di morti ammazzati. A ferragosto la strage più recente: un gruppo di adolescenti serbi, che si riparavano dal caldo in riva ad un fiume, sono stati fatti oggetto del tiro-a-segno di vigliacchi nascosti fra i cespugli; in giugno, una famiglia di tre persone era stata fatta a pezzi, in senso letterale, per essersi rifiutata di abbandonare la propria casa ad Obilic e scappare, come altri 300mila serbi sono già stati costretti a fare. I regolamenti di conti tra bande politico-mafiose pan-albanesi rivali causano poi altrettanti morti. Questo Kosovo insanguinato ospita importanti basi militari straniere, come le statunitensi Camp Monteith presso Gnjilane e Camp Bondsteel presso Urosevac. Mentre i rappresentanti delle locali “istituzioni” monoetniche proclamano in ogni occasione che l’”indipendenza” è vicina, i governatori occidentali del protettorato fanno eco garantendo che esso “non farà mai più parte della Serbia”, spalleggiati con arroganza dalla lobby albano-statunitense di Biden, Dioguardi, Gillman, Santos, Bob Dole, Richard Holbrooke e… George Soros, tutti dichiaratamente favorevoli alla secessione non solo del Kosovo, ma anche del Montenegro.
In Serbia acquista peso ogni giorno di più anche il separatismo ungherese in Vojvodina, alleato della DOS. Lo stesso vale per il Sangiaccato, lungo il confine amministrativo tra Serbia e Montene-gro, “trait d’union” tra Kosovo e Bosnia con una forte presenza di slavi musulmani e dunque “naturale” completamento della balcanica “trasversale verde” (cioè musulmana) sognata da Izetbegovic.
Ma, dopo l’11 Settembre, l’ideale islamista cui si ispira Izetbegovic, autore di una inquietante “Dichiarazione Islamica”, appare arduo da realizzare financo nella “sua” Bosnia-Erzegovina, ridotta anch’essa a protettorato NATO. D’altronde, impossibile appare lí il raggiungimento di un qualsivoglia status di unità e sovranità. Umiliate le sue “fondamenta” jugoslaviste, la Bosnia-Erzegovina è oggi il fantasma di sè stessa, e l’unica prospettiva nel breve e medio periodo è il cronicizzarsi della dis-unione, ovvero della paralisi – sociale, economica, politica, ideale – generata dalla guerra fratricida prima, e dal regime di servitù occidentale poi. Occasional-mente, ma sempre in modo effimero, sembrano giovarsi di questa situazione le solite forze irredentiste: ad esempio i croati, che sono riusciti ad imporre (il 22 giugno scorso) la presenza del papa a Banja Luka, al centro cioè della entità serba. Un vero e proprio schiaffo simbolico, ed anche un insulto alla memoria del genocidio attuato nel 1942-1944 dagli ustascia ai danni della popolazione locale, genocidio mai menzionato dal papa.

Ulteriore disgregazione è in atto nella FYROM: anche in questa Repubblica ex-federata il micronazionalismo (pan-albanese) è stato fomentato dalla NATO negli anni passati. Nel 2001 esso è stato scatenato in particolare ai danni dei centri a più forte caratterizzazione multietnica, come Kumanovo, seconda città del paese, assoggettata ad un pesante assedio. È stata questa la punizione inferta alla sua cittadinanza mista, tollerante, lavoratrice, e specialmente alla sua componente serba protagonista di vaste manifestazioni contro l’aggressione della NATO nel marzo 1999.
Ogni esplosione della violenza terroristica serve a giustificare la ulteriore presenza delle truppe occidentali, oggi diffuse un pò dovunque nella regione, ridotta ad un patchwork di protettorati. Esse controllano le vie di comunicazione, in particolare proprio in FYROM e Kosovo, dove è stata avviata la realizzazione del cosiddetto Corridoio numero 8, sulla direttrice fra Albania e Bulgaria. All’inizio di settembre 2002, non appena nella FYROM le acque si sono un pò placate, è ufficialmente incominciata la costruzione del nuovo oleodotto tra Skopje e Pristina ad opera della Hellenic Petroleum S.A.. Un protocollo di intesa denominato Memorandum of Understan-ding (Mou), per la realizzazione del Corridoio, è stato poi sottoscritto il 9 settembre a Bari nell’ambito della Fiera del Levante dai Ministri dei Trasporti dei sei Paesi interessati (oltre ad Italia e Grecia, Turchia, FYROM, Bulgaria ed Albania) e sottoposto in fretta e furia alla Commissione UE: «il sistema comprende porti, aeroporti, centri intermodali, strade e ferrovie per collegare le regioni adriatico-ioniche con l’area balcanica e i Paesi del Mar Nero. (…) ‘’Con l’intesa di oggi – ha detto il ministro Lunardi – si completa finalmente il disegno originario dei dieci corridoi pan-europei, iniziato nel 1991 con la conferenza di Praga, continuato a Creta nel 1994 e successivamente a Helsinki nel 1997, per estendere le reti transeuropee di trasporto verso i Paesi dell’est europeo e dei Balcanì’. Il cammino – ha aggiunto – è stato ‘’lungo e impegnativo, anche a causa delle crisi esistenti in alcune aree, che in un certo momento avevano fatto prospettare perfino la soppressione del corridoiò’. In quest’anno, invece – secondo il ministro per le Infrastrutture – sia sul corridoio 5 [Ungheria-Slovenia-Trieste] sia sul corridoio 8 l’approccio è diventato concreto ed organico.» Le risorse necessarie per l’Italia ammonterebbero a 2.106 milioni di euro.

Ma il contrasto con gli USA viene oramai alla luce del sole, in una fase in cui sta drammaticamente esplodendo la “grande crisi” del petrolio. Nei Balcani, come dappertutto, la cordata petrolifera anglo-americana (BP-Amoco-ARCO, Chevron e Texaco) si contrappone agli europei Total-Fina-Elf, ai quali l’italiana ENI sarebbe associata (benchè la posizione sui generis dell’Italia meriti un discorso a parte). Per questo gli anglo-americani sono in prima linea nell’interventismo militare e di intelligence nei Balcani, dove non disdegnano di usare il terrorismo di matrice islamista e filoturca per tenere in scacco tutta la penisola così come già fanno nel Caucaso (vedi Cecenia).
Proprio per quanto riguarda il Corridoio 8, si noti che dal 1996 anche il colosso energetico anglo-americano ha creato un consorzio specifico, denominato AMBO, sottoscrivendo accordi ad hoc nel tentativo di marginalizzare gli europei. Inoltre, proprio negli stessi giorni di settembre 2002 gli USA hanno presenziato alla firma di un ulteriore protocollo d’intesa, riguardante stavolta il cosiddetto Corridoio 10, cioè la direttrice danubiana, che va da Costanza sul Mar Nero fino ad Omisalj presso Rijeka/Fiume: una direttrice ancora bloccata, dopo la aggressione alla Serbia, ma di estremo interesse strategico per l’Europa centrale. Croazia, Romania e Serbia si sarebbero accordate per il ripristino delle infrastrutture, ma sono richiesti enormi investimenti (soprattutto in Serbia, ovviamente, dove il governo ha sbandierato l’accordo a fini di propaganda interna) i quali dovrebbero venire dagli USA. Tuttavia oggi, dopo molti mesi, sembrano aver prevalso non solo la litigiosità insuperabile tra Serbia e Croazia, ma soprattutto l’effettivo interesse USA ad insabbiare per il momento qualsivoglia progetto di oleodotto balcanico… L’Iraq è infatti stato soggiogato; inoltre, un ben più interessante (per gli USA) progetto è stato avviato (guarda caso sempre nel settembre 2002!) per un oleodotto da Baku attraverso la Turchia fino a Ceyhan, direttamente cioè sul Mediterraneo: a tagliar fuori i Balcani, e con essi tutta l’Europa.

Una “rimozione” specificamente italiana

In questo teatrino di “sgambetti” tra i vari attori sul proscenio balcanico, l’Italia svolge un ruolo non irrilevante, per motivi oggettivi: basti guardare la cartina geografica, per comprendere come tanto il Corridoio 10 (con la progettata diramazione di Trieste) quanto il Corridoio 8 (per tutti i nostri porti adriatici) o il 5 (sempre per Trieste) siano tutti al centro dell’interesse del nostro paese, indipendentemente da quale risulterà essere la cordata imperialista vincente. Questa nostra posizione geopolitica, se spiega gli enormi interessamenti ed investimenti degli ultimi dieci anni verso i Balcani, rende ingiustificabile la superficialità con cui è stata trattata la tragedia jugoslava nel dibattito pubblico italiano, ed intollerabile la specifica rimozione della problematica a sinistra e nel movimento contro la guerra. Peraltro, in Italia di questioni in sospeso sulla Jugoslavia, e dunque di motivi di riflessione, ne abbiamo da ben prima del 1990. Dopo la fase tardo-risorgimentale (la I Guerra Mondiale, la italianizzazione forzata ed il nazionalismo slavofobo ad Est), sotto il Fascismo l’occupazione coloniale di vasti territori – da Lubiana a Pristina (1941-’43) – fu particolarmente violenta. Vi erano campi di concentramento italiani in territorio slavo, ad esempio a Rab (Arbe), ma anche campi per prigionieri jugoslavi in territorio attualmente italiano, come a Cervignano del Friuli. Il tasso di mortalità in questi luoghi era molto alto, ciononostante la storiografia italiana su questo è un ulteriore “buco nero”.
Poi, dopo la rottura tra Jugoslavia e Cominform, nel 1948, uno specifico “trauma” e la sua conseguente “rimozione” hanno interessato i comunisti italiani. Chi scrive è convinto che anche questo vada considerato, se si vuole provare a ragionare sulle pregresse attitudini anti-jugoslave di larga parte della nostra sinistra. Infatti, con quella rottura furono in gran parte rescissi i naturali legami tra comunisti italiani e comunisti jugoslavi, compresi gli jugoslavi di lingua italiana presenti in Slovenia e Croazia, la cui bandiera è rimasta in tutti questi decenni il tricolore bianco, rosso e verde con la stella rossa al centro. Ma quei legami erano in gran parte i gangli nei quali scorreva la linfa dell’Italia partigiana, dell’antifascismo combattente: i cimiteri, nei quali a centinaia sono sepolti i partigiani jugoslavi che combatterono sulla penisola italiana (soprattutto nel centro Italia, ad esempio a Visso nelle Marche) sono stati dimenticati, come dimenticati, in una sorta di damnatio memoriae (C. Del Bello), sono pure gli episodi eroici della lotta fianco a fianco sulle montagne dall’una come dall’altra parte dell’Adriatico. Per non dire della Guerra Fredda che, dopo il ‘48, si è svolta anche tra comunisti, tra “vidaliani” e “titini” a Trieste. Una involontaria convergenza si determinò insomma in Italia tra una destra anticomunista, dunque antijugoslava, ed una sinistra comunista di scelta cominformista, dunque essa pure antijugoslava, a determinare un clima di ostilità generalizzata, potenziato da vari fattori sfavorevoli: i vecchi sentimenti nazionalistici, la Guerra Fredda, il ruolo di ambigui personaggi “trasversali”, il periodico, “carsico” riaffiorare dei traumi della guerra e del dopoguerra, l’esodo da Istria e Dalmazia, le notizie di crimini commessi o presunti.

In questo clima ostile si possono cercare alcune delle ragioni della non-comprensione della guerra, imperialista e fratricida, scatenatasi nel 1991. Nelle file del PCI sedevano (e siedono ancora oggi nelle file di vari gruppi parlamentari) quei personaggi – qualcuno persino di origine giuliana, slovena, istriana, ecc. – che curarono i rapporti internazionali del partito e che dunque ben conoscono vicende, persone, luoghi, tendenze e problematiche politiche dell’area balcanica. In questi anni, queste persone hanno fatto completamente mancare il loro contributo, anzi spesso hanno giocato un ruolo negativo: dal sostegno ideologico ai secessionismi fino ai vergognosi bombardamenti della primavera 1999. Forti delle loro conoscenze e delle loro frequentazioni, in Italia ed in Jugoslavia, questi personaggi sono stati in vario modo attivi nelle sedi deputate alle produzione della “pubblica opinione”: nel sistema accademico o in quello dell’informazione, nella RAI come all’Unità, nelle Fondazioni ed in varie strutture universitarie, come anche nelle piccole radio o nelle iniziative del pacifismo e dell’associazionismo… Giovandosi del clima di decadenza politico-culturale particolarmente deleterio “a sinistra” già dagli anni Ottanta, costoro hanno avuto gioco facile ad avvalorare, sulla guerra, chiavi di lettura insufficienti o del tutto fuorvianti (guerra etnica, guerra di aggressione serba, guerra per la autodeterminazione). Sovente, questi stessi personaggi fanno la diplomazia italiana in quelle terre, e mediano perciò anche la riconquista economica-coloniale, magari attraverso operazioni pseudo-umanitarie come la famigerata Missione Arcobaleno. Disgraziatamente assente è stata invece la voce dei partigiani, che avrebbe potuto rammentarci la eroica Guerra di Liberazione in Jugoslavia, inquadrando la questione delle nazionalità in una prospettiva storica; assenti pure i comunisti jugoslavi, che la nostra sinistra non ha mai interpellato a dire la loro sullo sfascio del loro paese, in questi anni.

Eppure rimane indispensabile, per chi oggi si dice comunista, poter disporre di strumenti autonomi di analisi ed interpretazione di questa Storia jugoslava a noi così vicina, nel tempo e nello spazio, così drammatica, e così piena di implicazioni. All’uopo bisogna liberarsi da tutte le zavorre: oltre alle difficili, ma oramai anacronistiche eredità di cui sopra, c’è il carico di molti anni di disinformazione, ci sono le interpretazioni ingenue in termini esclusivamente di “diritti umani”, c’è il “buonismo” di una sinistra che si è accorta con troppo ritardo che taluni attori, in questa faccenda, tutto sono fuorché ingenui… Bisogna in sostanza rendersi autonomi dalla pressione fortissima degli interessi in campo.
Nel frattempo, molte migliaia gli italiani in divisa a rotazione svolgono servizi cosiddetti di peacekeeping in quelle terre; ci si lamenta occasionalmente se qualcuno si ammala di leucemia o è vittima di qualche incidente, ma volendo andare al fondo del problema bisogna esigere, molto semplicemente, il ritiro di tutte le truppe italiane all’estero, e la fine delle politiche di ricolonizzazione comunque mascherate.

La Jugoslavia come paradigma di rimozione

Chi, in questi anni, ha guardato alla Jugoslavia, ha potuto vedere cose al di lá di ogni immaginazione: dai rifornimenti massicci di armi attraverso i nostri porti, alla beatificazione di arcivescovi nazisti, allo stragismo operato per alzare la tensione, fino ai bombardamenti dei convogli di profughi e delle fabbriche presidiate dai lavoratori… Abbiamo saputo dell’addestramento delle formazioni separatiste da parte di agenzie di mercenari e del ruolo di mercenari nostrani, mai processati per i loro crimini, come un tale Delle Fave. Tutto questo lo ha visto chi ha voluto vedere, chi invece non voleva vedere, ovviamente, non ha visto nulla: ha rimosso.

Ma il tempo passa, e mese dopo mese quello che è successo alla Jugoslavia va replicandosi in tanti altri contesti, con ritmi sempre più rapidi e modalità sempre più sfacciate. Come in Jugoslavia anche in Iraq, ad esempio, hanno imparato bene che la guerra si prepara e si accompagna con la disinformazione strategica, gestita a livello globale da agenzie specializzate e corporation del settore, come la Hill&Knowlton, la Ruder&Finn, la ITN, il Rendon Group, gli istituti legati ai governi occidentali ed alla Fondazione Soros… Come in Jugoslavia, anche in Iraq la diffamazione delle classi dirigenti e la promessa di “dare alla popolazione locale un governo democratico” si sono rivelate un cinico imbroglio: l’Occidente ha portato distruzione, insediamenti militari, miseria, morte; porterà nuovi confini a dividere le genti, porterà divisione ed odio “etnico”, e regimi coloniali repressivi ed antipopolari. Come in Jugoslavia, anche in Iraq la guerra “umanitaria” si è combattuta con l’uranio impoverito, con i bombardamenti sulle infrastrutture e sugli insediamenti civili, con conseguenze mortali sull’economia, sull’ambiente e sulla salute. Come in Jugoslavia, anche in Iraq gli imperialisti si litigano le risorse, le materie prime, il petrolio ed il gas naturale, e mirano a controllare militarmente tutte le rotte per il loro transito.

E come in Jugoslavia ed in Iraq, anche in Venezuela o a Cuba, in Siria o in Corea del Nord si presentano problemi analoghi. Comprendere la crisi jugoslava è condizione necessaria per capire le dinamiche di tutti questi scenari di crisi internazionale; viceversa, “rimuovere” la Jugoslavia è nell’interesse di chi non vuole che si capisca, affinchè il crimine si possa perpetrare. È per questo che il movimento contro la guerra dovrebbe avere consapevolezza e memoria dei fatti paradigmatici qui descritti, e dovrebbe battersi contro la “rimozione” della Jugoslavia, che di tutti gli scenari di guerra è a noi il più prossimo. Hanno provato a spiegarlo anche le sindacaliste della Zastava, intervenute dal palco di Piazza San Giovanni alla grande manifestazione del 15 febbraio scorso. Ma l’attenzione prestata è scarsa, e la rimozione sussiste a molti livelli: la Jugoslavia, a tutti gli effetti, è paradigma di rimozione (T. Bellone), rimozione dalla Storia come dalla cronaca, rimozione che riguarda tanto la Jugoslavia “in grande” (RFSJ) quanto quella “in piccolo” (Serbia e Montenegro); rimozione geografica e politico-culturale; una rimozione che è stata operata in Italia come all’estero, ed ovviamente, soprattutto, nella stessa Jugoslavia, dove i traumi recenti sono stati violentissimi e rimuovere”è talvolta una reazione indispensabile per la propria sopravvivenza.
Di fatto, aprire il capitolo Jugoslavia oggi significa aprire ferite non rimarginate, e questo non solo per gli jugoslavi ma per tutti quelli che sono a vario titolo coinvolti nella problematica, ciascuno con il proprio personale carico di esperienze dolorose. Tuttavia, i traumi personali non si superano se non si prende coscienza di che cosa veramente li ha causati, e la politica serve sicuramente allo scopo poichè va oltre, riguarda relazioni tra grandi masse che condividono, e sempre condivideranno, lo stesso spazio fisico e culturale. Per questo motivo bisogna assolutamente superare le barriere psicologiche innalzate dalla propaganda, simili a tante nuove cortine di ferro poste a dividere popoli, ed anche famiglie, o singole coscienze, al loro interno. In questo i non-jugoslavi possono essere utili quasi come uno psicanalista, o un semplice amico, è d’aiuto a superare traumi e ferite impresse nel profondo. Si tratta anche di valorizzare gli aspetti positivi di una identità, e di preservarne i tesori. Come le vite dei singoli, nemmeno la Storia ritorna indietro, ma è necessario che essa sia raccontata senza mistificazioni, altrimenti non c’è futuro.

È molto significativa da questo punto di vista la tendenza, oggi riscontrabile in tutte le Repubbliche ex-federate come anche nelle comunità degli jugoslavi all’estero, a ricostruire Jugoslavie posticce, un pò come la “DDR in una stanza” del film Good Bye Lenin: riserve della nostalgia, luoghi simbolici. Sono siti internet, circoli di militanti, o persino piccoli appezzamenti di terreno provocatoriamente consacrati al tricolore con la stella rossa. Tutto questo ha un suo preciso significato, ma certamente non può bastare. Quello che vige, in Serbia come in Bosnia ed altrove, è ancora uno stato di attesa, quasi di contemplazione della tragedia che si è consumata e tuttora si consuma, come quando si veglia un cadavere. Passare da questa contemplazione passiva ad una disposizione positiva è necessario, ma certo non è automatico: i comunisti hanno subito gravi sconfitte, alle sinistre è concessa visibilità solo quando si adagiano nell’opportunismo, i sindacati sono stati frantumati, e dove la rabbia operaia è più forte spuntano come per miracolo, alternativamente, la violenza del terrorismo etnico oppure decine di sindacati gialli… Le condizioni materiali di sopravvivenza sono poi difficilissime, e dunque è assurdo il moralismo di chi pretende dagli jugoslavi quella capacità di organizzazione politica che nemmeno in Italia in fondo sappiamo esprimere, in condizioni ben più favorevoli. I tantissimi esuli all’estero devono innanzitutto pensare al lavoro, alla casa, a rifarsi una vita, e non potrebbe essere diversamente. Chiediamoci piuttosto come, alla questione, ci possiamo o ci dovremmo rapportare noi, comunisti italiani.

Chi ha seguito la vicenda jugoslava al di là della cortina fumogena della disinformazione ha potuto verificare come le guerre non nascano dalla pazzia né da congenite attitudini criminali di alcuni, ma siano piuttosto la logica espressione di questa fase storica: una fase storica contrassegnata dalla violenta espansione del capitale monopolistico transnazionale e dalla ricolonizzazione ai danni non solamente dei paesi del Terzo Mondo, ma anche di paesi che sono nel cuore dell’Europa. In essi, tuttavia, la situazione è altamente instabile. Dalla disgregazione jugoslava non può nascere niente, nemmeno per le grandi potenze imperialiste, e quando esplodono le contraddizioni tra queste ultime, accompagnate dal logico risentimento popolare, il fittizio ordine vigente nei Balcani crolla come un precario castello di carte. Anche per questo motivo, non prestare attenzione a quanto lì avviene è un grave errore.