La “Riforma dell’Università”: una destrutturazione sistematica

Quando oggi si parla di “riforma universitaria”, ci si riferisce in genere al D.M. 3-11-1999, nr. 509, varato quando era Ministro per l’Università e per la Ricerca Scientifica l’On. Zecchino, ma preparato dal precedente Ministro Luigi Berlinguer, che lo promosse e sponsorizzò con una tenacia e una testardaggine davvero degne di miglior causa, nel contesto dell’azione politica dei due Governi di centro-sinistra, presieduti il primo da Prodi, il secondo da D’Alema. In realtà a volerla fortissimamente erano stati soprattutto gli ambienti confindustriali, come dimostra, tra l’altro, il fatto che ne furono i propagandisti più attenti ed accesi organi di stampa come la Repubblica e il Sole 24 Ore.
La legge, come tutti i provvedimenti sull’Università dal 1993 in poi, non era stata frutto di un dibattito preliminare con il mondo universitario né di una discussione approfondita in sede politica e parlamentare; al contrario, elaborata nella cerchia ristretta di commissioni nominate dal Ministro stesso, reclamizzata dai giornali sopra nominati, passò facilmente e velocemente alla Camera e al Senato, senza opposizione sostanziale, anzi con l’evidente acquiescenza dell’opposizione di centro-destra. Uno stratagemma molto preciso le garantì il sostegno a posteriori delle Università: un suo articolo permetteva a queste ultime di darne attuazione entro tre anni, ma elargiva finanziamenti supplementari anche da subito a quelle Università che l’avessero attuata prima del termine. Questi “trenta denari” disponibili già per l’anno accademico 2001/2002 hanno avuto il potere magico di indurre quasi tutte le facoltà italiane a darle attuazione immediata; si è anzi assistito allo spettacolo non edificante di un corpo docente impegnato, al 70-80% dei suoi membri, ad elaborare con enorme dispendio di fatica e di tempo gli strumenti attuativi del nuovo ordinamento, estremamente complicati, anche perché sovvertivano in maniera capillare il vecchio ordinamento, fondato su una legislazione e una prassi sviluppatesi tentativamente e sulla base dell’esperienza nell’arco di almeno un secolo. Un meccanismo infernale di acquisizione surrettizia del consenso!
C’era certamente bisogno di innovazione e democratizzazione nell’Università italiana, soprattutto per quanto riguarda l’effettiva fruibilità dell’insegnamento da parte della maggiore quantità possibile di studenti: ciò avrebbe comportato un ingente impegno finanziario dello stato per lo sdoppiamento degli insegnamenti seguiti da centinaia di studenti, per l’ampliamento e la diversificazione dell’offerta formativa, per il sostegno agli studenti provenienti da famiglie non agiate, per la creazione di biblioteche e di laboratori scientifici degni di questo nome nelle tante università-baraccone proliferate negli ultimi decenni, spesso sotto la spinta di esigenze localistico-clientelari più che in vista della diffusione omogenea dell’istruzione superiore su tutto il territorio nazionale. Ma tale impegno finanziario sarebbe stato in contrasto con l’imperversante voga privatistica e antistatalistica, con quello che chiamiamo giustamente il “pensiero unico”; era addirittura impedito a monte da quella che è stata la vera radice dell’attuale riforma, cioè dalla cosiddetta “autonomia finanziaria” delle Università.
Quest’ultima fu varata alla chetichella, anche allora senza alcuna forma di dibattito né sindacale né politico, nel dicembre 1993, Presidente del Consiglio Ciampi, Ministro della Pubblica Istruzione Ruberti, come un indolore allegato alla legge finanziaria di quell’anno, approvata in tutta fretta prima della vacanze natalizie, ad evitare il deprecato “esercizio provvisorio”. E anche allora il mondo universitario cadde in uno dei suoi errori di leggerezza imperdonabile: la accolse con soddisfazione diffusa, perché pensava che si trattasse davvero di “autonomia”. Le poche voci dissenzienti, che rinviavano ad un’analisi oggettiva dell’articolato, restarono isolate, ridotte al ruolo sgradevole di profezie senili e male auguranti. In realtà non si trattava di “autonomia”, bensì di stretta finanziaria e di privatizzazione: il contributo statale alle singole Università veniva bloccato per sempre (cioè anche per gli anni successivi, a tempo indeterminato) ai livelli raggiunti nel precedente anno 1992; ogni singola Università diveniva una sorta di azienda autonoma, incapace di sviluppo a meno che non fosse riuscita ad acquisire fondi privati da parte di aziende in qualche modo interessate alle sue attività. Una vera ipoteca capitalistica sulla ricerca e sull’insegnamento nel campo sia delle scienze naturali sia delle scienze umane. Una condanna al deperimento progressivo di tutti gli studi specialistici che non potessero avere ricadute appetibili in ambito economico. La trasformazione dei docenti universitari da dipendenti dello stato e pubblici funzionari a dipendenti di una ditta privata, la loro Università, con la prospettiva di assistere in futuro a diversificazioni arbitrarie di stipendio tra docenti di diverse Università o addirittura anche della stessa Università. Tutti fenomeni che ormai sono pienamente in atto.
Ma torniamo alla “riforma” Berlinguer. Sintetizzando, si può dire che consista dei seguenti punti:
1) Non esistono più corsi di laurea di 4, 5 o 6 anni a seconda delle Facoltà. Esistono corsi di laurea triennale in tutte le Facoltà, che al loro termine conferiscono una “Laurea”, titolo di studio già in se stesso valido per lo svolgimento di attività professionali per le quali sia sufficiente un corso di studi triennale; chi ne è entrato in possesso può, se lo desidera e ne ha la possibilità economica, accedere ad un successivo corso di “Laurea specialistica”, che apre la strada ad attività professionali di più alto livello. Fanno però eccezione le Lauree in Medicina, Odontoiatria, Farmacia e Architettura, che mantengono la struttura “a troncone unico”, verosimilmente per volontà dei potenti ordini professionali interessati.
2) Il corso di laurea non si articola più in 20-30 discipline, ripartite in 4 o 5 o 6 per anno, per le quali lo studente debba seguire le lezioni, prepararsi su un programma più vasto rispetto agli argomenti svolti a lezione, e sostenere l’esame sull’insieme degli argomenti affrontati. Si articola invece su “moduli” tematici di 20-30 ore ciascuno, rientranti in “settori” disciplinari predeterminati da tabelle ministeriali, su ognuno dei quali sostiene un esame a parte. Il programma d’esame deve essere limitato quantitativamente, nel senso che, se il modulo seguito dallo studente è stato ad es. di 25 ore di lezione, il programma di esame non può richiedare da parte dello studente un impegno superiore alle 75 ore di studio individuale. Ad esempio, non c’è più l’esame di “Letteratura italiana”, che verte sul corso svolto durante l’anno, sul manuale di storia della letteratura e su alcuni testi fondamentali, ma due, tre o quattro esamini (a seconda di quanto impone la tabella ministeriale per quel settore disciplinare), ognuno su un modulo di insegnamento: lo studente dovrà saper discutere su quanto detto a lezione, preparandosi per un numero di ore non superiore a tre volte le ore di lezione; ad es., su cinque canti di Dante e qualche pagina critica relativa; su un certo numero di poesie di Belli e un libriccino di storia della lingua italiana o due soli capitoli di un vero manuale, ecc.
3) Il finanziamento statale ad ogni Università, pur rimanendo bloccato in linea generale al livello del 1992 (salvo l’incremento annuale ISTAT) sarà accresciuto di poco in base a due parametri fondamentali: crescerà in proporzione diretta al numero degli studenti iscritti; in proporzione inversa al numero degli studenti che non riescono a tenere il ritmo ed escono perciò fuori corso.
Chi è del mestiere non avrebbe dovuto trovare difficoltà a capire, fin dai tempi della proposta di legge, quali ne sarebbero stati gli effetti disastrosi. Oggi siamo quasi alla fine del secondo anno dei nuovi corsi di laurea triennali; si può perciò trarre un bilancio, fondato non più su previsioni ma su constatazioni. Premetto che quanto sto per dire riguarda in particolare le Facoltà di Lettere e Filosofia, più specificamente i corsi di Laurea in Lettere (Classe V) e in Filosofia (Classe XXIX), dei quali ho diretta esperienza e cognizione. È evidente che molti dei rilevi che mi accingo a svolgere sono validi anche per altre Facoltà e altri corsi di laurea.
1) L’istituzione dei corsi di laurea triennale “professionalizzanti”, lungi dall’accostare l’insegnamento alle esigenze effettive del mondo del lavoro, ha portato ad una proliferazione incontrollata e “fantasiosa” dei corsi di laurea, stimolata dal desiderio di “autonomia” di gruppi di docenti, non dalla considerazione di effettive e plausibili figure professionali.
Potrebbero nascere in teoria Corsi di Laurea in Storia moderna dei Paesi Baltici o in Geografia dell’Oceania oppure in Lingua, letteratura e tradizioni sarde, ecc. (nel migliore dei casi, titoli buoni per singoli insegnamenti, non certo per corsi di laurea, costituiti ognuno da una moltitudine di insegnamenti). Mi limito ad ipotesi immaginarie per non urtare la suscettibilità dei colleghi (permalosissimi), che hanno dato vita in tutta Italia a Corsi di Laurea altrettanto improbabili, ma reali, non immaginari, senza dubbio privi di consistenza disciplinare e di sbocchi lavorativi. Una polverizzazione della cosiddetta “offerta didattica”, che si risolve in una truffa ai danni degli studenti che ingenuamente vi si iscrivono anche in gran numero.
2) Dopo due anni dall’entrata in vigore della legge non è stato ancora precisato sul piano legislativo a che cosa diano accesso le lauree triennali a differenza delle lauree specialistiche, di modo che ancora gli studenti non possono farsi un’idea del loro futuro e debbono forzatamente pensare ad iscriversi, dopo il conseguimento della laurea di primo livello, ad una laurea specialistica, in attesa che l’orizzonte normativo si chiarisca. Il ritardo del chiarimento non è dovuto a lentezza burocratica, bensì all’oggettiva difficoltà di risolvere un rebus creato dalla riforma stessa, intimamente contraddittoria, perché da una parte si appella alle necessità della produzione, dall’altra lascia libero gioco all’inventività di un sistema universitario indotto dalle norme finanziarie ad attirare comunque studenti con proposte ad alto impatto mediatico. Gli studenti di molte Facoltà si sono visti così allungare il corso di studi (e la relativa erogazione fiscale) da quattro a cinque anni, senza apparenti ragioni o vantaggi.
Un discorso a parte, e più duro, meriterebbero corsi di laurea che sembrano doppioni di ben precise licenze rilasciate già dalla scuola secondaria: ad es., lauree in “Scienze Turistiche”, in “Storia della moda”,
ecc. ecc.!
3) La “modulistica” ha portato ad un aumento rilevantissimo delle ore complessive di lezione in aula e ad una corrispettiva diminuzione delle ore libere impiegabili dallo studente nello studio individuale. Di qui:
a) Riduzione dell’insegnamento “universitario” ad un livello assolutamente elementare, che sarebbe eufemistico definire “liceale”;
b) Una difficoltà per lo studente, ben maggiore che nel passato, a tenere il ruolino di marcia regolamentare. Attualmente la quasi totalità degli studenti iscritti al secondo anno di corso sono in ritardo più o meno grave nel superamento degli esami relativi ai moduli seguiti; sono cioè virtualmente “fuori corso”, in barba all’obiettivo di fondo cui la riforma dichiarava di tendere.
4) Come dicevo prima, la riforma ha comportato all’inizio un lavoro snervante di progettazione curriculare, che ha coinvolto la maggioranza dei docenti intenzionata a partecipare all’opera vuoi per senso di responsabilità vuoi per legittima difesa del proprio ambito disciplinare. Ma la corvée non è finita. Gli assestamenti normativi, i ripensamenti ministeriali sono continui. Il Governo di centro-destra, al quale la riforma Berlinguer è andata benissimo, si studia di ritoccarla, per carità, non nella struttura di base, ma sempre appunto nelle norme curriculari. Amenità del genere: non 3+2 (cioè, corso triennale eventualmente seguito da corso biennale), ma 1+2/1+4 (cioè corso annuale propedeutico e uguale per tutti, seguito, a scelta dello studente, da un corso biennale “professionalizzante” oppure da un corso quadriennale “specialistico”), il cosiddetto percorso a Y. Solo per far vedere che il precedente Governo ha sbagliato su un punto rilevante e che l’attuale è in grado di correggerlo.
Di conseguenza di tre mesi in tre mesi il corpo docente di tutte le Facoltà e di tutti i corsi di laurea si vede risucchiato dal gioco infame delle tabelle e dei curricula, che è diventato il suo lavoro primario. Sono ormai vari anni che nell’Università si fa soprattutto questo: è uno spettacolo desolante. E la ricerca scientifica innovativa, sulla quale dovrebbe essere basato l’insegnamento “universitario”? Ma abbiamo visto che quest’ultimo è scaduto ad insegnamento manualistico elementare. Tout se tient! Stipendi concepiti per ricercatori e scienziati sono ormai erogati, nella stragrande maggioranza dei casi, ad operatori impegnati in insegnamenti elementari e in redazione di tabelle in progress. Che spreco di intelligenze e di competenze! E che spreco di danaro, se dovessimo valutare in termini economici lo spreco intellettuale! Nessuno però pone il problema di una riduzione degli stipendi commisurata alla dequalificazione delle mansioni: sarebbe “impopolare” (tra i docenti); sarebbe anche una dichiarazione di fallimento (da parte dei “riformatori”, politici e universitari). Ci penserà il “mercato”: basterà bloccare gli aumenti per anni e anni. Cosa che sta già puntualmente avvenendo.
Su queste valutazioni, posso affermarlo con la coscienza tranquilla di dire la verità nuda e cruda, è ormai d’accordo la maggior parte dei docenti.
Quasi tutti gli entusiasti della prima ora (tranne ovviamente quelli che intanto hanno trasformato la “riforma” in un loro vero e proprio secondo lavoro), vista la realtà dei fatti, condividono ormai le critiche su esposte. Si va diffondendo un senso generalizzato di scoramento.
Ma che dire delle ragioni profonde di questo accelerato processo degenerativo? Esso è stato guidato con polso fermo dall’iniziativa governativa, a partire dalla legge di “autonomia finanziaria” del 1993, attraverso la riforma dei concorsi universitari, che di fatto ha eliminato la selezione in base al merito e introdotto la progressione automatica delle carriere, fino alla riforma Berlinguer (con eventuali modifiche Moratti). Ha davvero trasformato l’Università pubblica, almeno per quanto riguarda certe Facoltà, in un parcheggio frustrante delle intelligenze giovanili. Lascia uno spazio immenso all’iniziativa di Università private che siano portatrici di saperi magari addomesticati al capitale, ma sofisticati e incisivi.
Dobbiamo considerare tutto questo frutto di insipienza? Di un’incredibile serie di errori, suggeriti da facile demagogismo o, più semplicemente, da clientelismo? Sta di fatto che si inquadra cronologicamente in quello stesso periodo storico nel quale abbiamo assistito allo smantellamento del contropotere sindacale, del contropotere politico, dell’informazione pluralistica (se non libera), dello stato sociale, della sanità, dell’iniziativa pubblica in campo economico, in una parola, della democrazia sostanziale. Mi piace concludere con la citazione da un documento prodotto recentemente, e pubblicato in data 3 aprile 2003, da un gruppo studentesco, durante l’occupazione dell’Università presso la quale insegno (L’Orientale di Napoli); non ho condiviso certe modalità dell’occupazione e il suo prolungarsi nel tempo contro il volere della maggioranza degli studenti, anch’essa impegnata nella lotta contro la guerra, ma condivido in pieno il seguente giudizio analitico: “L’asservimento totale dell’Univer-sità al mercato, sancito dalle riforme portate avanti ugualmente da governi di centrodestra e centrosinistra, è conseguenza necessaria della ristrutturazione del mercato del lavoro. La logica dei crediti [Il “credito” è l’unità di misura della “quantità” di apprendimento, secondo la nuova legge (n.d.r.)] e la riforma nel suo complesso preparano gli studenti ad entrare nel mercato flessibile e senza garanzie, ad accettare contratti a termine e tutte le mille forme di lavoro precario. La ricerca scientifica e umanistica è completamente regolata dalle esigenze di riproduzione del capitalismo nella sua fase attuale. La trasmissione dei saperi, per il contenuto delle discipline e per la scansione semi-carceraria dei tempi della didattica, riproduce una cultura omologante e funzionale alle logiche di mercato”.
Il passo del documento, intitolato argutamente “Crediti di guerra”, con allusione ai “crediti” della riforma universitaria e, nello stesso tempo, al continuo incremento della spesa militare a detrimento di quella scolastica, aiuta a risolvere l’apparente incongruenza alla quale alludevo: come mai una riforma dei corsi di laurea che si proponeva un maggiore legame funzionale tra studio effettivo, titolo di studio ed esigenze concrete del mercato lavorativo, è stata invece strutturata in modo da produrre corsi e titoli di laurea completamente slegati da tali esigenze? Probabilmente lo scopo che si prefiggevano i suoi promotori occulti di ambito confindustriale non era quello dichiarato e contraddetto dai fatti, bensì un altro, anch’esso consistente in un legame funzionale tra tirocinio universitario e mercato del lavoro, ma di ordine ben diverso: dequalificazione degli studi e delle capacità critiche a livello di massa, acquiescenza culturale della grande maggioranza della gioventù scolarizzata alla precarietà, alla flessibilità, a condizioni di lavoro date e non contrattabili collettivamente.
In realtà le “riforme” della scuola e dell’università promosse dall’attuale “riformismo” sono una reazione molto precisa ed efficace contro una delle grandi e genuine riforme prodotte dalle lotte democratiche del secolo XX: l’istruzione pubblica di ogni ordine e grado, capace davvero di rivoluzionare nell’arco di pochi decenni la struttura della società, abolendo progressivamente la barriera costituita dal dislivello culturale tra minoranza dominante e maggioranza subalterna. Il capitalismo vuole ad ogni costo nullificare questa prospettiva; e nell’ultimo quindicennio o ventennio ha segnato molti punti al suo attivo.
Quello or ora citato non è certo il primo documento studentesco che prospetti tale tesi. Negli scorsi anni ne sono usciti numerosi in varie università italiane (a cominciare da quelli diffusi a suo tempo dalla “Pantera”), ma non hanno avuto seguito politico, perché gli studenti, quando dopo qualche anno di corso hanno capito la sostanza delle cose, giungono alla laurea, se ne vanno e lasciano il campo a nuovi studenti che debbono ancora capire. La continuità e lo sviluppo dell’azione politica sono inibite dalla condizione stessa dello studente in quanto tale.
È però davvero curioso e doloroso che quanto gli studenti capiscono facilmente in uno o due anni non sia invece capito dalla generalità dei docenti, che restano nell’Università vita natural durante e costituiscono una categoria professionale che avrebbe tutte le possibilità di elaborare linee di intervento politico e perseguirle con costanza ed efficacia. Perché ciò non avviene? Sarebbe un bell’argomento di indagine psico-sociale.