La rifondazione comunista alla prova dei movimenti: la necessità di una svolta

L’euforia liberista che per due decenni ha dominato il mondo è oggi esplicitamente in crisi. Il capitale ha vinto grandi battaglie contro le classi subalterne, entro un processo di progressiva assimilazione dell’intero pianeta nel mercato mondiale. Ma la crisi capitalistica, e gli effetti indotti dalla ripresa delle contraddizioni interimperialistiche dopo l’89, privano le classi dominanti di uno spazio di manovra sul terreno redistributivo e riformatore, con inevitabili contraccolpi sociali. Si registra, per alcuni aspetti, un rovesciamento speculare dello scenario storico degli anni ‘50/’60. Allora, sullo sfondo della presenza dell’URSS e del boom economico post bellico, un lungo processo di avanzata del movimento operaio ed antimperialista che modificava a proprio favore i rapporti di forza, si confrontava con un capitalismo disposto a concessioni riformatrici in funzione controrivoluzionaria. Al contrario, negli anni ‘80/’90 una lunga ritirata delle classi subalterne a tutto vantaggio del capitale si è combinata, sullo sfondo di una crisi prolungata di quest’ultimo, con l’assenza di spazi strutturali di riforma. Così, nel mentre ha rafforzato il proprio dominio, il capitale ha visto ridursi le basi materiali della propria egemonia, ossia la capacità di organizzare il consenso delle proprie vittime sociali attorno alle politiche dominanti.

La realtà del disgelo e le nuove rsponsabilità dei comunisti

Qui sta la radice profonda del disgelo.
Naturalmente va evitata una interpretazione enfatica del fenomeno. È ancora troppo presto per parlare di una svolta già consolidata e compiuta,di una sorta di “nuovo sessantotto”. Ma il pericolo maggiore è la minimizzazione “routinaria” degli avvenimenti, sotto il peso soverchiante di un senso di sconfitta cumulato negli anni. No: l’inizio di una possibile svolta è qui, sotto i nostri occhi. I suoi sintomi stavano già nei ripetuti sussulti di lotta di classe e di esplosioni radicali che ciclicamente si sono affacciati come elemento di contraddizione sullo sfondo pur negativo degli anni ’90: dal ’94 italiano al ’95 francese, dal rovesciamento di Suharto alla rivolta operaia coreana. Ma oggi, nonostante le enormi difficoltà e diversità di contesto, quei sintomi esprimono un carattere più concentrato e riconoscibile, specie sul versante della nuova generazione. Il movimento così detto antiglobal, la sua dinamica di propagazione internazionale, il suo crescente impatto politico, ne sono la misura evidente. A latitudini diverse milioni di giovani cui il capitalismo non offre letteralmente nulla iniziano ad interrogarsi criticamente sul mondo, a leggere le sue “ingiustizie”, a mobilitarsi contro di esse. E parallelamente settori crescenti di gioventù operaia di vari paesi, privi di esperienza ma anche dei traumi delle sconfitte subite dalle generazioni precedenti, manifestano un principio di reazione e una nuova volontà di battersi. Al tempo stesso, come mi pare evidente, questo disgelo reca spesso il segno, nelle ideologie diffuse che lo pervadono, della lunga stagione di devastazione politica e culturale che si trova alle spalle. E quindi si accompagna, -attraverso la”mediazione” delle sue espressioni intellettuali e dirigenti- , a utopie riformistiche, illusioni sindacalistiche, ingenuità filantropiche e pacifiste, sino ai “luddismi“ metropolitani (“black blok”). Non c’è in questo ragione di meraviglia né tanto meno di scandalo. Storicamente ogni risveglio di movimento ha teso a riproporre, nella sua spontaneità, espressioni distorte di coscienza borghese. E questo è tanto più inevitabile oggi, a fronte della profonda cesura storica che si è consumata tra le giovani generazioni ed il marxismo. Ma proprio questa situazione misura la complessità dei compiti dei comunisti: realizzare innanzitutto la massima internità ai movimenti quali essi sono, cogliendone senza riserve e sufficienze dottrinarie la spinta progressiva e di svolta; ma parallelamente sviluppare nei movimenti la propria battaglia di egemonia alternativa: che non è e non deve essere sovrapposizione burocratica, bensì azione aperta e leale di conquista dei movimenti stessi ad una prospettiva di alternativa di classe e di potere, in una logica di ricomposizione generale del blocco sociale anticapitalistico. Perché l’intera esperienza del ‘900 ci dice che se da un lato solo lo sviluppo del movimento di massa sul terreno della lotta di classe può aprire il varco dell’alternativa anticapitalistica, dall’altro lato nessuna dinamica spontanea dei movimenti, per quanto potente, può di per sé conseguire la vittoria o consolidarla. Non sta forse qui la stessa ragione di fondo di un partito comunista come cosciente forza rivoluzionaria?

Le potenzialità dell’autunno: quale drezione dei movimenti?

In Italia la lotta dei metalmeccanici e il grande sviluppo del movimento antiglobalizzazione ripropongono nel modo più netto questo ordine di considerazioni. Il segno di svolta c’è e sarebbe assurdo ignorarlo. Si può persino osservare che esso si esprime in una forma più riconoscibile che in altri paesi europei. Qui più che altrove il disgelo investe parallelamente sia l’ambito della classe operaia dell’industria sia ampi settori più generali della gioventù. Qui più che altrove si sono aperti e moltiplicati spazi di relazione e contatto tra settori di classe e movimento antiglobal. Qui più che altrove la stessa esistenza di un governo delle destre può di fatto favorire dinamiche di radicalizzazione e politicizzazione dei movimenti. E tuttavia nulla è più irresponsabile per i comunisti che ridurre la propria politica alla pura esaltazione di queste potenzialità. La questione si pone in termini esattamente capovolti. Quanto più si sviluppa la dinamica preziosa del movimento, tanto più emergono i limiti attuali della sua direzione e quindi le necessità di indicazione alternativa, di proposta, di direzione da parte dei comunisti. Il quadro di movimento al piede di partenza dell’autunno non è forse al riguardo davvero esemplare?

Lotta dei metalmeccanici e ricomposizione generale della classe

I metalmeccanici hanno realizzato a luglio una straordinaria azione di sciopero e Sabattini ha annunciato la continuità della lotta, sino ad ipotizzare uno sciopero generale. È un fatto dirompente per impatto politico e possibili effetti di trascinamento. Ma proprio per questo esso pone la domanda: su quale piattaforma continuare la lotta? Quale piattaforma proporre come base di riferimento di quello sciopero generale che pur si è evocato? Qui si manifesta la contraddizione di fondo tra la dinamica di lotta innestata e la burocrazia dirigente della CGIL: una burocrazia che strategicamente persegue non la rottura della concertazione ma, per bocca dello stesso Cofferati, il suo rilancio “modello Aznar” (per nulla contradditorio con l’ipotesi di risolciademocratizzazione moderata dei DS che Cofferati persegue); e che in grandissima difficoltà, mira a far leva anche su una controllata azione di massa per riaprire il varco, dal basso, al recupero di una propria centralità concertativa oggi insidiata dall’asse CISL UIL Confindustria. Lo stesso silenzio del vertice FIOM sull’esigenza di una piattaforma nuova e di svolta non è forse la misura di una sua perdurante subalternità strategica all’apparato burocratico della Confederazione? Da qui allora la nostra responsabilità di comunisti. Non quella di “ lodare” i metalmeccanici ed “applaudire” Sabattini, ma quella di avanzare, in quella lotta, un’indicazione di svolta per l’intero mondo del lavoro: una proposta di vertenza generale basata su una piattaforma nuova ed unificante, che sappia collegare una forte rivendicazione salariale per tutto il lavoro dipendente, l’obiettivo dell’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari, la richiesta di un vero salario sociale per i disoccupati che cercano lavoro. Solo così è possibile lavorare ad unificare attorno ai metalmeccanici le altre categorie dell’industria, i lavoratori della sanità, i lavoratori della scuola e il più vasto settore del pubblico impiego, ma anche la massa della gioventù precaria e dei disoccupati del sud. Solo così è possibile lavorare davvero ad uno sciopero generale che non sia né un puro fatto di solidarietà con i metalmeccanici, né una pura replica difensiva alla prossima finanziaria, ma che segni davvero la fine della ritirata, l’apertura di una stagione nuova dell’autonomia di classe, la ripresa di un processo di unificazione, sul terreno della lotta, del soggetto centrale dell’alternativa anticapitalistica. Peraltro: una proposta di piattaforma per una vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati non offrirebbe forse un riferimento prezioso alle stesse aree più avanzate del movimento antiglobal, rafforzando una prospettiva di egemonia di classe in quel movimento?

Antiglobal e classe operaia: la dirompenza politica di una possibile azione comune

E proprio il movimento antiglobalizzazione pone, specularmene, il medesimo problema. Il movimento, dopo Genova, va incontro ad una nuova dinamica espansiva. La sua autorevolezza presso il popolo della sinistra è nettamente accresciuta. Il suo impatto politico è incomparabilmente più alto. Ma proprio il relativo successo del movimento gli pone interrogativi inediti sulla prospettiva. Non solo sulla necessità di una svolta seria sul terreno dell’autodifesa (“servizi d’ordine”) e sul suo stesso assetto organizzativo (che va profondamente democratizzato), ma anche ed innanzitutto sul terreno del rapporto con la lotta di classe. I varchi che si sono aperti su questo versante dopo Genova sono potenzialmente enormi. Le scelte annunciate del governo Berlusconi per l’autunno, a partire da sanità, scuola, pensioni e lavoro, possono ulteriormente dilatarli. È un fatto: il movimento antiglobal avrebbe oggi tutta l’autorevolezza per avanzare a milioni di lavoratori e lavoratrici una proposta di azione comune per l’autunno. Avrebbe tutta l’autorevolezza per proporre rivendicazioni comuni, per dichiararsi disponibile a sostenere con tutte le proprie forze uno sciopero generale del mondo del lavoro, iscrivendo le proprie ragioni tra le ragioni dello sciopero. E del resto, le politiche di privatizzazione, flessibilizzazione, riduzione della spesa sociale che il governo delle destre riprende e rilancia non sono forse il riflesso nazionale di quella cosiddetta “globalizzazione liberista” che il movimento contesta? L’unità di lotta con i lavoratori avrebbe dunque una base oggettiva e profonda e la sua realizzazione produrrebbe un autentico sconvolgimento dello scenario italiano. Cosa teme Berlusconi più di ogni altro evento se non la miccia di un esplosione sociale concentrata? E tuttavia la cultura egemone nella direzione attuale del movimento, assumendo quest’ultimo come il “movimento dei movimenti” del nuovo secolo in alternativa alla “vecchia” lotta di classe, ostacola profondamente la proiezione verso il mondo del lavoro. Al più chiede a Cofferati di sostenere le ragioni del movimento, ma non proietta il movimento verso milioni di lavoratori e lavoratrici, le loro ragioni sociali, la loro domanda di riferimento. A tutto vantaggio, obiettivamente, degli spazi di manovra dell’apparato DS e dello stesso Cofferati. Non sta qui allora la necessità stringente di una battaglia di egemonia dei comunisti?

I fatti d’America e la necessaria ricomposizione antiimperialistica dei movimenti

Tanto più q uesta esigenza si pone di fronte agli ultimissimi fatti d’America e al loro straordinario riflesso sull’immaginario collettivo.
Sullo scenario internazionale l’impatto dell’evento americano è tutt’altro che uniforme.
Nel cuore della nazione araba e più in generale dei popoli oppressi l’umiliazione d’immagine della potenza USA può persino rappresentare obiettivamente un fattore distorto di incoraggiamento e mobilitazione. Ma all’interno dei paesi imperialistici e dei loro blocchi continentali la linea di tendenza avrà un segno opposto. Ovunque, seppur in forme diverse, le classi dominanti tenderanno a far leva sull’ondata emotiva non solo per restringere spazi democratici e di mobilitazione, ma per imporre nuove misure di austerità anti-operaia e anti popolare, sospinte da quelle nuove pulsioni recessive che proprio i fatti d’America hanno alimentato. Al tempo stesso cercheranno di fondare sulla paura collettiva un consenso attivo alle imprese di guerra, utilizzando la “lotta al terrorismo” come bandiera propagandistica di nuove corse coloniali.
I movimenti della nuova generazione, sul versante operaio come sul versante antiglobal, dovranno dunque fronteggiare uno scenario assai più difficile. Potranno affrontarlo col bagaglio delle culture democratico-pacifiste delle loro direzioni, senza una lettura di classe della realtà del mondo, dei suoi conflitti, della natura stessa degli schieramenti in campo?
Le nuove contraddizioni che si sono aperte al riguardo nel movimento antiglobal sono un segnale preciso: o il movimento compirà un salto in avanti sul terreno della coscienza politica, delle sue relazioni sociali, dello stesso livello di iniziativa, oppure il rischio di un indietreggiamento diverrà giorno dopo giorno più forte.
Da qui l’importanza decisiva, tanto più oggi, di un orientamento chiaro dei comunisti. La costruzione del più vasto fronte di mobilitazione unitaria contro la guerra è, naturalmente, la prima necessità. Ma il nostro partito può e deve parteciparvi come partito comunista: che non significa un “di più” di sventolio di bandiere e di organizzazione ma una precisa proposta di orientamento antimperialista ed anticapitalista tesa a sviluppare la coscienza politica del movimento. La rappresentazione dello scontro in atto come un conflitto tra “due fondamentalismi, quello del mercato e quello del terrore”, entrambi accomunati da una indistinta globalizzazione, entrambi nemici di una indistinta umanità non solo non aiuta il movimento ad una comprensione più alta della realtà, ma aggiunge confusione a confusione. E soprattutto richiama un posizionamento “pacifista” astratto, al disopra delle classi, sul puro terreno dei “valori”, incapace di selezionare sia l’avversario centrale, sia, di riflesso, il proprio blocco sociale e politico di riferimento : col rischio oltretutto di un adattamento “critico” alle finzioni giuridiche della diplomazia borghese internazionale. L’invocazione dell’ONU – protagonista del genocidio anti iracheno – come “rappresentanza sovrana dell’umanità ed unica possibile sede decisionale” delle ritorsioni antiterroristiche non ne rappresenta forse un esempio paradossale?
Ben altra deve essere, nei movimenti la posizione dei comunisti. La denuncia del terrorismo pan-islamista va accompagnata all’individuazione precisa delle basi materiali dei suoi nuovi successi e proseliti:la barbarie che l’imperialismo dissemina nel mondo, le sue politiche di oppressione nazionale, il suo crimine quotidiano come unica legge internazionale. Da qui il rifiuto incondizionato di qualsiasi “diritto” di ritorsione da parte dei briganti del mondo, quale che sia questa ritorsione o il manto “legale” di cui si ricopre. Da qui la centralità tanto più oggi di una mobilitazione antimperialistica ad ogni livello: perché solo tagliando le radici materiali dell’oppressione imperialistica si possono recidere le basi del militarismo e della guerra; e solo lo sviluppo di una mobilitazione anti imperialistica, nel cuore stesso dell’occidente può offrire alle masse diseredate dei popoli oppressi una alternativa di riferimento alla suggestione disperata del terrorismo e del fanatismo integralistico, Per altro solamente questo posizionamento può garantire ai movimenti su scala nazionale ed internazionale una piena autonomia dalle pressioni scioviniste, definendo perciò stesso una ragione forte e stabile per la continuità della mobilitazione e la sua ricomposizione unitaria e di classe.
Ricondurre dunque alla coscienza e mobilitazione antimperialistica tutte le ragioni sociali offese dalle annunciate finanziarie di guerra, con una campagna centrale tra i lavoratori e nelle organizzazioni sindacali; ricondurre alla coscienza e mobilitazione antiimpeerialista tutte le istanze di pace del movimento antiglobal, mostrando come solo la liberazione dal capitalismo potrà garantire all’umanità una pace giusta e stabile: questo è oggi il terreno su cui si ridisloca la battaglia dei comunisti per l’egemonia, a partire dal nostro paese. Nel rispetto certo dell’unità dei movimenti, ma senza confonderla con un cartello precostituito con le loro componenti dirigenti neo-riformistiche.

“Sinistra plurale” di governo: una prospettiva letale per i movimenti e le loro ragioni

Ma questa battaglia di egemonia e ricomposizione nei movimenti del disgelo ha un presupposto di fondo: la correzione di rotta della prospettiva politica e strategica del PRC. La prospettiva di una “sinistra plurale” jospiniana che si candida al governo per il dopo Berlusconi, sulla base di un accordo tra PRC e DS sospinto da una pressione di movimento, rappresenta un disegno naturalmente legittimo ma, io credo, profondamente deviante. Non solo quell’ipotesi assume di fatto come riferimento un esperienza francese che si sta rivelando fallimentare per i lavoratori e per il PCF (per di più pretendendo una sua concretizzazione con un apparato liberale DS che ha rotto con il ruolo e la funzione della stessa socialdemocrazia). Ma quel disegno implica l’esatto capovolgimento del ruolo stesso dei comunisti nel movimento di massa. Invece che lavorare nel profondo dei movimenti per costruire, nel vivo della loro dinamica, una direzione di massa alternativa, capitalizzando su un terreno di autonomia anticapitalistica la crisi distruttiva dei DS e il nuovo spazio storico che essa libera a sinistra, si persegue una politica opposta: la presenza nei movimenti viene assunta come leva strategica di pressione sull’apparato DS in funzione di un accordo su basi “riformiste antiliberiste”. E poiché la crisi capitalistica (assieme alla natura dei DS) dissolve le basi materiali di qualsiasi organico riformismo, lo stesso “antiliberismo” compatibile … con la “sinistra liberale” finisce col ridursi ad un minimalismo estremo. Francamente: cos’altro rappresenta, al di là del mito simbolico, quella Tobin tax talmente innocua da essere assunta e rivendicata come elemento di possibile razionalizzazione “antispeculativa” non solo da Luciano Violante ma persino dalla destra cattolica (Buttiglione) e dal presidente dei giovani industriali (Garrone)? Cos’altro rappresenta il modello istituzionale di Porto Alegre, al di là della sua enfatizzazione ideologica, se non un’operazione di coinvolgimento consultivo e subalterno di settori di massa nella gestione dei bilanci compatibili, al punto da incontrare un plauso di simpatia non solo nel liberale Valter Veltroni ma persino in alcuni ambienti della Banca mondiale?

La prospettiva socialista come unica vera alternativa antiliberista

L’intero paradigma politico e programmatico dell’alternativa va radicalmente rifondato. Tanto più oggi. Il congiungersi della crisi capitalistica, della deriva liberale del vecchio riformismo, dell’affacciarsi di una giovane generazione sul terreno della lotta, debbono rimettere a tema la questione del rilancio di una prospettiva strategica rivoluzionaria sul piano internazionale e nel nostro paese. L’anticapitalismo non può dissolversi nella indistinta galassia antiliberista e pacifista ancor più se in funzione di una prospettiva jospiniana di governo. Nè, da altro versante, può essere confinato in una dimensione puramente “ideologica”, separata dalla coerenza delle scelte politiche, e magari tradotto in prospettive planetarie di convergenza strategiche anti USA (come quella ipotizzata tra la burocrazia cinese, la Russia borghese di Putin, il governo reazionario dell’India) che, a prescindere da ogni aspetto di credibilità (e di sottofondo storico-culturale) rimuovono la stessa centralità strategica della lotta di classe (e della discriminante di classe), privando i movimenti in campo di ogni reale indicazione di prospettiva.
No: l’alternativa o è socialista o non è. O riconduce le rivendicazioni immediate alla messa in discussione della proprietà privata e della natura borghese dello stato, in direzione del potere delle masse lavoratrici, o si risolve nella frase vuota, nell’utopia, nell’inganno. Fuori e contro questa verità non solo non c’è autonomia strategica dei comunisti da tutte le forze della borghesia, ma neppure una prospettiva vera e vincente per i movimenti. Infatti nessuna delle istanze di fondo che la sensibilità antiliberista solleva (lotta alla povertà, risanamento ambientale, democrazia internazionale,pace …) può trovare la benché minima soluzione nell’ambito capitalistico e imperialistico. E un antiliberismo che si confinasse nell’ambito capitalistico come pura critica delle politiche dominanti, finirebbe proprio col contraddire la stessa profondità delle domande antiliberiste, condannandole all’impotenza delle illusioni. Per questo il movimentismo enfatico che rimuove il nodo della prospettiva è il peggior nemico dei movimenti.
Per questo la battaglia strategica nei movimenti, per la prospettiva di classe e socialista, è decisiva per la sorte stessa dei movimenti ed il futuro delle loro ragioni. L’elaborazione di una nuova proposta programmatica del PRC, apertamente marxista e rivoluzionaria, che sappia tracciare un ponte tra la sensibilità dei movimenti e l’attualità del socialismo come unica vera risposta alle loro istanze, è dunque una necessità improrogabile per il nostro partito e il suo quinto congresso.