La resistenza alla globalizzazione neoliberista

Sintesi dell’intervento

tenuto da Miguel Urbano Rodrigues

il 26 gennaio scorso al Foro Sociale Mondiale

di Porto Alegre, Brasile.

Un concetto mai abbastanza ribadito è che la globalizzazione, intesa come fenomeno di riorganizzazione dello spazio, dell’economia e delle relazioni sociali, è di per sé un processo inevitabile che esprime il percorso dell’umanità e le prodigiose conquiste da essa realizzate. Ciò contro cui ci battiamo non è una tale tendenza, ma il meccanismo e gli effetti di quella che definiamo globalizzazione neoliberista, i cui obiettivi sono in contrapposizione a quelli della globalizzazione della solidarietà tra i popoli, l’unica in grado di rispondere alle aspirazioni della condizione umana.
Voglio evidenziare questo concetto perché, in primo luogo, l’idea di globalizzazione è antichissima. Sistemi di potere dalle caratteristiche più diverse sono stati, in un modo o nell’altro, precursori di un mondo globalizzato: Alessandro il Macedone sognava uno Stato universale, Roma mise mano a un progetto analogo e, quasi due millenni dopo, l’impero britannico al suo apogeo controllava circa la metà della produzione industriale e commerciale in tutto il mondo.
Già nella seconda metà del secolo XIX Marx e Engels affrontavano la globalizzazione del capitale come processo inevitabile, pur non prevedendo – cosa peraltro impossibile – le forme che questo avrebbe assunto.
La crisi successiva alla prima guerra mondiale fece fare alla globalizzazione neoliberista un passo indietro. Il keinesismo ricorse a soluzioni di rafforzamento del potere di intervento dello Stato allo scopo di salvare il capitalismo dal naufragio imminente, dando il via a una tendenza che però, a partire dalla fine degli anni ’70, ha conosciuto un brusco salto all’indietro. Il reaganismo e il thatchterismo imperanti danno la stura al dispiegamento impietoso di strategie caratterizzate da un predominio sempre maggiore del mercato e dall’indebolimento dello Stato. Con una eccezione, apparentemente contraddittoria: proprio negli Stati Uniti, il Paese sotto l’egida e l’impulso del quale ha preso il via la globalizzazione neoliberista, la presenza dello Stato ha assunto proporzioni gigantesche e la sua capacità di intervento si è estesa a vari e molteplici settori.
Naturalmente, l’implosione dell’Unione Sovietica e la conseguente ascesa degli Stati Uniti al ruolo di unica super-potenza hanno avuto conseguenze impressionanti nell’accelerazione della nuova traiettoria dell’economia mondiale.
All’inizio degli anni ’90 la rottura su scala planetaria del vecchio ordine nella divisione della produzione, l’ingrandimento delle multinazionali, la vertiginosa espansione dei fondi- pensione e l’accresciuto peso di questi sui mercati finanziari hanno trasformato – complice la rivoluzione informatica a opera di un pugno di imprese – la vita sul pianeta, comprimendo il tempo fino a renderlo qualcosa di universale e istantaneo.
La concentrazione del potere fa spavento: secondo dati della Banca Mondiale e della rivista Fortune le duecento maggiori imprese del mondo, detentrici già nel 1960 del 17% del Prodotto interno lordo mondiale, ne controllavano nel 1983 una quota pari al 23%, che era salita ad oltre il 31% nel ’95. Le 500 aziende più grandi realizzavano nel ’96 affari per un valore di 11.400 miliardi di dollari, che producevano dividendi per 320 miliardi. Tali dividendi sono superiori al PIL complessivo di quarantatré Paesi del sud del mondo, con una popolazione di oltre un miliardo di persone, e il volume di vendite annuale di queste 500 imprese equivale al doppio della ricchezza totale di ben 107 Paesi del terzo mondo, Cina e India compresi, nei quali vivono qualcosa come quattro miliardi e mezzo di abitanti.

Il gioco del denaro

Il gioco del denaro in borsa ha assunto proporzioni colossali. Le sole transazioni realizzate nei mercati valutari ammontano a 1.400 miliardi di dollari al giorno, che è grosso modo cinquanta volte il valore degli scambi commerciali legati alla produzione di beni.
Le generazioni attuali sono spettatrici e vittime del sovvertimento radicale del triangolo storico lavoro-produzione-occupazione. I primi cinque fondi-pensione negli Stati Uniti generano più di 1.200 miliardi di dollari, tanto quanto il PIL della Francia.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale, le crisi avevano cadenza ciclica; ora esse si presentano con scadenze, in prospettiva, immediate: avvenimenti inattesi in remoti paesi della periferia provocano fulminei trasferimenti di capitale. La crisi nell’estremo oriente asiatico di alcuni anni fa, con origine in Tailandia, ha provocato per esempio nel primo trimestre del 1998 il rimpatrio di oltre 300 miliardi di dollari verso i Paesi industrializzati del centro. Le crisi in Russia e in Brasile hanno fatto tremare i Paesi del G-7.
Chi paga il conto di ognuna di queste crisi, veri e propri cancri della globalizzazione neoliberista, sono sempre i popoli dei paesi dipendenti che si vengono a trovare nell’occhio del ciclone. La Corea rappresenta un caso da manuale nella divisione di perdite e profitti in ordine allo scatenarsi di una crisi: la Banca Mondiale e l’FMI possono pur registrare con soddisfazione la (relativa) rapidità di recupero dell’economia, della produzione e del Pil, in questo Paese dell’Asia orientale dopo l’ondata dell’ultima crisi; tacciono però sul prezzo che – con una parte notevole delle grandi imprese coreane passata di mano e oggi di proprietà delle multinazionali che durante la crisi le hanno potute comprare a prezzi bassissimi – l’economia nazionale ha dovuto pagare per questo.
Secondo l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), la disuguaglianza tra ricchi e poveri nel mondo si aggrava di anno in anno; l’emarginazione sociale assume proporzioni spaventose anche all’interno dei Paesi industrializzati (negli Stati Uniti 35 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà). Nel 1960, la quinta parte più povera dell’umanità disponeva del 3% della ricchezza mondiale; nel 1994 a questa stessa parte spettava appena l’1,1%, cioè circa un terzo della percentuale precedente; oggi è al di sotto dell’1%. Intanto, nell’ultimo quarto di secolo la porzione aggiudicatasi dai Paesi più ricchi è aumentata dal 69 all’86%.
La sperequazione sempre maggiore nella distribuzione della ricchezza va di pari passo con la drastica riduzione dei benefici sociali ai quali avevano accesso i settori meno fortunati della società; la concentrazione del potere economico è tutt’uno con l’annullamento di conquiste storiche prodotto delle lotte dei lavoratori. Il nuovo capitalismo sottende una sfida al modello della solidarietà nazionale interna e, nella pratica, rivela l’incompatibilità esistente tra lo Stato del benessere sociale, Stato-nazione che agisce sull’impianto della redistribuzione delle risorse, e una economia gestita su base trans-nazionale. I Paesi industrializzati danno il cattivo esempio: così la sanità e l’istruzione, da gratuite che erano (nella misura in cui lo erano) sulla base di un obbligo assunto dallo Stato nei confronti dei cittadini passano a essere delle mere questioni di lucro per oliare una volta di più l’ingranaggio dei mercati finanziari. I contributi dei lavoratori sono oggi il combustibile che alimenta il gigantesco potere dei fondi pensione.

Processo transitorio

La globalizzazione neoliberista ha dell’ineluttabile o é una finalità predeterminata?
Contrariamente a quanto sostengono i suoi apologeti, in specie i difensori a spada tratta di un capitalismo cognitivo (secondo la definizione di Yann Moulier Boutang) rivolto al monopolio di un sapere sempre più circoscritto a èlites tanto esigue quanto disumanizzate, questo tipo di globalizzazione non è se non un processo transitorio, per di più oltremodo fragile.
Rivolgendosi due anni fa, a Cuba, agli economisti di ogni scuola e provenienti da tutte le parti del mondo, Fidel Castro ha posto la questione all’ordine del giorno, denunciando l’irrazionalità e quindi la vulnerabilità del processo ed esprimendo al contempo la convinzione che questo ha fiato corto e vita breve.
L’arrendevolezza di certi intellettuali e la capitolazione più o meno esplicita della socialdemocrazia sono in parte la causa del dilagare su scala mondiale del fenomeno della globalizzazione neoliberista. Ma i presupposti teorici del sistema sono falsi. La tirannia dei mercati è reale solo nella fantasia degli ideologi della nuova economia capitalista. Non si vede perché la globalizzazione, intesa come risultato di un processo di civiltà, debba anche significare vassallaggio degli Stati, aumento della povertà e della disoccupazione, annichilimento delle conquiste sociali e delle culture nazionali, aggressione all’ambiente naturale.
Checché ne dicano i sostenitori della macchina mediatica (controllata dalle multinazionali dell’informatica), l’avanzata del cosiddetto villaggio globale non conduce per forza di cose alla scomparsa dello Stato-nazione, anzi il margine di azione degli Stati di fronte al flagello del neoliberismo globalizzante è notevolmente ampio. Purché essi siano disposti a resistere.
Analizzando il ruolo dei governi europei e l’appoggio che essi hanno dato ai progetti americani di aggressione all’Iraq e alla Yugoslavia, ciò ha portato influenti politologi a concludere che, se mai si può parlare di fine della dipendenza dell’Unione Europea dagli Usa, questa è di là da venire.
Tale postulato è viziato da una soggettività lampante. Infatti, al di là della convergenza di Usa e Europa (con il Giappone) sulle politiche neoliberiste che scavano un fossato sempre più profondo tra Paesi ricchi e Paesi poveri, aumentano, anziché diminuire, le contraddizioni all’interno del rapporto Stati Uniti-Europa, e non solo sul piano economico ma anche su quello politico-militare. Se così non fosse, non si capirebbe come mai, proprio in coincidenza dell’esaurirsi del lungo periodo di espansione dell’economia americana ( e alle soglie, quindi, di una pressoché certa fase recessiva), l’Unione europea abbia finalmente preso la decisione, più volte rinviata, di creare una forza di 100mila uomini con capacità di intervento rapido in conflitti di dimensione regionale. Non staremo qui ad analizzare le implicazioni negative di una eventuale rinascita del militarismo europeo, ma mi sembra importante sottolineare il fatto che la reazione di Washington non si è fatta aspettare, bollando il progetto come una minaccia all’egemonia finora esercitata dalla NATO sul terreno della “sicurezza europea”.
Ma è la natura stessa del neoliberismo globalizzante di questo inizio di secolo XXI che tende ad accentuare, anziché ad eliminarle, le contraddizioni esistenti all’interno di quel vero e proprio governo mondiale rappresentato dalla triade Stati Uniti-Unione Europea-Giappone e dai suoi emissari (G-7, FMI, Banca Mondiale, OMC e altre istituzioni internazionali): così, parallelamente a una Europa protesa al rafforzamento della propria moneta, il Giappone si vede impegnato – con discrezione ma non senza tenacia – nella creazione di un’area dello yen nell’Asia orientale, in un progetto che mette chiaramente in agitazione l’alleato statunitense poiché, ove andasse in porto, potrebbe significare un colpo fatale per l’egemonia mondiale del dollaro.
Anche se in misura minore, pure le divergenze in quanto a politiche di sicurezza sociale si fanno sentire, e non poco. I sistemi di sicurezza sociale degli Stati europei sono in qualche modo ancora in piedi. Volerli eliminare scatenerebbe delle sicure deflagrazioni sociali. Il meccanismo di redistribuzione in Europa risente ancora fortemente dei rapporti di classe e dell’impianto di rivendicazioni sviluppatisi nel dopoguerra, rivendicazioni che, viceversa, i sindacati e le organizzazioni di massa dei lavoratori degli Stati Uniti non sono mai riusciti ad imporre al padronato. Se, da un lato, questa disparità di situazioni sociali e culturali ha sicuramente favorito gli elevati tassi di crescita economica, dall’altro ha consentito il proliferare del capitalismo selvaggio e la caduta della qualità della vita in America.

La minaccia imperiale

I vari concioni di fonte americana sullo “stato minimo” e altre amenità del genere in buona sostanza negano la storia. Gli Stati possono scomparire, ma le nazioni gli sopravvivono. Braudel ci parlava di un motore storico a tre tempi: il tempo lungo delle mentalità, il tempo medio dell’economia e il tempo breve della politica. Quindi siamo di fronte a un dubbio: la globalizzazione provoca una accelerazione del ritmo generale della storia o solamente una ricomposizione dei suoi fattori determinanti?
È impossibile fornire a questo riguardo una risposta univoca, ma se solo poniamo a confronto un Paese come il Canada e un altro come l’India – con le sue variegate forme di vita – comprendiamo quanto sia lontana la realtà di un autentico villaggio globale. Per una unificazione delle culture ci vorranno secoli, se non millenni. Con Internet o senza.
Secondo Zbignew Brzezinski gli Stati Uniti sono già la prima società globale della storia e stanno creando le condizioni per imporre una cultura universale. Si tratta di un’affermazione affrettata e irresponsabile, e questo anche se volessimo tralasciare di dire – come ci sentiremmo di fare – che una siffatta cultura (una cultura sintetica del tipo Mac World, per intenderci) è piuttosto una anti-cultura, antitesi dell’epi-fenomeno culturale. Non c’è bisogno di saltare dall’America all’Asia per capire quanto sia forte la resistenza ai cambiamenti culturali anche all’interno delle nostre società: in un villaggio dell’Alsazia il modo di sentire e di vivere la vita differisce profondamente da quello di un borgo della Provenza. La carta d’identità con l’indicazione di una comune nazionalità brasiliana non riduce il divario esistenziale tra un gaùcho di Porto Alegre e un caboclo del deserto dell’interno di Bahìa.
Il funzionamento del sistema di potere degli Stati Uniti tende a creare illusioni tra le sue stesse teste d’uovo. L’aspirazione americana all’egemonia universale e perpetua sull’insieme dei popoli della terra è enunciata in numerosi documenti ufficiali, tra cui anche documenti militari, (come il più volte citato rapporto segreto del Pentagono, divulgato nel marzo ‘92 dal New York Times). Questi testi trasudano una ambizione smisurata e megalomane che, già per il solo fatto di negare la supremazia del mercato sullo Stato-nazione, fa a pugni con la stessa logica della globalizzazione neoliberista. Ma ciò che è più grave è che essi rappresentano i puntelli ideologici di una politica imperiale che, nella sua irrazionalità, costituisce una minaccia permanente per la pace mondiale.

Il ruolo della Russia

L’ondata d’indignazione scatenata in Europa dalle morti dei militari venuti a contatto con l’uranio impoverito usato dalla Nato in Bosnia e in Kossovo prelude a nuove, future tensioni all’interno dell’Alleanza Atlantica. La pratica degli Stati Uniti di prendere decisioni – di carattere criminale – sulla pelle dei soldati europei e all’insaputa degli alleati Nato è balzata agli occhi di tutti.
Non intendo qui uscire dal tema che ci siamo assegnati per analizzare il significato della politica di distruzione dell’Iraq come Stato indipendente dopo la guerra del Golfo. Come pure non mi soffermerò sulla politica che ha portato alla guerra in Bosnia e all’imposizione della falsa pace di Dayton, politica che ha avuto il suo seguito con l’aggressione alla Yugoslavia, nella quale la Nato è stata lo strumento militare di un più vasto progetto di dominio degli Stati Uniti sulla regione balcanica.
Vorrei richiamare, però, l’attenzione su un aspetto importantissimo della politica di espansione nell’Est europeo, della quale quasi non si parla in Brasile, nonostante esso rappresenti un fattore importante dell’attuale strategia imperiale degli Usa. A marzo dell’anno scorso ho preso parte a Belgrado a un seminario internazionale di solidarietà con il popolo della Yugoslavia. Durante questo avvenimento, membri della delegazione russa, quasi tutti prestigiosi accademici, hanno fatto delle rivelazioni importanti che, purtroppo, non hanno avuto risonanza all’estero.
Uno di questi intellettuali, Vassilevich Morosov, ha delineato un quadro inquietante del ruolo che la Russia svolge allo stato attuale come pedina nella strategia del sistema di potere degli Stati Uniti. A parere di questi, la guerra che si combatte in questo momento in Cecenia è il prosieguo della guerra del Kossovo. E avrà seguito negli altri conflitti che Washington cercherà artificialmente di mettere in piedi in territorio russo, finanziandoli e facendo leva sulle latenti tendenze separatiste. L’obiettivo è quello di provocare un moto repressivo di tipo militare, vale a dire l’intervento dell’esercito federale russo. Secondo Morosov, dopo la Cecenia sarà il turno del Daghestan. E poi toccherà alla Calmucchia. Il sistema mediatico assolverà nel frattempo al suo compito: agli occhi del mondo la Russia sarà responsabile di calpestare i diritti umani e di negare il diritto all’autodeterminazione di popoli che si battono per la libertà. Gli intellettuali ingenui saranno, ancora una volta, pronti ad abboccare all’amo, e la Russia sarà fatta sedere sul banco degli imputati dalla “comunità internazionale” (espressione che, in pratica, sta a indicare l’America e i suoi alleati). Il perverso copione si ripete. La grande menzogna del Kossovo ha fatto scuola. Allontanare la Russia dalla regione del Caspio e a est del mar Nero sembra essere prioritario per gli ideologi del sistema di potere degli Usa, incaricati di tracciare le linee maestre della strategia di dominio imperiale perpetuo della “nazione predestinata” a fare la felicità dell’umanità. Fino ad ora ho parlato, direi, solo superficialmente della strategia statunitense rivolta alla trasformazione della Russia in una potenza di second’ordine, ponendo più l’accento sulla contrapposizione tra la componente politico-militare del sistema di potere degli Stati Uniti e la strategia del neoliberismo globalizzante. Ma la prima parte della questione non si può intendere se non ci si addentra nel meccanismo della seconda.
Per cercare di essere più chiaro, dirò che ciò che è dato osservare è in realtà una stretta complementarità tra il potere imperiale nordamericano e l’ordito finanziario di un mercato che vorrebbe funzionare in totale autonomia, al di là delle frontiere e al di sopra del potere degli Stati.
Siamo dinanzi a una complementarità, come ripeto, che veicola il seme di futuri conflitti dalle proporzioni incalcolabili. La globalizzazione neoliberista non sarebbe ciò che è senza l’appoggio, o forse bisognerebbe dire l’incentivo, ricevuto dagli Stati della Triade e più specificamente dal sistema di potere degli Stati Uniti, potenza tutelare del capitalismo moderno.
Vale la pena ricordare una celebre uscita di Thomas Friedman, comparsa nel New York Times. L’illustre consigliere di Madeleine Arbright, segretaria di Stato nordamericana, non ha esitato ad affermare che – cito a braccio – ciò di cui il mondo ha bisogno (la globalizzazione) non funzionerebbe se gli Stati Uniti non agissero con tutto il peso di cui dispongono come super-potenza. E perché? Il nostro risponde con cinica franchezza (citazione testuale): “Il più invisibile dei mercati non funzionerebbe senza un pugno invisibile. La Mac Donald non potrebbe prosperare senza Mc Donell Douglas, costruttore degli F-15. Il pugno occulto che ha garantito un mondo sicuro alla tecnologia di Silicon Valley si chiama esercito, marina e corpo dei fucilieri degli Stati Uniti d’America.”
Sono molteplici i messaggi che si possono estrarre da una confessione di tale arroganza. Uno, tra gli altri, è rivolto ai teologi del mercato, invitandoli a un sano realismo nelle loro riflessioni circa il ruolo dello Stato: è un fatto che le politiche neoliberiste che discendono da questo genere di riflessioni sono responsabili della drastica riduzione del ruolo statale nella quasi totalità dei Paesi che le hanno adottate, ma è pur vero che la teoria dello Stato minimo, applicata in maniera inflessibile nel Terzo mondo, non lo è stata affatto nei principali Paesi capitalisti. Nel caso esemplare degli Stati Uniti, il ruolo dello Stato è anzi cresciuto a dismisura fino ad occupare ogni branca dell’attività umana, non esclusa quella economica.
In termini dialettici, si è creata una situazione potenzialmente conflittuale, poiché la creatura – il mercato che si arroga una autonomia decisionale praticamente assoluta – tende a scontrarsi con il suo creatore, cioè le forze istituzionali che gli hanno assicurato e gli assicurano il dominio che ora esercita in tutto il mondo sottomesso alla globalizzazione neoliberista.
I difensori più ortodossi della corrente che si autodefinisce come neoliberista classica negano l’evidenza delle enormi disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione imperiale: l’emarginazione sociale non entra nel loro campo visivo e, logicamente, non è contemplata nel loro progetto di economia-mondo. Sono assertori di un paradigma fittizio, retto da un ideale equilibrio e costruito su armonie immaginarie.
Ci troviamo di fronte – come ricorda il ricercatore francese Remy Herrera – a un postulato estremamente ambizioso, imbevuto di pretese scientifiche e aspirazioni universalistiche, apologia di un nuovo capitalismo visto e presentato come l’unico ordine concepibile alla luce della riflessione teorica. Questo ordine, suprema conquista dell’intelligenza, rappresenterebbe l’orizzonte invalicabile della storia dell’umanità.
È un inganno allo stato puro. La storia continua, e tentare di definire il profilo di una nuova geografia umana congelata attorno a una pretesa condizione naturale e definitiva della società universale è solo indice di fervida fantasia.
Ora, è ancora presto per prevedere con un minimo di rigore scientifico quali effetti la rarefazione dell’economia statunitense avrà sul percorso della globalizzazione neoliberista. Se questa sfocerà, come molti si attendono, verso una fase di recessione, allora le contraddizioni tra il sistema di potere degli Usa e il mercato finanziario si faranno più aspre.
Ma l’anarchia finanziaria prodotto del libero gioco del denaro sui mercati (con le devastazioni sociali ad essa connesse) ha creato una situazione per la quale il creatore comincia a ad avere paura della creatura mostruosa che ha generato.
L’enorme potere degli Stati Uniti non è in grado, peraltro, di occultare i suoi punti deboli. Generati dal sistema. Gli Usa sono il Paese più indebitato del mondo. Gli ingranaggi della sua economia sono prigionieri di una rete di interdipendenze così complesse che basterebbe, per esempio, che il Giappone sospendesse l’acquisto dei titoli del tesoro Usa e vendesse parte di quelli che ha accumulato per far rischiare agli Stati Uniti il fallimento. È chiaro che il Giappone non prenderà una tale iniziativa. Perché questa lo farebbe sprofondare, così come pure all’Unione Europea, in una crisi di proporzioni catastrofiche.
L’esempio ci serve, però, per illustrare la fragilità dei meccanismi dell’egemonia statunitense. L’impero la cui immagine di potenza è raffigurata nel dollaro come moneta praticamente universale è, in fin dei conti, un gigante con i piedi di argilla.

La crisi globale e la speranza

Mai come all’inizio di questo terzo millennio l’umanità ha concentrato tanto sapere. Se lo usasse in beneficio di se stessa si troverebbe nella possibilità di cancellare fame, miseria e ignoranza dalla faccia della terra. Se ben utilizzate, le prodigiose conquiste della rivoluzione tecnologica potrebbero consentire alle società umane di svilupparsi in una atmosfera di pace, di progresso e di benessere crescenti.
Ma quello che avrebbe potuto essere il migliore dei tempi si sta rivelando invece come il più pericoloso. La globalizzazione neoliberista – e il sistema di potere di cui è la ragion d’essere – sono lontani dalla stessa logica del capitalismo classico. Hanno assunto caratteristiche di fenomeni contrassegnati dall’irrazionalità. Il nuovo capitalismo, il capitalismo cognitivo, è sempre meno una questione di plusvalore trattenuto e di ricchezza monetaria e sempre più qualcosa di simile a un traguardo in una corsa di pazzi. Se non viene bloccato in tempo, il meccanismo sfuggirà a ogni controllo possibile. La moltiplicazione del denaro come meta assoluta e la sacralizzazione del valore come strategia politica assumono, in società dominate dal potere crescente delle multinazionali, un carattere quasi religioso. Ci vorrebbe un nuovo Kafka per descrivere l’assurdità di un ingranaggio in virtù del quale gli uomini del capitale si trasformano in funzionari al servizio del denaro. In questo sistema anti-uomo gli uomini, come prevede il tedesco Robert Kurz, saranno tra breve messi in condizione di dover vendere se stessi come combustibile indispensabile al funzionamento della macchina del nuovo capitalismo.
Ho parlato di irrazionalità. Irrazionalità che si ammanta anch’essa di una inquietante veste globalizzante, dato che non si esprime esclusivamente nei mercati finanziari ed è presente nell’ideologia e nel funzionamento della componente imperiale della globalizzazione neoliberista, ovvero nel sistema di potere che ha negli Usa il suo polo egemonico.
Il modello di società che questo sistema tenta di imporre alla terra non solo è incompatibile con quanto di meglio esiste nella condizione umana ma si presenta addirittura come una minaccia concreta alla stessa continuità della vita sul pianeta.
Negli ultimi decenni sono state consumate più risorse naturali non rinnovabili che negli ultimi duemila anni.
L’aggressione all’ambiente assume i contorni della catastrofe ecologica, in una dilapidazione figlia di un modello che, in nome della civiltà, tradisce istinti barbarici.
La grande maggioranza dell’umanità, peraltro, non è cosciente dei gravi pericoli che la minacciano, e questo perché la produzione e il controllo dell’informazione in tempo reale è nelle mani degli artefici della situazione in cui siamo immersi. Il sistema politico-economico e militare impone la sua volontà ai popoli della terra, promuove la diffusione del suo modello di contro-civiltà e si presenta come benefattore dell’umanità.

Non ci sono imperi eterni

La drammatica farsa delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha fornito l’occasione, al giro di boa del secolo, per illuminare una realtà poco conosciuta: il ventre putrefatto di un sistema di potere che insiste nell’esibirsi come modello di virtù democratiche e difensore di valori e principi che esso stesso mette sotto i piedi.
Un presidente senza prestigio, giunto alla Casa Bianca a seguito di un processo elettorale caratterizzato da brogli innumerevoli e pressioni di ogni tipo, ora dirige – dotato di enormi poteri – , uno Stato che, invocando la difesa dei suoi interessi vitali, si arroga il diritto di portare la guerra in qualunque parte del mondo. Un presidente-fantoccio ma non per questo meno pericoloso: paradossalmente, la coscienza della propria fragilità e mediocrità potrebbe anzi renderlo più temibile. Clinton non è forse ricorso ad aggressioni armate contro popoli indifesi (Bosnia, Iraq, Yugoslavia) quando più infastidito da problemi interni, alcuni dei quali personali, dai quali voleva distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica?
Ma la storia ci insegna che non esistono imperi eterni. Benché la resistenza alle forze politiche ed economiche che stanno spingendo il mondo verso la catastrofe sia ancora mal coordinata e insufficiente, essa cresce di anno in anno.
È una duplice resistenza diretta contemporaneamente contro la tirannide del potere imperiale e contro il potere più diluito, meno diretto, ma altrettanto pernicioso, dei mercati finanziari erettisi a guida di una umanità sottomessa alla religione del denaro.
È una illusione dar credito alla tesi di un mondo con un centro permanente attorno al quale vegetano periferie con il solo scopo di servirlo. Da soli, i successi economici di Cina e India – Paesi il cui modello di sviluppo non rientra nel ricettario dei teorici della globalizzazione neoliberista (e che, non dimentichiamolo, rappresentano un terzo della popolazione della terra) – smentiscono questa tesi, oltre a rappresentare un monito e una speranza.
Gerad Kebadjian, dell’università di Parigi, ci ricorda accortamente che “il fatto che molti attori dispongano (…) di una porzione di potere obbliga alla creazione di strutture di cooperazione e pone per la potenza egemone un problema di organizzazione, perché l’esistenza di un’istanza semplicemente coercitiva non è sufficiente – come lo è invece nei sistemi di tipo gerarchico – per promuovere la convergenza che l’egemone vorrebbe attorno a sé”.
Le potenze della Triade, e specialmente gli Stati Uniti, promuovono instancabilmente, in funzione dei propri interessi, la denazionalizzazione e la transnazionalizzazione dei rapporti economici e finanziari, dimenticando però che sono in cammino altre modalità di trans-nazionalizzazione, generatrici di solidarietà, che si configurano come fronti di resistenza planetaria.
È ciò che già succede in ordine alle lotte che coinvolgono la difesa dell’ambiente, la preservazione delle culture minacciate, il rifiuto delle politiche razziste sul terreno dell’immigrazione e di quelle volte a privatizzare la sicurezza sociale e le conquiste storiche dei lavoratori.
Le tensioni sociali crescenti su scala planetaria obbligano i sacerdoti del capitalismo cognitivo a prendere finalmente coscienza del fatto che lo spazio creato dalla globalizzazione risulta dallo sviluppo di realtà finanziarie, produttive, culturali, ecologiche, alimentari, biologiche ed altre che si stanno determinando incessantemente, su scala mondiale, in un complesso, pericoloso ma anche affascinante processo di interazioni il cui esito finale è ancora un’incognita.

Seminari come questo di Porto Alegre si inseriscono in un ampio, indispensabile, ma ancora acerbo e poco coordinato movimento di resistenza contro la minaccia che la globalizzazione neoliberista rappresenta per l’uomo e per la vita.
Per fortuna, non è detta ancora l’ultima parola.
E sono i popoli i soggetti della storia.

traduzione a cura di Luciano Marasca