La ragnatela imperialista

Nato per uccidere, l’efficacissimo slogan delle manifestazioni italiane, in inglese non funziona. Invece sul palco del Tribunale Ramsey Clark, che il 10 giugno scorso emise condanne per 19 capi d’accusa, dal sovvertimento del diritto al genocidio, era appeso lo slogan grafico dell’antimperialismo americano: una bandiera statunitense con teschi al posto delle stelle e le strisce diventate reticolati che ingabbiano popoli. Da qualche parte ho visto anche un’altra raffigurazione: un grosso ragno, una vedova nera, al centro di una ragnatela che imprigiona il mondo. Sui fili tessuti dal micidiale insetto c’erano le scritte economia, finanza, fame, embargo, guerra, uranio 238, informazione, operazioni sporche, corruzione, devastazione ambientale e altre che non ricordo. Il corpo del mostriciattolo era fatto di acronimi: Fmi, Osce, Ocse, ma dalla testa traspariva la Casa Bianca.

La Nato come meccanismo globale di dominio, controllo, governo del mondo, a guida americana. Non per nulla, quando alle convention dei due partiti omologhi Usa che ad agosto si sono candidati a sgovernare il paese e, di conseguenza, il pianeta, sono scesi in piazza i manifestanti, le parole d’ordine erano due: contro la Nato (e il Pentagono, sua centrale operativa), contro la pena di morte, il serial killer Bush jr. e, a simbolo di tutti, per la vita del rivoluzionario nero Mumia Abu Jamal.

Faciloni o manipolatori come d’uso, i nostri cronisti hanno mistificato una grande battaglia contro il governo di tutte le guerre e di tutte le colonizzazioni, nella quale pure svettavano striscioni e cartelli contro l’imperialismo, contro la Nato e contro il capitalismo, con lo stereotipo rassicurante del ritorno del popolo di Seattle, dove invece più che di imperialismo, capitalismo, Nato, si parlava di neoliberismo e globalizzazione, di signori del mondo e poteri forti e, soprattutto, di Organiz za zione Mondiale del Commercio (Wto-Omc).

Contro il cuore dell’impero capitalista

Trattavasi di edulcorare lotte che miravano, marxianamente, dritte al cuore dell’impero capitalista, verniciandole di quel buonismo pacifista che prova a deviare la sacrosanta rivolta di comunità, ceti, popoli contro il cervello della ricolonizzazione globale, verso organizzazioni senza volto e senza padrone, bersagli evanescenti e imprendibili. Gli scaltri – e qui non si parla degli ambientalisti, sindacalisti, contadini, operai, rivoluzionari scesi in piazza a Seattle o Davos, ma di certi loro mentori e presunti interpreti – facevano agli ingenui il gioco delle tre carte: dov’è la controparte? Dov’è il nemico? Non lo beccavi mai, c’erano solo quelle tre carte che roteavano, imperscrutabili: Wto, Fmi e Bm.

A Philadelphia, dai repubblicani del pluri assassino carcerario Bush jr. e del suo vice Dick Cheney, massacratore a freddo di prigionieri iracheni e uranizzatore di quel popolo, come a Los Angeles, della triade Gore-Clinton-Lieberman, la carta dei ciarlatani da tavolino è stata rivoltata e inchiodata: la figura disvelata era quella del ragno Nato con la testa a Casa Bianca. Il messaggio era perentorio: non c’è lotta al neoliberismo (che troppo spesso si dimentica essere a senso unico: libero mercato per le multinazionali Usa e qualche amichetto di cordata; per gli altri l’unica libertà è quella della subordinazione al prepotere Usa), non c’è lotta alla globalizzazione (restaurata, ma vecchia e consueta come tutti gli universalismi coloniali dai romani in qua), senza assalto al cervello motore del sistema: la ragnatela e il ragno. Un inciso (ma il tema lo riprenderemo in uno dei prossimi numeri de l’ernesto). Come si fa a mettere il cappello su tutte le Seattle, ad ergersi a combattenti contro il neoliberismo (e gli Usa non vengono nominati mai, neppure nei saggi colossal di Marcos), quando contemporaneamente si intrattengono intimi, organici, affettuosi rapporti politici ed operativi con organizzazioni sostenute e foraggiate da organismi legati agli Usa e alla Nato, come l’International Crisis Group di George Soros e Dick Cheney, mettiamo Otpor in Jugoslavia, che non solo sui loro striscioni urlano Seppelliamo il comunismo, ma nei loro manifesti ufficiali invocano liberismo, privatizzazioni totali e garanzie assolute ai capitali stranieri? A quando una risposta?

La ragnatela Nato

Torniamo alla ragnatela Nato, filamento per filamento. Gli Usa programmano dagli anni ’50 lo smembramento della Jugoslavia e la subalternità di un’Unione Europea, sempre più forte sul piano degli scambi, sempre più ansiosa di ritagliarsi una fetta della torta della ricolonizzazione del mondo. George Soros, consigliere del FMI ad assoluto controllo americano, fiduciario della Casa Bianca, speculatore con base nei paradisi fiscali, indagato per collegamenti con i cartelli colombiani della droga, è un filamento importante. Nel 1992, quando l’economia italiana è retta dalla stessa coppia di oggi, Giuliano Amato e Mario Draghi (direttore del Tesoro e autore della leggina Colaninno, che ha consentito l’illegale avventura di Telecom), Soros lancia un attacco devastante alla lira, che perde il 30% del suo valore nel momento in cui il governo mette sul mercato i gioielli di famiglia industriali della comunità nazionale. Fine di ogni velleità autonomista italiana nel Medio Oriente. Negli anni ’90, George Soros finanzia a suon di miliardi l’opposizione jugoslava e i suoi mezzi d’informazione, a partire dalla famigerata radio B-92 (oggi B2-92) che ritrasmette programmi delle emittenti Cia in Europa, funzionali ai programmi d’intervento della Nato, nonché il controstato separatista albanese-kosovaro e le sue formazioni malavitoso-guarrigliere, addestrate, nel quadro della strategia Nato, da spie ed istruttori Nato all’interno dell’Osce. Ai combattimenti nei Balcani, a partire dalla Bosnia, e poi più tardi nell’analoga strategia di secessione della Cecenia, partecipano mercenari wahabiti sauditi, guerriglieri afghani, istruttori turchi (in Cecenia anche i collauditi tagliagole dell’Uck), gestiti da consiglieri britannici e nordamericani come quelli arrestati, con tanto di armi e tritolo, in Montenegro ad agosto – fintamente Osce e tutti alle dirette dipendenze del comando Nato. Un altro filamento della ragnatela. E George Soros si fa vivo dopo la pulizia etnica totale operata dall’Uck e dalla Kfor in Kosovo, esigendo, attraverso il suo International Crisis Group (un think-tank filoalbanese del Pentagono, diretto da Soros), che sia tolto allo Stato jugoslavo il complesso minerario di Trepca, a Mitrovica, per essere magari affidato al suo cartello di ricostruttori dei Balcani. Non passano che pochi mesi e la Nato, con l’etichetta Kfor, occupa militarmente quel complesso con la scusa dell’inquinamento causato dalle sue fonderie (nessuna delle emissioni, è stato provato, superava le soglie di legge). La massima ricchezza mineraria della Jugoslavia passa sotto il controllo della finanza neoliberista e criminale: tra Soros e Nato una mano lava l’altra e il filo del ragno si rafforza.

Quando la Nato – che aveva fatto le sue prove in Iraq, sotto le mentite spoglie dell’Onu, in vista del rinnovo statutario dopo la scomparsa del nemico sovietico, per trasformarsi da organizzazione di difesa ristretta nel proprio territorio in strumento di offesa e dominio universali – stabilì a Bruxelles la centrale operativa della carneficina balcanica, mise a disposizione del burattino ridens Jamie Shea cinquanta giornalisti delle maggiori testate anglo-americane. Ogni giorno un briefing Nato impartiva a questi “informatori” le istruzioni per l’argomento del giorno: stupri (50.000, poi dalle verifiche ridotti a 800 di tutte le parti), fosse comuni (neanche una ritrovata dagli investigatori Nato), barbarie inflitte ai profughi, miliardi imboscati in Svizzera dal clan Milosevic (smentiti dalla massima autorità di controllo elvetica).

Mistificazioni imperialiste

Nascono così, anche con il concorso di agenzie di Pr al soldo dei regimi vassalli, come la famigerata Ruder & Finn, bufale tossiche come le due stragi di Sarajevo (specialità del fautore Nato e compagno di viaggio dei banditi ceceni Adriano Sofri) perpetrate da Izetbegovic, ma attribuite ai serbi (fino a smentita Onu), quella di Racak (cadaveri di separatisti Uck giustapposti come vittime civili di esecuzioni a freddo serbe), il campo di concentramento serbo (poi risultato un centro profughi con il filo spinato attorno alla troupe tv e non al campo) o, andando indietro, le incubatrici spente e le donne stuprate dagli iracheni in Kuwait (totalmente inventate). Terminali di quel comando terroristico di Bruxelles erano poi i nostri miserabili inviati e corrispondenti che, come già in Iraq, gravi ed ossequiosi ci propinavano la traduzione italiana del briefing Nato. Informazione: uno dei filamenti più preziosi.

Non si muove fuori dal Kosovo, o da qualsiasi scenario conflittuale, se non marginalmente, nemmeno quell’apparato umanitario “autentico” costituito dal no profit (mai termine fu più abusato), le organizzazioni dette non governative, ma che dai rispettivi governi guerrafondai e Nato ricevono direttive e contributi. In Kosovo ce ne sono oltre 500, quattro quinti delle quali si occupano quasi esclusivamente di albanesi. Riferiscono a Kouchner, che dopo aver fatto finta di essere un medico senza frontiere, oggi fa finta di essere un funzionario Onu, ma a sua volta riferisce a Solana, prima, e a Robertson oggi. Il ricevente ultimo poi è Madeleine Albright, che da i voti e impartisce gli ordini. Cosa è stata la spedizione del finalmente inquisito Franco Barberi, denominata Arcoba leno, se non l’apripista e la copertura umanitaria dell’occupazione Nato del Kosovo, in cordiale e subalterna collaborazione con Uck e famiglie consanguinee albanesi, che usavano i campi come centri di reclutamento e accoglienza di miliziani separatisti?

Un’operazione Nato della più bell’acqua.

Nei paesi che la Nato non è riuscita ad occupare – Cuba, Vietnam, Iraq, Jugoslavia, Libia – la criminalità organizzata ha un ruolo marginale, fisiologico. In quelli in cui la Nato ha potuto applicare la terapia prevista dall’aggregato politico-economico-culturale statunitense (l’unico statalismo, il più vigoroso, cui non si rimprovera niente; il nazionalismo più fondamentalista, anzi, come dice la Ruder & Finn, l’ultranazionalismo, che se la spassa da globalizzazione), fa da proconsole la mafia con narcotraffici (secondo l’Europol ormai l’85% dell’eroina consumata in Europa è smistata da Uck e compari, che hanno superato i colombiani anche nella coca), commercio di organi e bambini, traffici di esseri umani, controllo della prostituzione (in Italia va agli albanesi il 40% dei suoi introiti). In Kosovo, ridotto a un lupanare e spaccio di droga, oltreché a un mattatoio di serbi e altre minoranze, il mercato è alimentato soprattutto da militari Nato, funzionari Onu, volontari ONG. Mutatis mutandis, il discorso vale per Montenegro (addirittura retto da un amicone Nato, contrabbandiere e narcotrafficante, come Djukanovic), Albania (dove la Nato fa di tutto perché non torni in esistenza una qualsiasi organizzazione statale, Libano, Somalia, Afghanista… Ormai i potenziali schiavi-clienti lo sanno: obbedire alla Nato equivale ad aver mano libera in corruzione, ladrocinio, traffici, omicidio. A sua volta è la criminalità organizzata – i casi svizzeri di quest’estate lo ribadiscono – a fornire le integrazioni finanziarie per gli spostamenti di capitali necessari a mettere in ginocchio chi la Nato osteggia e a sostenere chi della Nato si fa complice e ascaro. Strettamente intrecciato a quello delle narcomafie e dei trafficanti di umani è il filo del ragno che serve a demolire il concetto fondante della libertà moderna, la sovranità, considerato statalista, ultranazionalista, anti-individualista, arcaico, nemico dello sviluppo. Là dove regna la criminalità organizzata, protetta ed armata dalla Nato nelle sue varie forme e che ricambia con ricchi trasferimenti finanziari alle formazioni destabilizzatrici della sovranità e unità nazionale, là lo Stato si estingue e i patti si stringono tra investitori e speculatori multinazionali e delinquenza locale e internazionale.

Caso Cermis e subaldernità

A quali devastazioni la subalternità e la partecipazione alla Nato a guida Usa abbia portato non solo i paesi da democratizzare, ma anche i cosiddetti alleati è stato illustrato in termini incontrovertibili dal caso Cermis. Dopo che piloti assassini, diretti da comandi coloniali e colonizzati, coperti da istituzioni che rinnegano il proprio mandato popolare, sono stati processati fuori dalla giurisdizione dei loro delitti, assolti e trasformati in vittime di diffamazioni mediatiche da perseguire giudizialmente, il governo italiano non si è peritato di contrastare le sacrosante rivendicazioni della magistratura italiana, delle organizzazioni di difesa dei lavoratori, degli enti locali preposti alla tutela della sicurezza dei cittadini.

Se non fossero bastate le basi e attività, tutte illegali ai termini della Costituzione, di Usa e Nato in Italia (le stesse che Rambouillet voleva clandestinamente imporre alla Jugoslavia che, invece, ha rifiutato una simile disintegrazione della propria sovranità e per questo ha pagato), l’episodio del Cermis rappresenta il culmine visibile di un nuovo, barbarico diritto che pone i cittadini di qualsiasi paese, loro vita compresa, alla mercé dell’arbitrio e degli interessi del comando Nato. Nato come punta di lancia del sistema economico-politico-militare americano, che tanto meglio procede nella colonizzazione imperialista del mondo, quanto meno intralci di sovranità statale incontra nel suo cammino. Tanto basta per dare l’esatto significato alle parole ddella comunità internazionale, da autodeterminazione dei popoli a diritti umani, a democratizzazione. Sconcerta, a questo proposito, quanti si lascino trascinare a scimmiottare il discorso antistatalista e finto liberista dell’imperialismo Nato, proponendo devolution, dimagrimenti del pubblico e dello Stato, democrazie municipali, frammentazioni a non finire, dai leghisti (riconoscibili) ai criptoleghisti di certi movimenti sociali: non fanno che fornire dal basso una sponda, un riflesso speculare, alla demolizione delle istituzioni preposte alla difesa degli interessi collettivi – tanto più vasti e fondamentali quanto più sotto attacco imperialistico – propagandata dall’alto dai più potenti attori del libero mercato (al 70% americani), dai loro sicofanti teorici e mediatici, imposta col ricatto dalle organizzazioni multilaterali globali a guida Usa e, alla resa dei conti, dalle bombe e dai golpe Nato. Quanto il governo Nato, gli Usa, si sono opposti al tribunale Penale Internazionale messo in piedi a Roma nel ’98, fino a paralizzarlo definitivamente, tanto si sono adoperati per mettere in piedi quello dell’Aja e mascherarlo con tocco e toga da magistrato. Come documentato minuziosamente dagli investigatori degli studi legali americani che hanno accusato di crimini di guerra e contro l’umanità le due signore procuratrici Louise Harbour e Carla del Ponte, quel tribunale è stato voluto e finanziato (350.000 dollari iniziali) da Washington e diretto passo per passo dalla Nato, fino a disporre iniziative giuridiche come l’incriminazione di Milosevic in coincidenza con movimenti critici di opinione pubblica sollecitati dalle rivelazione sulla truffa di Rambouillet o da troppi effetti collaterali. Il filo di ragno giuridico, del quale abbiamo trattato diffusamente nel precedente numero de l’ernesto, è uno degli assi portanti della ragnatela.

In conclusione, esistendo sul piano politico-economico contraddizioni interimperialistiche crescenti tra lo Stato nordamericano e un’Europa a indiscutibile conduzione franco-tedesca, che ambisce a ritagliarsi spazi strategici ed economici perduti (Medio Oriente, Eurasia, commercio mondiale) o da conquistare, la Nato ad assoluta guida statunitense si è vista assegnare (come in altri settori l’Fmi, il Wto o la Bm) il compito di far valere sugli alleati l’immensa preponderanza del potenziale militare americano, estremo e risolutivo strumento per l’egemonia imperiale pianificata da Washington, con tanta maggiore brutalità ed urgenza quanto più gli europei si avvicinano all’obiettivo della propria forza di pronto intervento coloniale e alla professionalizzazione in funzione aggressiva esterna ed interna dei propri eserciti.

La scelta dell’estremista sionista Lieberman – uno che ha nulla da ridire sul termine serpenti velenosi riservato dagli integralisti governativi israeliani agli arabi tout court – a vice del candidato democratico Gore testimonia della determinazione americana di utilizzare l’asse israelo-turco-islamico fondamentalista per la normalizzazione dello spazio mediorientale e la conquista di quello caucasico, portate avanti dagli Usa con insegne Nato, più salmerie associate, attraverso la distruzione dell’Iraq e con la totale neutralizzazione delle aspirazioni europee e, allora ancora non sul piano formale, delle Nazioni Unite e del loro apparato giuridico e militare.

Penetrazione Usa in Eurasia

L’accoppiata Clinton-Albright ha fatto della Nato e del suo intervento nei Balcani il rompighiaccio della penetrazione americana in Eurasia e il castigamatti, con la cattura di Ungheria, Polonia, Cechia e presto degli altri paesi est-europei, delle ambizioni di mercato europee e soprattutto germaniche. Tanto per dire che nome e che faccia abbia la Nato. Seguiranno, trainati dai reciproci finanziamenti Nato-transnazionali, i protagonisti della globalizzazione cosiddetta neoliberista. E le mafie.

Di questa complementarietà, di questo connubio, nel quale il militarismo imperiale americano si mette benevolmente sul braccio il distintivo Nato (ma quando si tratta di bombardare quotidianamente l’Iraq, gli angloamericani ne fanno benissimo a meno), c’è un’altra accoppiata-simbolo: Bush jr. – Cheney. Di Bush e del suo assassinio quotidiano, della tara paterna inflitta a un figlio, sprovveduto in tutto fuorché nel talento di far finire il mondo, sappiamo abbondantemente. Ma se c’è un uomo-Nato questi è Dick Cheney. Da segretario alla Difesa sotto Bush padre all’epoca della Tempesta nel deserto, della guerra nucleare a bassa intensità contro l’Iraq e dell’embargo controllato dagli spioni Cia e Mossad (poi rilanciati alla grande contro la Jugoslavia), Cheney era stato tra i primi a perorare la Nuova Nato, modificata, come avvenne nell’aprile del massacro jugoslavo, per consentire agli Usa di colpire, anche nuclearmente, trascinandosi dietro i sub alleati Nato, chiunque si opponesse alla Comunità Interna zionale, e di ridurre alla ragione, economicamente o con trucchetti strategici di tipo balcanico, i meno ossequiosi tra i complici nella ricolonizzazione capitalistica.

Da segretario alla Difesa, Cheney gestì una delle più grandi privatizzazioni nella storia del Pentagono, indirizzando milioni di dollari militari a società civili. Due anni dopo aver lasciato l’incarico, Cheney raccolse i frutti della sua semina. Nel 1992, il Pentagono di Cheney stanziò alla texana Brown & Root services 4 milioni di dollari per un rapporto segreto che illustrava come società private potessero fornire assistenza logistica per le truppe Usa-Nato in potenziali zone di guerra di tutto il mondo: la Nato, per Cheney, era già diventata planetaria. Qualche mese dopo, la B&R ottenne altri 5 milioni di dollari (tra parentesi, alla nota Ruder & Finn venne pagato dal Pentagono l’onorario di 16 milioni l’anno) per aggiornare il rapporto. Ancora in quell’anno, alla B&R venne affidato un contratto miliardario quinquennale per lavori logistici (aeroporti, basi militari, strade, porti in Kosovo (dove poi fu in effetti costruita la più grande base Usa d’Europa), molto tempo prima di quando a Belgrado venne imputata la responsabilità per la secessione Uck.

Nel 1995 Cheney divenne responsabile della Halliburton Company, un gigante petrolifero di Dallas che controlla, guarda caso, la B&R. Da questa compagnia Cheney incassò la bellezza di 10 milioni di dollari tra salari e azioni. Oggi ne è il massimo azionista e controlla un capitale azionario di oltre 40 milioni di dollari. Per conquistare giacimenti e contratti in Eurasia è prevista, cda scommetterci, la Nato e il suo sistema di reclutamento di mercenari. Sempre tra il ’92 e il ’98, la Brown & Root ottenne un altro miliardo e 200 milioni di dollari per lavori vari Usa e Nato in zone di frizione internazionali. Un Cheney sempre sulla cresta dell’onda per meriti guerrafondai ottenne per la sua ditta un contratto di cinque anni e 731 milioni di dollari per lavori del Genio Nato nei Balcani. E fu la base Usa in Kosovo. Alla faccia di questo strepitoso conflitto d’interessi (da chi mai avranno imparato Berlusconi e imitatori?), Cheney è tornato all’amministrazione statunitense in un ruolo di ancor maggiore potere. Da candidato vicepresidente ha dichiarato senza un’ombra di imbarazzo: Affidarsi a un appalto privato, forte di 20.000 dipendenti sparsi sul globo al servizio della Nato, che si occupi di costruzione di basi, rifornimenti, smaltimento dei rifiuti (magari tossici e radioattivi, lanciati su popolazioni inermi, ndr), lavanderia, mense, libera i soldati Usa e Nato a fare il lavoro per il quale sono stati addestrati. Business as usual con politics as usual: l’integrazione trasnazionali-Nato-guerra è da più di un decennio la stella polare di Dick Cheney. Un neoliberismo che puzza di imperialismo da emisfero ad emisfero.

Rimarrebbe da parlare delle operazioni sporche con le quali, nel quadro Nato e con la capillare, decisiva direzione e collaborazione di questa Alleanza già nordatlantica e oggi planetaria, gli Usa hanno stabilizzato, destabilizzato, distrutto, affamato, ricattato, ucciso popoli e politici in tutto il mondo. Ma se Chomsky scrive che non c’è covert action condotta per conto degli Stati Uniti che non sia stata originata o diretta da ambienti Usa inseriti nella Nato, c’è da credergli. Quanto all’Italia, basterebbe sentire il giudice delle stragi (Nato, meglio che di Stato) Salvini, o la spia Gianadelio Maletti.

L’International Action Center, l’organizzazione di Ramsey Clark protagonista degli scontri di Filadelfia e Los Angeles, ha chiuso la seduta di condanna del Tribunale con la parola d’ordine: Distruggere la Nato, cancellare il Pentagono. Termini complementari. Come dargli torto? Anche perché, amici di Seattle, se non vogliamo i semi transgenici, prima dobbiamo neutralizzare Washington che con la sua Nato, alla fine, ce li porta a forza di bombe.