La ragnatela del precariato

FABBRICA E SOCIETÀ AVVOLTE NELLA MODERNA TELA DELLO SFRUTTAMENTO.

1. Il Primo Maggio di Milano è stato uno straordinario evento, nazionale ed europeo. Al mattino, ma non è questo che costituisce novità, sono scesi in piazza i lavoratori, i sopravvissuti, del tempo indeterminato. Al pomeriggio l’evento: che si è autorappresentato con la galassia del tempo determinato, in testa i “CHAINWORKERS”, lavoratori delle grandi catene, e poi centomila precari e più, un mondo che la legge 30 sta portando a crescita esponenziale, che è il mondo dei flessibili senza diritti, dei centauri del nuovo lavoro “metà occupati – metà disoccupati”. Una “flora sociale” interessantissima. Il sociologo li guarda con una avida curiosità, simile a quella con cui l’entomologo studia le api o le formiche. Ma non ci basta. Sono, domandiamocelo, le avanguardie di una nuova classe operaia che si annuncia, o sono nuovi “lumpen”, proletariato senza futuro, “miserable”, come li snobbava Marx? Avesse visto passare quel corteo, Antonio Gramsci – che già osservava con sospetto quelle manifestazioni in cui gli operai issavano gli striscioni, ognuno della propria fabbrica, e auspicava che tutti, dai metallurgici alle sartine, si collocassero sotto la stessa bandiera, rossa e unica, del proletariato, ebbene, sarebbe rimasto scosso nel vedere come questi equilibristi del lavoro si definissero secondo un lessico ermetico, un codice: dai CO.CO.CO agli schiavi del part-time, dagli interinali ai free-lance, dagli stagisti perenni a quegli intermittenti resi popolari dalle lotte francesi. Ma chi sono? Ma che alfabeto è mai il loro? E, soprattutto, cosa vogliono e dove vanno, sospingendo addirittura la statua di un santo, “San precario”? È sicuramente difficile proporci di catalogare un mondo che si è così scomposto e che, se non è la nuova classe operaia – e oggi non lo è – è ancora più difficile dire cosa rappresenta? È forse allora un nuovo esercito di riserva del proletariato? Ma qui mi fermo con gli interrogativi. Se è già complicato descrivere i soggetti dell’Euro May Day Parade, figuriamoci quant’è difficile proporci di organizzarli. È complicato perché: non hanno una categoria e, quindi, un contratto collettivo di riferimento; molti sono “allocati in prestito a tempo” presso un’impresa ma dipendono da altri, sono in pratica nel serbatoio di un’agenzia, e così quella organizzazione del lavoro “a matrice” che aveva ben studiato Galbraith per la fabbrica, viene adattata al territorio; non risiedono conseguentemente, se non per brevi periodi, in un luogo fisso in cui crescere competenze, conoscere, tessere relazioni; sono lavoratori provvisori e sospesi in tutto e per tutto e ridotti ad essere competitivi con chi sta loro a fianco; e ancora, proprio per l’intercambiabilità e la temporaneità delle prestazioni (loro) richieste, è evidentemente offerto loro solo il lavoro a basso contenuto tecnologico o del quale non vedono lo scopo e, del resto e infine, essendosi impostata l’impresa italiana solo per reggere alla competizione di prezzo e, quindi, solo sulla committenza delle sub-forniture di un lavoro povero per acquisire la quale si comprime il fattore costo, ebbene, questi lavoratori (usa e getta) diventano del tutto funzionali, anzi organici, perché sempre sostituibili in prestazioni sempre interrompibili, a questa economia che sta declinando. Sono funzionali e organici al declino. A questo ci sta portando la libertà di impresa che prevarica sulla cultura dei diritti e della sicurezza sociale.

2. La formazione scolastica pertanto non serve per il lavoro povero, anzi, le eccellenze – che pure l’Università sforna ogni anno, almeno finora, poi andrà a regime la Moratti – per vivere (questi laureati di qualità) sono costretti a fare i centralinisti nei call-center a 700 euro al mese. Per vivere alla giornata però, perché poi, domandiamocelo, come faranno questi giovani a pagarsi un’assicurazione per garantirsi una pensione o a sostenere un mutuo, e se decidessero di “mettere su” casa? Anche questo è precariato: se il lavoro è precario, la società lo diventa. E per combattere questa precarietà che, in causa ed effetti, ha questi due volti speculari, dobbiamo proporci di “escludere l’esclusione” nei due ambiti in cui essa si manifesta: nel lavoro e nella società. E se il lavoro è cambiato, partiamo da qui, proporci di “cambiare il lavoro cambiato”, coscienti che oggi la precarietà è diventata il fondamento del rapporto di lavoro stesso. Mi spiego meglio: se negli anni ’80 andava di moda parlare di scomparsa della classe operaia, era uno dei miti ideologici indotti dall’era del neoliberismo assunti anche da certa sinistra, oggi di converso si fanno i conti con la crescita dei salariati, ma crescono i salariati precari, crescono i nuovi poveri. Insomma il lavoro salariato si estende ma, insieme, si degrada: cresce declinando. Se non ci si mette mano, quel che avanza non è sicuramente l’annuncio di una nuova classe operaia, ma solo l’avanguardia della retrocessione sociale. Che non si sa dove vada. In ogni caso quei soggetti oggi ci hanno detto che ci sono, quei precari si sono resi visibili. C’è però una massa che ancora non manifesta. Sono gli immigrati. Se i precari possono essere già catalogati scolasticamente come l’esercito di riserva del proletariato del lavoro certo, gli immigrati, con lo stesso metro, possono essere definiti come l’esercito degli invisibili che è di riserva al precariato stesso. Sono i più sfruttati, tanto non si possono ribellare in quanto il licenziamento è incorporato nel permesso di soggiorno, sono i più esposti al lavoro pesante nell’edilizia e nei campi e al lavoro nocivo delle concerie e della chimica. Eppure utilissimi: si pensi al lavoro di cura delle badanti per gli anziani. Se non c’è qualcuno che impugna la bandiera delle loro condizioni e dei loro diritti, della loro cittadinanza insomma, una bandiera che, in quanto ricattabili, non possono impugnare loro stessi, ebbene il pericolo che l’esercito di riserva del precariato diventi esercito “politico” di riserva (magari per le destre) è assai concreto. È il pericolo che venga fatta impugnare loro la bandiera sbagliata. L’aggancio con questa massa che è in espansione – perché se le merci, nella globalizzazione, in questa globalizzazione, vanno laddove il lavoro costa meno, gli uomini si muovono verso i luoghi in cui sia, pensano, migliore la speranza di vita e il loro cammino, pur contrastato, è inarrestabile – può avvenire (l’aggancio) solo con il riconoscimento pieno del loro diritto ad essere cittadini, avere diritti, votare, poter difendere la dignità, uscire insomma dall’invisibilità opprimente del precariato di riserva. E questo, il renderli visibili, è un tratto della nostra battaglia. Il considerare che dietro i precari spinge insomma un esercito di tutte le razze del pianeta, ma è un esercito di disperati che non ha nulla da perdere. E a questo esercito va dato un obiettivo, un piano. Perché senza obiettivo, se non quello degli interessi vitali, questo esercito può andare ovunque e al seguito di chiunque.

3. Ma la precarietà non si è sviluppata solo fuori dalla fabbrica e, quindi, non si è moltiplicata solo nel mondo dei servizi esterni del commercio, dei trasporti, dei lavori stagionali nei campi o sul mare, nella scuola come nell’industria diffusa dei capannoni o nei sottoscala, dove si confezionano scarpe ed abiti, come negli studi di ingegneria o negli atelier della moda più raffinata del “made in Italy”. La precarietà è entrata in fabbrica. Anche la fabbrica, l’antica “caserma del proletariato”, quando rimane, cambia volto. Quando non è stata delocalizzata in Romania, o in un “altro altrove” dove il lavoro è pagato 40 centesimi di euro l’ora, oppure quando il padrone non decide di chiudere baracca del tutto e si mette a fare l’immobiliarista sulle aree lasciate dismesse dalla deindustrializazione, aree che l’Ente locale, si capisce, gli deve prima bonificare e poi infrastrutturare. In questi due casi, delocalizzazione e chiusura, si gettano sul lastrico lavoratori che, se non anziani – il precario se cinquantenne vive la peggiore delle condizioni – hanno il destino segnato: diventare artigiani, ma come “professionisti poveri”; consegnarsi in ostaggio alle agenzie private di collocamento che, ogni tanto, li smisteranno qua e là; partecipare in eterno ai corsi di formazione senza sbocco che Regione e Provincia organizzano per preparare questi “esuberi” ad un lavoro che non ci sarà. Questi sono i precari consegnati al territorio. È questa, domandiamoci, la cultura delle opportunità dentro la società della conoscenza, ove c’è chi è capace e chi, per colpa sua, si taglia fuori? Ma anche la fabbrica, nel caso rimanga, genera precari interni. Li genera, ancora, in due direzioni: con le esternalizzazioni, questa volta di funzioni e personale. È la prima direzione, in quanto la fabbrica viene esplosa sul territorio in tanti frammenti. Un solo esempio: se una volta per fermare la Fiat bastava bloccare le “fosse di convergenza” perché erano l’incrocio di tutto il lavoro dentro”, oggi devi bloccare la tangenziale perché è da lì che arrivano “dentro” i componenti costruiti “fuori”. Seconda direzione: con la frantumazione dei contratti. Esempio: laddove 1000 operai facevano, in quella fabbrica, riferimento ad un solo contratto collettivo di lavoro – meccanico, chimico, tessile o altro – oggi appaiono 5/6 contratti ma, attenzione, questi contratti insistono solo su parte di quegli operai, perché l’altra parte si è venuta via via a comporre di precari, la new entry del tempo determinato nelle 32 tipologie che la legge 30 offre all’impresa e che ha preso il posto, appunto in parte, degli anziani del tempo indeterminato fatti scivolare fuori, prepensionandoli. La fabbrica è diventata così duale: è dentro (frantumata e concentrata) ed è fuori (frantumata e diffusa). Come cambiare il lavoro cambiato se è cambiato così? Come combattere la precarietà che è già nella fabbrica, dentro e fuori, e nel territorio? Ci rassegniamo, ancora domandiamoci, al processo che, nella catena del valore del prodotto, vede l’industria ridursi alla sola fabbricazione e montaggio, e tutto il resto diventa NIDIL, territorio, telecomunicazioni, commercio, o proviamo invece a ridurre le disuguaglianze profonde che questo processo sta comportando? Belle domande. La risposta indaga sulla ricomposizione dell’unità della classe.

4. Dobbiamo, a mio modo di vedere, proporci almeno tre cose, sempre relativamente alla fabbrica testè descritta:

a) proporci, già culturalmente e innanzi tutto, di girare pagina rispetto all’idea, fatta propria anche dai riformisti ulivisti, che nei momenti di difficoltà economica, per superarli, sia giusto tagliare le ali deboli del mercato del lavoro: sui giovani in ingresso, quindi, e sugli immigrati. Oltretutto, taluno aggiunge, la flessibilità è libertà individuale, ragione per cui i giovani la desidererebbero. Per ora tagliamo, perciò sostenevano, poi, passata la “nuttata”, si vedrà. Risultato: si è tagliato ma la “nuttata” non è passata.

b) Proporci, sul sito, di riunificare in uno tutti i contratti e, nello stesso contratto unico collettivo e nazionale, lottare per portarci tutti i lavoratori del sito, strappando gli “indeterminati” alle 4/5 diverse condizioni contrattuali in cui sono stati scomposti artatamente e, insieme, strappare i “determinati” dalla tastiera lunga delle tipologie della legge 30. Questo il primo ineludibile passo: il contratto unico di sito o di filiera. Ma se dobbiamo dotarci di una strategia, è questo primo passo che ci deve anche indicare dove andare: e dobbiamo andare a un contratto unico dell’industria in Italia e ai contratti unici di categoria in Europa. Questa la proposta: un unico contratto, ad esempio, dei metalmeccanici europei. Più si è simili, più si è forti. Si sappia che, però, già il federalismo contrattuale di Treu e il contratto degli artigiani si muovono in direzione opposta. Non si è usciti da quella cultura “capitolarda”

c) Proporci appunto una strategia di riunificazione – ricomporre laddove il capitale ha diviso – ma anche una tattica per penetrare, con progetti fattibili, nella torre di Babele dei 100 linguaggi non comunicanti che è diventata la fabbrica del terzo Millennio, dove è, oggi, già difficile tenere un’assemblea che parli a tutti, avanzare una richiesta generale, respingere insieme un sopruso. E ci entri solo con la vertenzialità e con un patto. A ben guardare le lotte di Melfi, o dei cantieristi navali di Fincantieri o di NCA, o dei tranvieri di Milano sono importanti perché toccano proprio questo nervo scoperto della ricomposizione, dove, in antitesi alla riedizione del patto concertativo tra i produttori che avanza la nuova Confindustria, si sostiene un altro patto, la FIOM lo dice nel suo XXIII Congresso: un patto di classe tra “garantiti” (brutto termine) e precari, un patto “leonino” Con quell’obiettivo, l’unità della classe stessa. E il patto lo fai avanzare vertenza per vertenza.
Siintesi: cultura laburista, contratto di sito, contratto unico, patto tra lavoratori certi e incerti. Questo è il progetto. Ma un Partito politico non può lasciare questo progetto nelle sole mani di un Sindacato. Il primo obiettivo che questo Partito deve porsi è quello di cancellare questa jattura della legge 30, lubrificare il cammino del patto e, parallelamente, far avanzare una Legge sulla democrazia sindacale. C’è questa volontà?

5. Nel passato non c’era questa volontà già tra i riformisti, in quanto si sosteneva tutt’altra analisi. Si sosteneva, già vi facemmo cenno, l’apologetica del sottosalario per i giovani quale condizione unica per rilanciare la possibilità di competere per l’impresa e per dare lavoro ai giovani stessi. Si è così legittimata la contrapposizione dei padri opposti ai figli, ai quali l’egoismo dei padri precludeva il futuro. Era la menzogna della Confindustria di D’Amato, che però si è potuta accreditare solo con il consenso dei chierici sindacali e degli yes-man ulivisti. Così i precari del pacchetto Treu, con Maroni, sono diventati milioni e milioni. E se oggi questo Gover no repellente calpesta leggi e diritti in materia di lavoro, lo può fare – si abbia il coraggio di ricordarlo perché i lavoratori non siano ancora imbrogliati – solo perché il Governo precedente non ha portato al voto, pur avendone i numeri, quella Legge sulle rappresentanze che avrebbe oggi impedito il dissesto, il massacro del mercato del lavoro. Ma, almeno, è aumentata l’occupazione? Il gioco, insomma, è valso la candela? Neanche per sogno: la riduzione di salario e diritti e l’esplosione della flessibilità, ovvero della precarietà, non hanno creato un posto di lavoro in più, si è solo regalato un risparmio all’impresa. Anzi i posti di lavoro, veri e pieni, sono addirittura calati, anche se ciò non viene fatto apparire, in quanto la frantumazione di ogni prestazione lavorativa in più spezzoni consente a Berlusconi di mentire: di non dire cioè che la disoccupazione è stata solo spazzata sotto il tappeto di una falsificazione statistica. E si è aderito – riformisti in testa (Berlusconi ha tante colpe, ma non tutte) – si è ade-rito alla mistica dell’impresa “nana” che, secondo D’Amato e il creativo Tremonti, avrebbe portato l’Italia in Europa. Risultato: a un’economia che chiedeva il balzo in avanti con la programmazione, la ricerca, l’innovazione anche nei prodotti, la formazione continua, il lavoro ricco e certo, ebbene il padronato italiano, nano anch’esso, rispondeva con il salto indietro dello scontro sociale prima sull’articolo 18, contro l’estensione della giusta causa, poi sulla legge 30, questo manifesto della modernità neoliberista italiana. Un salto mortale accolto dal “silenzio assordante” dei riformisti. Il silenzio continua anche oggi, quando è lo stesso Luca di Montezemolo che si accorge che qualcosa nel sistema non va e capisce che, per salvaguardare direttamente i propri interessi, deve tornare in prima linea la grande borghesia. E pone così questioni come il rilancio della grande industria e (udite udite) la presenza dello Stato in economia che, però, paradosso, sono temi assenti nell’agenda di Treu e Bersani. Bisognerà però vedere se le aperture, o detto meglio, la discontinuità rispetto a D’Amato, del Montezemolo, Presidente della Confindustria, verranno ascoltate dal Montezemolo presidente della Fiat. Torniamo agli ulivisti che permangono nel campo scivoloso di quella cultura che ha portato Berlusconi al Governo e l’Italia al dissesto. E, anzi, insistono, proponendosi oggi di trasferire “i risparmi” dei tagli alla previdenza su assistenza e ammortizzatori, aderendo alle ipotesi neo concertative che ancora Montezemolo adombra – l’altra parte della sua proposta – nell’idea che, si rilanci certo la grande industria, ma solo con il sostegno del Governo che sarà, nel silenzio concertato e permanendo il quadro di flessibilità della mano d’opera al quale si è arrivati.

6. Il problema della precarietà può essere, invece e a nostro modesto avviso, affrontato con 5 punti di approccio:

a) Il primo è la sintesi di cose già dette: la riunificazione dei trattamenti sullo stesso sito e, quindi, tutti i lavoratori del sito o filiera, “indeterminati” e “determinati”, da assorbire nello stesso contratto collettivo nazionale, che è altra cosa, si sappia, dal “contratto di territorio”, che invece è la gabbia federalista che la Lega sostiene e che Treu pare apprezzare. Unico contratto di sito, unico contratto nazionale e, in prospettiva, unico contratto nazionale dell’industria e contratti europei di categoria (in Germania i lavoratori industriali sono in soli tre contratti collettivi). Salario e diritti europei perciò, non della Brianza!

b) Il secondo è la cancellazione della Legge 30 e l’approvazione di una legge sulle rappresentanze. Per la Legge 30 si è aperto, con il voto ultimo di giugno, uno spazio importante nei Comuni e nelle Province, conquistate o confermate. Non aspettiamo perciò che Berlusconi sia cacciato, cominciamo a tagliargli l’erba sotto i piedi, intervenendo proprio negli enti locali contro la precarietà e per l’unità dei lavoratori, disattiviamo prima la legge 30: riqualificando i centri per l’impiego, proponendosi il controllo delle mille agenzie del moderno caporalato, strumentando l’anagrafe della disoccupazione, affermando il collocamento pubblico almeno per le aziende pubbliche. Insomma smontando la legge 30 già negli Enti Locali prepariamo la sua cancellazione abrogativa

c) Il terzo, sul quale non solo i riformisti sono in ritardo ma lo è anche la sinistra di alternativa, è un progetto economico e sociale per il paese: quale industria, quale credito, quali consumi, quali settori, quali distretti, dove investire, cosa importare e cosa esportare. Ma sei riformisti scelgono di non avere un programma – altrimenti che riformisti sarebbero? – è inconcepibile che la “sinistra di alternativa” in “nuce” non si proponga di affrontare il tema dell’”alternativa di sinistra” che è un progetto , un contenuto, il contenuto. E se non c’è un progetto, ma che sinistra di alternativa sarebbe mai? E, poi, su che base sfidi Montezemolo e la sua svolta che è, allo stesso tempo, interessante ed insidiosa? A meno che si pensi di fare i grilli parlanti che criticano i riformisti restando sul loro terreno.

d) Il quarto è la formazione, che può essere solo in raccordo al progetto. Oggi la formazione è, più di ieri, un volto della democrazia. Raccordata al progetto (e alla lotta per sostenerlo) è la via d’uscita principale dalla dimensione della precarietà, mentre il mondo della formazione disegnato da Letizia Moratti si configura, all’opposto, quale palestra di addestramento alla precarietà permanente. La via d’uscita passa per le conoscenze, senza le quali i precari restano tali e, quindi, in condizione semi-servile, emarginati e costretti ad essere per sempre, “intermittenti” o, comunque, prigionieri del lavoro debole che, in ogni caso, li punisce ma, nel contempo, li ricatta.

e) Il quinto ed ultimo punto risiede in quella constatazione che la precarietà avvolge a ragnatela, in un tutt’uno, la fabbrica ed il territorio. Se sei precario nella tua condizione di lavoro, o semi-lavoro, lo sei anche come cittadino nell’accesso ai ser-vizi che ti è impedito: sei un cittadino a metà. Pertanto il conflitto in fabbrica per unificare, come a Melfi, non esaurisce affatto la lotta alla precarietà se non diventa lotta per la casa, per un buon servizio sanitario, per trasporti, per la cultura. Bisogna raccordare fabbrica a territorio e, già nella fabbrica, bisogna cominciare a dissuadere la flessibilità convincendo il padrone – e non lo convinci con un convegno o un’intervista – a sborsare una quota si salario aggiuntiva verso la collettività, per finanziare il sostegno economico nei periodi di intermittenza lavorativa. Va tenuto insomma dispiegato, aperto, il ragionamento sul cosiddetto “salario sociale”, che è però l’impresa che deve sostenere, perché è l’impresa che ha, sempre, una responsabilità sociale. Chi impugna e sviluppa questi punti, o altri, si muove verso la conquista del mondo del precariato e delle masse silenti del sottoprecariato. Se è un partito politico, esso lega il suo futuro al futuro di questo mondo in evoluzione continua. Ma, ancora, se è un partito, esso deve avere progetti, proposte e deve sostenerli facendo il “proprio mestiere” di partito, che non si esauriscono aderendo solo alla Euro May Day Parade, come hanno fatto bene a aderire alcuni partiti. Non basta, il partito non è un corteo, se il corteo non sviluppa una politica e non si propone una cultura e una egemonia.

7. C’è un ultimo punto: quel corteo del 1° Maggio marcia per affermare i propri interessi – i precari che vogliono il lavoro e diritti certi in fabbrica e nel territorio – ma non è ancora il corteo della nuova classe operaia. Lavoriamo perché lo diventi. Sempre che la classe – non è quella che segue una esercitazione pedissequa – noi continuiamo ad intenderla come collettivo vasto di soggetti sociali che battendosi per i propri interessi immediati – il salario, l’orario, l’affitto giusto, i prezzi equi – matura nella lotta, il convincimento che, per garantirsi una risposta duratura e di qualità a quegli interessi e bisogni bisogna conquistare più potere nel sistema – in leggi e contratti a rappresentare degli interessi – fino alla conquista del sistema stesso, nell’idea che il mondo che noi vogliamo diventa possibile solo se, in quel mondo, il lavoro sarà centrale politicamente, conti e pesi con i suoi soggetti e non resti a gridare e a protestare, pur nella sua impotente centralità sociale. La lotta e la protesta siano finalizzati alla ricomposizione dello iato tra centralità sociale (del lavoro) e centralità politica. La coscienza degli interessi diventa coscienza di classe solo se entra in questa connessione virtuosa. Il Partito indica la strada che il Sindacato con la sua autonomia e con la lotta persegue nei luoghi – fabbriche, servizi, scuole, territorio – in cui il salto di coscienza può avvenire avanzando, con la lotta, la saldatura precari-garantiti, avanzando quel patto. Con una possibile novità: se oggi in Italia può ritornare il lavoro industriale della grande fabbrica, opzione che dobbiamo sostenere anche con la formazione, si sappia che in quella fabbrica riprenderà consistenza anche il lavoro, e il lavoratore industriale, che potrà così attrarre, sciogliendola, sia la precarietà delle esternalizzazioni che quella dispersa sul territorio. Ma non lasciamo il progetto in mano a Montezemolo. I protagonisti della battaglia di Melfi, di Fincantieri, dell’Alfa di Arese, della Polti di Cosenza, di Mirafiori, dell’ATM di Milano diventino i protagonisti della trasformazione radicale economico-sociale del Paese. Dobbiamo far conoscere questa consapevolezza di classe aprendo un fronte dialettico con quanti, dentro il movimento, pensano invece che:
– il precariato debba restare tale, restare “lumpenproletariat” e mai entrare nella dimensione superiore – fabbrica, ufficio, scuola – perché dimensione opprimente e quindi deve limitarsi, questo il precariato, a rivolgersi a un Governo o a un Comune (e non a un padrone) per avere garantito un “salario sociale” e non solo per le intermittenze. Questo è adattamento alla fase, non ricerca del suo superamento. Non va in direzione di quel patto;
– il movimento non debba misurarsi con il progetto di una società e un’economia diversa ma solo “disubbidire” al governo di questa società. Ma la disubbidienza lascia le cose come stanno, lascia sopra chi sta sopra e sotto chi sta sotto. Si resta nella dimensione rassegnata del “non c’è niente da fare ma almeno diciamo di no”, che non dovrebbe essere propria delle giovani generazioni che non hanno introiettato il senso della sconfitta delle generazioni precedenti. I giovani debbono essere ribelli non disobbedienti;
– si debba “cambiare il mondo senza perdere il potere” secondo uno slogan del movimento che un partito deve trattare con cautela. Un partito, se cerca di essere organico a quel patto e a un progetto di trasformazione, deve sempre proporsi di portare al livello più alto possibile la difesa degli interessi di quanti – giovani, anziani, donne, uomini, lavoratori, precari, malati, immigrati – ripongono fiducia in quel partito. È il problema alto del conquistare l’egemonia, intellettuale e morale, nella testa della gente. Berlusconi nel 2001 ha vinto perché ha fatto questa operazione. Se non si fa questa operazione – e la può fare in Italia solo la sinistra di alternativa che sarà – allora si appalesa il rischio Inghilterra, che è visto non come rischio nelle teste d’uovo riformiste. Lo rappresento con le parole che Gianni Rinaldini ha usato nella relazione congressuale della FIOM: “lo schema che c’è la Tatcher che fa il lavoro sporco, lo scasso sociale e poi subentra Tony Blair, non è lo schema auspicabile”.
Ben detto, facciamo perciò maturare nella lotta un’altra condizione che, in metafora, porti al prossimo primo Maggio dove, unito, torni in piazza il lavoro riconquistato come “certo” per tutti. Sfili il patto e, per riconciliarci con Gramsci, sfili sotto l’unica e rossa bandiera del proletariato.