La questione comunista

Caro Marco, non sono d’accordo. Non sono d’accordo con la critica, con la strategia, con la cultura politica che ci proponi.

Il tuo articolo si apre con un epitaffio alla anomalia italiana. Tu affermi che la scomparsa della falce e martello dal simbolo della lista della Sinistra l’Arcobaleno corrisponde al trionfo di Occhetto e della sua Bolognina. Insomma i comunisti sono stati sconfitti, battuti, umiliati, perché «di fronte alla scelta tra l’avere una rappresentanza istituzionale e l’abiurare i loro simboli e la loro storia» hanno deciso di vendersi per un piatto di lenticchie.

E’ critica violenta ed ingenerosa (formulata al gruppo dirigente del Pdci ma anche ad una non precisata “comunità comunista”) che capovolge la realtà e che contrasta platealmente con la linea che il nostro partito si è dato negli ultimi tre congressi. L’errore più importante che contiene questo attacco è quello di costringerci a ripetere per l’ennesima volta che nessuno scioglie nulla ma al contrario sta nascendo una alleanza tra quattro forze politiche che si presenta alle elezioni con il nome di Sinistra Arcobaleno. Insinuare il dubbio su questo punto, nonostante le attestazioni di fiducia nel segretario, dimostra che non condividi l’obiettivo strategico di questa fase. L’unità della sinistra l’abbiamo voluta noi e non gli altri. L’unità è l’opposto della capitolazione. L’unità della sinistra è la vittoria dei comunisti perché consente loro di tenere aperta l’anomalia italiana che poi significa, non la presenza di una qualsiasi lista comunista, ma la possibilità di far continuare a vivere quella specifica cultura politica che fu del Pci.

Oggi affermare semplicemente di “essere comunisti” non significa quasi nulla.

In Italia ci sono ”comunisti” che militano in gruppuscoli estremisti e minoritari in attesa di utopistiche rivoluzioni e “comunisti” che militano nel Partito Democratico in nome di una idea di disciplina che ha fatto perdere loro ogni capacità di giudizio sulla natura del partito che li ospita. Nel mondo ci sono comunisti che vorrebbero ritornare alle logiche dei primi del ‘900 e comunisti che fanno i conti con la globalizzazione economica e con le sue sfide. Insomma per capire cosa siamo noi non basta il nome (comunisti) ma serve anche il cognome (italiani).

La cultura politica propria dei comunisti italiani, quella che ci viene da Gramsci, Togliatti e Berlinguer nasce da un rapporto con le masse, con i lavoratori che non è strumentale o propagandistico. I lavoratori hanno imparato che i comunisti italiani sono quelli che pensano prima di tutto a come difenderli dai padroni, dalle destre, dallo sfruttamento, dalla alienazione. Le classi popolari di questo paese hanno sostenuto un partito, il Pci, che aveva nel suo dna l’interesse nazionale da difendere attraverso lo strumento imprescindibile dell’unità della sinistra e delle forze democratiche. L’egemonia (che non è l’effimera raccolta di un consenso momentaneo ma la capacità di dirigere il processo storico) non si conquista con fughe in avanti o con avventure solitarie ma guadagnandosi la fiducia di chi, faticando duramente ogni santo giorno, è giustamente molto prudente nel concederla.

Quando reagimmo allo scioglimento del Pci l’impresa che avevamo in mente non era solo quella di salvare un simbolo o agitare una bandiera. L’impresa che avevamo in mente era quella di tenere aperta una prospettiva storica per una cultura politica che è alle fondamenta della nostra democrazia. Per questo abbiamo tenacemente combattuto tutti questi anni ed è per questo che abbiamo dovuto, e voluto, fondare il Pdci. Così oggi prima di lanciare parole d’ordine come quella dell’unità dei comunisti dovremmo ricordarci che l’errore decisivo compiuto dai compagni che diedero vita nel 1991 a Rifondazione fu quello di pensare che chi veniva dal Pci avrebbe comunque governato il processo politico. Già una volta abbiamo accettato di costruire un partito mettendo insieme tutto ed il contrario di tutto, chiamando a raccolta gli antagonismi, appellandoci alle anime disperse e disperate. Abbiamo pagato caro l’errore. Rifondazione, ad un passo dal diventare un partito di massa, nel 1998 si è spaccata perché, contro la nostra cultura politica, si allearono tatticamente i trotkisti ed i massimalisti togliendoci il partito dalle mani.

Oggi corriamo lo stesso rischio. Siamo infatti ad un passo dalla possibilità che la Confederazione della Sinistra, pur fra mille problemi e difficoltà, torni a rappresentare, non tante piccole nicchie separate, ma importanti e diffusi strati popolari. E’ un momento delicatissimo perché fughe in avanti e strappi identitari possono rompere un equilibrio che proprio noi abbiamo faticosamente conquistato. Non possiamo sprecare anche questa occasione. Siamo ad uno snodo storico e dobbiamo esserne all’altezza.

E’ stato il Pdci nel 2001 ad indicare per primo la strada della unità della sinistra; è stato il Pdci nel 2004 a proporre liste unitarie; è stato il Pdci, non oggi ma nel 2005, a proporre che a rappresentare questo processo fosse, nonostante (ma anche proprio) per i contrasti che con lui avevamo avuto in passato, la personalità più autorevole di questo schieramento e cioè Fausto Bertinotti. La Sinistra l’Arcobaleno non è la nostra sconfitta ma la nostra vittoria ed è un peccato che compagni come Rizzo, che tante volte hanno sostenuto questa linea, oggi si trovino a contrastarla così radicalmente. Quando i generali confondono la vittoria con la sconfitta le truppe non possono che essere disorientate ed incerte. Se la Sinistra l’Arcobaleno fosse anche solo lo strumento per garantire la presenza di una pattuglia di comunisti nelle istituzioni sarebbe già più che abbastanza. La sinistra extraparlamentare non è proprio nel nostro album di famiglia. Bisogna però saper ascoltare e capire l’appello all’unità che ci viene dal popolo della sinistra. Il nostro popolo ha molto più chiara dei suoi dirigenti la consapevolezza che l’unità non è un lusso ma il solo strumento di autodifesa, la sola arma a disposizione, per provare a difendersi da una destra reazionaria e parafascista e da un Pd che Veltroni ha consegnato alla Confindustria.

La Sinistra l’Arcobaleno è il luogo oggi della nostra battaglia unitaria; è lo spazio politico dove far valere le nostre ragioni, dove affermare i nostri contenuti, dove poter reclutare nuove forze perché, come diceva Mao, i comunisti devono nuotare nel mare e non farsi rinchiudere in un acquario.

Non c’è il simbolo. E’ vero. Si tratta di un grave errore, ma non è un errore ideologico, è un errore tattico. Noi non abbiamo mai chiesto che la falce e martello fosse contenuta nel logo della Sinistra l’Arcobaleno per il semplice motivo che questa lista non è un partito, non sarà mai il nostro partito. Chiedevamo invece di inserire nel simbolo tutti e quattro i simboli delle forze che compongono la lista per non confondere gli elettori, per non consentire ad altri (il Pcl di Ferrando e Sinistra Critica di Cannavò) di speculare sugli errori degli elettori. Vogliamo la Confederazione e quindi non abbiamo mai pensato di imporre ai verdi o ai socialisti di Sd il nostro simbolo.

Nessuna amarezza quindi e nessun rimpianto. La “Falce e Martello” è il simbolo del nostro partito ed il Pdci, come tu ben sai, non solo non si scioglie ma rilancia, comprando la sede, progettando il quotidiano e, se me lo permetti, va pure sulla piazza Rossa a celebrare la Rivoluzione d’Ottobre! Se poi in futuro il nostro simbolo tornerà sulla scheda lo vedremo. I comunisti non sono feticisti ma lucidi nel scegliere in ogni momento storico il modo più efficace per essere dalla parte dei lavoratori.

Infine deve essere chiaro un punto. La questione comunista in Italia si può chiudere in due modi. I Comunisti Italiani possono sparire se smettono di combattere per la propria autonomia. L’autonomia però non è garantita da nessun simbolo. L’autonomia è la capacità di interpretare la società, di darsi una strategia ed una tattica precisa e di dotarsi, infine, di una organizzazione conseguente. Si può sparire per “fusione”, per “contaminazione” ma si può sparire anche se i comunisti smettessero di essere un soggetto politico trasformandosi in una setta di predicatori nel deserto; se rompessero la connessione sentimentale e politica che li lega alle masse, ai lavoratori. Il gruppo dirigente di questo partito ha ben presenti questi due rischi e, navigando in mare aperto in mezzo ad una tempesta, si è preso la responsabilità di indicare una rotta e di governare la nave.

Chi è parte dell’equipaggio è meglio che faccia capire chiaramente in che direzione sta remando.