La prima volta dell’Uruguay

*Giornalista e antropologo

INTERVISTA A OSCAR ORCAJO, MEMBRO DELLA COALIZIONE DI CENTRO-SINISTRA VINCITRICE DELLE ULTIME ELEZIONI POLITICHE NEL PAESE LATINOAMERICANO.

Per la prima volta nella sua storia, a centosettanta anni dalla fondazione, l’Uruguay sarà governato da un Presidente di sinistra, che potrà anche contare su una solida maggioranza parlamentare. Gli elettori uruguayani si sono mobilitati in massa. L’affluenza alle urne è stata la più alta di sempre, superando il 90%; per poter esercitare il proprio diritto al voto, decine di migliaia di emigrati nella vicina Argentina sono dovuti tornare in Uruguay, visto che la loro patria non permetteva loro di votare dall’estero.
Tabaré Vazquez, il primo presidente rosso dell’Uruguay, ha ottenuto il 50,2 per cento dei consensi, vincendo al primo turno contro i rappresentanti dei due partiti di destra (uno autoritario e l’altro moderato) che si sono spartiti il potere negli ultimi 100 anni. Il secondo arrivato è stato Jorge Larranaga del Partido Nacional o Blanco, con il 34% dei voti, mentre ha preso solo il 10% Guillermo Stirling, del Partido Colorado, la compagine del presidente uscente Jorge Batlle, uomo di Washington.

IL FRENTE AMPLIO

La coalizione vittoriosa raccoglie tutte le formazioni politiche di sinistra e centrosinistra – ribattezzata per l’occasione E n c u e n t ro Pro g ressista Frente Amplio Nueva Majoria. Sotto il grande ombrello rappresentato dall’Encuentro Progresista trovano posto il Frente Amplio col 90% circa del totale dei voti, e la Alianza Progresista del Vicepresidente Rodolfo Nin. A sua volta il Frente Amplio è una coalizione che unisce diversi partiti. La forza politica principale dello schieramento (e la seconda nel paese) è il Movimento per la Partecipazione Popolare, con il suo 29% dei voti. Poi ci sono: il Partito Socialista, un po’ più a sinistra della media di quelli che compongono l’Internazionale socialista; la Vertiente Activista, che è il gruppo dell’attuale sindaco di Montevideo Marian Arana; la Asamblea Uruguay, centrista, guidata dal futuro ministro dell’Economia Danilo Astori; il Partito Comunista, un tempo forza molto importante ma oggi notevolmente ridimensionato.
Il Frente Amplio, nel quale negli ultimi anni ha assunto il maggior peso relativo la componente del MPP, erede del Movimento guerrigliero Tupamaro, fu fondato nel 1971, anno in cui ottenne già il 18,3% dei voti. In questi 33 anni è sopravvissuto a tutti i tentativi di annientamento attuate dalle oligarchie al potere e da una dittatura durata 12 anni (1973-1985). Ed è arrivato al potere con le elezioni del 31 ottobre. Crisi economica, rigetto dei partiti politici tradizionali e progressiva moderazione della sinistra, sono queste le ragioni che hanno portato il medico ed ex sindaco di Montevideo Tabaré Vázquez al successo.

LA CRISI ECONOMICA

Il paese sta cercando di risollevarsi dalle conseguenze della politica del governo Batlle, convinto sostenitore delle ricette economiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Nel 2002 il Pil di quella che molti un tempo definivano – esagerando – la “Svizzera del Sudamerica “, ha subito un tracollo del 10% in pochi mesi, ma già dal 1999 il paese era preda di una tremenda crisi recessiva, prima a causa della svalutazione in Brasile e poi della crisi argentina. Dal 1998 la povertà è raddoppiata, coinvolgendo un milione di persone. Mezzo milione di cittadini vivono all’estero, 100.000 dei quali emigrati negli ultimi anni. Recentemente, però, la situazione economica generale è sembrata migliorare: la crescita economica prevista per quest’anno è dell’11%, l’avanzo fiscale è del 4% e le esportazioni stanno raggiungendo livelli record.

IL FRENTE AMPLIO TRA RIFORME E COMPATIBILITÀ

Il vero trionfatore del voto, a parte Vazquez, è stato José Pepe Mujica, ex leader Tupamaro reduce da 12 anni di carcere, che è risultato il senatore eletto con il maggior numero dei voti. In quanto leader più a sinistra della coalizione vincente, per tutta la durata della campagna elettorale Pepe Mujica ha tentato di tranquillizzare i settori più moderati dell’elettorato e soprattutto gli ambienti finanziari. Il suo slogan è stato: “L’Uruguay ha bisogno di un capitalismo serio. Tabaré è il solo in grado di garantirlo”. A garantire gli assetti macroeconomici del paese ci penserà soprattutto il futuro ministro dell’economia, quel Danilo Astori che durante la campagna elettorale è volato a Washington per rassicurare il Fondo Monetario Internazionale sulla sua volontà di rispettare tutti gli impegni presi dal suo predecessore in tema di debito estero. Un po’ quello che aveva fatto Lula prima della sua elezione due anni fa. Come Palozzi in Brasile, Astori è un “liberista moderato” che ha da tempo consolidato un rapporto privilegiato con la classe imprenditoriale locale. Di certo non nazionalizzerà le industrie, come il Frente prometteva nel 1971, e non statalizzerà le banche, come diceva nel suo programma elettorale del 1989. Ma riuscirà il nuovo governo a conciliare il rispetto delle compatibilità capitalistiche internazionali con un piano di riforme economiche e sociali che sembrano irrimandabili?

L’ACQUA, BENE COMUNE

Un messaggio importantissimo, alla destra ma anche ai settori più moderati della coalizione vincente, lo ha certamente lanciato il risultato del referendum popolare che si è svolto in contemporanea con le elezioni generali. Alla richiesta se inserire nella Costituzione la “nazionalizzazione” delle risorse idriche del paese, ha risposto Si più del 60% degli elettori, appoggiando quindi la proposta proveniente dal sindacato dell’impresa statale per la distribuzione dell’acqua e dalla “Commissione Nazionale per la difesa dell’acqua e della vita”. La gente ha votato confermando che l’acqua, risorsa naturale scarsa ma indispensabile, dev’essere un diritto di tutti e non un privilegio di chi se lo può pagare. Già nel 1992 il 72% degli uruguayani aveva espresso un forte No alla privatizzazione delle imprese pubbliche.
È soprattutto sul fronte della politica estera che Tabarè Vasquez ha annunciato una vera e propria virata. Finora l’Uruguay ha creato solo problemi nel Mercosur, rappresentando una sponda per gli Stati Uniti all’interno di un’alleanza regionale che sia Kirchner che Lula stanno cercando di rilanciare proprio in alternativa a quella continentale promossa da Washington. Batlle preferiva firmare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, invece il Frente Amplio punta ad un multilateralismo nel quale un’America Latina integrata possa svolgere un ruolo di primo piano.

PARLA IL FRENTE AMPLIO

Sulla storica vittoria della sinistra in Uruguay abbiamo intervistato un dirigente della coalizione che dal prossimo marzo governerà il paese. Oscar Orcajo è vissuto a Roma dal 1976 al 1985, come esule.
Nel 1985, dopo la fine della dittatura militare, è tornato in patria ed ha ripreso il lavoro politico e sociale che svolgeva prima. Si è laureato in Scienze delle Comunicazioni ed ha partecipato alla fondazione del Movimento per la Partecipazione Popolare (MPP).
Attualmente fa parte della Commissione programmatica del Frente Amplio, ed è stato incaricato della redazione del programma per quanto riguarda il futuro assetto dei mezzi di comunicazione ed informazione.

Su quale programma e con quali obiettivi ha vinto la coalizione di centrosinistra?

Questo trionfo, che certamente è il risultato di un’accumulazione di forze durata molti anni, si inserisce in una situazione assai particolare nella regione. Dopo la crisi del 2002, la situazione economica del paese è terribile. Un terzo della popolazione (cioè 1 milione di abitanti sui 3,2 milioni totali) vive sotto il livello di povertà. Più del 50% dei bambini vive sotto la soglia di povertà, e ciò comporta un’alimentazione insufficiente, la mancanza di una copertura sanitaria sufficiente, condizioni tragiche di sopravvivenza. Il programma del Fronte si articola su due livelli paralleli. Intanto un programma di emergenza, perché qui bisogna dar da mangiare subito a della gente che muore di fame; un po’ quello che è successo in Brasile. Poi occorre affrontare in parallelo i problemi di fondo, che sono economici e che riguardano soprattutto la distribuzione della ricchezza.
C’è un punto del programma che abbiamo denominato “Per un Uruguay sociale”, che consiste nell’affrontare la situazione di emergenza in campo sociale intervenendo nei quartieri e nelle zone più disastrati per fornire lavoro e un’alimentazione di base. Su questo c’è stata una discussione, e per evitare forme di assistenzialismo puntiamo non a regalare denaro ai disoccupati ma a integrarli in progetti di lavoro di utilità sociale. Inoltre occorre rimediare allo scivolamento dei bambini nella povertà, una tendenza che il compagno Mujica ha definito “andare verso l’Africa”. Questo lo si può fare potenziando l’istruzione pubblica e i centri di insegnamento per i bambini.
La parte centrale del nostro programma riguarda quello che abbiamo chiamato “Uruguay produttivo”. Dovremo lavorare per ampliare le basi produttive del nostro paese, finora limitate alla sola agricoltura e ai derivati dell’allevamento. Dobbiamo sviluppare il potenziale tecnologico a partire dall’agricoltura, ma non solo. Occorre appoggiare non solo le grandi imprese, ma soprattutto aiutare la crescita della piccola impresa e stimolare la diffusione delle cooperative. Ciò permetterà una maggiore autosufficienza economica della gente e una minore accumulazione della ricchezza in mano a pochi proprietari.
La terza sfida che dobbiamo affrontare è l’integrazione vera dell’ Uruguay nel Mercosur, per stimolare la nostra economia e integrarla in quella mondiale. Dobbiamo puntare a una rifondazione del Mercosur, affinché esso non sia più solo un’unione commerciale all’interno della quale ci sono divisioni e contraddizioni soprattutto derivate dall’enorme mole del Brasile e dai suoi contrasti con l’Argentina. La compresenza di governi progressisti in Argentina, Brasile e ora in Uruguay, e poi anche in Venezuela, può permettere l’avvio di una vera integrazione politica, sociale ed economica. Al di là dei semplici rapporti commerciali occorre rendere le economie dei vari paesi complementari tra loro, in base anche ai bisogni delle popolazioni delle varie regioni dell’America Latina.
Dal punto di vista economico l’Uruguay è un’importante piazza finanziaria, dove tutti venivano a “lavare” i dollari, a riciclare i fondi ottenuti anche attraverso attività illecite come il traffico di armi o di droga, e questo fino alla crisi finanziaria del 2002. Bisogna ricostruire un paese produttivo e non basato su questo tipo di attività finanziarie come è stato fino ad ora.

Due anni fa in Brasile ha vinto per la prima volta un governo di centrosinistra; il programma del PT era più moderato rispetto a quello dello stesso partito nelle precedenti tornate elettorali. Eppure oggi possiamo dire, così come fanno i movimenti sociali brasiliani ed alcuni esponenti dello stesso PT, che Lula e il suo governo non sono riusciti a intraprendere alcuna solida politica riformatrice. Lula viene addirittura accusato di essere in continuità con le politiche liberiste del suo predecessore Cardoso, di accettare i diktat del Fondo Monetario Intern azionale, di aver trasformato l’economia brasiliana in una macchina destinata a produrre merci a basso contenuto tecnologico destinate all’esportazione e quindi a ricavare fondi destinati a pagare gli interessi sul debito estero. Come pensate di poter superare gli scogli sui quali anche il Governo di Lula si è parzialmente arenato?

Il Brasile è un paese molto grande, con molte contraddizioni e problemi. Io non voglio giustificare o difendere Lula, è un problema del popolo brasiliano. Io non so esattamente cosa sta succedendo in quel paese; sappiamo delle critiche al governo ad esempio da parte di movimenti che sono nostri amici, come il Movimento dei Sem Terra. In primo luogo noi pensiamo che il governo di Lula debba andare avanti, perché noi abbiamo molto bisogno di intrattenere buoni rapporti col Brasile, soprattutto nel quadro di quell’integrazione del Mercosur di cui parlavo prima. Noi speriamo di poter ottenere dei cambiamenti in Uruguay, è la nostra speranza, la nostra sfida, il giuramento che abbiamo fatto. Noi abbiamo due fondamenta su cui basare questi cambiamenti: il programma e la partecipazione popolare. Una volta che siamo tutti d’accordo sul programma, bisogna poi metterlo in pratica, tutti. La partecipazione popolare, la critica, la pressione sono le garanzie che questo programma sia realizzato da chi governa. Noi non possiamo fallire, perché abbiamo sofferto troppo e io credo che il nostro popolo non permetterà fallimenti.
Ci sono già delle polemiche, da parte del sindacato dei funzionari ad esempio, contro il Governo di Montevideo che noi come Frente governiamo ormai da 15 anni. Il movimento sindacale deve continuare a sostenere le proprie rivendicazioni anche se al governo ci sono delle forze amiche. Bisognerà certamente evitare il corporativismo; abbiamo bisogno di una distribuzione equa delle risorse da destinare soprattutto ai settori che ne hanno più necessità.

Esistono degli ostacoli enormi alle riforme annunciate dai governi progressisti in America Latina; pensiamo al ricatto continuo del Fondo Monetario Internazionale attraverso il debito estero, al forte controllo dei settori chiave della società – l’industria, l’informazione, l’esercito – da parte delle classi dominanti e delle multinazionali. Come pensate di potere, se non annullare, almeno aggirare questi ostacoli per portare a buon fine il programma di governo?

L’ammontare complessivo di tutta la produzione nazionale non è sufficiente a ripagare il debito pubblico, e questa è una realtà drammatica che noi ereditiamo. Rispetto al Fondo Monetario adotteremo la politica di Kirchner in Argentina, negoziando di volta in volta sul pagamento delle rate del debito estero. Non possiamo non pagare il debito, bisogna essere realisti. Il debito si pagherà come e quando si potrà.

Quali sono le prospettive e quali dovrebbero essere gli obiettivi di una potenziale alleanza progressista tra i governi dei paesi sudamericani?

Il Governo del Frente Amplio vuole essere il motore del rilancio dell’integrazione del Mercosur. Occorre mirare ad avere relazioni internazionali come blocco sovrannazionale. Bisogna rafforzare rapporti speciali di collaborazione sud-sud, ad esempio con l’Africa. Come si traduce questo in pratica? Con il Venezuela esistono già dei rapporti per avviare uno scambio commerciale reciprocamente conveniente. Loro hanno bisogno di materie prime e di alimenti di cui noi dis-poniamo, mentre noi abbiamo bisogno di petrolio. Noi in Uruguay abbiamo un vantaggio, perché al di là della povertà che è esplosa negli ultimi anni il nostro paese ha avuto la possibilità di conservare il controllo o addirittura la proprietà pubblica di imprese statali come quelle della raffinazione del petrolio o di fornitura di energia elettrica.
I governi dei nostri vicini argentini invece hanno svenduto tutto.
Si è tenuto anche un referendum qui, affinché il servizio di erogazione dell’acqua non venga privatizzato, che resti proprietà nazionale amministrata dal governo. Un’impresa spagnola che gestisce l’erogazione di acqua in una zona turistica dell’Uruguay, a Punta del Este, ha minacciato di abbandonare il paese. Almeno noi non abbiamo svenduto tutte le nostre risorse agli stranieri. Inoltre, nel programma di governo si intende promuovere un’integrazione energetica tra i paesi del Mercosur, per trovare fonti alternative a quelle basate sul petrolio.
In questi mesi qui in Uruguay, a causa della siccità, molte centrali idroelettriche sono ferme, e quindi durante il giorno per alcune ore l’erogazione della corrente elettrica è sospesa.

La vostra vittoria rappresenta un’ulteriore sconfitta delle mire e dei piani statunitensi nell’area, e certamente la reazione di Washington, soprattutto dopo la rielezione di Bush, potrebbe privilegiare la carta militare dopo che da anni ormai tutti i governi e i partiti espressione diretta degli interessi nordamericani sono stati sconfitti in America Latina. Ci sono già i tentativi di golpe in Venezuela, la militarizzazione del Conosur con decine di basi militari USA, il sostegno ai paramilitari di destra in Colombia e l’invio in questo paese di migliaia di soldati, l’Iniziativa Puebla Panama ecc. Cosa pensate di questa escalation militare?

Noi non crediamo che gli Usa concentrino la loro attenzione, dal punto di vista militare, sull’America Latina. Comunque noi andremo avanti con le alleanze che abbiamo realizzato in questi anni, sia nella nostra società che in America Latina. Tra l’altro abbiamo pure cominciato a discutere di un’integrazione delle politiche di Difesa all’interno del Mercosur, cosa che ora può apparire utopistica ma che certamente è necessaria.
L’integrazione politica nel Mercosur ci permetterà anche di essere più forti nei confronti degli Stati Uniti. Per fortuna i cambiamenti di governo nei vari paesi latinoamericani dimostrano che i popoli rifiutano la prospettiva dell’ALCA, cioè di un’integrazione continentale guidata dagli USA, oltre che dal neoliberismo.