La politica italiana e la globalizzazione

Guardandosi alle spalle in questi giorni drammatici e riflettendo su quanto è accaduto in questo anno di politica in Italia una cosa ci colpisce particolarmente: è l’irrompere sulla scena della politica italiana delle contraddizioni generate da quel fenomeno che tutti chiamano genericamente “globalizzazione”, ma che più correttamente dovrebbe essere definito “globalizzazione economica” o, meglio ancora, dominio assoluto della logica delle imprese e del profitto.
Le cronache degli ultimi mesi sono state piene degli avvenimenti legati al vertice dei G8 di Genova e sono oggi, ovviamente, piene dei “venti di guerra” che spirano sul mondo dopo gli attentati negli USA.
Ma questa è solo un’analisi superficiale. Se appena ci si domanda come mai la contestazione al G8 abbia catalizzato tanto l’attenzione e la discussione negli ultimi mesi e come sia stato possibile che il vertice di Genova abbia visto mobilitarsi nella contestazione una grande massa di persone di diverse estrazioni e culture, ci si può avvedere di un fatto abbastanza evidente.
L’aumento d’interesse, di discussione, di mobilitazione in Italia attorno ai problemi della globalizzazione è dovuto non solo al lavoro che da molti anni portano avanti numerosissime associazioni, movimenti, forze sociali, ma ad un dato di fatto oggettivi: gli effetti perversi della globalizzazione si stanno facendo sentire sempre più da vicino (a volte come peggioramento concreto delle condizioni di vita altre volte come “minaccia” di tale peggioramento) anche in Italia e nei paesi del Nord del Mondo.
Dai problemi legati all’insicurezza alimentare alle devastazioni ambientali, che ormai quasi tutti riconoscono come dovuto agli effetti perversi dello sviluppo, dalla precarizzazione e peggioramento delle condizioni di lavoro a fenomeni di grande impatto sociale e culturale come l’immigrazione di massa, i problemi della globalizzazione ci investono sempre più direttamente, togliendoci dalla troppo facile posizione di coloro che si preoccupano per i guai che la ricerca del profitto ad ogni costo causa ai poveri ed al Sud del Mondo. E’ vero che esiste sempre una scala incommensurabile tra le condizioni di vita di noi abitanti del Nord e quelle dei miliardi di poveri che per questo sistema sono semplicemente “inutili” (non servono né a produrre né a consumare) e perciò neppure considerati nella loro sofferenza. Ma dopo almeno 10 anni di dominio incontrastato dell’economia (considerando dalla fine della guerra fredda) oggi per la prima volta appare evidente che la condizioni di “avvantaggiati” di larga parte della popolazione del Nord del Mondo non è affatto indiscutibile e che da questa situazione di privilegio si può facilmente “scivolare” in quella di vittime (dal punto di vista della salute, della perdita del lavoro, della mancanza di assistenza sociale, sanitaria, diritto all’istruzione, ecc.).
Tutto questo cambia di molto l’attenzione che si dedica ai problemi mondiali anche per un paese del Nord tradizionalmente poco interessato ai problemi della politica internazionale come l’Italia. E cambia quindi di molto anche il ruolo, il peso e la responsabilità che da parte dell’opinione pubblica si attribuisce ai cosiddetti “movimenti anti-globalizzazione” (in realtà la Rete Lilliput parla piuttosto, come fa il recente appello per la Marcia Perugia-Assisi, di globalizzazione dei diritti umani, della democrazia e della solidarietà tra i popoli sottolineando così di essere per una globalizzazione finalmente “giusta” e non contro la globalizzazione tout-court).

E’ evidente che sta crescendo in una larga parte dell’opinione pubblica la sensazione che questa globalizzazione non è in grado di correggere i propri errori, che gli squilibri sociali ed ambientali che essa sta generando sono sempre più insostenibili, in una parola che, parafrasando il celebre slogan del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, “Un altro mondo è necessario”.
Ai nostri movimenti spetta piuttosto oggi il difficilissimo compito di dimostrare che un altro mondo è possibile anche in un vuoto assoluto di capacità di riforma politica che questo sistema sta dimostrando.

Dibattito politico desertificato

Ed eccoci “gettati” a pieno titolo nella considerazione di come il quadro politico italiano si rapporta a questo tipo di problematiche e spinte sociali che si stanno delineando.
Ed è qui che la rappresentazione della attuale situazione politica italiana appare incredibilmente lontana dalle esigenze e dalle preoccupazioni della gente comune. La campagna elettorale per le elezioni politiche della scorsa primavera ha infatti fornito un quadro desolante, sotto tutti gli aspetti, per chi si pone in modo critico verso l’attuale modello di sviluppo.
Se da una parte il centro-destra italiano si colloca naturalmente come “immediatamente affine” alle logiche del profitto e dello sfruttamento economico che stanno governando la scena mondiale (con in più preoccupanti vene di servilismo filo-americano e di autoritarismo), dall’altra il centro-sinistra si è a sua volta collocato a pieno titolo come pienamente a favore di questo modello di sviluppo, rivendicando addirittura le parole d’ordine dell’”adeguamento alla modernità” (intesa come logica del potere assoluto delle grandi imprese) ed eleggendo a proprio vice-premier una persona come Fassino che ha sempre sostenuto l’immodificabilità di questo modello di sviluppo.
Ce n’era evidentemente abbastanza per fare della campagna elettorale un puro problema di competizione d’immagine così com’è stata e, su questo terreno, non era difficile prevedere la vittoria del centro-destra.
Purtroppo nella situazione politica italiana, prima di quest’ultima fase, neppure le istanze politiche più disponibili a rimettere in discussione il modello di sviluppo occidentale hanno saputo imprimere una diversa direzione alla discussione. Solo per fare gli esempi più evidenti i Verdi sono apparsi più irretiti dalla necessità di trovare comunque le compatibilità per stare all’interno di una coalizione, che si sperava vincente, che veramente interessati a perseguire le logiche di uno sviluppo diverso e la posizione di Rifondazione Comunista è sovente apparsa invece troppo minoritaria (quasi a rivendicare la propria sopravvivenza come massimo successo politico raggiungibile) e comunque appare anche oggi troppo nettamente legata all’ideologia comunista per riuscire ad aprire degli spazi di discussione fuori di sé.
In questa situazione erano senz’altro inevitabili anche certe “scivolate” politiche che si sono viste per il G8 di Genova (come le preoccupazioni di Berlusconi per il “look” del vertice ufficiale, destinato invece ad essere letteralmente cancellato dal clamore delle contestazioni e delle violenze di piazza o l’adesione all’ultimo istante prima data e poi ritirata dai DS alla manifestazione contro il G8 di sabato 21 luglio), ma in questa situazione, ben più drammaticamente, oggi l’Italia rischia di essere politicamente schiacciata sulla retorica filo-americana fino a trovarsi direttamente coinvolta in una nuova pericolosissima guerra senza neppure averne discusso all’interno del parlamento.

Discutere è necessario…

Eppure l’attentato alle Twin Towers ed al Pentagono ha suscitato non solo la reazione patriottica di molti americani e la reazione visceralmente ultra-filo-americana del centro-destra italiano (e di certa parte del centro sinistra che ha coniato lo slogan “siamo tutti americani”). Quegli attentati hanno sollevato ancor più molti dubbi sulla giustezza e sostenibilità di questo sviluppo mondiale. Inquietudini di tanti cittadini che capiscono che questa globalizzazione sta devastando il pianeta, ampliando il fossato tra i ricchi ed i poveri (non resta che pregare di restare sempre dalla parte “giusta” di questa divisione), seminando conflitti, tensioni sociali e culturali in tutto il mondo sempre più insostenibili ed oggi, a fronte del risultato di tanta violenza che ha seminato anche direttamente, pretende di far pagare a tutti i cittadini del mondo il prezzo del mantenimento di questo “ordine” con una guerra.
Credo che ce ne sia a sufficienza per disegnare un contesto politico dove le forze del centro-sinistra ed il movimento per la globalizzazione della giustizia potrebbero incontrarsi proficuamente per rendere feconde le proprie rispettive esperienze.
Per costruire un dibattito ed una nuova strategia politica occorrono materiali ideali e capacità di rendere concrete certe idee. Il movimento internazionale potrebbe portare in eredità alla sinistra la capacità di riscoprire il senso su scala mondiale di termini come “uguaglianza”, “libertà”, “fraternità”, che sono stati alla base delle rivoluzioni progressiste. La sinistra potrebbe portare in questo processo la propria capacità di analisi storica e retrospettiva e, forse, una certa capacità di tradurre in battaglie politiche certe istanze di fondo ed ideali. Di battaglie politiche concrete il movimento ha un gran bisogno!
Ma, come il movimento per la globalizzazione della giustizia per creare un nuovo contesto ha avuto bisogno di provare a rimescolare culture ed appartenenze politiche diverse, così probabilmente pure per la sinistra c’è di mezzo una scommessa, un prezzo politico da pagare: quello di avere il coraggio di rimettere in discussione unità di partito o continuità ideologiche con il passato che altrimenti renderebbero impossibile accedere, con uno spirito nuovo ed aperto, a questo tipo di confronto con i movimenti sociali.
Si tratta evidentemente di una “sfida” molto alta che imporrebbe, ad esempio, di portare la discussione nei DS fuori dalle secche dei confronti personalistici e verso un confronto tra scenari diversi di sviluppo sociale o a rompere l’isolamento un po’ vetero di Rifondazione sul terreno del comunismo, mentre, d’altro canto, il movimento ha un tremendo bisogno di cominciare a praticare obiettivi concreti, politici di cambiamento sociale che vadano al di là delle sole rivendicazioni di principio.

E’ un tentativo di confronto evidentemente difficile, ma i “venti di guerra” ci dicono che non ci sono altre strade ed, anzi, che i tempi stanno stringendo in maniera drammatica. E’ necessario “tessere una rete” molto vasta di dialogo e di proposte politiche tra chi non crede che questa deriva autoritaria e guerrafondaia sia inevitabile.