La politica estera della Russia e la costruzione di nuovi equilibri internazionali

Sul Corriere della Sera degli ultimi giorni sono uscite letture ed interpretazioni abbastanza dettagliate che prefigurerebbero (il condizionale è d’obbligo pure la prestigiosa testata di via Solferino) una divaricazione di potere in Russia tra il pragmatico e liberale presidente Medvedev ed il capo del Governo Putin. Sintomatiche a tal riguardo le uscite pubbliche dei due, che sembrano tratteggiare una diversa visione del mondo, delle relazioni internazionali e del ruolo della Russia, con il presidente in carica intento a firmare con Obama uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti nucleari (quindi una diplomazia tutta tesa al dialogo ed al confronto con la Casa Bianca) e l’ex presidente, invece, fare visita al Venezuela di Chavez, il cui “anti-americanismo” è noto a tutti.

Eppure, a ben guardare, entrambe le mosse russe possono rappresentare più che una evidente divaricazione tra progetti e propensioni diverse, una precisa iniziativa che va invece nella direzione di un superamento della vocazione unilaterale fin’ora portata avanti (con la guerra) dagli Usa e la costruzione di un multilateralismo che, se non vuole essere solo connotato da retorica e propaganda, deve sostanziarsi sia di atti concreti che riducano il rischio militare ed atomico, sia soprattutto dell’emersione di nuovi poli (politici ed economici) che sfuggano dal controllo di potenza degli Stati Uniti. Non è un caso infatti che in questa visita lampo in Venezuela (appena 12 ore, ma ricca di accordi su diversi settori), Putin abbia incontrato anche il presidente boliviano Evo Morales. A dimostrazione quindi di una forte cooperazione russa con tutta l’area latinoamericana, oggi autonoma politicamente ed economicamente dagli Usa e guidata da governi progressisti, con un forte connato antimperialista ed alla ricerca (proprio il Venezuela e la Bolivia –oltre Cuba- in primis) di una riflessione originale e peculiare sul Socialismo del XXI° secolo.

La firma a Praga dello Start2 viene dopo un lungo lavorio diplomatico al quale l’amministrazione Obama ha finalmente dato il disco verde. È dal 2005 infatti che la Russia aveva proposto di negoziare un accordo che stabilisca nuovi limiti per gli armamenti strategici per il periodo dopo la scadenza del Trattato Start ma gli Usa di Bush erano troppo impegnati in un’escalation militare in Iraq ed Afghanistan per prestare ascolto a queste richieste. La svolta è quindi iniziata dopo gli incontri tra Obama e Medvedev di Londra e Mosca del 2009, che hanno dato il via ad un’intensa attività diplomatica ora giunta a coronamento con la firma di Praga.

Per Putin si è trattata della prima visita ufficiale in Venezuela, durante la quale ha firmato accordi di cooperazione su settori strategici quali energia, agricoltura, trasporti, nucleare civile e, tra le altre cose, anche collaborazione finanziaria e la creazione di un centro contro i disastri da eventi naturali. Ma la cooperazione è salda ed intensa oramai da alcuni anni. Quella dello scorso settembre è stata l’ottava visita a Mosca per Chavez e, già dal 2005, il Venezuela acquista tecnologia militare russa con accordi di esclusività e firma intese economici in ambito energetico. L’ultima porterà alla creazione di una joint venture per lo sfruttamento delle risorse petrolifere dell’Orinoco (che stando alle stime statunitensi farebbero sì che, grazie a queste risorse, in Venezuela ci sia più greggio che in Arabia Saudita), con la produzione di 450.000 barili di petrolio al giorno ed all’investimento di 20.000 milioni di dollari. E la stretta cooperazione su settori quali nucleare civile, tecnologia militare e risorse energetiche, fanno si che il Venezuela sia oggi uno dei principali partner economici e politici della Russia in America Latina. Altro tema importante è quello delle relazioni bilaterali russo-venezuelane di cooperazione strategica per attuare un programma spaziale: Carcas sta lavorando per rendersi autonoma degli Stati Uniti anche da questo punto di vista e non a caso le ironie del Dipartimento di Stato Usa su questo punto sono state al vetriolo, con il portavoce Philip Crowley che dichiarava che “gli obiettivi di Caracas dovrebbero essere più terrestri che extraterrestri”.

Diventa del tutto evidente che, al di là di discussioni astratte sulla presunta divaricazione politica e strategica tra le due massime figure del sistema di governo russo, quel che si profila è un’iniziativa internazionale da parte della Russia a tutto campo che, fuori da velleità armamentiste e pulsioni anti statunitensi, tracciano una strategia precisa di contenimento ed isolamento di pulsioni egemoniche e colonialiste (come quelle che gli Usa continuano a fare in tutto il mondo, dal diretto coinvolgimento in Afghanistan alla mano invisibile del golpe in Honduras). E questo passa inevitabilmente da impegni internazionali di riduzioni di armamenti e politiche di relazioni tra aree del mondo che, emergendo, cambiano gli equilibri complessivi tra le varie potenze. Se a questo poi aggiungiamo il fatto che la Russia è uno dei pilastri centrali (assieme alla Cina) dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e che è diventato uno dei partner privilegiati di Venezuela, Cuba e Bolivia (motore essenziale della “primavera latinoamericana”), ci troviamo forse di fronte ad eventi e scelte destinate a cambiare profondamente le dinamiche e le relazioni internazionali del prossimo futuro.