La parabola del PRC: “Innovazione” o involuzione?

*Storico del movimento operaio

“Senza teoria rivoluzionaria, niente rivoluzione”, diceva Lenin. Anche senza scomodare il leader bolscevico e la rivoluzione, una cosa è certa: senza una teoria fort e, senza una visione del mondo complessiva, un’interpretazione della storia fondata, un’analisi scientifica della realtà e un continuo e rigoroso lavoro di approfondimento e ricerca, un movimento politico non riesce ad acquisire una visione strategica, e senza una strategia rimane in balia degli eventi, di una realtà che non solo non riesce a controllare o a dirigere, ma neppure a comprendere. Quello descritto appare come uno dei problemi e dei limiti di fondo, peraltro originari, dell’esperienza di Rifondazione Comunista. Quest’ultima nasce, nel 1991, in un quadro politico-culturale che, sulla base della sconfitta e del crollo del “socialismo reale” – ma prima ancora, della controffensiva capitalistica partita negli anni ’70 – spacciando come “superate” le interpretazioni forti della realtà, marxismo in primis, o propagandando la necessità del loro superamento, tende a imporre un’unica grande narrazione, quella appunto del pensiero unico capitalistico, facendo passare tale fortissima ideologia sotto il manto ingannevole della “fine delle ideologie”. Proprio questo contesto – caratterizzato, dunque, da un lato da una sconfitta storica, e dall’altro da una violenta offensiva ideologica dell’avversario, avrebbe dovuto imporre al gruppo dirigente di Rifondazione Comunista di considerare tale terreno come prioritario, e di porre tra le prime questioni da affrontare, la necessità di avviare un serrato dibattito teorico che potesse dare al movimento e poi al partito un minimo di retroterra culturale, di riflessione su quanto accaduto e di analisi della realtà presente, in grado di riavviare sul serio la formazione di una rinnovata identità comunista. Questo lavoro fu fin dall’inizio volutamente accantonato, poiché – si disse – i compagni, discutendo, si sarebbero divisi. E tuttavia, questo difetto di origine – il nascere cioè, come movimento che ha prospettive addirittura storiche di trasformazione sociale, senza porsi il problema di un’elaborazione adeguata, e senza mettere in piedi un lavoro di analisi e anche di formazione dei quadri e in particolare delle nuove generazioni – contribuì non poco alla fragilità delle basi di ciò che si andava costruendo. Contraddittoriamente, inoltre, mentre si chiedeva ai compagni di non discutere delle questioni di fondo “per non dividersi”, si respingeva il centralismo democratico per privilegiare il ritorno più o meno esplicito a un partiti diviso in correnti, come il vecchio Partito socialista, riportando in auge quei caratteri da “circo Barnum” su cui si erano appuntate le ironie di Gramsci. L’abbandono del centralismo democratico tolse ai segretari generali – ma è con Bertinotti che tale tendenza giungerà al culmine – l’incomodo di fare sintesi delle varie posizioni, dividendo il partito in maggioranze e minoranze, con tutti gli effetti negativi che ciò comportava; la divisione dei compagni in aree e correnti – che per i comunisti fu solo una contromisura difensiva – lungi dal favorire il dibattito, lo restrinse ulteriormente, per certo versi lo “militarizzò”, poiché – come scriveva nel 1965 un giovane quadro del PCI che diventerà famoso come giornalista – le correnti non sono altro che “una moltiplicazione del monolitismo”1. Tale scelta fu aggravata dal graduale trasferimento all’interno del partito di quella logica del maggioritario che giustamente si criticava all’esterno: anche nel PRC, dunque, “chi vince prende tutto” ( o quasi), e comunque è certo che chi fa parte delle aree di minoranza sarà il più possibile escluso da incarichi dirigenti, candidature (si veda il grave esempio delle ultime elezioni, con l’esclusione di tutti i compagni dell’Ernesto) ecc.; ma soprattutto, avrà ben poche possibilità di far passare elementi di linea politica, poiché questa viene decisa solo da chi tiene il timone nelle sue mani. Di tale logica, sostanzialmente antidemocratica, un vero e proprio salto indietro rispetto al centralismo democratico, naturale corollario era il graduale concentrarsi del potere nelle mani del segretario e dei suoi più stretti collaboratori e “intellettuali di riferimento”: si giunge così al “partito di Bertinotti”, la cui sovraesposizione mediatica rafforza ulteriormente il segretario, favorendo un sostanziale accantonamento della costruzione di seri legami di massa, e il graduale scivolamento del PRC in “partito di opinione”. La forte personalizzazione del ruolo del segretario, accanto alla marginalizzazione sistematica delle forze “non in linea”, per un partito che fa dei punti d’onore della critica al “culto della personalità” e al verticismo, va a costituire un evidente paradosso. A questa parabola, di tipo organizzativo, si è affiancata, trovandovi terreno fertile, la parabola ideologica. In mancanza di un dibattito teorico, di strumenti e luoghi collettivi deputati a promuoverlo, e di una dialettica interna tale per cui la linea viene elaborata democraticamente dal partito come “intellettuale collettivo”, è chiaro che la linea diviene appannaggio quasi esclusivo del segretario, che a seconda delle fasi e delle contingenze, oltre che delle letture e degli incontri del momento, proporrà al partito una serie di “svolte”, tanto deboli sul piano teorico quanto devastanti sul piano della confusione ideologica e politica prodotta. È il caso, quindi, di analizzare alcune di queste “innovazioni”, che oggi non solo l’ala “bertinottiana” del partito, ma anche parte della nuova maggioranza Ferrero-Grassi rivendica come patrimonio del PRC “da non disperdere”. Seguendo il loro sviluppo, si può tentare di ricostruire quella parabola del partito che ha nella sua “de-comunistizzazione” un elemento centrale. 2. Il revisionismo bertinottiano comincia a dispiegarsi dopo l’uscita dal PRC di Cossutta e degli altri compagni che daranno vita al PdCI; l’assenza di una componente che era stata così rilevante nella nascita del partito e che aveva un forte legame con la storia del PCI e la cultura politica togliattiana, favorisce l’offensiva. Già nel gennaio 2001, celebrando a Livorno l’80° anniversario della nascita del PCI, il segretario spara le prime bordate. Per Bertinotti, già con l’XI Congresso (1966), “il tema della trasformazione della società veniva derubricato in quello del miglioramento di quella esistente”2. In realtà, nelle Tesi conclusive di quel Congresso, che chiude una fase di aspro dibattito interno simboleggiata dallo scontro Ingrao/Amendola, la prospettiva era del tutto diversa. Si affermava ad esempio che “affrontare le zone di arretratezza e gli squilibri della società italiana comporta […] la necessità di aggredire i centri del potere monopolistico”; il ruolo dello Stato nell’economia, dunque, deve implicare una “estensione dei poteri d’intervento” pubblico “anche nei confronti delle grandi aziende”. L’obiettivo era quello di un “programma generale di sviluppo” in cui fosse “il settore pubblico ad orientare […] l’intero sistema delle scelte economiche”3. Si tratta dunque di una prospettiva non propriamente riformista, e soprattutto di una piattaforma che il PCI avanzava non in modo puramente verbale, ma come ipotesi concreta di trasformazione, all’interno di una strategia complessiva, di cui si individuavano “gambe” sociali e politiche. Bertinotti poi aggiunge che “il PCI non riuscì ad interpretare e dare corpo alla sfida radicale alla società” dei movimenti del ’68. Su questo il discorso sarebbe complesso, e tuttavia non si può non tener conto che la grande avanzata anche elettorale del Partito comunista negli anni ’70 è frutto proprio di quella stagione di movimento, e del fatto che ampi settori della società da esso mobilitati, o almeno “interrogati”, riconobbero nel PCI la forza in grado di dargli uno sbocco politico. Bertinotti propone “un’uscita da sinistra dalla storia del PCI”, e in generale dalla crisi del movimento comunista”, e la sua proposta è quella di “tornare a Marx”, mettendo tra parentesi tutta la vicenda del movimento comunista e operaio novecentesco. La debolezza di questa proposta è evidente. Ma al leader del PRC non basta: egli vuole sottolineare “i limiti dello stesso pensiero marxiano”, cui imputa – con evidente anacronismo, cioè in modo antistorico – la mancanza di una “interpretazione del carattere sessuato del mondo” e di una riflessione adeguata sul rapporto uomo-natura, che pure – ammette – “fu un rovello costante in Marx”. In questo quadro, anche il comunismo si riduce alla formula del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”, un concetto marxiano che però, se assolutizzato e slegato dagli obiettivi del cambiamento del modo di produzione, rischia di ridursi alla concezione secondo cui “il movimento è tutto, il fine è nulla”, tipica del revisionismo di Bernstein4. Nelle Tesi del V Congresso del PRC il processo di revisione compie un significativo “salto di qualità”. Nella tesi 52 si ribadisce la necessità di “tornare a Marx”, ma “‘disincrostandolo’ dai marxismi che sono stati edificati nel ‘900”. Anche qui, è un modo di procedere antistorico, che cancella il patrimonio di elaborazione di un secolo, in cui il movimento operaio e comunista ha potuto porsi in concreto l’obiettivo di costruire una società socialista, con tutti i limiti, le sconfitte e gli errori che l’azione storica comporta. L’intenzione proclamata, ora, è liberarsi di Lenin. La tesi 14 giudica la categoria di imperialismo “inadeguata per caratterizzare l’attuale fase dello sviluppo capitalistico”, e nega la possibilità di “guerre interimperialiste”5. Sono passaggi in cui si sente l’influenza del dibattito sulla “globalizzazione” di quegli anni, e della teorizzazione dell’Impero da parte di Toni Negri e Michael Hardt. Tuttavia, se si vanno a rivedere i caratteri che Lenin individua come essenziali nella fase storica dell’“imperialismo” 6, tale categoria appare ancora la più adeguata a descrivere l’attuale organizzazione economica e geopolitica del mondo, diseguale, gerarchica e conflittuale; un’organizzazione segnata dalla sempre più aspra competizione tra potenze (ora poli imperialistici sovranazionali), dalla polarizzazione tra “un piccolo gruppo di Stati usurai” e l’“immensa massa di Stati debitori”, dal conseguente “aumento dell’immigrazione […] di individui provenienti da paesi più arretrati”, che vanno a ricoprire “i posti peggio pagati”; e infine, dalle conseguenti divisioni tra i lavoratori (col nesso imperialismoopportunismo), e addirittura dal ruolo dell’informazione, per cui i maggiori esponenti del capitale finanziario hanno “la possibilità anzitutto di essere esattamente inform a t i sull’andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro […] e infine di deci – d e rne completamente la sort e”7. Piuttosto più fantasiosa l’idea di “Impero” di Negri, che pure si affanna a proclamare superato l’imperialismo, con una clamorosa sottovalutazione non solo della diversità di interessi – e dunque della competizione e dei contrasti – tra i vari poli imperialistici8, ma anche della polarizzazione tra paesi dominanti e paesi dominati9. Un’elaborazione che la realtà stessa – con l’accresciuta competizione USA/UE, e le numerose guerre per le risorse e l’egemonia geopolitica – si curerà di smentire. Nelle Tesi del V Congresso, torna la “riflessione” sulla storia del movimento comunista. Si parla di “fallimento dei tentativi di transizione”, ma non si accenna neppure un’analisi scientifica di quelle esperienze. Quindi, dopo che da circa mezzo secolo il movimento operaio e comunista discute dell’esperienza dell’URSS tra le due guerre, del ruolo di Stalin ecc., e a quasi 50 anni dalla riflessione di Togliatti successiva al XX Congresso10, si decreta una surreale “rottura con lo stalinismo”. È un modo ulteriore per rompere col comunismo storico novecentesco, ossia con quel “movimento reale” che pure viene enfatizzato. Non a caso, fra le “rivoluzioni del ‘900”, le Tesi esaltano quella femminile e quella ambientalista, mentre si prende apertamente le distanze dalle idee di “potere” e “presa del potere”. Si chiarisce che “non ci sarà ‘la’ rottura, ci saranno molti e diversi momenti di rottura”, che l’obiettivo è quello di “una dialettica permanente tra rappresentanza istituzionale e forme di autogoverno, tra poteri centrali e contropoteri diffusi”11, ma si dimentica di dire che il superamento dell’idea dell’ora x, e la concezione del potere politico come strettamente connesso alla conquista di un’egemonia nella società, e come dialettica tra democrazia rappresentativa e organi di democrazia diretta, erano già state ampiamente articolate nell’elaborazione del PCI12. Quest’ultimo, come scrive Rossana Rossanda, aveva come obiettivo una trasformazione del paese e dei rapporti di proprietà e di potere […], ma non mise mai la rivoluzione all’ordine del giorno. Come avrebbe potuto del resto in piena divisione del mondo, e l’Italia nella zona occidentale? Non eravamo matti. […] La via italiana sarebbe stata altra, il che non rendeva il conflitto meno duro. […] Aspettando l’ora x? Ma via. […] quel che restò di amaro della Resistenza […] era più delusione che attesa di ore finali. Noi comunisti non riducemmo il conflitto a una aspettativa messianica, esterna, in quel caso l’arrivo dell’Armata rossa; lo praticammo, lo civilizzammo, gli demmo ragione, senso e determinazione. Mutarono molte vite. Combattemmo […] la rassegnazione, l’abitudine al servaggio, acculturammo il paese. […] Ci trovavamo all’interno di una Costituzione cui avevamo lavorato, che ci dava spazio e pensammo che se ne sarebbe potuto superare, con il consenso della maggioranza del paese, il limite della proprietà13. Il giudizio liquidatorio sui primi tentativi di costruzione di società socialiste è ribadito da Bertinotti in un articolo di poco successivo, in cui senza nemmeno accennare un’analisi più articolata, afferma: “Le società postrivoluzionarie anziché produrre libertà hanno prodotto oppressione”, quella sovietica è stata una “esperienza perdente e drammatica”. Il giudizio tranchant sulle esperienze statuali del comunismo novecentesco è la premessa dell’abbandono della sponda comunista, e dello stesso progetto di rifondazione, diluito in “un soggetto unitario e plurale”, “una nuova soggettività politica europea di sinistra”, le cui discriminanti politiche siano “il rifiuto […] delle politiche neoliberistiche” (un capitalismo protezionista e statalista andrebbe dunque benissimo), e la generica prospettiva di ‘un altro mondo possibile’; accanto a ciò – anzi prima di ciò – “il rifiuto sistematico della guerra e del terrorismo”, in quanto fenomeni simmetrici e sostanzialmente analoghi14. Ovviamente nella cultura politica comunista il rigetto del terrorismo è costitutivo, in nome della lotta organizzata delle masse; e tuttavia, mettere sullo stesso piano fenomeni così diversi come la guerra imperialistica e le risposte terroristiche più o meno disperate o manovrate, ostacola l’analisi politica, in nome di una generica condanna di tipo etico. 3. Il punto, infatti, per Bertinotti, è l’affermazione – questa sì, effettivamente “nuova” (almeno per il movimento comunista) – della “nonviolenza”. Siamo nel periodo in cui il movimento no-global, dopo l’esordio di Seattle, è in crescita e appare all’offensiva. Ma siamo anche nella fase successiva al disastro di Genova, in cui il movimento era caduto nella trappola della “zona rossa”, credendo che una prova di forza sarebbe consistita nel superare tale confine, anziché (come il partito avrebbe dovuto suggerire) nel promuovere una mobilitazione che coinvolgesse il movimento organizzato dei lavoratori, concludendosi magari con un imponente comizio. In quella circostanza il PRC apparve a rimorchio di “tute bianche” e “disobbedienti”, e nulla ebbe da eccepire su una modalità di conflitto che prestava il fianco a infinite provocazioni, le quali regolarmente si produssero. A quel punto, e accorgendosi che il movimento rischiava di perdere ampie sue componenti (quella cattolica in primis), la svolta: dall’accettazione subalterna dello scontro per lo sfondamento delle zone rosse si passa all’idolatrazione della “nonviolenza”; due posizioni simmetriche, entrambe estranee alla cultura e alla pratica del movimento operaio, che ha sempre insistito sul protagonismo organizzato delle masse, e sulla necessità di lotte forti per il loro spessore sociale (più che per i fattori simbolici o “estetici”) e al tempo stesso capaci di evitare il più possibile le provocazioni. Nelle Tesi del V Congresso si afferma dunque che la “pratica disubbidiente della non violenza” – anziché la lotta organizzata delle masse – è la metodologia “più efficace” per combattere la “globalizzazione neoliberista”15. Il punto, ovviamente, non sta nel contrapporre a tale tesi l’apologia della violenza o la presa del Palazzo d’Inverno, ma proprio nel sottolineare che non è questo il problema essenziale, ma quello dell’organizzazione di forze e progetti in grado di prospettare un’alternativa di sistema. Il tema della nonviolenza torna nel convegno, organizzato nel dicembre 2003 dal PRC veneto, “La guerra è orrore: le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza”. Naturalmente non si tratta di una messa a punto storiografica, pur così necessaria16. Afferma Bertinotti nella sua relazione: “Questa coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza […] ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. Noi non possiamo pensare di battere questa violenza monopolizzata con la guerra”. Ma quando mai il movimento operaio lo ha pensato?17 “Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell’umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi”18. Anche qui Bertinotti dimentica che mezzo secolo fa il movimento comunista ha avviato la strategia della coesistenza pacifica, e che sul pericolo atomico Togliatti scrisse cose memorabili già nel 1945, oltre che negli anni più duri della guerra fredda19. Ma al tempo stesso il lea – der del PCI – pur sostenendo la necessità della “più estesa mobilitazione delle masse, tale che porti la differenziazione nelle stesse file avversarie”, in modo da “evitare la guerra instaurando un regime di coesistenza pacifica” e accrescendo così “le possibilità nostre di avanzata e di successo” – riguardo alla “via italiana al socialismo” specificava: Via pacifica e via non pacifica si intrecciano sempre l’una con l’altra. Da un movimento di massa democratico e ‘pacifico’ può sempre uscire una situazione di guerra civile, perché la borghesia è sempre disposta all’uso della violenza. […] È però d’altra parte possibile […] sviluppare il movimento delle masse con tale ampiezza che i gruppi dirigenti ne siano paralizzati e si apra la prospettiva di radicali mutamenti […] per via democratica20. Una concezione, quindi, un po’ più articolata. Ma la relazione di Bertinotti non si limita alla nonviolenza come strategia; intende anche ri- mettere in discussione la storia del movimento comunista, e della stessa Resistenza antifascista. Riferendosi alla seconda guerra mondiale, e più in generale al tremendo scontro di classe che si produsse nel Novecento, il segretario del PRC si chiede: “Noi – nel senso di movimento operaio […] siamo stati angeli? Noi, intesi come soggetti della storia, siamo stati contaminati da quella violenza?”. Verrebbe da rispondere: “Ma che domanda è?” È ovvio che in uno scontro senza quartiere, si viene “contaminati”; se si è un movimento storico, si viene coinvolti nella violenza della storia. Ma solo dimenticando questi piccoli particolari, ossia appunto che la storia è storia di lotta di classi, che al suo interno si produce anche violenza, e infine che tale lotta ha assunto forme molto aspre nel Novecento – nell’epoca dell’imperialismo e del suo scontro col movimento operaio e coi movimenti di liberazione su scala mondiale; solo dimenticando tutto ciò, si possono porre domande del genere. Per Bertinotti, invece, ricostruendo quelle vicende, c’è stata una “‘angelizzazione’ della nostra parte” e della Resistenza, ma al tempo stesso “sul lato non militare di quella resistenza non si è indagato abbastanza” [sic!]. Ma il suo affondo va oltre, e riguarda la storia del movimento comunista: “Nella nostra storia – dice – c’era anche qualcosa che non funzionava […] C’è un rapporto tra Kronstadt, il gulag e qualche cosa che ha a che fare anche con le nostre storie e magari con le Foibe?”. Secondo lui, il nesso stava nell’“idea di un esercizio del potere e una idea dell’avversario come nemico da fronteggiare […] in termini prevalentemente militari”: una “propensione fondamentalista” [sic!]21. Bertinotti però non si chiede se questa “cultura”, gli elementi di “militarizzazione” del movimento comunista che pure vi furono, nascono dal nulla, dai deliri di Marx o di Lenin, oppure dalla materialità di un conflitto tra le classi che non consentiva un approccio più morbido. Ancora una volta, dunque, nelle teorizzazioni bertinottiane, la storia scompare, la lotta di classe scompare; scompare, insomma, la realtà stessa dei fatti. Cancellata l’interpretazione della storia come lotta di classe, messa in discussione pesantemente la storia del movimento comunista, cancellati dallo Statuto del partito i richiami a Lenin e Gramsci, revisionata la storia della Resistenza, la decomunistizzazione del PRC procede. Il comunismo – scrive Bertinotti a Sofri (un nonviolento regolarmente a favore delle guerre) è un “processo aperto e indefinito”, e il soggetto politico della trasformazione non è più il proletariato, ma il “movimento dei movimenti”. Si tratta di una rimessa in discussione di un cardine essenziale del marxismo, e dunque di una “mutazione genetica” del partito, che la stampa apprezza come una “Bad Godesberg” del PRC22. Un successivo convegno, organizzato a Venezia nel febbraio 2004, vede al centro proprio la “nonviolenza”. Marx e Lenin, afferma Bertinotti, sono “morti non solo fisicamente”. Poi ricomincia con le domande retoriche: “Siamo proprio sicuri che per difendere la rivoluzione si dovessero costruire Stati autoritari?”. La risposta è ovvia. “E ancora: siamo così certi che i gulag fossero l’unico modo possibile per tenere a freno gli egoismi di una popolazione che era definita nemica della rivoluzione?”. La complessa vicenda del comunismo storico novecentesco viene quindi ridotta a Stati autoritari e gulag. “ Tutto, anche le cose più terribili, appariva ammissibile” 23. È il comunismo come teoria forte, quindi, che è responsabile di tanti “errori e orrori”: ma questo è ciò che dice tutta la storiografia revisionista, da Furet a Nolte, fino ad arrivare ai revisionisti della politica come Occhetto. Seguendo questa logica, bisognerebbe mettere sotto accusa l’Illuminismo per il periodo del Terrore della Rivoluzione francese (anzi, per la Rivoluzione francese in generale), ma anche il liberalismo delle origini per le rivoluzioni inglesi, il cristianesimo per le crociate ecc. Commenta ancora Rossana Rossanda: Se c’è stata un’innovazione nel paradigma classico del politico è quella del marxismo. Si obietta che la rivoluzione del 1917 […] ha dato luogo a uno stato, dotato di un esercito che ha colorato di sé il movimento comunista internazionale. È vero entro un certo limite: la difesa dello ‘stato operaio’ […] non è stato il nocciolo fondativo dei partiti comunisti, anche se ha contato nella guerra fredda. E che ci fosse un problema era chiaro alla Terza Internazionale, che si è dibattuta sull’interrogativo se potesse darsi il socialismo in un paese solo, isola in un mondo diverso e avverso, e quindi necessitato a difendersi. Il giovane paese dei soviet doveva farsi stato e armarsi. Su questo il gruppo leninista si divise […]. Bisognava dunque non fare il 1917? Questo fu il dilemma allora e sarebbe utile che i non violenti vi rispondessero oggi. […] l’attuale riproposta della non violenza arriva più o meno esplicitamente qui: quali che siano le intenzioni, […] qualsiasi rivoluzione incontra questo dilemma e lo scioglie al peggio. […] Non è scritto che in ogni paese e circostanza debba andare come nell’Unione Sovietica di quasi un se- liquidazione della proprietà e di una forma di stato non avviene col loro consenso, sicuramente nei momenti acuti dello scontro ci sono stati morti e feriti, anche se i morti li ha fatti più il potere investito che coloro che lo attaccavano. Sicuramente la costruzione di una nuova struttura di governo subisce la tentazione dell’avanguardia, prima ancora di quella della sclerosi burocratica, e di più nei paesi sottosviluppati. Ma si vuol sostenere che sarebbe stato meno mortale mantenere l’autocrazia in Russia? Che sarebbe stato più opportuno lasciare che l’unità d’Italia si facesse per osmosi? Che senza le rivoluzioni del Novecento saremmo in una società migliore? Quando si enuncia una tesi, sarebbe opportuno chiarire fin dove si intende portarla. In realtà, “la violenza è inscritta nel sistema dominante. […] Sono violenti i poteri mondiali non solo quando fanno la guerra ma nell’ordinamento che impongono quasi che fosse legge di natura”. Certo, “è inevitabile” che lo scontro “macchi” entrambe le parti, ed è chiaro che “dei pericoli degenerativi di ogni rivoluzione si debba […] fare conto”. E tuttavia, anche questa, da Gramsci in avanti, non è storia nuova24. Come si vede, dunque, le “innovazioni” prodotte dal gruppo dirigente bertinottiano aprivano la via alla completa “de-comunistizzazione” del PRC. Gli sviluppi successivi e gli approdi finali alla Sinistra Europea prima e all’Arcobaleno poi, di cui non c’è ora la possibilità di parlare, non faranno che portare il processo alle sue logiche conclusioni. Attardarsi quindi oggi sulla difesa, sia pure critica, di questo “patrimonio di innovazione” costituisce un equivoco, in virtù del quale le basi della rifondazione comunista continuerebbero a essere fragili e malcerte. Solo una ripresa – critica ma non liquidatoria – del grande patrimonio storico e teorico del marxismo e del comunismo novecentesco, accanto alla giusta valorizzazione di quegli elementi e di quelle culture con cui il marxismo stesso ha già da decenni avviato un fruttuoso dialogo, potrà dare a questo ambizioso obiettivo – lo stesso che ci si pose quando si rifiutò la Bolognina di Occhetto – basi più solide su cui costruire.

Note:

1 A. Curzi, Centralismo democratico, “Rinascita”, 4 dicembre 1965.

2 F. Bertinotti, Non una celebrazione, ma un atto politico affinché gli ideali del comunismotornino a par – lare a milioni di persone, discorso per l’80° anniversario della fondazione del PCI, Livorno, 21 gennaio 2001, in www.brianzapopolare.it

3 Tesi dell’XI Congresso nazionale del PCI, in XI Congresso del PCI. Atti e risoluzioni, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 687-755.

4 Bertinotti, Non una celebrazione, ma un atto po – litico…, cit.

5 Partito della Rifondazione Comunista, Tesi del V Congresso nazionale, Roma, 2002.

6 “1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra fra le più grandi potenze capitalistiche” ( V. I. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 128).

7 Ivi, 43, 69, 97-99, 141, 146-147.

8 “Il potere militare si rappresenta nel possesso da parte di una sola autorità della panoplia dell’armamento, ivi compreso il nucleare. Quello monetario consiste nella coniazione di una moneta egemonica alla quale il mondo plurale della finanza è interamente subordinato. […] Oggi, nella fase imperiale della nostra civiltà, non c’è più imperialismo – o, quando sussiste, è fenomeno transitorio […] – come non c’è più stato-nazione. […] Di conseguenza, viene meno la subordinazione dei paesi ex coloniali agli stati-nazione imperialisti, così come scompaiono, o deperiscono, le gerarchie imperialiste fra nazioni e continenti: tutto si riorganizza in funzione del nuovo orizzonte unitario dell’Impero” (T. Negri, L’ “Impero”, stadio supremo dell’imperialismo, “Le monde diplomatique / il manifesto”, gennaio 2001).

9 “Il compimento del mercato mondiale segna necessariamente la fine dell’imperialismo”. Tra Nord e Sud del mondo, “non ci sono differenze essenziali, ma soltanto differenze di grado”. Scompaiono quindi polarizzazione centro/periferie e “sviluppo ineguale”, né l’Impero “stabilisce alcun centro di potere”: esso è “deterritorializzato” (M. Hardt, T. Negri, I m p e ro. Il nuovo ordine della globalizzazione, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 310-312, 14-16).

10 P. Togliatti, Risposte a Nove domande sullo sta – linismo, “Nuovi Argomenti”, 1956, n. 20. Cfr. Il PCI e il 1956. Testi e documenti dal XX Congresso ai fatti d’Ungheria, a cura di A. Höbel, Napoli, La Città del Sole, 2006.

11 Partito della Rifondazione Comunista, Tesi del V Congresso…, cit.

12 Si vedano ad esempio gli Elementi per una di – chiarazione programmatica del Partito comunista ita – liano, a conclusione dell’VIII Congresso (1956), o la successiva elaborazione sulla “programmazione democratica”.

13 R. Rossanda, Processo alla violenza, “il manifesto”, 7 marzo 2004.

14 F. Bertinotti, Per un nuovo soggetto politico, “la rivista del manifesto”, luglio-agosto 2002.

15 Partito della Rifondazione Comunista, Tesi del V Congresso…, cit.

16 Per questo, cfr. C. Cernigoi, Operazione “foibe” tra storia e mito, Udine, Kappa Vu, 2005; G. Scotti, Dossier foibe, Prefazione di E. Collotti, Postfazione di T. Di Francesco, S. Cesario di Lecce, Manni, 2005.

17 Osserva R. Rossanda (Processo alla violenza, cit.): “Ha veramente senso accusare il movimento operaio di ispirazione marxista di una vocazione violenta e fin militarista? […] Ma come scordare che gli eserciti e la guerra sono denunciati fin dai primi socialisti come strumento delle classi dominanti, che il movimento operaio nasce internazionalista e ne porta il peso con l’accusa di essere infido sotto il profilo patriottico, tanto che sulle guerre […] si spacca? E poi la guerra punta al dominio d’un altro territorio, il conflitto sociale punta al mutamento dei rapporti di produzione […]”.

18 F. Bertinotti, Relazione al convegno “La guerra è orrore: le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza”, Venezia, 13 dicembre 2003, in www.brianzapopolare.it.

19 O il socialismo o la morte, “Rinascita”, 1945, nn. 7-8; L. Cortesi, Un articolo dell’agosto 1945 su “Rinascita” attribuibile a Togliatti, “Giano”, 1989, n. 2; P. Togliatti, Per un accordo tra comunisti e cat – tolici per salvare la civiltà umana, 12 aprile 1954, in Id., Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Roma, Editori Riuniti, 1981 [1974], pp. 644-659.

20 P. Togliatti, Riconduciamo la discussione ai suoi termini reali, “Rinascita”, 12 gennaio 1963. Alla risposta di Togliatti, peraltro, si accompagna una presa di posizione del PCF, che accusa i cinesi di “snaturare il marxismo-leninismo”, riducendolo ad una serie di affermazioni dogmatiche (“l’Humanité”, 16 gennaio 1963).

21 Bertinotti, Relazione al convegno “La guerra è orrore: le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza”, cit.

22 G. De Marchis, Dal proletariato ai no global la Bad Godesberg di Bertinotti, “la Repubblica”, 27 dicembre 2003.

23 F. Bertinotti, L. Menapace, M. Revelli, Non Violenza, Roma, Fazi, 2004, pp. 10, 26.

24 Rossanda, Processo alla violenza, cit.