La parabola del nanocapitalismo italiano

Si salveranno, ma con molti cambiamenti. Intanto, qualcuno dovrà proprio sparire. Poi, il Nord-Est diventerà ancora più selvaggio. In questi anni i sindacati hanno lasciato correre molto. Cose che a Torino e a Milano non sarebbero mai passate, qui le hanno fatte. Straordinari a getto continuo, gente in cantina a lavorare anche la domenica, norme di sicurezza solo approssimative. Ebbene, passata la crisi sarà tutto un po’ peggio. Già adesso stanno precarizzando il precarizzabile e la strada del futuro è quella: diventare superflessibili, pronti a chiudere e a ripartire in Egitto o a Manila, a seconda di come va. [Banchiere anonimo, in Giuseppe Turani, “Le imprese venete: lo Scudo ci salverà” Affari&Finanza, 28/09/2009]

Ottimista, il banchiere, anche perché informa che i nanocapitalisti in questi decenni hanno esportato a più non posso capitali all’estero. Fieno in cascina ne hanno. Resta da vedere dove verranno indirizzati i soldi scudati con il nuovo condono di Tremonti . Intanto lo scenario che prospetta è fatto di precarietà e, qualora non dovesse bastare, di delocalizzazione. In entrambi i casi, un inferno. Non che le cose stessero diversamente in questi ultimi decenni: il nanocapitalismo ha avuto come base ultima il supersfruttamento, il pluslavoro assoluto. E tanti, tanti altri fattori internazionali e interni che gli hanno permesso di prosperare e, nell’ultimo decennio, di tirare a campare. C’è un problema: alcuni di questi fattori non sono più presenti, mentre altri, tra cui l’evasione fiscale e l’allegria contabile, presentano oggi le loro contraddizioni.

LA NUOVA DIVISIONE DEL LAVORO DOPO LA FINE DI BRETTON WOODS

Il fattore internazionale per eccellenza è la nuova divisione del lavoro a seguito della fine dei cambi fissi e degli accordi di Bretton Woods, che hanno come contraltare la crisi petrolifera del 1973. È in quel frangente che i maggiori paesi europei abbandonano le produzioni tradizionali e si specializzano sempre più in media e alta tecnologia. Secondo l’economista Marcello De Cecco, la dirigenza europea che in quegli anni prese queste decisioni si aspettava che la staffetta passasse in mano dei “paesi emergenti”. In realtà approfittarono di questa nuova situazione paesi mediterranei come l’Italia, supportata da una storica decisione che impose il protezionismo europeo nei confronti di produzioni a basso valore aggiunto: è il caso, ad esempio, dell’Accordo Multifibre del 1974 che suggellava quote di import prestabilite per il tessile-abbigliamento. Chi a sinistra propone nei prossimi anni un ritorno al protezionismo, sappia che buona parte delle produzioni tradizionali italiane sono state “difese” per decenni dal rifiuto europeo di liberalizzare gli scambi mondiali in molti settori tradizionali, gli stessi in cui l’Italia si specializzò sostituendo le produzioni inglesi, francesi e tedesche. L’accordo Multifibre, dopo diverse proroghe, è stato soppresso solo nel 2004; in pratica per un trentennio l’industria italiana del tessile- abbigliamento ha prosperato per due motivi: i paesi continentali europei abbandonano queste produzioni e, contemporaneamente, l’Unione Europea impone limitate quote di import di questi prodotti. Un trentennio di profitti facili. Metodi protezionistici vengono applicati anche ad altri settori tradizionali: è il caso del settore della pelletteria e del calzaturiero, tuttora protetti con quote all’import a livello europeo.

IL PROTEZIONISMO INTERNO DOPO L’AUTUNNO CALDO

È questo il p rotezionismo estern o. Ancora più portentoso è il protezionismo interno che viene instaurato a partire dalle ristrutturazioni industriali seguite all’autunno caldo: non applicazione dello Statuto dei lavoratori per le piccole imprese, incentivi a fondo perduto, salari più bassi, evasione fiscale imponente (tuttora tollerata), iperflessibilità e, soprattutto, contesto di crescita cumulata del reddito e svalutazioni monetarie. Con queste armi una massa sterminata di unità produttive elementari è riuscita a fronteggiare la concorrenza estera. Gli ultimi aneliti sono la svalutazione monetaria del 1992- 95 e l’iniziale svalutazione dell’euro contro il dollaro alla fine degli anni ’90. Dopo, inizia una stagnazione decennale: secondo il rapporto dell’Abi sui mercati finanziari e creditizi di settembre 2009, il Paese assiste nell’ultimo decennio ad una decrescita media annua della produzione industriale pari a – 0,8%.

MANCA UN SOGGETTO DELL’ACCUMULAZIONE

La regressione produttiva dell’ultimo decennio e la susseguente stagnazione, tale per cui la crescita cumulata dal 2000 al 2009 è pari allo 0,5% annuo (anche se c’è da specificare che l’anno 2000 vide una crescita del 3,6% e dopo sarà un disastro completo…), fotografa una situazione in cui si dimostra l’assenza di un soggetto dell’accumulazione: non lo è il pubblico, la struttura statuale avendo abbandonato qualsiasi ipotesi di politica industriale da almeno trent’anni, non lo è l’imprenditoria privata e, soprattutto, non lo è il sistema creditizio. Non che non abbia supportato il sistema delle imprese in quest’ultimo decennio. Tutt’altro, lo dimostrano i dati: la crescita degli impieghi è stata pari a + 8,1% in media annua. Si discute piuttosto della qualità del supporto: la Cgia di Mestre, infatti, conti alla mano, informa che tra il 2000 e il marzo 2009 gli investimenti delle grandi imprese sugli immobili sono aumentati del 104,1%, mentre quelli sui macchinari “solo” del 13,4%; nel marzo del 2009 gli investimenti nel settore immobiliare sono risultati superiori di circa 2 volte e mezzo (in valore assoluto pari a 237,58 mld euro) rispetto a quelli realizzati in macchinari e attrezzature varie (97,27 miliardi di euro). Tra il 2000 e il marzo 2009, i primi sono aumentati del 104,1% e i secondi solo del 13,4%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata del 21,5%. Il dato è chiarissimo: si è preferito investire sugli immobili piuttosto che impiegare i capitali all’interno delle aziende per migliorare la competitività e divenire quindi più concorrenziali sul mercato domestico e quello internazionale. Non diversa è la situazione dei nanocapitalisti rispetto alla patrimonializzazione delle loro imprese; abituati da decenni a “prosciugare” le loro aziende a beneficio dei patrimoni familiari, la situazione in merito alla capitalizzazione è a dir poco drammatica: secondo la relazione annuale 2009 del Presidente dell’Abi Faissola, il rapporto capitale/debiti delle imprese italiane è la metà di quelle spagnole e, addirittura, quattro volte inferiore alla media delle imprese tedesche e francesi. Forse, analizzando questi decenni, si potrà parlare di “imprenditori”, ma di certo non di capitalisti nell’accezione classica del termine. La stessa composizione del tessuto produttivo dà da pensare che in realtà in questo Paese mancano “imprese” nel vero senso del termine. Circa il 97% non sono altro che microimprese (classe di addetti 1-9), mentre le medie imprese industriali sono meno di 5 mila, quando in Germania, a fronte della presenza di multinazionali, c’è una vasta area di Mittelstand costituita da almeno 40 mila medie imprese, dieci volte il dato italiano.

ANNI ’90: SI SMANTELLA L’INDUSTRIA PUBBLICA

Lo stesso dato delle esportazioni evidenzia l’assenza di aziende manifatturiere, visto che almeno il 90% del totale dell’export è fatto da non più di 10 mila imprese, a fronte di una presenza di circa 500 mila imprese “industriali”: ci si chiede cosa facciano le altre. Essenzialmente una cosa: subfornitura, messa in pedi a partire dalla fine degli anni sessanta per raggirare le richieste salariali e di migliore organizzazione del lavoro provenienti dal movimento operaio. Si era cioè “sfracellato” l’apparato produttivo, resisteva solo quello pubblico: con le privatizzazioni avviate dai governi tecnici e di centro-sinistra anche questo baluardo di modernità industriale viene meno. Rimarranno poche migliaia di medie imprese strutturate e internazionalizzate e una miriade di subfornitori: con tale quadro è impossibile pensare che esse possano essere protagoniste di processi di accumulazione capitalistica, non avendone oltretutto la minima stazza richiesta e non avendo mercati di sbocco, operando spesso su di un’unica committenza. Il sistema creditizio, nel frattempo privatizzato, asseconda questo degrado produttivo, certo di rientrare dagli impieghi con le garanzie offerte dai patrimoni familiari degli “imprenditori”: sono cioè più interessati alla gestione della ricchezza “privata” che a quella sociale dell’azienda, più alla rendita patrimoniale che al profitto aziendale, il cui ritorno sul capitale nell’ultimo decennio scema a non più di 3 punti percentuali, costituendo il resto finanza e rendite immobiliari. I banchieri, in ultima istanza, sanno che presso le “aziende” italiane vige da decenni la regola della contabilità parallela e sono più interessati al nero che a quel che appare ufficialmente nei bilanci. Non a caso le gestioni patrimoniali ammontano alla bellezza di circa 900 miliardi di euro, non considerando l’impressionante mole di profitti esportati all’estero in questi decenni. È un gioco che è durato fino al 2008: l’implosione mondiale fotografa una realtà italiana a pezzi con un terzo della capacità produttiva non utilizzata. Per ora è solo svalutazione del capitale, presto si arriverà alla distruzione. Vengono al pettine i nodi: si destrutturano i fin troppo mitizzati distretti industriali, l’out-sourcing, tramite le delocalizzazioni, diviene sempre più mondiale, i cali produttivi comportano l’internalizzazione di fasi precedentemente esternalizzate al fine di impiegare quanto più capitale produttivo interno, l’espulsione di capitale variabile offre ai capitalisti presenti nel Paese di impiegare manodopera a buon mercato, vigendo le defiscalizzazioni per i lavoratori in mobilità o cassaintegrati e tramite gli accordi neocorporativi sui contratti di solidarietà e le politiche attive del lavoro. Il vantaggio di avere costi del lavoro più bassi nelle piccole imprese si trasferisce a monte della filiera produttiva, mentre il corto circuito dei pagamenti manda a gambe all’aria i subfornitori. Dal lato finanziario, il prosciugamento della liquidità, i cali record di fatturato, la scarsa capitalizzazione dei nanocapitalisti si scontrano con l’entrata in vigore nel gennaio 2008 dei parametri di Basilea 2: dove non arriva il fisco, arrivano le banche, pronte a spulciare i reconditi segreti delle imprese italiane. È lesa maestà: il re è nudo. O ci mette capitali precedentemente “rubati” alle aziende per rimpolpare i patrimoni familiari e rende i bilanci più realistici e trasparenti, o molla, oltretutto non avendo ordini di produzione, ma galleggiando e ingrossando sempre più il magazzino. Da qui la rivolta fiscale: l’abolizione dell’Irap servirebbe a mantenere margini di profitto per via fiscale (evidentemente il livello di evasione è insufficiente…) erosi dagli oneri finanziari visto che per ogni 100 euro di fatturato le imprese italiane presentano 61 euro di debiti. Da qui le richieste creditizie, ma sono solo, alla fine, ristrutturazione del debito e moratorie, sperando che il peggio passi.

VERSO UNA DEINDUSTRIALIZZAZIONE FEROCE

Nel frattempo si assiste all’applicazione nelle aziende italiane del para – dosso di Fischer: in un contesto di deflazione produttiva, di crollo degli ordini e dei fatturati, il rapporto capitale/ debiti diminuisce sempre più, la leva finanziaria schizza in alto e chi può si adopera con l’adozione del concordato preventivo che scarica gli oneri principalmente sui fornitori. Semplicemente non si pagano più i debiti, se non parzialmente. Da qui gli immobilizzi e l’aumento vertiginoso delle sofferenze nette nel sistema creditizio. In questo contesto, gli “imprenditori” non capitalisti sono ormai più interessati alla salvaguardia dei patrimoni personali e familiari, che all’azienda: ecco perché è molto probabile che nei prossimi anni si assisterà ad una deindustrializzazione molto più feroce, tale per cui si abbandoneranno produzioni che ormai sono di competenza dei paesi “emergenti”. Gli altri paesi Ocse, dopo la crisi del 1973, abbandonarono produzioni tradizionali per dirigersi verso settori a media e alta tecnologia: è difficile che si applichi questo percorso nell’Italia del prossimo decennio. Si assisterà così alla parabola del nano – capitalismo messo in piedi, con il decentramento produttivo, contro le richieste di modernità economica e sociale proveniente dal movimento operaio post ’69. Con quali risultati è sotto gli occhi di tutti. Non si può analizzare il degrado politico e culturale di questi decenni se non si affronta la problematica dell’inarrestabile degrado economico sottostante. Un paradigma fatto di regressione economica è sulla via del tramonto, ma al momento non esiste in questo paese un “soggetto dell’accumulazione”: ecco perché la crisi italiana è molto più grave, in prospettiva, rispetto agli altri paesi Ocse. È un bilancio negativo anche per chi, a sinistra, soprattutto nei governi del periodo 1996-2001, ha permesso la privatizzazione degli oligopoli pubblici, gli ultimi avamposti di modernità del Paese: caduti anche questi, non è rimasto altro che degrado economico, di cui quello politico non è che una rappresentazione logica.

* Economista, autore del saggio Cronache del fronte reazionario di massa: sanfedismo economico e rivoluzione capitalistica (Quaderni della Rete dei comunisti, 2005), collabora con riviste marxiste quali La Contraddizione e Proteo