La Palestina orfana di Arafat

*redazione di Liberazione; giornalista e saggista, esperto di questioni mediorientali

LA TRASFORMAZIONE DEI FUNERALI DI ARAFAT IN UNA SPETTACOLARE MANIFESTAZIONE DI POPOLO, SMENTISCE LA LINEA DI DELIGITTIMAZIONE ISRAELIANA E USA DEL RUOLO DEL LEADER PALESTINESE E RILANCIA LA CENTRALITÀ DELLA CAUSA PALESTINESE COME NODO CRUCIALE PER QUALSIASI SOLUZIONE DEL NODO MEDIO ORIENTALE

La Palestina orfana di Arafat: non è soltanto una constatazione di fatto o un’espressione colorita, è la sottolineatura di un problema politico di prima grandezza che fa sentire il suo peso in due direzioni, e cioè sia all’interno della società e del mondo politico e istituzionale palestinese sia nei confronti di Israele e della comunità internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti e dall’ Europa; per cui sarebbe più esatto parlare non solo di Palestina ma di un Medio Oriente nel suo complesso alle prese con il dopo-Arafat. Non c’è dubbio infatti che le prospettive aperte dall’uscita di scena del presidente dell’Anp incideranno direttamente sul progetto dell’Amministrazione Bush di “idisegnare” la mappa geopolitica del Medio Oriente secondo le linee guida che hanno determinato la guerra contro l’Afghanistan e ancor più quella contro l’Iraq. Lo conferma in modo esplicito l’affermazione di Bush – ma anche di Sharon – (affermazione ripetuta a pappagallo dai mass-media di casa nostra) secondo cui la scomparsa di Arafat apre una nuova opportunità di negoziato e di pace fra israeliani e palestinesi, perché con Arafat non si poteva trattare in quanto “inaffidabile e colluso con il terrorismo». A parte il fatto che in tema di terrorismo Sharon può dare punti a tutti, incluso Arafat, il discorso politico va esattamente rovesciato: con la scomparsa di Arafat è venuto meno il pretesto al quale il premier israeliano si è tenacemente aggrappato (con l’avallo di Bush) per rifiutare il dialogo con l’Anp, perfino nei confini ambigui e ristretti di un progetto come la road map, e per portare invece avanti la sua strategia di aggressione e di liquidazione dell’ipotesi stessa di uno Stato palestinese degno di questo nome.
Se i simboli hanno una loro importanza, allora la trasformazione del funerale di Arafat a Ramallah in una spettacolare e commovente manifestazione di popolo esprime molto bene questa duplice realtà: da un lato smentendo in modo clamoroso la strategia di sistematica delegittimazione di quello che era il presidente legittimamente e democraticamente eletto dal suo popolo, oltre che l’espressione vivente della causa palestinese, e dall’altro lasciando intendere che quella folla, acclamando il suo leader nel momento del definitivo e triste ritorno nella Muqata, si riconosceva nel progetto che proprio Arafat ha portato avanti, partendo dal discorso all’Onu del 1974 per arrivare vent’anni dopo, nel luglio 1994, al trionfale ritorno in Palestina, alla costruzione dell’Autorità nazionale palestinese quale embrione del futuro Stato indipendente accanto ad Israele, ma anche, alla fine, alla seconda Intifada, nel momento in cui la controparte era venuta platealmente meno agli impegni assunti con gli accordi di Oslo. Questo è un punto particolarmente delicato, poiché il tentativo portato avanti da parte israeliana – ancora una volta passivamente acquisito dai massmedia – è quello di addebitare ad Arafat il fallimento del processo di pace e l’esplodere della nuova Intifada, per aver rifiutato le cosiddette “generose offerte” dell’allora primo ministro Barak al vertice di Camp David e per avere di conseguenza imboccato ancora una volta la “strada della violenza», cioè del terrorismo.
Due cose vanno qui dette con estrema chiarezza, cose tutto sommato già note (a chi vuol capire) ma che non è inutile ripetere. In primo luogo che quella di Camp David non è stata una proposta di pace ma una richiesta di resa, basata su clausole – mai messe per iscritto – che equivalevano per i palestinesi ad una condizione di perenne sudditanza nei confronti di Israele; e quando nei mesi successivi, a Intifada iniziata, a Taba sono stati fatto davvero dei passi avanti verso una possibile soluzione, è stato ancora una volta Barak a determinarne il fallimento, nell’illusione di accatti varsi l’elettorato di destra per il voto del febbraio 2001, con il risultato di consegnare invece il potere al generale Ariel Sharon. In secondo luogo, la lotta palestinese non è terrorismo, l’Intifada non può essere confusa in blocco con gli attentati suicidi di Hamas all’interno di Israele, attentati che Arafat e l’Anp hanno sempre esplicitamente condannato, ma dai quali Sharon ha tratto pretesto per distruggere sistematicamente, a suon di bombe e di omicidi, le istituzioni e infrastrutture dell’Autonomia palestinese, a cominciare dagli apparati di sicurezza; salvo poi accusare Arafat, privo ormai degli strumenti essenziali di intervento e recluso nella Muqata semidiroccata, di “non fare nulla per fermare i terroristi».
Se non si hanno ben chiari questi due punti, non si può affrontare seriamente il problema del dopo- Arafat; il quale costituisce certamente un banco di prova per i palestinesi – che devono dare dimostrazione di unità e di maturità politica superando le divisioni, che certo ci sono, e neutralizzando le provocazioni dei gruppi irresponsabili, come quella compiuta in occasione della prima visita di Abu Mazen a Gaza il 14 novembre –, ma è ancor più e ancor prima un banco di prova per il governo Sharon e per chi lo sostiene.
Dal primo punto di vista, la mosse iniziali dei vertici palestinesi sono da valutare positivamente. Non è pensabile un altro Arafat, non esiste nessuno che possieda il suo carisma, il suo prestigio e la sua capacità di tenere insieme, malgrado tutto, l’intera galassia palestinese; ma non c’è nemmeno – e questo è un bene – un’altra personalità capace di concentrare su di sé quel cumulo di poteri che ha contribuito non poco alla crisi interna dell’Autorità nazionale. La ripartizione fra diversi leader – per ora Abu Mazen alla guida dell’Olp, Abu Ala nell’incarico di premier, Fattuh alla presidenza dell’Anp e Faruk Khaddumi alla testa di Al Fatah – non solo configura una dirigenza collettiva, ma dà voce a diverse tendenze, inclusa quella dei critici anche severi di Oslo come appunto Khaddumi, ed esprime dunque un’articolazione democratica in entrambi i sensi. Il prossimo passo è quello delle elezioni politiche e presidenziali, già fissate per il 9 gennaio 2005; e qui viene in ballo la responsabilità del governo israeliano. Non è pensabile infatti che si possano tenere le elezioni se il governo Sharon non ritira le sue truppe dai territori rioccupati, se non toglie l’assedio alle città, se non cessa i raid aerei e terrestri, se continua a sequestrare e gettare in carcere elettori ed eleggibili (il riferimento in questo caso è chiaramente a Marwan Barghuti, popolare leader di Al Fatah e dell’Intifada, che è uno dei più accreditati “papabili” ma che è illegittimamente rinchiuso in una prigione israeliana). E un parallelo banco di prova è costituito dal piano di ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza: i palestinesi hanno chiesto fin dall’inizio che fosse negoziato e coordinato con loro, nel quadro di quella road map che è certo insufficiente ma che Sharon ha comunque ridotto a carta straccia; se il primo ministro continuerà sulla strada dell’unilateralismo, ciò equivarrà a confessare il vero scopo del piano per Gaza, vale a dire l’intento di liberarsi da un lato di un peso ormai non più sostenibile per consolidare dall’altro lato in modo definitivo l’usurpazione della Cisgiordania, anche con lo strumento aberrante del “muro della vergogna». Finora i pretesti erano Arafat e il terrorismo, nessuno – neanche qui in Occidente – sembrava ricordarsi che la radice di tutti i mali e di tutte le tragedie che affliggono il Medio Oriente sta nell’occupazione, che in Palestina dura ormai da più di 37 anni. Adesso che il “pretesto Arafat” non c’è più, è arrivato il momento della verità, per Sharon come per Bush ma anche per l’Europa, che deve una buona volta mostrare se è capace di passare dalle parole belle ma astratte agli atti politici concreti. I palestinesi hanno confermato in mille occasioni la loro disponibilità a riprendere la strada del negoziato e dell’accordo di pace, nonostante la prospettiva sia quella di costruire il loro Stato appena sul 22% della Palestina storica (e Sharon vorrebbe annettersi anche la metà di quel misero 22%!); lo ha gridato ripetutamente Arafat dalla Muqata trasformata in prigione, l’hanno ripetuto fin dal primo giorno i suoi eredi politici e istituzionali, e la stessa leadership di Hamas ha mostrato subito dopo la scomparsa di Arafat una cautela e una moderazione che costituiscono un segnale da non trascurare. Ma se tutto ciò dovesse risultare vano, nessuno potrebbe chiedere ai palestinesi di rinunciare al loro futuro e alla loro dignità e al diritto di conquistarseli con la loro lotta di resistenza. Le caratteristiche e le modalità di questa lotta possono essere decise soltanto da loro, ma il diritto alla resistenza con tutti i mezzi, incluse le armi, non può essere contestato da nessuno.
L’alternativa alla guerra imperialista e all’occupazione non si risolve nel falso dilemma fra terrorismo e non violenza: la resistenza non è terrorismo, è un diritto inalienabile di tutti i popoli oppressi, in Palestina come in Iraq e in ogni altra parte del mondo.