La nuova fase di Rifondazione: otto punti per ragionare

1. Nel recente passato l’area “Essere Comunisti” è stata chiamata a operare scelte e opzioni di voto molto delicate: abbiamo espresso un voto contrario al programma dell’Unione (e in generale, nel merito e nel metodo, al percorso che ha condotto a tale risultato); abbiamo votato favorevolmente al documento che, nell’ultimo Cpn, inaugura una fase politica nuova e altamente impegnativa. Abbiamo preso collegialmente tali decisioni, entro un’ispirazione che ripropone le nostre ragioni: le ragioni di un’area che, seppure in una collocazione di minoranza, si propone responsabilmente il rafforzamento e il successo politico del nostro Partito. E che ritiene di dover dare ancora un contributo essenziale in vista dell’obiettivo prioritario cui non abbiamo mai rinunciato: la costruzione – oggi, qui ed ora – di un partito comunista con basi di massa. Per questo abbiamo a suo tempo contrastato, da un lato, la deriva opportunista di chi copriva con un’identità statica e astratta una pratica politica compromissoria (al punto di avallare l’azione di un governo che partecipava all’aggressione “umanitaria” del Kosovo); e, d’altra parte, abbiamo criticato frontalmente un’impostazione liquidatoria della tradizione comunista ottonovecentesca. Consapevoli di dover navigare in mare aperto e con lo sguardo volto alle complessità del presente, non siamo mai stati indulgenti con posizioni settarie; e, nello stesso tempo, abbiamo sempre pensato che il nuovo può scaturire solo reimpiantandosi su radici sane e feconde (non sulle macerie o sul vuoto assoluto). Tale impegno strategico continua a costituire l’orizzonte generale entro cui vanno situate anche le scelte concernenti l’attuale difficile fase politica.

2 . Abbiamo già avuto modo di esporre nel dettaglio le ragioni del nostro giudizio negativo sull’esito del percorso programmatico. Vogliamo ribadire ancora una volta che fin dall’inizio – da quando cioè si è iniziato a ipotizzare una intesa con il centrosinistra – noi proponemmo una strada diversa da quella che la maggioranza del Partito ha scelto di intraprendere. Oggi, a cose fatte, continuiamo a ritenere la nostra proposta più adeguata rispetto alla strada scelta. Il nostro diverso approccio al tema del governo e al modo con cui si doveva costruire l’unità possibile con il centro sinistra si è determinato in base ad alcune valutazioni di fase sostanzialmente diverse da quelle avanzate dai compagni della maggioranza. In una parola, noi siamo stati e continuiamo ad essere meno ottimisti nella valutazione della fase: non possedere un grammo di “ottimismo della volontà” sarebbe infatti un grave difetto; ma lo è anche eccedere in ottimismo nella lettura oggettiva della situazione. In primo luogo, riteniamo non abbia fondamento la tesi secondo cui la componente moderata del centrosinistra avrebbe operato una cesura rispetto alle politiche degli anni 90: certamente, si stemperano le esasperazioni del governo Berlusconi, ma non si recede dall’impostazione di “liberismo temperato” che tanti disastri ha già causato al nostro Paese e che, soprattutto, ha spianato la strada alla cultura e alle politiche di destra. In secondo luogo, non riteniamo che i rapporti di forza tra le classi si siano modificati a nostro favore e che, nel nostro Paese, i movimenti nel loro insieme vivano una stagione di espansione: è per certi versi deprimente guardare oggi – a partire dalla nostra realtà – alla Francia e alla sua vincente capacità di conflitto sociale. In terzo luogo, non è affatto vero che vi sia un contesto internazionale migliorato rispetto al passato: e non sembra affatto che il programma dell’Unione lasci ben sperare sia per quel che riguarda i legami con gli Usa – con questo establishment Usa – sia rispetto all’impianto politico-ideologico della Ue, ai vincoli che da esso derivano per il nostro Paese e, a cascata, per i bilanci delle nostre realtà territoriali.

3. Da lungo tempo, a far data dal ritorno di Berlusconi al governo, abbiamo insistito sul fatto che l’interlocuzione unitaria a sinistra dovesse essere un carattere essenziale della linea politica del Prc: siamo stati i primi e per tutto un periodo i soli – quando nel nostro Partito furoreggiava lo slogan delle “due destre” – a porre questo tema. E – con tutto il Partito – abbiamo sempre aggiunto: unità e autonomia. Un binomio che ha inteso scongiurare il rischio di un’unità a prescindere, conseguita a scapito del nostro profilo strategico. Questo nodo tematico resta ancora oggi (ed anzi soprattutto oggi) un riferimento decisivo, la bussola fondamentale per orientare la nostra rotta. Noi riteniamo che, viceversa, le modalità con cui il Partito ha abbordato il tema dell’internità all’Unione e della partecipazione al governo abbiano depotenziato il suddetto orientamento: e che tale limite potrebbe manifestare i suoi effetti negativi nel corso della legislatura. Ribadiamo quanto sopra perché ciò serve a spiegare ancora una volta le ragioni di un voto contrario. Del resto, le suddette ragioni sono state clamorosamente verificate in occasione della stessa campagna elettorale e del suo contraddittorio esito. Contraddittorio: perché l’Unione ha vinto, ma le destre non hanno perso. E diciamo che tale risultato è la conseguenza di due principali fattori: in primo luogo, il radicamento – nelle profondità sociali e quasi-istintive di questo nostro Paese – di “spiriti animali” reazionari, risvegliati e profusi a piene mani in questi ultimi cinque anni dalla sotto-cultura delle destre; in secondo luogo, il carattere assolutamente deficitario della campagna elettorale dell’Unione, in particolare evidenziatosi clamorosamente negli ultimi dieci giorni prima del voto, quando è esplosa la questione delle tasse e – su un terreno così scottante – si è manifestata l’imbarazzante propensione moderata delle forze preponderanti dell’ Unione. Questo secondo elemento non può essere minimizzato: la babele di messaggi, l’incapacità di fare egemonia e parlare a tutti sulla base degli interessi materiali della stragrande maggioranza del Paese, hanno lasciato colpevolmente campo libero all’irruente recupero delle destre, consentendo ad un esercito che sembrava pressoché in rotta di ricompattarsi e rilanciarsi. In definitiva, una campagna elettorale debolissima, confusa sulle questioni economiche di fondo, che ha alluso all’incapacità di dare risposte alternative o comunque alla necessità di non aprire da subito contrasti nella coalizione. Già in questo sofferto esito è possibile vedere in filigrana tutti i pericolosi limiti della compagine che si candida all’alternativa di governo (il nome di Padoa Schioppa quale responsabile degli affari economici non è certo un viatico rassicurante); e, per contrasto, è resa visibile la fondatezza delle nostre ragioni.

4. Occultare le anzidette differenze di analisi non servirebbe e non sarebbe un buon servizio al nostro Partito; ma dobbiamo guardare davanti a noi, all’apertura di questa nuova e difficile fase politica. La co- erenza resta cioè un valore; ma essa è ingrediente essenziale anche per un reciproco riconoscimento e, dunque, per la stessa ricerca di possibili, non velleitari percorsi comuni. Non perdere dunque il filo, il senso profondo di un orientamento generale, ma nel contempo guardare avanti e in avanti fare un ulteriore passo. Il Prc ha compiuto il percorso che la maggioranza ha scelto e noi dobbiamo ragionare nel nuovo contesto che si è determinato. A partire dal giusto apprezzamento di due fatti importanti, perseguiti a vantaggio di tutto il Partito e, soprattutto, delle classi che esso intende tutelare: il buon voto a Rifondazione Comunista, l’elezione di Fausto Bertinotti a presidente della Camera dei Deputati. Il buon risultato elettorale, in termini di voti assoluti e in termini percentuali, conseguito al Senato e il soddisfacente responso fatto registrare alla Camera dei Deputati collocano il Prc in una posizione di preminenza tra le forze politiche che si apprestano a costruire il nuovo governo. Si tratta di un esito tanto più significativo se considerato nel contesto della buona prova offerta dalla sinistra di alternativa nel suo complesso e, per altro verso, alla luce del deludente risultato ottenuto dalla parte moderata del centro-sinistra. Senza dubbio hanno pagato il profilo unitario, la disponibilità a fornire il proprio contributo per cacciare le destre dal governo del Paese, nonché la proposizione senza tentennamenti di una netta inversione di tendenza nelle politiche sociali. In particolare al Senato – ove non era presente la lista unitaria dell’Ulivo – si sono rese evidenti l’intenzione di una parte degli elettori Ds di mandare un chiaro segnale alla coalizione e, col voto al Prc, la volontà di ancorare a sinistra l’azione del futuro governo. Va altresì tenuta nel giusto conto la presenza del simbolo di Rifondazione Comunista nelle liste del Senato quale unico simbolo comunista, riferimento ben visibile per quanti hanno inteso barrare la falce ed il martello. In definitiva, un risultato che premia il grande lavoro di tutto il nostro Partito e offre una tonificante boccata d’ossigeno a tutte le compagne e i compagni che da anni non risparmiano energie per far crescere i consensi a Rifondazione Comunista. Allo stesso modo, va valorizzata l’elezione di Bertinotti a Presidente della Camera dei Deputati, poiché essa costituisce un avvenimento di rilievo per il nostro Paese. Non può sfuggire il significato, sotto il profilo dell’ispirazione politico-culturale ancor prima che sul piano della politica istituzionale, che riveste il passaggio dagli accenti fascistizzanti e razzisti, fino a ieri ignobilmente dispensati nell’aula del Senato, alla citazione dei diritti del lavoro, di Marzabotto e dei valori della Resistenza quali architravi della Repubblica, da parte del neoeletto Presidente della Camera. Il discorso di investitura alla terza carica dello Stato pronunciato da Bertinotti è importante non solo per noi comunisti, ma per tutti i democratici; e, in una fase storica così avara di spunti etici, può giustamente essere assunto a modello culturale per le giovani generazioni. Senza dubbio, questo nuovo ruolo istituzionale può dare un contributo essenziale per il ripristino di un maggior respiro democratico nella vita delle nostre istituzioni e, in generale, nella cultura diffusa del nostro Paese.

5. Quanto detto non va preso semplicemente come un formale riconoscimento; si tratta in senso proprio di una valutazione politica. Ma proprio per questo, poiché non stiamo elargendo apprezzamenti meramente formali, è giusto non tralasciare alcuno degli aspetti sostanziali: ciò comporta il guardare non solo alla parte risplendente, ma anche al lato in ombra della luna. Gli effetti benefici che abbiamo appena menzionato potranno essere certamente profusi, ma in tempi medio-lunghi: si tratta di un esercizio istituzionale e culturale di lunga lena, volto a modificare i valori, i sentimenti profondi di un popolo. Nel frattempo, occorre però considerare l’impatto a breve dell’azione di governo: qui troviamo le principali e preoccupanti difficoltà. Mentre scriviamo, non abbiamo ancora notizie ufficiali circa la composizione della compagine governativa: possiamo tuttavia arguire che, se l’elezione di Bertinotti alla Camera dei Deputati ci consegna una carica istituzionale importante, questo stesso fatto riduce fortemente la possibilità che il nostro Partito abbia una rappresentanza pesante nel governo, da un punto di vista sia qualitativo che quantitativo. Se pensiamo all’urgenza con cui il Paese reclama misure dirette e rapide nonché al ruolo di spinta che i nostri elettori assegnano al Prc, si comprende che non si tratta di un problema di poco conto. Del resto, come si è già detto, le elezioni politiche hanno determinato una situazione parlamentare di difficilissima gestione, gravata com’è dal costante ricatto delle destre: in tali condizioni, la tentazione bipartisan non è una propensione astratta; è nei numeri. In questo senso, la composizione del Senato è emblematica e evidenzia con nettezza le difficoltà che avremo a far passare qualsiasi proposta realmente riformatrice: occorre tener presente che Marini è stato eletto con i voti determinanti dei senatori a vita, degli eletti all’estero e di alcuni transfughi della destra. Si tratta dunque di voti che potrebbero venire a mancare proprio in relazione a quelle leggi (o abrogazioni di leggi) che a noi stanno più a cuore.

6. In siffatto contesto, decisamente complicato, il Prc deve restare con tutte le sue forze agganciato ai contenuti che lo hanno sin qui caratterizzato: quelli che sono stati inclusi nel programma della coalizione ed altri che non vi figurano ma che restano per noi fondamentali. Dobbiamo altresì continuare a svolgere una pressante azione di condizionamento critico nei confronti della parte moderata del centro-sinistra su tutti quei temi rispetto ai quali permangono, anche nel testo programmatico, seri margini di ambiguità: basti pensare alla riproposizione delle missioni militari e di eventuali ulteriori impegni bellici purché deliberati dall’Onu, all’accettazione passiva dell’impianto politico europeo e dei vincoli di Maastricht, alla difesa della riforma Dini su pensioni e trasferimento del Tfr. Da questo punto di vista, l’autonomia del Partito, anche rispetto all’azione di governo, è decisiva: guai a noi se l’elaborazione della linea politica, la presenza attiva nelle vertenze sociali, nelle lotte dei lavoratori, nelle iniziative di movimento fossero più o meno consapevolmente piegate ad una meccanica trasposizione delle compatibilità dell’esecutivo. Le lotte aiutano il Partito (e la sinistra di alternativa nel suo complesso) nell’azione di governo e nel confronto con la sinistra moderata e il centro dell’Unione. Sul terreno del no alla guerra “senza se e senza ma”, su quello dell’inversione di tendenza nelle politiche economiche e delle immediate misure di redistribuzione del reddito a favore di salari e pensioni, sul terreno della difesa e del rilancio degli spazi di intervento pubblico in particolare nell’erogazione dei servizi essenziali – su tutto questo l’impegno del Prc deve passare a tutto campo: per le stanze del governo, per le aule parlamentari, nel Paese reale e nel vivo delle lotte sociali. La forza organizzata del Prc deve essere visibile nelle contese istituzionali, a cominciare da quella importantissima per l’abrogazione delle leggi berlusconiane, così come nelle mobilitazioni e nelle campagne di massa, a cominciare dalla fondamentale battaglia referendaria per affossare la controriforma costituzionale delle destre e da quella altrettanto importante per la reintroduzione della scala mobile. Per questo dobbiamo cambiare passo, dotarci di un partito sufficientemente reattivo e in grado di reggere la formidabile sfida politica dei prossimi mesi.

7. Giungiamo dunque a ragionare sulle prospettive del nostro Partito. E vogliamo subito dire che abbiamo apprezzato le aperture operate dal compagno Bertinotti nella Direzione e poi nel Cpn svoltisi subito dopo le elezioni. Il congresso è alle nostre spalle. Guardiamo avanti. A dimostrazione dello spirito unitario che come sempre ci anima, abbiamo aperto subito l’interlocuzione. E’ bene sottolineare che una tale scelta non va considerata come una scelta scontata. Sono infatti ancora vive le ferite subite a seguito di una composizione delle liste che non esitiamo a definire discriminatoria. Stiamo ai fatti: l’area “Essere Comunisti” ha eletto 5 parlamentari su 68, meno del 10 per cento, pur detenendo un consenso – misurato democraticamente in un congresso – del 26,5%. Sulla base di un confronto equo e di un’equilibrata dialettica interna, avremmo potuto legittimamente aspirare ad almeno 15 parlamentari. Non si tratta di dettagli. Va ricordato che un simile trattamento nei confronti delle minoranze interne non si è registrato in nessun altro partito politico: per fare un solo esempio, nel più grande partito della coalizione, le sinistre diessine hanno rispettivamente ottenuto un numero di candidati eletti esattamente commisurato alla loro consistenza numerica. Nonostante ciò, ostinatamente, vogliamo guardare avanti. Il Partito ne ha senz’altro bisogno, poiché come abbiamo detto la fase si presenta straordinariamente impegnativa, associando alla questione del governo il cambio del segretario e il rinnovamento del gruppo dirigente. Noi siamo disponibili a dare un contributo per costruire un clima più unitario nel Partito. In questa prospettiva abbiamo deciso di astenerci, assieme ai compagni di “Sinistra Critica”, sulla candidatura a Segretario del compagno Giordano, al quale auguriamo fin da ora buon lavoro. È un segnale di apertura e di fattiva disponibilità a collaborare che abbiamo voluto dare, affinché si apra una nuova fase improntata a una effettiva collegialità nella direzione politica e nella gestione del Partito. Servono però gesti concreti e scelte precise. Bisogna dimostrare nei fatti che le future decisioni saranno assunte con modalità diverse dal passato. Il Partito è di tutti, non della sola maggioranza: se non si parte da questo principio, non si apre nessuna fase nuova. Debbono inoltre cadere pregiudiziali e discriminazioni che persistono in molte situazioni territoriali e che, oltre ad essere dannose, risultano oggi incomprensibili: il “caso Roma”, con i compagni di “Essere Comunisti” sistematicamente esclusi da qualsiasi proposta nominativa, è al riguardo assolutamente emblematico.

8. Vale la pena di insistere sul peso “oggettivo” della dialettica interna al Prc. Com’è noto, una consistente parte di quanti aderiscono all’area “Essere Comunisti” sono per molti versi alieni da una cultura correntizia. Per paradossale che possa sembrare, questo è un dato di fatto: non sempre le cose avvengono per esclusiva volontà di qualcuno; ed anzi, nel nostro caso, abbiamo subìto il costituirci in corrente come una strada obbligata e imposta. In tal senso, le differenze vanno apprezzate nella loro consistenza, non azzerate per decreto o in base a repentine quanto ondivaghe circonvoluzioni: perdere la misura in tal genere di valutazioni conduce fatalmente ad errori politici. Un’articolazione interna per aree o componenti non preclude tuttavia un’- intenzione unitaria: un rapporto unitario significa gestire una comunità di partito sapendo che su alcune questioni la si può pensare in modo diverso e che ciò può non essere – anzi di norma non è – un dramma. Significa che la verifica sulla validità o meno delle proprie tesi viene rinviata al riscontro della realtà. Abbiamo dissentito sul modo con cui si è entrati nel governo e restiamo convinti di questa tesi; ma ciò non implica il non prendere atto di una nuova situazione o l’essere indifferenti ai risultati che si possono conseguire. Come la pur breve storia del nostro Partito dimostra, noi abbiamo sempre inteso contribuire ad ottenere il massimo risultato. Anche in presenza di un nostro disaccordo: come è accaduto in occasione delle primarie. Questo nostro atteggiamento non cambia oggi. Analogamente, abbiamo dissentito e dissentiamo – e non siamo certo gli unici in Europa – sulla costruzione della Sinistra europea, sotto il profilo del metodo e dell’ispirazione ideologico-programmatica: riteniamo infatti che, accanto ad un consolidamento di Rifondazione Comunista, occorrerebbe puntare alla costruzione della più ampia sinistra di alternativa, perseguita attorno alle due opzioni di fondo del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste, e non gravata da alcun veto ideologico. Tuttavia anche nella Sinistra europea porteremo il nostro contributo critico, come abbiamo già fatto al congresso di Atene; e valuteremo anche in questo caso l’evoluzione che si determinerà. In definitiva riproponiamo la nostra ispirazione di fondo, che – a nostro parere – è stata erroneamente respinta negli ultimi anni. La possiamo riassumere in poche battute: Rifondazione Comunista è un partito plurale; il confronto al suo interno non può essere fatto precipitare in una resa dei conti; il Partito ha il diritto/dovere di dotarsi di una linea, la quale deve essere prodotta cercando il massimo consenso; la gestione deve essere unitaria, poiché il Partito è di tutti e non della sola maggioranza. Se questo fosse il contesto, anche il ruolo della mozione “Essere Comunisti” potrebbe ridefinirsi. Vorremmo certamente poterlo fare: così da poter dedicare meno energie ad organizzare la nostra tutela verso continue discriminazioni e spendere il grosso del nostro impegno nella costruzione del Partito, a vantaggio della sua iniziativa nella società e del suo radicamento territoriale. Ma – questo è il punto – ciò non dipende solo da noi.