La nostra storia non è un cumulo di macerie

*Presidente ARS

IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO: UNA TESTIMONIANZA.

Quando ripenso – come col crescere degli anni ormai mi accade molto di frequente – al mio lungo impegno come iscritto e come dirigente del Partito comunista italiano, mi capita sempre piú spesso di tornare a riflettere anche sulle ragioni che mi indussero, nel lontano 1958, ad iscrivermi al PCI.
Sono infatti tra coloro che hanno compiuto la scelta comunista ormai in età adulta, senza alcuna precedente esperienza nell’ambito della sinistra, neppure associativa o sindacale. Provenivo da una famiglia di radicata fede cattolica e da una formazione politica e culturale aperta ai molteplici orientamenti del pensiero contemporaneo. Nel ‘50 avevo aderito alla sinistra DC che faceva capo a Dossetti, e nel Congresso di Napoli del ‘54, a soli 24 anni, ero stato eletto nel massimo organo di vertice della Democrazia Cristiana, il Consiglio nazionale. Ma già un anno dopo, nell’estate del ‘55, avevo lasciato quel partito al termine di un duro scontro sui temi sociali e internazionali con la segreteria Fanfani; e dopo aver promosso, assieme a Franco Rodano, Mario Melloni e Lucio Magri la rivista Il dibattito politico che sosteneva la ripresa dell’alleanza antifascista tra DC, PSI e PCI, avevo deciso, nel ‘58, di aderire al Partito comunista.
Giungevo dunque a questo partito dopo una complessa esperienza politica e culturale. Anche per questo non ignoravo – anzi conoscevo bene – le critiche alla politica autoritaria e repressiva dell’URSS e degli altri Stati che avevano adottato il modello sovietico, e sapevo perfettamente che in quelle critiche c’era parecchio, anzi molto, di vero, anche se esse non annullavano il valore storico della Rivoluzione d’Ottobre. Tra l’altro, nella mia formazione giovanile aveva contato moltissimo la lettura delle opere di Trotsky (La storia della Rivoluzione russa era stata pubblicata in lingua italiana già nel 1936, gli scritti su Stalin nel ‘47) e degli autori trotskisti. E a 18 anni avevo letto con grandissima emozione Buio a Mezzogiorno di Arthur Köestler, un romanzo che ricostruiva in modo piú che verosimile l’atmosfera tragica dei grandi processi di Mosca del ‘37. Non fu dunque una scelta idillica la mia iscrizione al PCI. Non fu l’adesione ad un mito, al sogno di una “società nuova” che già aveva trovato nell’URSS la sua realizzazione; fu, al contrario, una decisione che si fondava, essenzialmente, sulla considerazione della pecurialitá e dell’autonomia dell’esperienza del comunismo italiano e in particolare sul ruolo determinante che il PCI aveva svolto e svolgeva per contrastare i rischi d’involuzione e di regressione reazionaria e per promuovere l’attuazione della Costituzione e lo sviluppo della democrazia italiana. La mia fu, soprattutto, l’iscrizione a un partito che, col suo radicamento di massa, col suo impegno per estendere la partecipazione democratica e per innalzare le condizioni economiche, sociali, culturali della parte piú debole della popolazione, avevo visto e vedevo concretamente agire come uno strumento fondamentale per la crescita e il rinnovamento della società italiana. Ero naturalmente consapevole sia dei limiti interni di quel partito sia di quelli che derivavano dal suo rapporto con la politica sovietica. Ma ero persuaso della possibilità e dell’opportunità di operare dall’interno per cercar di superare quei limiti e per sviluppare in modo crescente le potenzialità positive del comunismo italiano: potenzialità che non piovevano dal cielo, ma nascevano dall’originalità della riflessione di Gramsci, mediata dall’iniziativa di Togliatti, sulle profonde diversità fra le condizioni delle società occidentali e le condizioni della società russa in cui si era affermata la rivoluzione leninista.
È mia convinzione che uno degli aspetti piú negativi della svolta del 1989, anche per il modo in cui essa è stata realizzata, stia nell’aver praticamente annullato – almeno su scala di massa – la consapevolezza di questa peculiarità culturale e politica del comunismo italiano. Non facendo seriamente i conti con il passato, le sue realizzazioni, i suoi problemi – anzi, comportandosi come se si trattasse semplicemente di voltare pagina – non solo si è lasciato che l’immagine del PCI venisse di fatto largamente identificata con quella dei partiti del “socialismo reale”, ma si è praticamente fatto tabula rasa di tutta un’esperienza storica. E su questa tabula rasa, dopo che la fragile ideologia del nuovismo ha mostrato tutta la sua inconsistenza, ha preso facilmente piede l’ideologia che in quel momento era prevalente in tutta l’ala moderata e maggioritaria della sinistra europea, ossia un riformismo sempre piú imbevuto di modernismo neoliberista.
La debolezza che la sinistra italiana ha dimostrato dopo la svolta del 1989, l’affannosa ricerca di una nuova identità, la carenza sia di fondamenti culturali che di formule organizzative valide, hanno in questa perdita di memoria storica una delle prime e fondamentali radici. Quale memoria storica avrebbe del resto potuto esserci quando, in una certa fase, divenne quasi di moda affermare – anche da parte di autorevoli dirigenti del PDS – che l’esperienza del movimento comunista era da considerarsi solo un “cumulo di macerie” di cui liberarsi, lasciando intendere che di tale “cumulo” faceva parte anche la vicenda del PCI?
So bene, naturalmente, che non sono comunque mancati – a parte la contradditorietá di giudizi alternativamente positivi e negativi, in particolare su personalità come quella di Enrico Berlinguer – i tentativi di dare una piú seria valutazione d’assieme dell’esperienza del PCI, per lo piú nel senso di sottolineare che in Italia il Partito comunista aveva svolto, per il miglioramento delle condizioni retributive dei lavoratori e per la realizzazione dello Stato sociale, una funzione sostanzialmente analoga a quella attuata negli altri paesi dell’Europa occidentale dai grandi partiti socialdemocratici. Pertanto il suo errore sarebbe stato di non aver saputo liberare la sua politica concreta del condizionamento derivante dalla sua origine. dalla matrice della Terza Internazionale. È questa, per esempio, la tesi sostenuta in modo molto dignitoso (cioè difendendo la propria scelta per il PCI e rifiutando ogni forma di “pentitismo”, al quale hanno invece ceduto anche illustri dirigenti storici del PCI) da Emanuele Macaluso nel suo recente libro a carattere autobiografico.
Anche questa interpretazione, però, non dà conto – a mio avviso – di ciò che di piú fecondo e originale stava alla base della politica del PCI. Tale fecondità e originalità aveva infatti le sue radici – come già ho accennato – nell’ascendenza gramsciana. Piú precisamente nella comprensione che la grande anomalia italiana stava nel fatto che l’eversione fascista (di cui proprio in Italia c’era stata la prima esperienza storica) aveva radici profonde nella storia del nostro paese; e non solo sul piano economico-sociale – a causa dell’intreccio tra arretratezza e modernità che era conseguenza del carattere ritardato e incompiuto della rivoluzione borghese – ma sul piano morale, culturale, civile, per la carenza di senso dello Stato, per la diffusa illegalità nel costume pubblico e in quello privato, per il prevalere degli interessi particolari, corporativi, clientelari (persino mafiosi) rispetto alla coscienza della responsabilità verso gli interessi generali del Paese.
Per questo c’era bisogno di un partito che non svolgesse solo un’azione di riequilibrio fra le classi essenzialmente sul terreno economico e parasindacale, con un impegno solidaristico e redistributivo quale era, in ultima analisi, l’obiettivo dei partiti socialdemocratici, ma che sapesse dare alle grandi masse un nuovo senso comune, una coscienza democratica diffusa, un’educazione alla responsabilità civile di cui, per tradizione, l’Italia era largamente carente.
Questo ha cercato di essere, nei suoi momenti e nei suoi aspetti migliori, il Partito comunista Italiano. Naturalmente riuscendo solo in parte a realizzare questo obiettivo (per difficoltà oggettive e per carenze soggettive), ma contribuendo tuttavia in modo determinante a creare nella società italiana quel tessuto democratico di massa che è stato decisivo non solo per il consolidamento delle istituzioni repubblicane, ma per l’avanzamento economico e sociale e per il rinnovamento del costume, degli orientamenti culturali e ideali, della coscienza civile. L’indicazione – che sin dal momento della svolta di Salerno fu al centro dell’impegno per la costruzione del PCI come partito popolare di massa – circa la necessità di congiungere costantemente la battaglia di opposizione con la coscienza di una responsabilità di governo, significava appunto questo: che la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori non doveva mai essere vista semplicemente in una prospettiva rivendicativa e categoriale, ma doveva trovare il suo naturale inquadramento nella crescita democratica della società italiana.
Alla luce di queste considerazioni si capisce bene la gravità del guasto prodotto perdendo di vista, dopo la svolta dell’89, la peculiarità della tradizione e del ruolo del comunismo italiano, e pensando anzi di poterli positivamente sostituire con un generico nuovismo, con una “modernità” senza aggettivi che, alla lunga, era solo un cedimento alle ideologie di moda. Il guasto si è manifestato nel fatto che la destra alla quale è stata aperta la strada («sdoganando”, non a caso, anche il partito che si richiamava al fascismo, che sino ad allora era stato relegato ai margini della vita politica) non è – come appare sempre piú chiaro – la normale destra moderata o conservatrice di altri paesi europei, ma una destra che esprime tutti i vizi della “vecchia Italia”, e contro i quali, in cinquant’anni, l’azione dei comunisti italiani era riuscita, naturalmente assieme ad altre forze democratiche laiche e cattoliche, a erigere un argine.
Come ha scritto Pasquale Santomassimo nel bel saggio “Il rapporto con il passato” pubblicato nel volume La notte della democrazia italiana recentemente edito dal Saggiatore, la rottura dei primi anni novanta ha aperto la strada a una “irrefrenabile emersione di antipolitica, intrisa di qualunquismo e populismo che erano atavici ma che ora vengono legittimati”: quell’antipolitica che costituisce la base del berluconismo.
È chiaro che, a distanza di piú di dieci anni, è ormai troppo tardi per porre riparo a quella rottura così da ricomporre la situazione come se quei guasti non fossero mai avvenuti. I colpi che sono stati e vengono tuttora inferti alla struttura democratica e istituzionale del paese e alle condizioni di lavoro e di vita delle masse popolari sono talmente gravi, che sarà necessario un impegno di lunga lena di tutte le forze democratiche – se ne saranno capaci – per riportare il paese su una strada di progresso e di rinnovamento.
Ma nell’opera che è e sarà necessaria per dare un solido fondamento di contenuti – non solo programmatici, ma culturali e ideali – all’alleanza democratica necessaria per sconfiggere Berlusconi e la destra, sarà non solo opportuna ma indispensabile una riflessione critica che torni a fare i conti con il ruolo fondamentale che il PCI ha svolto, nel bene e nel male, nella storia della democrazia italiana del Secondo Novecento. Ciò servirà a comprendere meglio i problemi che occorre affrontare per riaprire all’ Italia una strada di rinnovamento e di progresso. ma anche a recuperare energie e ritessere legami con forze sociali e culturali che la svolta del 1989, per il modo del tutto acritico in cui è stata realizzata, ha mortificato (spingendole, molto spesso, a chiudersi nel disimpegno e nell’astensione) e che sono invece indispensabili per contribuire a una nuova stagione della sinistra e della democrazia italiana.