La necessità di battere Berlusconi e la centralità del programma

LA COMPLESSITA’ DELLA FASE E LE DIFFICOLTÀ DELLA COSTRUZIONE DI UNA ALTERNATIVA DI GOVERNO.

Rifondazione si accinge ad affrontare il suo sesto congresso. E tuttavia, ben più che in quello precedente, la contrapposizione di punti di vista diversi appare – ad un osservatore esterno – poco chiara. Devo anche aggiungere che questo senso di indeterminatezza non è tanto ravvisabile nelle posizioni assunte da quanti esprimono – a vario titolo – delle critiche alla linea espressa dal segretario, quanto proprio in quelle che vorrebbero essere di sostegno a tale linea. Non vi è in questa constatazione alcuna volontà polemica, quanto semmai la constatata necessità che il dibattito in Rifondazione comunista avvenga veramente senza infingimenti e nella massima chiarezza. Quando pongo l’accento sul carattere confuso delle posizioni espresse dalla “maggioranza della maggioranza” mi riferisco ad alcuni paradossi. Il primo è che fra quanto scritto nelle 15 tesi del segretario e la pratica concreta fatta di dichiarazioni, prese di posizioni, atti politici – anche impegnativi – non esiste una connessione così lineare. Il che fa sorgere il dubbio circa quale sia effettivamente la linea sulla quale il partito sarà chiamato ad agire e impedisce, di fronte all’uso di termini e concetti di carattere evocativo, di cogliere la concretezza della proposta in tutti i suoi risvolti. Il secondo paradosso è che molto spesso i sostenitori di tali posizioni (per esempio quando intervengono nel dibattito apertosi su Liberazione) si avvalgono di argomentazioni che eludono i temi in discussione, rifugiandosi in riflessioni metapolitiche molto distanti dalla sostanza del contendere – che alla fin fine è la partita delle alleanze politiche e del governo – oppure utilizzano artifizi retorici che si rivelano poco pertinenti e del tutto non scontati. Del tipo: “Dato che abbiamo avuto un buon risultato elettorale alle europee, ciò significa che la linea maggioritaria era giusta e quindi – a maggior ragione – deve essere giusta la proposta ora formulata”. O, ancora, per rimuovere gli elementi di rischio presenti nella scelta che s’intende assumere, gli stessi fanno riferimento a qualche fattore “esogeno” che sarà decisivo nel produrre un esito soddisfacente. Per esempio: “La sfida di governo è impegnativa, noi non crediamo nel governo come “elemento di valore” e in ogni caso è il movimento in quanto tale che, attraverso la sua iniziativa, sarà risolutivo”. Il che, fra parentesi, suggerisce una domanda tanto banale, quanto ovvia: ma allora perché sì attribuisce una così grande centralità all’alleanza col centro sinistra al punto da prefigurare un pieno coinvolgimento nello stesso governo?

I FONDAMENTI DELLA LINEA CONGRESSUALE PROPOSTA DA BERTINOTTI

Occorre allora fare un po’ di chiarezza, anche a rischio di introdurre eccessive semplificazioni. A me pare che la linea proposta da Bertinotti, liberata da accorgimenti tattici o da suggestioni prive di un solido ancoraggio pratico, sia traducibile in un’idea fondamentale e, vale a dire, che: data la necessità oggettiva di battere il governo Berlusconi, e poiché ciò implica fare i conti con la costruzione di un’alleanza alle politiche, tanto vale assumersi direttamente la responsabilità di una propria partecipazione diretta al governo, essendo non più proponibile il ricorso al meccanismo della “desistenza”. Quest’assioma si reggerebbe su alcuni presupposti (almeno per come si è potuto dedurre da una serie di dichiarazioni rese in diverse circostanze e riportate dalla stampa).

1) In primo luogo, i partners di governo non sarebbero più uguali a quelli incontrati nella precedente esperienza poiché non solo vi sarebbe una maturazione più complessiva dell’ex Ulivo, ma soprattutto, perché tale alleanza non esisterebbe più essendosi scomposta in due anime: una moderata e una radicale; i soggetti cui rifondazione comunista dovrebbe fare riferimento sarebbero quindi diversi e diverrebbe più agevole stabilire con loro un’intesa.

2) In secondo luogo, la presenza di movimenti nella società manterrebbe anche se, con qualche difficoltà in più rispetto a prima, una vivacità e una capacità di mobilitazione sufficienti a sorreggere l’esperienza di governo di Rifondazione comunista, attraverso una pressione di massa capace di incidere sugli equilibri della coalizione. 3) Infine, in questo quadro sarebbe possibile dar vita ad una “sinistra di alternativa” che, pare di capire, costituirebbe la seconda gamba di uno schieramento democratico e progressista, costituita da soggetti sociali e politici capaci di controbilanciare – da sinistra – il peso della componente riformista dell’alleanza, avanzando contenuti e assumendo pratiche più radicali. Essa apparirebbe (almeno fino ad ora) come una formazione in progress che accompagnerebbe la costituzione e l’iniziativa della Grande coalizione democratica. Non so se in questa ricostruzione tutti possano riconoscersi, ma credo che attenersi ad elementi del dibattito oggettivamente dimostrabili, sia un buon metodo per evitare astrattezze e ideologismi. Nello scorso numero de l’ernesto Alberto Burgio e Claudio Grassi hanno chiarito in modo efficace il punto di vista dei compagni de L’Ernesto sulla proposta del segretario. Mi è difficile introdurre nuovi elementi in uno schema di pensiero che condivido: credo invece che possa essere utile un approfondimento su taluni aspetti, da cui discende il ragionamento espresso in quel saggio.

LA NECESSITA’ DI BATTERE BERLUSCONI E L’ASSOLUTA CENTRALITA’ DEL PROGRAMMA

E vorrei iniziare, per l’appunto, da un’assunzione generale, rispetto alla quale non vi sono divergenze e che, tuttavia, si presta ad alcune riflessioni. Si tratta dell’inderogabile necessità di battere il governo Berlusconi e perciò di dar vita ad una qualche forma di alleanza con le forze dell’Ulivo. Sulle malefatte del governo Berlusconi non vi è molto da aggiungere: sono sotto gli occhi di tutti. Non solo sta utilizzando l’armamentario classico della destra liberista (compressione dei salari, precarizzazione del lavoro, riduzione delle protezioni in termini di sistema contributivo, riforma fiscale a beneficio delle fasce a reddito più alto, smantellamento del welfare, accentuazione delle politiche di privatizzazione, lesione dei diritti del mondo del lavoro e della cittadinanza in genere, a partire dai migranti), ma – e questo è il tratto peculiare di quest’alleanza – ha prodotto una legislazione ad personam costruita per tutelare il leader e i suoi collaboratori, finendo con il minacciare l’autonomia della magistratura e ledendo principi essenziali nel campo dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. In aggiunta, ha avviato una riforma delle istituzioni plasmandola sulle necessità della propria coalizione e cioè quelle di perpetuare il regime di controllo dell’informazione e di consolidare l’”occupazione” del sistema politico istituzionale. L’aspetto più inquietante è, in questo contesto, la riforma della seconda parte della Costituzione, i cui elementi più pericolosi sono costituiti dall’introduzione di un presidenzialismo senza contrappesi (il famoso premierato) e l’autonomizzazione delle regioni in materia di gestione di importanti servizi sociali (l’altrettanto famosa devolution). Queste scelte hanno ormai reso del tutto evidente la pericolosità di una coalizione che rischia di approdare a soluzioni istituzionali antidemocratiche. Per questo essa va rapidamente rimossa. La consapevolezza è ormai diffusa a livello di massa e per questo è così ampia la domanda di unità alle forze di opposizione. Il punto, tuttavia, è che questa esperienza di governo delle destre ha fatto anche crescere una domanda di alternatività delle politiche che spesso viene sottovalutata. Per questo non mi convince e giudico molto pericolosa la sottovalutazione, da parte delle forze del centro sinistra, della importanza dei programmi. Penso alle esternazioni moderate di Rutelli (sulla non modificabilità della legge sulle pensioni o sull’inopportunità del rinnovo della richiesta di ritiro del contingente italiano in Iraq), ma anche allo scarso interesse rispetto alla necessità di dare segnali forti e di discontinuità nelle politiche. Il nodo dei programmi resta dunque centrale in questa fase. Su questo punto vi è un’evidente debolezza della linea adottata dalla “maggioranza della maggioranza” che, mentre da un lato non fa che proclamare l’aspirazione ad un’”alternativa di società”, dall’altro, preferisce dare segnali di disponibilità alle componenti moderate del centro sinistra, lanciando messaggi per rassicurare gli interlocutori (come nel caso della disponibilità dimostrata verso l’utilizzo delle primarie, delle dichiarazioni assai concilianti in tema di riforma del sistema previdenziale, dell’incontro a Palazzo Chigi per la liberazione delle due volontarie italiane), e lasciando in se-condo piano il tema del confronto programmatico che, di fatto, è stato posposto all’entrata nella Grande coalizione democratica. Non solo, ma prevedendo la propria partecipazione diretta al governo, si finisce con il dare la sensazione a livello di massa che l’accordo sia bello e fatto, anche se ciò è del tutto privo di riscontri obiettivi (il confronto, infatti, non è stato ancora avviato). I rischi sono del tutto evidenti. Rifondazione comunista in caso di vittoria della coalizione con il centro- sinistra si troverebbe, all’indomani, di fronte ad un problema spinosissimo che consisterebbe nella continua riproposizione del dilemma se accettare o no scelte non condivise, subendo le pressioni incrociate, da un lato, di chi vuole in ogni caso impedire il ritorno di Berlusconi e di chi, dall’altro, non accetta di rinunciare ad alcune opzioni considerate essenziali per la salvaguardia del ruolo e dell’immagine del partito.

LE DIFFICOLTÀ LEGATE AGLI ORIENTAMENTI DELLE COMPONENTI MODERATE DEL CENTRO-SINISTRA E ALLO STATO DEI MOVIMENTI

Perché questa sottovalutazione del problema da parte della maggioranza della maggioranza di Rifondazione comunista? Per l’appunto per l’assunzione dei due primi postulati cui si faceva riferimento in precedenza e cioè il giudizio sui partners di governo e sulle forze sociali. Senza voler fare dei processi alle intenzioni, si ha la sensazione che trovandosi di fronte ad una decisione ormai assunta, si cerchi di dare una qualche giustificazione ex post. Ma i postulati enunciati sono in sé validi? A me pare di no. Consideriamo in primis l’orientamento della maggioranza moderata della coalizione. Vi è a tale proposito, una sostanziale continuità, non solo per ciò che riguarda alcune impostazioni programmatiche (anche se vi sono stati ovviamente alcuni cambiamenti, data la novità della situazione), ma anche per quanto riguarda l’impostazione politica che ne è la necessaria premessa. In poche parole, si sposa quella che recentemente Sartori sul Corriere della Sera, ha individuato come dottrina principe nei sistemi bipolari e, cioè, l’essenzialità della competizione al centro al fine di conseguire la vittoria sull’altro schieramento. La ricorrente pulsione neocentrista parte da lì, così come la disponibilità dei DS a convergere con la Margherita in una nuova formazione, anche a costo di aprire lacerazioni al proprio interno. Sono sotto gli occhi di tutti: la grande attenzione rivolta alle nuove posizioni espresse dalla Confindustria, il ritorno ad un’ispirazione neo atlantica, il riemergere di uno spirito bipartisan nei rapporti col governo. Questa impostazione è sbagliata, benché sia sostenuta da potenti mezzi di informazione. Quella che Sartori, nel citato articolo liquida, infatti, come “dottrinuccia” (e cioè la tesi secondo cui nel nostro sistema istituzionale la partita si gioca, all’opposto, nella capacità di mobilitare i propri elettori e quindi nel recupero di identità forti) a me pare sia assai più feconda per l’interpretazione dei fatti di questi ultimi anni, in cui non solo si è potuto verificare come gli spostamenti da uno schieramento all’altro siano stati minimi, ma anche come il peso dell’astensionismo si sia rivelato decisivo nello spiegare i successi del centro sinistra. Dal centro sinistra quindi non vi è molto da aspettarsi. Sul fronte dei soggetti sociali le cose non stanno molto meglio. Quello cui stiamo assistendo è, infatti, una fase di difficoltà del movimento no global, anche sul terreno decisivo dell’impegno contro la guerra in Iraq, e l’indebolirsi del potere contrattuale delle organizzazioni sindacali. Non a caso, la delocalizzazione funge ormai da potentissimo ricatto sul mondo del lavoro, al punto da costringere potenti organizzazioni sindacali europee ad accettare accordi che prevedono l’allungamento dell’orario a parità di salario. Né esperienze recenti, come l’accordo siglato per l’Alitalia, lasciano ben sperare. Ma vanno considerate, in prospettiva, anche altri elementi. Abbiamo apprezzato il valore della mobilitazione della CGIL, e in particolare della FIOM, per la riscoperta di un’autonomia contrattuale che per anni era stata assente. Così come apprezziamo ancora le proposte sul piano programmatico che ambedue le organizzazioni hanno avanzato e che giudichiamo largamente condivisibili. Non si può negare, tuttavia, che un rischio pesa sulla CGIL e cioè quello della possibile rinascita di tentazioni di “collateralismo” col governo, nel caso in cui vincesse il centro sinistra. Le condizioni a tale riguardo sono certamente migliori che nel passato, ma non vanno comunque sottovalutati i rischi. Anche perché da ciò dipende in larga misura il futuro della più avanzata esperienza categoriale – quella della FIOM – che non potrebbe reggere in eterno in una crescente condizione di isolamento.

LE DIFFICOLTÀ SUL PIANO ECONOMICO E SOCIALE

Queste considerazioni ci inducono a ritenere che il confronto per la formazione di una coalizione con le altre forze del centro sinistra non potrà prescindere, da un lato, dalla va-lutazione di merito dei programmi e che, dall’altro, sarebbe illusorio confidare nel sostegno automatico delle altre forze politiche o nella spontanea dinamica dei movimenti.. Ciò implica che, capovolgendo l’approccio fino ad ora seguito da Bertinotti, l’accordo dovrebbe essere il risultato di un progetto politico e non dovrebbe, invece essere considerato acquisito a priori. Vorrei osservare che le difficoltà nel conseguire tale obiettivo stanno non solo nei limiti sopra indicati, attinenti ai soggetti politici e sociali, ma anche in alcuni vincoli presenti sul piano economico e sociale. Esistono, infatti, condizionamenti internazionali (in particolare quelli legati ai trattati di Maastricht) che se non sono rimossi rendono molto difficile determinare un rilancio dello sviluppo e assumere un orientamento diverso da quello neoliberista.. In secondo luogo, resta una situazione economica e finanziaria molto difficile, per l’entità macroscopica del debito pubblico, e per la tendenza all’emarginazione produttiva del nostro paese sul piano della divisione internazionale del lavoro. Inoltre, vi è una situazione inquietante dal punto di vista sociale. Si pensi ai risultati dello studio ISTAT sulla crescita della povertà nel paese, ma anche alla condizione ormai insostenibile sul piano salariale di larghe fasce di lavoro dipendente, alle condizioni inaccettabili in cui versa il Mezzogiorno, al problema gigantesco dell’estensione della precarietà nel mondo del lavoro, alla riduzione del welfare per la compressione della spesa pubblica, al peggioramento della condizione dei giovani per effetto di una nuova riforma delle pensioni. E tutto ciò mentre, all’opposto, vi è una redistribuzione alla rovescia del reddito che premia le fasce più agiate (attraverso la politica dei condoni, i provvedimenti sul rientro dei capitali illecitamente portati all’estero, le misure assunte in tema di successioni, e soprattutto la riforma fiscale e la lesione sistematica dei diritti del mondo del lavoro). Senza contare il versante giuridico istituzionale sul quale sono stati compiuti dei veri scempi (dalle leggi ad personam, all’attacco alla magistratura, alla manomissione della seconda parte della Costituzione).

LA MEDIAZIONE NECESSARIA E I LIMITI DI UNA SOLUZIONE PURAMENTE TECNICA

Sinteticamente, mi pare che le questioni dirimenti siano: l’individuazione del “senso” di un confronto programmatico, i termini di tale confronto e le loro ricadute, il ruolo della mobilitazione sociale nel quadro di una decisa battaglia di opposizione, la realizzazione di una sinistra di alternativa come motore di processo di svolta, la salvaguardia dell’autonomia del partito. La prima questione va meglio precisata: un programma all’altezza delle necessità non coincide, ovviamente, con quello di Rifondazione comunista. Chi non riconosce obiettivamente la necessità di una mediazione, nascondendosi dietro l’impossibilità a priori di interloquire con alcuni soggetti politici o, all’opposto, spostando l’accento tutto sulla costruzione di un’opposizione sociale, di fatto, non prende atto della realtà e cioè che, con ogni probabilità, la prima occasione per mandare a casa Berlusconi sarà quella delle prossime elezioni politiche. Il punto vero è che vi è mediazione e mediazione. Non tutte sono equivalenti, né tutte sono accettabili e, infine, ognuna di queste è destinata a influire sulle scelte concrete che assumerà l’intesa di governo. Da questo punto di vista ha ragione Bertinotti quando sostiene che la riproposizione sic et sempliciter di un accordo di “desistenza” non ha oggi molto senso ma ha torto quando vi contrappone, a priori, la scelta di un’alleanza organica di governo. Anche su questo punto occorre essere chiari. I compagni di Falce e martello, ma anche mi pare con sfumature diverse, quelli di Erre, propongono il ricorso ad una soluzione tecnica per consentire di battere Berlusconi, dando per scontate differenze programmatiche inconciliabili. Il loro ragionamento ha un fondamento, ma ha anche una debolezza. Un accordo di desistenza implica, infatti, come nel caso del governo Prodi, un’intesa che prescinde dalla convergenza sui contenuti. Questa scelta può funzionare solo in un caso e cioè quello di un’autosufficienza delle forze del centro sinistra chiamate al governo del paese, perché se ciò non si verificasse e i voti di Rifondazione comunista si rendessero necessari, si ricadrebbe nel paradosso in cui si incorse all’epoca del governo Prodi, con il continuo dilemma se appoggiare o no il governo. Non solo, a differenza di allora, come ho già avuto l’occasione di sottolineare, la domanda di unità si fonde oggi con quella di un’alternatività delle politiche. Questa domanda, come la prima, non può essere elusa, pena uno scollamento nei rapporti di massa. E’ per questo che la tesi di Progetto comunista, e cioè del “Polo autonomo di classe”, risulta alla fin fine distante dalla reale domanda di massa, dando una non risposta a istanze assai concrete. Non vi sono, quindi, scorciatoie possibili al confronto programmatico, né è possibile, a priori, decidere le forme dell’intesa, ma solo alla fine del percorso. Quello che è certo è che nell’attuale quadro, più è avanzata l’intesa programmatica, più Rifondazione comunista è nelle condizioni di non subire contraccolpi pericolosi. Pertanto l’esigenza non è quella di conseguire un qualsiasi accordo, ma di verificare la possibilità di ottenere un accordo che apra una prospettiva di cambiamento, introducendo delle discontinuità rispetto all’esperienza precedente.

L’INTRECCIO FRA PROFILO PROGRAMMATICO E ASSETTI DI COALIZIONE

Per conseguire questo risultato è necessario, innanzi tutto, avere chiarezza su alcuni punti di caduta. perché non esiste trattativa che non sia destinata a chiudersi in una sonora sconfitta, in loro assenza. Descriviamo, allora, lo scenario possibile. Esistono delle condizioni assolutamente necessarie, oserei dire imprescindibili? Credo di sì. Una di queste è il rifiuto della guerra, indipendentemente dal consenso dato o meno da organismi internazionali come l’ONU. Si potrebbe argomentare che tale orientamento discende dall’oggettiva subalternità dimostrata dall’ONU in diverse occasioni (come nel caso del Kosovo), si potrebbe invocare la coerenza con una scelta generale a suo tempo assunta a favore della “non violenza” ma l’aspetto dirimente, a mio avviso, è un altro e cioè l’incompatibilità fra la guerra, quale strumento per il conseguimento di finalità imperialiste, con una scelta comunista. La guerra lede, da questo punto di vista, uno dei caratteri essenziali della nostra identità e non vi possono essere mediazioni su questo punto. Per questo credo sia stato un grave errore il solo ipotizzare di demandare la soluzione di tale problema al parere vincolante di una qualche forma di consultazione popolare. Su queste scelte non ci sono consultazioni che tengano. Se poi l’accordo con Rifondazione fosse consentito dai nostri interlocutori solo a patto di accettare il principio della guerra umanitaria autorizzata dall’ONU non si giustificherebbe alcun ulteriore confronto e in questo caso non vi sarebbe spazio che per un puro accordo tecnico. Il punto è, semmai, se una volta che fosse superato questo ostacolo, vi sarebbe la condizione per un confronto ad ampio raggio. Anche qui non si può essere semplicisti. Non è la stessa cosa un accordo in cui si riesce a conseguire un’intesa parziale su alcuni punti (anche importanti), ma a fronte di dissensi non marginali su altri, o un accordo che, invece, nel suo insieme, accanto a punti qualificanti, non contiene scelte palesemente conflittuali con il nostro punto di vista. Infatti, mentre nel primo caso non è scontato l’esito finale, nel secondo vi sono le condizioni (potenziali) per un’evoluzione positiva di un’esperienza di governo. Solo in questo secondo caso, e non entro nel merito degli specifici contenuti, sarebbe possibile un’alleanza organica e cioè con un ingresso formale nel governo. Come si vede, il quadro non è semplice ed è sbagliato volerlo semplificare. Se le condizioni non sono sufficienti perchè entrare in un governo? Non l’ hanno fatto in India grandi partiti comunisti, che pure appoggiano il governo retto dal Partito del congresso, proprio per l’inesistenza di un accordo programmatico interamente condivisibile, perché noi dovremo essere più realisti del re? O la superiorità dei contenuti sulle scelte degli organigrammi (da sempre ribadita in Rifondazione) è venuta improvvisamente meno?

LA BATTAGLIA DI OPPOSIZIONE E LA MOBILITAZIONE SOCIALE

La vera questione è rappresentata dalla modifica degli equilibri sociali e politici, come condizione per realizzare una mediazione politico programmatica adeguata alla fase e sostenibile da Rifondazione comunista. Di qui l’assoluta rilevanza che assume la capacità di mettere in campo un’efficace battaglia di opposizione. I terreni sui quali condurre tale battaglia sono i seguenti: l’iniziativa per il ritiro immediato dei militari italiani inviati in Iraq, la lotta contro la finanziaria, la gestione delle vertenze contrattuali ed, infine, l’iniziativa a favore del referendum sulla seconda parte della Costituzione. Sul primo punto, la mediazione raggiunta con il centro sinistra risulta obiettivamente inadeguata. Un passo indietro, rispetto a scelte compiute in precedenza che ponevano in modo inequivocabile la richiesta dell’immediato ritiro, senza condizioni, delle truppe italiane. Di qui anche un malessere che attraversa spezzoni di movimento, non a caso spesso assenti anche dalle recenti manifestazioni e sempre più critici verso le scelte del nostro partito. Occorre quindi rapidamente recuperare una battaglia politica esplicita contro l’intervento americano, con la “valorizzazione” e non con la “rimozione della resistenza armata” (senza per questo si traduca in alcun equivoco sulla condanna del terrorismo) e per la realizzazione di un assetto istituzionale non soggetto ad alcun protettorato esterno. Sul piano della finanziaria, è grave che la manifesta-zione del 6 novembre sia stata rimandata per il solo fatto che Prodi non poteva parteciparvi. L’episodio è rivelatore dell’inclinazione propagandistica di alcune forze del centro sinistra che non colgono l’importanza della lotta contro la manovra economica come mezzo, non solo per mettere in difficoltà il governo, ma anche per delineare un assetto programmatico alternativo. Peraltro, le scelte della finanziaria possono essere contrastate solo assumendo un punto di vista oggettivamente diverso da quello che caratterizzò la politica economica del governo Prodi. E cioè: un’iniziativa internazionale (in prospettiva) tesa a modificare i parametri di Maastricht, un coraggioso intervento fiscale contro le rendite (la patrimoniale) e i redditi più elevati, l’eliminazione di vincoli alla spesa degli enti locali e la ripresa dei trasferimenti, la salvaguardia del welfare e il rifiuto delle privatizzazioni, il sostegno allo sviluppo (dal sostegno selettivo alla ricerca, alla promozione di settori innovativi, allo sviluppo del Mezzogiorno). Sul piano delle vertenze contrattuali è già chiaro che il governo non intende soddisfare le richieste sindacali, fissando tassi di inflazione programmata inferiori agli incrementi reali del costo della vita. Di qui l’intreccio evidente con la battaglia sulla finanziaria. Fino ad oggi la ritrovata unità fra le tre confederazioni sul piano dell’iniziativa di lotta non ha prodotto granché. E’ vero che è stato previsto uno sciopero generale di quattro ore, ma per esempio su tutta la partita della legge 30 non vi è stata alcuna mobilitazione, né il profilo generale della lotta è stato privo di contraddizioni, basti pensare ai contenuti spesso assai diversi delle singole piattaforme contrattuali. La conduzione di tali vertenze, sulla base di principi unificanti, si rende quindi indispensabile. Infine, sul piano istituzionale non vi è molto da dire sulla giustezza del ricorso al referendum. Il punto è che l’eventuale soppressione di quella orrenda riforma varata dal centro-destra imporrà, gioco forza, la definizione di una nuova proposta sulla quale si misureranno le ambiguità che sussistono nell’ambito del centro sinistra.

LA COSTRUZIONE DELLA SINISTRA DI ALTERNATIVA E LA MODIFICA DEI RAPPORTI DI FORZA NELLA COALIZIONE.

Ragionare sui vincoli programmatici resta del tutto astratto se non si affronta di petto la questione della modifica dei rapporti di forza fra Rifondazione comunista e le forze moderate del centro sinistra. Qui davvero, non si capisce (o al massimo si può intuire) la ratio di alcune scelte compiute in questi mesi. Infatti, di fronte allo squilibrio di forze che costituisce un’ipoteca sulla mediazione finale di un accordo per il governo e alla presenza di propensioni dichiaratamente “continuiste” delle forze moderate, già segnalate in precedenza, sarebbe del tutto ovvio dar vita a quella “sinistra di alternativa” che si è invocata in questi anni. Occorrerebbe perciò mettere insieme le forze politiche che hanno condiviso con noi alcune battaglie (dal referendum sull’articolo 18, alla richiesta, da subito, del ritiro delle truppe dall’ Iraq). Non solo, a questo andrebbe accompagnato il coinvolgimento attivo di settori di movimento che, pur nella loro autonomia, sono in grado non solo di dare un contributo programmatico importante ma anche di sostenere una battaglia di massa di opposizione. Queste forze sono: la Fiom, pezzi di sindacato extra confederale, la stessa CGIL, il movimento pacifista, ecc. Perché queste forze politiche e sociali non presentano, alle altre forze del centro sinistra, una piattaforma comune sulla quale trattare? Recentemente sembra che anche Rifondazione comunista abbia accettato l’idea di una convergenza (il famoso “contenitore”) il che è positivo, ma in tutti questi mesi perché si è privilegiato il dialogo con le forze moderate, con Prodi o al massimo con settori della sinistra moderata, trascurando questi soggetti un tempo privilegiati? Non solo, più volte si è ribadito che il programma deve essere discusso con tutti, non essendo comprensibile una pre-convergenza con la sinistra di alternativa. Confesso di non averne capito la ragione, sempre che non si punti a privilegiare il dialogo con parti della sinistra moderata per ottenere una legittimazione da spendere poi anche nei confronti della residua sinistra di alternativa, in una sorta di prefigurazione di un assetto bipolare interno della stessa Grande alleanza democratica. Ma questa ipotesi, di fatto, significherebbe ridurre la sinistra di alternativa a un puro “campo di azione” di Rifondazione comunista che, di volta in volta, seleziona gli interlocutori ad essa più vicini, giovandosi della sua maggiore consistenza nell’area della sinistra critica e, nel frattempo, dei buoni rapporti con quella moderata. Un modello, a mio avviso, molto discutibile. Mi pare superfluo richiamare il fatto che, in ogni caso, quando faccio riferimento alla sinistra di alternativa non alludo assolutamente alla forma datale qualche anno fa, e cioè quella di un “nuovo soggetto politico”, di fatto assorbente gli attuali partiti, ma di un’alleanza, per quanto forte e compatta, in cui partiti e movimenti mantengono un’autonomia sostanziale e in cui l’unità non è il frutto della cessione di autonomia ad organismi dirigenti collettivi, cui delegare alcune scelte, ma dell’esistenza di un vero programma comune e di un’intesa, di volta in volta, sulle scelte di iniziativa politica.

L’ASSUNZIONE DI UNA PROSPETTIVA BIPOLARE COMPIUTA E L’AUTONOMIA DEL PARTITO

Infine, una questione diventa dirimente: quella della forma della Grande alleanza democratica e della relazione che esiste fra questa e l’autonomia del partito. Non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un problema molto serio, giacché le scelte fino ad ora compiute dal gruppo dirigente di Rifondazione comunista vanno in una direzione che a me pare sbagliata. Come è noto, la proposta della alleanza democratica fu lanciata da Bertinotti, ripresa da Prodi con l’aggiunta dell’aggettivo “Grande” e oggi magnificata dai mass media che la danno come struttura ormai condivisa e, di fatto, già operativa. Ma chi l’ha deciso in Rifondazione? Certamente nessuno dei gruppi dirigenti. Con quale legittimità si è quindi proceduto a tale scelta, peraltro senza che esistesse alcuna base programmatica comune con le altre forze del centro sinistra? Si sostiene che, in ogni caso, la nascita della federazione dell’Ulivo rendeva obsoleto il simbolo utilizzato in precedenza per l’intera coalizione e che la formula della Grande alleanza democratica sancisce la diversità dal precedente centro sinistra. Ma è poi vero? Al massimo ciò che è risultato comprensibile agli occhi della gente è stato il fatto che oggi esiste un “nuovo” centro sinistra allargato a Rifondazione Comunista e Italia dei valori, con un altro nome. Inoltre, non c’è chi non veda come tale scelta significhi l’”inclusione organica” di Rifondazione comunista nell’alleanza e l’abbandono della rivendicazione della propria autonomia che ne aveva costituito una delle peculiarità. In verità, questa scelta è sbagliata per due ragioni: la prima è che non si tratta di un escamotage simbolico ma di una scelta ben precisa. Rivelatrice, in questo caso, è la proposta dell’istituzione delle “primarie” come sistema di scelta della candidatura del leader e dei programmi. Ora, chiunque conosca un po’ la struttura istituzionale degli altri paesi sa che l’utilizzo delle primarie è confinato ad alcuni stati come gli Stati Uniti e l’Australia, dove peraltro hanno già evidenziato non pochi limiti, pur essendo le stesse disciplinate (a differenza del nostro paese) da apposite leggi. Ma sa anche che in questi casi esse sono utilizzate per scegliere il leader di un partito, che a sua volta si fa portatore di un programma. La proposta avanzata dal centro sinistra nostrano, invece, riguarderebbe un’alleanza che attraverso questo sistema sceglierebbe il proprio leader (già peraltro prescelto) e lo stesso sistema sarebbe utilizzato per dirimere eventuali controversie sui programmi. Saremmo, cioè, al trionfo di un bipartitismo sui generis. In questo schema è ovvio che si determinerebbe una riduzione del margine di autonomia del partito, la cui azione ben difficilmente potrebbe fuoriuscire in modo troppo marcato dai confini politico-programmatici segnati dall’alleanza. E’ in tal senso che si viene ad aprire la questione del rapporto con i movimenti, giacché se è difficile che questi possano esprimere le loro istanze assumendo come riferimento una forza che deve sottostare a mediazioni, nell’ambito di un’alleanza, non pienamente condivise dagli stessi movimenti, è ancora più difficile che ciò possa avvenire in una coalizione che assume un profilo che si approssima a quello di un partito o di un soggetto politico strutturato (con un proprio sistema di decisione a maggioranza), per quanto arricchito da una dialettica (anche molto vivace) presente al suo interno. Inoltre, come si possono incanalare le aspirazioni dei movimenti in una logica basata su “primarie” senza comprometterne la loro stessa autonomia? Di qui l’esigenza che l’autonomia del partito venga preservata molto di più di quanto si è fatto. Peraltro, cosa ci sarebbe di scandaloso in un alleanza in cui Rifondazione Comunista conservasse, anche formalmente, la sua natura di soggetto esterno al centrosinistra, benché legata da un accordo programmatico reciprocamente condiviso? Nulla. Invece è assai dubbio che nel contesto che si sta prefigurando la scelta strategica di Rifondazione comunista possa avere uno spazio. Mi riferisco all’obiettivo dell’”alternativa di società” e, soprattutto, alla costruzione di un pensiero comunista per il terzo millennio. Appunto: la rifondazione del comunismo (e non l’equivoca sua “reinvenzione”, che presuppone una rottura totale con i fondamenti originari, in nome di un non meglio precisato “nuovo inizio”) che per sua natura non esclude una politica di alleanze, ma che presuppone uno spazio di autonomia per lasciare aperta una ricerca su una prospettiva dichiaratamente anticapitalista. Sempre che questa aspirazione non resti solo nei simboli, a fronte dell’assunzione ormai definitiva di un sistema bipolare che non esclude, al suo interno, la presenza di componenti radicali, la cui cooptazione in un’alleanza democratica non dipende dalla intransigenza dei loro comportamenti ma dalla sostanziale accettazione (anche se in funzione di un suo miglioramento) del sistema dato.