La NATO: un “ordine” di guerra

*Comitato Sardo “Gettiamo le basi”

POTERE, MILITARIZZAZIONE E CONTROLLO DEL TERRITORIO: L’ESIGENZA DELLA LOTTA CONTRO LE BASI USA- NATO E I LIMITI DELLA SINISTRA.

Il problema delle basi militari s’inserisce nel quadro complessivo del progetto made in Usa di esercitare l’egemonia globale, dapprima con l’eliminazione della potenza rivale sovietica, oggi ponendo sotto controllo l’intero pianeta. Il disegno di dominio totale è esplicitato a chiare lettere dagli Stati Uniti in una mole di dichiarazioni e documenti ufficiali. Il ruolo assegnato all’Europa, e quindi all’Italia, è meno esplicito ma è leggibile tra le righe dei documenti ed è ben visibile nei fatti. Da un lato è l’alleata vassalla invitata a raccogliere alcune briciole del banchetto in cambio del sostegno attivo ai progetti a stelle e strisce, dall’altro è la concorrente, la potenziale rivale da tenere a bada.
Nella fase della Guerra Fredda (o III Guerra Mondiale) e nella fase attuale lo strumento privilegiato per attuare il progetto di egemonia è la Nato, “insostituibile meccanismo per l’esercizio della leadership Usa e per la proiezione della potenza e della influenza americana attraverso l’Atlantico e oltre” (Rapporto Dipartimento Difesa Usa, 1998). L’altro strumento è costituito da alleanze occasionali in funzione di precisi obiettivi e delle esigenze del momento, da negoziati e accordi bilaterali che strappano condizioni più vantaggiose per l’installazione della presenza militare Usa.
La radicale rimessa in discussione delle basi militari che pullulano in Italia e del “modello d’insicurezza” che le giustifica va collocata nel quadro di contrasto deciso, concreto e praticabile, a tutti gli strumenti della guerra, opzione privilegiata per il saccheggio del pianeta e terreno fertile per una regressione politica e sociale che fa riemergere la possibilità di svolte autoritarie, come insegna il “Patrioct Act”.

RIPUDIO E CONCUBINAGGIO

L’Italia stenta a scuotersi dal sogno che l’ha cullata per oltre mezzo secolo di aver ridotto all’impotenza il mostro Guerra e di aver relegato tra le barbarie del passato le velleità di ritagliarsi fette d’impero sterminando altri popoli. La Guerra cacciata dalla porta è rientrata dalla finestra, mascherata da Difesa e il ripudio solenne, sancito dall’art. 11 della Costituzione, si è trasformato in stabile concubinaggio.
L’Italia nata dalla Resistenza si affretta a dar vita all’Alleanza militare atlantica. Spronata e sostenuta dalla grande potenza “amica” meticolosamente si adopera per ricostruire e potenziare le basi e gli arsenali indispensabili per convolare ad un nuovo, duraturo matrimonio con la Guerra. L’opposizione iniziale delle forze della sinistra di classe all’adesione al Patto Atlantico resta in superficie, non tocca il nodo del problema: se si vuole la Pace occorre costruire la Pace, spezzare i progetti imperiali di dominio e di rapina, eliminare l’iniquità che regge i rapporti tra popoli, recidere la guerra alla radice, estirpare le sue basi, i suoi poligoni, i suoi arsenali, le sue alleanze. Per decenni la discussione si concentra su vizi e virtù del potente Alleato-Padrone che domina la coalizione militare. L’accettazione della Nato da parte della sinistra moderata e “riformista” spegne definitivamente i pochi sprazzi di luce che avevano permesso d’intravedere la possente ricostruzione della macchina bellica.
La volontà di Pace rimane confinata all’interno dell’orizzonte tracciato tre millenni fa da Roma imperiale: se vuoi la Pace, prepara la Guerra. Non si superano le Colonne d’Ercole. La Pace continua ad essere intesa come periodo di non belligeranza tra una guerra e l’altra, pausa necessaria per rilanciare e dare vigore ad un’altra guerra più virulenta e devastante della precedente in una corsa al massacro senza fine, in una spirale senza vie d’uscita che da millenni imprigiona l’Europa e che l’Europa ha contribuito ad esportare nel pianeta.
L’Italia Atlantica, appena uscita dalla guerra, subito dopo aver ripudiato solennemente la guerra, porta a compimento il sogno mussoliniano di fare della penisola una inaffondabile portaerei proiettata nel Mediterraneo, un’immensa portaerei che ha la sua stiva, la sua sentina nell’isola di Sardegna. Nell’isola-pattumiera si creano le nuove e avanzate installazioni, indispensabili per alimentare e sostenere politiche di belligeranza. Il demanio militare (16.000 ettari nella penisola) si arricchisce dei 24.000 ettari di terra espropriata al popolo sardo. La Sardegna diventa una grande caserma, un bastione militare inespugnabile circondato da una sterminata cintura di mare militarizzato che si estende per una superficie che supera quella dell’intera isola. L’occupazione militare si articola e si struttura secondo i più efficienti parametri della massima concentrazione e dell’utilizzo intensivo degli impianti. La fabbrica di guerra nasce moderna.
In Friuli sui 4.240 ettari di demanio militare affidati all’Esercito si contano ben diciassette poligoni; in Sardegna il poligono Salto di Quirra occupa una superficie di terra più che tripla (13.000 ettari), il poligono di Capo Teulada impegna 7.200 ettari.
La tipologia e la dislocazione delle basi della guerra è pianificata in modo razionale e lungimirante, prefigurando l’esito vittorioso della cosiddetta Guerra Fredda o III Guerra Mondiale e anticipando il ruolo attuale dell’isola di presidio dell’intera regione mediterranea, piattaforma di lancio per le incursioni contro i popoli della riva Sud. In Sardegna si evidenzia in modo eclatante un altro aspetto del problema delle basi della guerra: il costo iniquo pagato dalla popolazione condannata a “ospitare” le strutture militari e le devastanti attività di guerre simulate, sperimentazione, collaudo di ordigni bellici e addestramento di truppe.
Come si è finto e si finge di non vedere la sistematica messa a punto dell’apparato bellico, così si è finto e si finge di non vedere l’antagonismo popolare, l’insanabile opposizione tra le esigenze civili e le esigenze della macchina della guerra.

IL RUMORE E IL SILENZIO

La messa a punto dell’apparato bellico adeguato alle esigenze Nato- Usa è sempre stato portato avanti su due strade parallele con modalità diverse, funzionali anche allo scopo di narcotizzare l’opinione pubblica.
1. Riflettori accesi, grancassa mediatica, solenni proclami accompagnano i pubblici tentativi dei grandi della Terra di porre ostacoli che rendano impraticabile il ricorso alla guerra. Le dismissioni, l’abbandono di armi e postazioni non più utili è amplificato e pubblicizzato come un passo nella direzione invocata dai popoli, verso il disarmo e verso la conquista della pace.
La telenovela del ripudio della guerra attanaglia il grande pubblico e rende difficilmente leggibile il processo parallelo di potenziamento delle strutture della guerra.
2. Al riparo dai riflettori dei mezzi di comunicazione di massa, lontano dai clamori del pubblico dibattito, spesso anche all’insaputa del Parlamento, si rafforzano impianti e capacità militari. L’installazione, la ridislocazione e il potenziamento delle strutture è circondato dalla nebbia informativa, spesso solo a cose fatte la comunità locale scopre di essere stata condannata ad accoglierle. L’eventuale opposizione, se nasce, nasce in ritardo ed è facile isolarla e ridurla a questione marginale.

LA RIMOZIONE

Il dosaggio sapiente di rumore-silenzio, luce-buio, consente di confondere le linee del quadro e ostacola la percezione del piano unitario e coerente che risponde a precise scelte politiche, peraltro spesso enunciate con brutale chiarezza dagli Stati Uniti: “ L’esercizio della leadership globale e la proiezione della potenza e dell’influenza americana all’interno di aree dove gli interessi Usa sono in gioco”(Rapporto del Dipartimento Difesa Usa 1998).
La percezione collettiva di scopi e funzioni delle installazioni militari è alterata, basi e poligoni sono percepiti come strutture “altre” rispetto alla guerra, un orpello anacronistico di vecchie Potenze, una sorta di status symbol. Si produce una perdita collettiva d’intelligenza, intesa nella accezione etimologica di “legare insieme”, capacità di cogliere nessi e connessioni. Dal sentire si cancella l’evidenza che ripudiare la guerra significa ripudiare, mettere al bando, le basi della guerra, i suoi poligoni, le sue industrie, le sue truppe, i suoi uomini, i suoi arsenali.
Il processo di depauperamento cognitivo e intellettivo è accelerato dalla progressiva acquiescenza delle grandi forze di sinistra. La debole opposizione del primo periodo post-bellico si sfalda inesorabilmente, si trasforma in silenzio omertoso e sfocia nella vergognosa capitolazione del governo D’Alema. In nome della Realpolitik, la “sinistra” sperpera la sua credibilità e il suo patrimonio culturale di riferimento per estorcere il consenso della popolazione alla guerra “umanitaria” di aggressione della Jugoslavia. Senza dibattito parlamentare, sigla gli accordi che trasformano la Nato da alleanza difensiva in alleanza militare che si arroga il diritto d’intervento armato in ogni angolo del pianeta.

IL RUOLO DEL MOVIMENTO

Il movimento contro la guerra che si sviluppa con forza in Italia in parallelo allo sdoganamento e al rapido incremento dell’opzione militare come “mezzo per risolvere le controversie internazionali”, ha focalizzato l’attenzione sul tema per cui costruire la Pace non è solo opporsi alla guerra ma implica l’eliminazione dell’ingiustizia sociale, superare l’abisso d’iniquità che separa il nostro mondo ricco dai “dannati della terra”. Mosso da profonda sensibilità verso le ingiustizie e le sofferenze inflitte ai troppi popoli, capace di un lavoro metodico e capillare, sempre in prima linea nelle operazioni di solidarietà internazionale, ha rivolto il suo impegno sugli effetti della Guerra. Solo saltuariamente, in occasione dell’esplodere delle guerre, ha prestato una breve attenzione alle basi militari da cui partivano le incursioni e ai crimini di guerra in tempo di pace perpetrati contro le popolazioni condannate ad ospitare le basi e i poligoni di morte.

DUE ESEMPI

1. Ottobre 1999, il Rapporto dei ricercatori statunitensi Norris e Arkins quantifica e mappa le armi atomiche e a capacità atomica “depositate” dagli Usa nei Paesi di mezzo mondo, spesso all’insaputa degli Stati “sovrani”. Il Rapporto dell’Headquarters United States Air Force in Europa valuta “insoddisfacenti” i livelli di sicurezza in circa il 50% delle aree visionate. Il popolo italiano che con il referendum ha messo al bando il nucleare civile, scopre di “ospitare” il nucleare peggiore.
2. Febbraio 2000, sei città italiane apprendono da il manifesto di essere da tempo classificate dai Comandi militari come città a rischio nucleare. “Democraticamente” all’insaputa della cittadinanza e del Parlamento, sono stati adibiti al transito e alla sosta dei sommergibili a propulsione nucleare e armamento atomico i porti di Cagliari, Augusta, Brindisi, La Spezia, Livorno, Taranto. A questi si sommano i porti nucleari noti da tempo di La Maddalena-SantoStefano, Gaeta, Castellamare e Napoli.
In entrambi i casi, le reazioni sono rimaste confinate a livello di minuscole associazioni di base, una manciata di sezioni locali di due partiti, interventi isolati di alcuni consiglieri comunali e regionali e di pochi parlamentari. Non c’è stata nessuna organizzazione di massa che abbia speso la sua forza per contrastare la nuclearizzazione militare dell’Italia da parte di potenze straniere (l’Italia non possiede sommergibili nucleari), per esigere il ripristino della legalità e il rispetto della volontà popolare che con il referendum ha messo al bando il nucleare.

IL PROBLEMA DELLA RIDISLOCAZIONE MILITARE

Nell’attuale scenario internazionale di guerre infinite e preventive la macchina bellica adegua i suoi dispositivi alle mutate “opportunità” e riposiziona le pedine nello scacchiere mondiale. Il dispositivo utilizzato per contenere la fantomatica invasione comunista non è più funzionale all’obiettivo di colpire con rapidità i nuovi sfuggenti nemici annidati “dovunque siano minacciati i nostri interessi”.
La ristrutturazione e il riposizionamento delle forze militari dell’unica Potenza rimasta investe in pieno anche l’Italia, sia per la sua posizione strategica e la consolidata presenza di strutture militari stabilmente a disposizione Nato-Usa, sia per la fedeltà canina, cieca e assoluta ai diktat di Washington, professata e dimostrata dai vari governi italiani di centrodestra, centro e centrosinistra della prima e seconda Repubblica.
La discussione sulla riconfigurazione strategica delle pedine avviene, come sempre, nel segreto di stanze ovattate, sottratta alla discussione pubblica e al controllo democratico. Come da prassi ben consolidata in Italia, è fortemente probabile che siano i fatti, le opere in corso a rendere manifesto il contenuto di negoziati e accordi rigorosamente segreti. Alcune informazioni filtrano attraverso la stampa statunitense e circolano, con scarsissimo rilievo, nella stampa italiana a partire dal gennaio 2004.
Il progetto del Pentagono, definito dalla stampa Usa “la più rilevante ristrutturazione dal 1945”, “la rivoluzione nelle questioni militari” è presentato da Rumsfeld come “una nuova riorganizzazione modulare” che coniuga il passaggio dalla “static defense” alla “dynamic defense” con la ridislocazione delle postazioni militari statunitensi in funzione dell’avanzamento della zona d’influenza Nato-Usa verso l’Est europeo e l’accresciuta rilevanza strategica del Mediterraneo.
Si abbandonano i massicci schieramenti allestiti per tenere a bada il “nemico comunista” e si adotta un meccanismo più flessibile dislocato nell’area mediterranea e nelle ex repubbliche sovietiche, Paesi baltici, Polonia, Ungheria, Bulgaria. L’ obiettivo è la massima rapidità e flessibilità operativa per intervenire in Medio oriente, Asia centrale, Africa, “Paesi canaglia” e Paesi covo di terroristi.
Lo snellimento delle basi militari e l’abbattimento dei costi di gestione comporta il passaggio dall’uso finora occasionale di porti e aeroporti civili e all’utilizzo disinvolto e stabile delle strutture civili. Va da sé che la pericolosa cogestione o convivenza del traffico civile con quello militare non è argomento d’interesse per le autorità Usa. La sicurezza delle popolazioni non è affare che possa riguardare la Superpotenza.
L’operazione di riconfigurazione strategica investe in pieno l’Italia, da Milano a Sigonella passando per Camp Derby. A Napoli, in una cittadella militare vicina all’aeroporto di Capodichino, sarà piazzato il quartiere generale della Us Navy in Europa che trasloca da Londra. La base Nato di Solbiate Olona, situata in prossimità dell’aeroporto di Malpensa, diventerà la sede dei comandi proiettabili ad alta prontezza operativa della Nato (High Readiness Force), sede operativa per la forza di terra a pronto intervento. La struttura compie un balzo qualitativo acquisendo la Full Operational Capability e potenzia le strutture logistiche con la creazione di una nuova cittadella militare. Dagli attuali 6.000 militari in servizio nella base si passerà a 21.000 entro l’autunno 2006.
Sul riposizionamento della VI Flotta Usa del Mediterraneo circolano versioni diverse. Secondo alcune fonti s’insedierebbe in Turchia, secondo altre traslocherebbe nella base aeronavale di Rota (Cadice) aldilà dello stretto di Gibilterra. Il motivo sarebbe di natura strettamente economica: il costo dei ser vizi in Spagna sarebbe inferiore del 50% rispetto a Napoli e Gaeta.
L’ipotesi di “cedere” alla Spagna il gioiello a stelle e strisce è stata colta al volo da alcuni esponenti della sinistra per sbeffeggiare il gran capo Berlusconi per lo sgarbo ricevuto dall’amicone Bush che declassa l’Italia togliendole il privilegio di ospitare un pezzo di US Navy. Le dicerie sono state prontamente smentite dal ministro Frattini. In un’intervista alla Reuters questi dichiara: “L’Italia esce con un risultato tra i migliori: mantiene una forte presenza di forze Nato e forze Usa e soprattutto accede a quella rotazione nelle posizioni di comando apicale di alcune direzioni Nato che finora non avevamo”.
L’esperienza di oltre cinquant’anni d’invasione militare straniera fomentata da tutti i governi italiani impedisce di stupirci per il baratto della sovranità su pezzi di territorio in cambio di alcuni posti di comando per i generali tricolore. Scandalizza la convinzione profonda che traspare dalle parole del ministro: il risultato tra i migliori cui aspira l’Italia è l’incremento delle pesantissime servitù militari, il rafforzamento del presidio americano insinuato in ogni ganglio della società. Allarma constatare che la stessa convinzione di fondo del ministro Frattini emerge anche dalle dichiarazioni di alcune persone dello schieramento politico opposto.
La strage di Madrid e l’ascesa al potere di Zapatero hanno rilanciato la versione diffusa da Peacelink lo scorso febbraio: Taranto “ospiterà” la VI Flotta Usa, i Comandi Nato HRF delle forze navali proiettabili ad alta prontezza operativa (High Readiness Force) e il sistema di spionaggio militare, il grande orecchio Echelon che trasloca da Brindisi. In attesa di assumere il nuovo ruolo strategico, la città si prepara: è stata inaugurata una nuova base Nato a Chiapparo e gli alti gradi Usa denotano un interesse crescente per il porto mercantile.
La versione di Peacelink, suffragata da documenti della US Navy, appare la più convincente e offre un’ulteriore chiave di lettura sulla nuova base Usa in costruzione a La Maddalena. Il Mediterraneo risulterebbe diviso in due settori operativi, il bacino est, sotto il presidio della base maddalenina, il bacino ovest, sotto controllo della base di Taranto, i comandi di Napoli posizionati al centro.

AMBIGUITÀ E RETICENZE DEI MOVIMENTI PACIFISTI

Lo scenario italiano è per certi versi un déjà vu in Sardegna: una classe politica latitante o prona ai diktat del governo-amico di turno a sua volta prono ai diktat dell’Alleato- Padrone; il mutismo dei sindacati sull’economia drogata e sulla sottrazione di risorse che penalizza l’intera collettività, o peggio, l’avallo degli spot pubblicitari sui posti di lavoro offerti dalle basi della guerra; la cecità del mondo ecologista sullo scempio ambientale strutturalmente connesso alle attività militari; l’attenzione scarsa e saltuaria dei movimenti (pacifista, antiglobal, antiguerra, movimento dei movimenti etc.) sui temi delle strutture e installazioni militari che alimentano e sostengono la macchina della guerra.
Come sempre accade quando sono in ballo questioni attinenti il potenziamento della fabbrica di guerra, la Sardegna è suo malgrado all’avanguardia. Il piano Usa che oggi si delinea in Italia tra conferme e smentite, nell’isola-paradiso della guerra, da oltre tre anni, è pubblico, confermato e arrogantemente ribadito: la US Navy s’installa permanentemente a La Maddalena e costruirà una nuova imponente base a terra in spregio a tutte le norme urbanistiche. Il Governo Berlusconi per bocca del ministro Martino ha da tempo detto senza mezzi termini che la volontà del popolo sardo di eliminare la base atomica Usa conta meno di zero.
L’insediamento di un’imponente base atomica statunitense nel cuore del Mediterraneo è la concretizzazione della volontà di egemonia totale, l’incuneamento di una sorta di lancia doppia, un’ascia bipennecon una lama rivolta contro Africa, Medio Oriente e Asia centrale per tenere sottomessi i popoli dell’area del petrolio e del terzo e quarto mondo, l’altra puntata contro l’Europa per spezzare sul nascere i progetti di liberarsi o perlomeno di allentare la soffocante tutela degli Stati Uniti, un cuneo nel cuore della potenziale rivale che potrebbe emergere.
Quanto sia forte il timore che l’Europa possa decidere di fare a meno della “difesa” gentilmente offerta dagli Usa con lo strumento Nato è detto a chiare lettere dai vertici politici e militari statunitensi ben prima del fatidico 11 settembre e dell’avvio della Guerra infinita. “E’ importante che la Nato non sia sostituita dall’UE lasciando gli Usa senza una voce nelle questioni europee” (Project for the new american century , 1997).
In Italia, come in Sardegna, si gioca a marginalizzare l’opposizione popolare ai disegni di rafforzamento della schiavitù militare, a ridurla a vertenza meramente locale, a isolarla dal contesto. Nel panorama politico nazionale e internazionale si stenta ad intravedere un referente politico che abbia la volontà di opporsi con forza e con coerenza al progetto complessivo di incremento insostenibile dell’asserv imento militare Usa-Nato che travolge l’Europa e l’Italia.

L’ANELLO DEBOLE

L’anello debole su cui si regge il progetto egemonico Usa è l’ “a priori” che l’opinione pubblica sia manipolabile all’infinito e che ottenere il consenso sia solo una questione di tempo, di campagne mediatiche efficaci e di “democratico” imbavagliamento del dissenso. La Spagna ha dimostrato quanto sia errata questa premessa.
In Sardegna il processo di militarizzazione selvaggia ha messo a nudo il suo tallone d’Achille: l’antagonismo popolare, un’opposizione trasversale che travalica i tradizionali steccati ideologici di partito, si autoorganizza e si auto-coordina dal basso sferrando l’attacco su fronti diversi con strumenti diversi, con obiettivi parziali diversi (referendum, informazione, indagini scientifiche attendibili sulla contaminazione da poligono, indagini epidemiologiche, ri-appropriazione delle risorse del territorio etc.) che concorrono a rimettere pesantemente in discussione il ruolo assegnato alla Sardegna di sentina della portaerei Italia.
Le lotte frantumate nel territorio stanno progressivamente trascinando le istituzioni e pezzi di classe politica. Al momento non s’intravede ancora un referente politico che ponga con decisione, senza se e senza ma, il problema dello smantellamento delle basi della guerra, che colga come nelle diverse lotte “di categoria” che vanno sviluppandosi contro la militarizzazione della Sardegna non c’è solo la rivendicazione settoriale di diritti negati (salute, sicurezza, bonifica ambientale, controllo democratico del territorio, uso sostenibile delle risorse etc) tacitabile con una manciata di euro, qualche indagine ambientale pseudo- scientifica e un monitoraggio con effetto placebo.
Nell’antagonismo popolare che oggi scuote la Sardegna si riversano i sogni, finora taciuti ma gelosamente conservati e nutriti, di un popolo che aspira a restituire alla sua isola il ruolo di crocevia di popoli e culture, un’isola che riprenda il dialogo e lo scambio con le due rive del Mediterraneo, un’isola al centro di un mare liberato dalla presenza minacciosa e sinistra di potenze atlantiche nutrite di barbare velleità di dominio.
Questo progetto non è solo nostro, lo precisiamo con le parole, non di un politico, ma di un archeologo tunisino, un esponente della cultura “altra”, la cultura “nemica” di quella civiltà che ci viene presentata come irriducibilmente ostile e contro la quale siamo chiamati a combattere: “Nessuno come l’Italia, per il suo passato storico e per ragioni geografiche, può assicurare la pace nel Mediterraneo e quindi nel mondo. E in questa visione del possibile futuro la Sardegna ha una parte politica importante, magari determinante per la spinta che può imporre. Possiamo finalmente dire che la diversità culturale della Sardegna ha prove sicure e che quindi la Sardegna ha una base culturale politica. L’isola che era una cerniera allora ( II millennio a.C.), oggi può riprendersi quel ruolo, tenendo conto dei Paesi del Maghreb così vicini all’Europa” (Azedine Beschaouch, Accademico di Francia, primo consigliere del direttore dell’ Unesco per la cultura).