La NATO non è un fiore…

*Direttore del Centro Studi sui problemi della transizione al socialismo

ERA UN RITORNELLO DI UN CANTO DI LOTTA DEGLI ANNI ‘60: OGGI PIÙ DI IERI LA NATO È UNO STRUMENTO DI GUERRA E DI DOMINIO IMPERIALISTA

1. LA NATO NELLA GUERRA FREDDA

NATO è l’acronimo di North Atlantic Treaty Organisation, ovvero Organizzazione del Trattato Nord Atlantico. Indica un’organizzazione internazionale per la collaborazione nella difesa, creata nel 1949 in supporto al Patto Atlantico che venne firmato a Washington il 4 aprile 1949. Il suo altro nome ufficiale è l’equivalente francese, l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord, o OTAN.
La NATO nasce sulla base della dottrina Truman, che afferma il più deciso impegno antisovietico attraverso il rafforzamento militare dell’Occidente. È bene ricordare che il Patto di Varsavia stipulato tra i paesi socialisti è posteriore di ben 6 anni (1955). Il trattato del 1949 è, nel suo statuto, strettamente difensivo, si rifà all’ONU, di cui richiama espressamente l’art. 51 come diritto alla legittima difesa (articolo 5 del trattato, che sarà poi sostanzialmente modificato 50 anni dopo). I paesi aderenti al trattato del nord atlantico nel 1949 sono USA, Canada, Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Islanda, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo. Grecia e Turchia si aggiungono nel 1952, la Germania nel 1955, la Spagna nel 1982.
Il ruolo che la NATO svolge durante la ‘guerra fredda’ (1945-1989) non è solo quello di deterrente militare nei confronti dell’URSS. Attraverso la NATO gli USA si assicurano il controllo militare, politico ed economico dei paesi membri. Impongono l’uniformazione dei sistemi di difesa e delle strutture militari, degli armamenti, dei sistemi di comunicazione. Le basi NATO sono anche un sistema di controllo e spionaggio nelle strutture sociali dei paesi membri. La NATO svolge anche un forte ruolo di repressione interna, di gendarme contro i popoli, in funzione anticomunista. La NATO è inoltre uno strumento ideologico e di propaganda politica dei “valori dell’Occidente” [Teobaldelli].
Alla NATO nell’Europa occidentale e nel ‘fianco sud-est’ (Grecia, Turchia) è affidato dunque un compito molteplice, che non è solo militare (contro l’URSS e il Patto di Varsavia), ma volto a realizzare la coesione politico-culturale dei partner subalterni europei e affermare l’egemonia degli USA. Anzi, il suo ruolo propriamente militare deve limitarsi alla sola deterrenza, dato che l’Unione sovietica è riuscita, nonostante tutti i tentativi degli USA di fermarla, a dotarsi di un arsenale militare nucleare in grado di contrapporsi alla strapotenza nordamericana [Gaja]. Nel mezzo secolo della ‘guerra fredda’ la NATO non interviene militarmente in nessuna area, anche lì dove vi sono situazioni di crisi nel Mediterraneo.
Non bisognerebbe dimenticare questa doppia funzione della NATO, esterna/interna. Dietro la facciata dei comuni interessi dell’Occidente contro il comunismo, vi è la realtà degli interessi degli USA a controllare e condizionare politica ed economia degli alleati europei che sono al contempo anche dei concorrenti economici e potenziali concorrenti politici. Non è un caso che la coesione interna al campo occidentale cominci ad essere incrinata con l’emergere di contraddizioni tra politiche europee (CEE, poi Comunità europea) e USA: la politica del generale De Gaulle, che punta a far svolgere all’Europa un ruolo autonomo dalla tutela USA, porterà, nel 1966, la Francia ad uscire dal comando militare per sviluppare un proprio programma nucleare. Il quartier generale si sposta da Parigi a Bruxelles.
Nella strategia USA degli anni 70/80 si fa strada un rilevante interesse per il controllo del Mediterraneo e del Medio Oriente, non solo in funzione antisovietica. Il fianco sud della NATO diviene estremamente rilevante. Nel 1978. Z. Brzezinski, national security adviser di Carter, elabora il concetto di ‘arco di crisi’ per il fianco sud della NATO. Nel 1983 viene costituito il CENTCOM (Central Command) che ha competenza su circa 40 paesi tra Mediterraneo e Golfo (nel 1991 avrebbe gestito la guerra del Golfo) e la Rapid Deployment Force. È già negli anni ‘80 che si passa dalla deterrenza alla compellenza. La NATO si attrezza per una strategia più aggressiva [Minolfi].

2. LA NATO DEGLI ANNI ‘90: ESPANSIONE A EST SUD-EST

Tra il 1989 e il 1991 intervengono gli eventi che pongono fine al blocco socialista europeo e sovietico. Il Patto di Varsavia viene disciolto ufficialmente il 1° luglio 1991. Nell’agosto il PCUS viene rovesciato da Eltsin e qualche mese dopo Gorbaciov sottoscrive la dissoluzione dell’URSS. Qualche ingenuo poteva sperare nello scioglimento del blocco atlantico. Ma non era certo così. Pentagono e Casa bianca stavano elaborando già la strategia del nuovo secolo americano, che proponeva gli USA quali dominatori assoluti, pronti ad intervenire per prevenire, anche militarmente, qualsiasi ambizione di altre potenze regionali [Hoebel]. In questa nuova strategia anche la NATO avrebbe assunto un nuovo ruolo.
Mentre l’URSS sta vivendo gli ultimi giorni della sua agonia, al consiglio atlantico di Roma del 7-8 novembre 1991 si elabora il “Nuovo concetto strategico dell’Alleanza atlantica». Viene istituito il Consiglio di cooperazione del nord atlantico (Nacc) che inizia le sue attività il 20 dicembre 1991. Vi partecipano anche sei paesi dell’Europa centro-orientale e i paesi baltici. Nel 1992 vi aderiscono anche 11 stati della nuova CSI, la Georgia e l’Albania. Attraverso formule variabili di cooperazione e informazione militare, la NATO svolge il ruolo eminentemente politico volto a prevenire qualsiasi ritorno dei comunisti al potere e a integrare nelle sue strutture i paesi ex socialisti. Ad essi, invece che un ruolo neutrale autonomo e ‘non allineato’ nello scacchiere internazionale – cui pure alcuni di essi potrebbero aspirare –, viene prospettata un’unica strada: essere fagocitati nella NATO per poter essere ammessi nel ‘club dell’Occidente’.
La vera svolta nella politica della N ATO si ha nel 1993, quando Antony Lake, national security adviser dell’amministrazione Clinton lancia con chiarezza la strategia del Democratic Enlargement . è la sanzione ufficiale del definitivo tramonto del discorso del “nuovo ordine mondiale” (alla prova dei fatti, effimero strumento retorico), che suggeriva la tutela dello status quo. Si vara una politica aggressiva. Lake richiede un improcrastinabile aggiornamento della NATO. A settembre dello stesso anno il ‘Foreign affairs’ pubblica ‘Building a new Nato’, la prima organica trattazione dell’allargamento della Nato. Vi si drammatizza lo scenario della sicurezza lungo i due ‘archi di crisi’ (non a caso si riprende la formula di Brzezinski del 1978) a sud e a est. La UE è considerata incapace di affrontare il compito della sicurezza a est, come dimostra la guerra in Bosnia, usata (e ampiamente costruita dall’esterno) per affermare la nuova strategia di intervento militare diretto e di espansione ad Est. Alla NATO si richiede di intervenire fuori della sua area, essa deve trasformarsi in uno strumento nuovo post guerra fredda, in grado di accompagnare la nuova espansione imperialistica negli enormi spazi geopolitici lasciati liberi dal ritiro sovietico: NATO must go out of area or it will go out of business. Qualche mese dopo, nel gennaio 1994, al vertice di Bruxelles, viene elaborata la nuova NATO: si stabiliscono le modalità d’azione delle forze NATO e si decide la costituzione di una forza flessibile di primo intervento . Si lancia il programma Partnership for peace per allargare la NATO. Clinton e i suoi vanno subito a Praga, Varsavia, Budapest. La strategia americana di espansione ad Est della NATO trova sostenitori convinti tra i democristiani tedeschi: a settembre 1994 viene pubblicato il documento Schauble del gruppo parlamentare CDU-CSU sulla Kerneuropa, in cui si chiede di integrare al più presto i paesi dell’Est nel sistema europeo occidentale postbellico, cercando di mantenere al contempo un’ampia intesa con la Russia [Minolfi].

3. LA NUOVA NATO. BATTESIMO DEL FUOCO IN JUGOSLAVIA

Negli anni 1990 la Jugoslavia è il terreno insanguinato in cui si sperimenta in corpore vili e si organizza ideologicamente, politicamente e militarmente la nuova funzione della NATO. Come oramai diversi studi e ricostruzioni dei conflitti jugoslavi hanno mostrato [cfr. IAC], USA e Germania boicottano in Bosnia qualsiasi soluzione pacifica del conflitto per affermare come ineludibile necessità l’intervento militare della NATO contro i serbo bosniaci prima e, ripetendo e ampliando un copione già consolidato, contro la Federazione jugoslava poi, per il Kosovo. Sulla pelle delle popolazioni jugoslave si svolge la collaborazione/competizione tra Germania e USA per la spartizione dei Balcani. Il primo intervento militare della NATO out of area comincia nel 1995, il 25 e 26 maggio contro le postazioni serbe nelle aree di Sarajevo e Pale; il 4 agosto, in modo più massiccio a sostegno dell’operazione Stormlanciata dalla Croazia, sostenuta dagli USA, contro le posizioni serbe, con il bombardamento dei radar di Knin; e, dal 30 Agosto al 14 Settembre 1995, nell’operazione Deliberate Force gli aerei della NATO bombardano le postazioni serbe intorno a Sarajevo. In poco tempo le incursioni della NATO si allargano a tutta la Republika Srpska, con 3515 voli e lo sganciamento di oltre mille bombe. Gli anni ‘90 sono caratterizzati dall’espansione della NATO ad Est. Nella Jugoslavia si gioca una partita feroce per l’allargamento. È una strategia multiforme che ha alcune direttrici evidenti – espansione occidentale ad est, in una collaborazione/ competizione tra Germania e USA – e controllo USA sui partner europei. Insomma, un duplice scopo per affermare il ruolo della potenza USA: dimostrare che solo la NATO – e cioè gli USA – è in grado di gestire il nuovo ordine dopo la fine del blocco sovietico. I paesi dell’Est ex sovietico sono avvertiti: o con la NATO/USA o i bombardamenti. La Federazione Jugoslava (Serbia e Montenegro), che non accetta il diktat dell’adesione, viene ferocemente punita nella primavera del 1999 con quasi 80 giorni di bombardamenti ad intensità crescente, che la riportano indietro di 50 anni, come il generale Wesley Clark aveva minacciato di fare. È la vera prova del fuoco dell’Alleanza. Con singolare coincidenza, proprio alla vigilia dei bombardamenti antijugoslavi, tre paesi della ‘nuova Europa’ fedeli a Washington , Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, ufficializzano, dopo un breve periodo di ‘rodaggio’, il loro ingresso nella NATO (che così si porta a 19 membri).
L’allargamento della NATO ad Est procede a ritmi accelerati. Il 29-30 maggio 1997 il consiglio atlantico sostituisce il Nacc con una nuova struttura istituzionale: l’E u ro Atlantic Partnership Council (EACP) che diventa il quadro generale di consultazione sulle questioni politiche e di sicurezza relative alla Partnership for Peace. Anche il consiglio del partenariato risulta strettamente regolamentato, su 2 princìpi: Open Door (un’espressione che è tutto un programma, con non inconsapevoli reminiscenze coloniali) a tutti gli stati che ne facciano richiesta e self differentiation, in virtù della quale ogni stato sceglie il livello e l’ambito di cooperazione con la NATO. “L’EACP è antisala del consiglio atlantico dove i vertici dell’alleanza accolgono i rappresentanti dei nuovi paesi ospiti e che tali rimangono. La sua struttura e il suo modo di funzionamento sono disciplinati in modo da cancellare qualsiasi traccia del carattere e delle pratiche multilaterali proprie dell’OSCE ma anche dello stesso NACC. Questa integrazione asimmetrica tra NATO e partner consente alla NATO in forma assolutamente unidirezionale di entrare nel vivo delle strutture politico militari dei paesi europei dall’Atlantico all’Asia centrale, di aprirle alle informazioni sensibili, di condizionarle nella pianificazione nella struttura negli assetti e nell’attività di budgeting. La partnership condivide gli oneri della membership in termini di desovranizzazione e di connessione subalterna alle strutture atlantiche, ma non i benefici” [Minolfi]
La Nato si rivela quindi il più efficace sistema di integrazione subalterna dei paesi dell’Est. L’adesione alla NATO precede quella alla UE e pone i nuovi arrivati sotto tutela USA, che si assicurano anche dei cavalli di Troia nella UE. Attraverso la NATO si regola un duplice rapporto: con il vicino esterno, con l’est da conquistare, e con il riottoso interno, con la vecchia Europa da mettere a freno. Lungi dall’esaurire il proprio ruolo la NATO ne ha acquisito uno ancora maggiore nella nuova strategia imperialistica USA. L’adesione di nuovi paesi implica anche affari per le imprese (prevalentemente USA) del complesso militar- industriale . Dovranno riadeguare ai codici NATO tutti i loro sistemi di difesa, acquistando dagli USA.
Il 24 aprile del 99, in pieno bombardamento ed escalation contro la Jugoslavia, la NATO festeggia a Washington i suoi 50 anni e modifica radicalmente il suo statuto, ampliando aree e motivazioni di intervento. Da trattato difensivo si trasforma ufficialmente in trattato di intervento a tutto campo in tutto il mondo. Con il “nuovo concetto strategico” (The Alliance Strategic Concept), e la Defense Capabilities Intiative, la NATO trasforma le sue forze militari in strumento di gestione delle crisi, di intervento e di proiezione della forza. Estende l’area d’azione alla periferia dei paesi membri (Parte II, 20), nonché a tutte le aree in cui vi sia il pericolo di interruzione del flusso di risorse vitali cioè energetiche. Si ribadisce l’intenzione di collaborare con la Russia, ma anche di allargare l’alleanza a Est, compresa l’Ucraina, la cui indipendenza è esplicitamente protetta (Parte III, 37). Nel Mediterraneo, si rafforza la cooperazione militare con Israele e alcuni paesi arabi (Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia). La rivalutazione strategica del Mediterraneo avviene in considerazione dei percorsi strategici. La strategia NATO parte dalla premessa di impedire ai paesi produttori di usare l’arma del petrolio a fini politici. Il segretario generale della NATO, lo spagnolo Javier Solana propone di estendere la NATO fino al Caucaso [Strika].

4. DALLA JUGOSLAVIA ALL’IRAQ, PASSANDO PER L’AFGHANISTAN. A TAPPE FORZATE PROCEDE LA MARCIA VERSO EST

La guerra contro la Jugoslavia apre tuttavia alcune contraddizioni nel fronte occidentale, nonostante la tenuta – con alcune crepe – della coalizione nella fase bellica. Sotto il profilo militare, la NATO si dimostra una creatura essenzialmente americana. Sono gli USA a fornire l’apporto fondamentale alle operazioni belliche. Sono essi a decidere 99 casi su cento quali sono gli obiettivi da colpire. Gli europei forniscono basi e manovalanza, ma sono subalterni. Si rivela in pieno il gap militare tra europei e americani.
La Russia avverte profondamente la ferita inferta dalla guerra alla Jugoslavia e si delinea un cambio di strategia. La sostituzione di Eltsin con Putin si spiega anche con una nuova visione strategica russa che teme – con gli attacchi terroristici ceceni sostenuti dagli USA – la disgregazione del paese. Nell’agosto 1999, a qualche mese dalla fine della guerra del Kosovo, Russia e Cina firmano un accordo militare.
All’interno dell’Alleanza atlantica e, soprattutto, degli USA, si delineano posizioni diverse. I ‘multilateralisti’ propongono che la NATO diventi uno strumento per agire in ogni luogo del mondo dove gli ‘interessi collettivi’ dell’Occidente siano minacciati (Madeleine Albright dichiara che la NATO dovrebbe diventare una forza di pace “dal Medio Oriente all’Africa centrale »); gli ‘unilateralisti’ ritengono invece un errore considerare la NATO un’alleanza per tutte le stagioni e che sia “l’unico congegno efficace per promuovere gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti in Europa” [Carpenter].
Tra l’estate del ‘99 e quella del 2001 la NATO tende a consolidare i risultati della guerra jugoslava. È presente massicciamente in Kosovo, Bosnia, Macedonia, e attraverso la Partnership for peace preme sui governi dei paesi ex socialisti per accelerare la loro adesione, nonostante l’opposizione di Mosca. Le repubbliche ex sovietiche che vorrebbero mantenere una posizione vicina a Mosca o equidistante, come Bielorussia, Ucraina e Moldavia, sono sottoposte a pressioni continue e alle denigrazioni dei mass media occidentali (si veda il recentissimo caso delle elezioni ucraine, con l’attacco concentrico al neoletto presidente Janukovic). La Nato è il principale strumento di penetrazione politica – e non solo militare – nell’area ex sovietica.
L’attentato alle ‘torri gemelle’ e l’intervento anglo-americano in Afghanistan sembrano modificare la situazione. Gli USA enunciano la dottrina delle alleanze variabili e flessibili. Il 13 settembre 2001, con un gesto clamoroso quanto intempestivo, la NATO, per la prima volta, invoca l’art. 5 per intervenire a favore del paese ‘aggredito’, gli USA. Ma alla Casa Bianca prevale ora la dottrina degli ‘unilateralisti’.
Bisognerà attendere qualche anno perché la NATO si occupi ufficialmente dell’Afghanistan. E lo farà questa volta all’unanimità, in coincidenza, significativamente, con la caduta di Baghdad e su richiesta di un alleato, la Germania, che si era dichiarato indisponibile all’avventura irachena. Il 16 aprile 2003 la NATO accetta di prendere il comando, in agosto, dell’ISAF (International Security Assistance Forc e) in Afghanistan. La decisione viene presa su richiesta della Germania e dei Paesi Bassi, le due nazioni che guidavano l’ISAF al momento dell’accordo. È la prima volta nella storia della NATO in cui essa si fa carico di una missione al di fuori dell’area Nord Atlantica. L’Italia vi partecipa direttamente.
Nella nuova fase della guerra preventiva e di lunga durata, disegnata nella dottrina della sicurezza strategica statunitense del settembre 2002, il ruolo della NATO sembra relegato ad un arnese del passato. Ma non è così. La NATO continua ad essere uno strumento importante della strategia USA di dominio mondiale, anche se, certamente, non l’unico. Essa svolge un ruolo fondamentale per la penetrazione ad est e, al contempo, per il controllo americano sull’Europa, in cui ad alcuni paesi, tra i quali l’Italia, è affidato il ruolo di avamposto degli interessi nordamericani in Europa. Non è un caso che la presenza delle basi NATO ed USA in Italia si accresca qualitativamente, col trasferimento a Napoli del comando della Nato Response Force – una “forza ad alta prontezza e tecnologicamente avanzata», composta ora di 17mila uomini, che potrà essere “dispiegata in qualsiasi parte del mondo entro 5 giorni” ed essere “autosufficiente per un mese in una vasta gamma di missioni” [Dinucci] – e con la creazione a Taranto di una nuova base navale con sommergibili a testata nucleare, avamposto per l’espansione nel Sud Est.
La presenza della NATO ostacola i tentativi europei di costruire una propria forza di intervento rapido, ed è lo strumento migliore per assediare la Russia e il Medio Oriente. Si ventila l’ingresso imminente di Israele nella NATO. Bielorussia Moldavia e Ucraina sono i paesi soggetti all’assedio USA/NATO. Il vertice di Praga del 2002 consacra l’ingresso (che diviene operativo nel 2004) di ben 7 nuovi paesi ex socialisti: le tre repubbliche baltiche, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria Lo sfondamento ad est ha segnato nuovi punti. Per i paesi che vorrebbero mantenere la neutralità si usa il bastone e qualche carota.
La lotta contro la NATO è stata negli anni delle maggiori mobilitazioni antimperialiste uno dei punti fermi della politica dei comunisti. Deve tornare ad esserlo, e con forza ancora maggiore, visto il carattere aggressivo ed espansionistico che l’alleanza ha assunto – registrato persino nelle modifiche al suo statuto –, insieme con la funzione di controllo e subordinazione del nostro paese a ‘sovranità limitata’.

Riferimenti bibliografici

Ted Galen Carpenter, Agli Stati Uniti quest’alleanza non serve più, in liMes. A che ci serve la NATO, n. 4, 1999.

Manlio Dinucci, La Grande Nato americana, Il manifesto, 15/10/2004

Filippo Gaja, Il secolo corto – la filosofia del bombardamento. La storia da riscrivere, Maquis editore, Milano, 1994

Alessandro Hoebel, premessa al dossier curato dal centro di documentazione “Patrizia Gatto” di Napoli pubblicato col titolo Da Bush a Bush. La nuova dottrina strategica Usa attraverso i documenti ufficiali (1991-2003), La città del sole, Napoli, 2004

IAC (International Action Center), La NATO nei Balcani (a cura di Tommaso di Francesco, prefazione di Luciana Castellina), Editori Riuniti, Roma, 1999

Salvatore Minolfi, Dopo la “guerra fredda”. Geopolitica e strategia della NATO, in Giano, nn. 34 e 35, Odradek, Roma, 2000

Vincenzo Strika, Di guerra in guerra. L’alleanza atlantica nel contesto globale, in Giano, n. 34, Odradek, Roma, 2000

Paolo Teobaldelli, CASE STUDY: La Propaganda Atlantica Contemporanea, in www.resistenze. org