La NATO a Praga e il controvertice

Non sono mancate negli ultimi tempi valutazioni incaute volte a presentare la NATO come una struttura politico-militare in disuso, soppiantata dal nuovo unilateralismo Usa. Al punto che figure politiche pur così diverse, come Armando Cossutta e Ramon Mantovani, sono giunte a considerare la manifestazione del 6 novembre contro la base americana di Camp Darby (nei giorni del Forum sociale europeo di Firenze) – e più in generale la lotta contro le basi Usa e Nato nel nostro Paese – come espressione di una linea superata e “anacronistica”. Speriamo che le conclusioni del vertice della Nato, svoltosi a Praga il 21-23 novembre scorsi, abbiano indotto a qualche ripensamento. E non perché non sia fondata la valutazione per cui oggi gli Usa teorizzano e praticano apertamente un loro autonomo interventismo militare, prescindendo non solo dall’Onu, ma dalla stessa “collegialità atlantica” (come si è visto per l’Afghanistan, come si annuncia per l’Irak); ma perché tale approccio non induce in alcun modo la maggiore potenza imperialista a vanificare il ruolo della Nato, bensì a rafforzarla e rimodellarla come strumento complementare della propria linea. Al punto che Caspar Weinberger, già ministro della difesa di Reagan e patriarca del Par-tito repubblicano, si è spinto fino ad auspicare che “la Nato prenda il posto delle Nazioni Unite”, perché “più ristretta, più flessibile e sostanzialmente fedele agli Stati Uniti e ai loro interessi”.

Il vertice atlantico di Praga si è concluso con due decisioni fondamentali:
– un ulteriore allargamento della Nato ad Est, con l’inclusione di set-te nuovi Stati (Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Romania, Estonia, Letto-nia, Lituania), nella quasi totalità membri dell’ex Patto di Varsavia. Attraverso i paesi baltici, la Nato – che comprende oggi ben 26 Stati – giunge fin dentro il territorio dell’ex Unione Sovietica, e le sue truppe potranno essere dislocate a soli duecento chilometri da Leningrado. Viene così pressochè concluso l’accerchiamento della Russia sul versante europeo, mentre l’estensione ai Balcani rafforza le postazioni Usa nell’area mediorientale e asiatica;
– la costituzione di una forza militare Nato di pronto intervento, formata da 21.000 uomini scelti, sotto il comando sostanziale degli Usa, capace di intervenire in pochi giorni in ogni luogo del pianeta ove le esigenze strategiche dell’Alleanza lo ritengano necessario.
L’allargamento ad Est non indebolisce soltanto la Russia, ma anche la posizione della Germania e più in generale dell’Unione europea. E rafforza l’egemonia statunitense sull’Europa: egemonia che oggi passa per il rapporto preferenziale costruito col governo italiano di Berlusconi e con quello spagnolo di Aznar, oltre a quello storicamente consolidato con la Gran Bretagna; e che ostacola il tentativo dell’asse franco-tedesco di costruzione di un polo imperialista europeo più autonomo dagli Usa, anche nelle sue relazioni con la Russia. Gli Usa puntano infatti proprio sulla subordinazione servile dei governi dei Paesi dell’Est europeo inclusi nella Nato (e in prospettiva sull’inclusione – non a caso tanto problematica – della Turchia) per accrescere la loro influenza sul Vecchio continente e trovare nuove e più sicure adesioni alle loro prossime avventure militari, in primis contro l’Irak. Il presidente ceko Havel si è spinto sino ad offrire il suo paese come base ospitante delle prime strutture dello “scudo spaziale” che dovessero essere installate in Europa.

Agli Stati europei aderenti alla Nato viene chiesto (e ai nuovi membri viene imposto come clausola di adesione) di aumentare i fondi per gli armamenti nei loro bilanci statali ai fini, non delle proprie esigenze difensive, ma a sostegno dei piani Usa di aggressione nelle diverse aree del mondo. I singoli Stati forniscono i mezzi, ma saranno sostanzialmente gli Usa a decidere chi è di volta in volta il nemico da colpire, facendosi passare come Paese aggredito o “minacciato” (ecco la tesi della “guerra preventiva”, come nel caso dell’Irak) e costringendo gli altri Stati a sostenerli nelle loro avventure sulla base delle disposizioni dell’art. 5 della Nato, per cui tutti devono venire in soccorso del partner “aggredito” o “minacciato”.
Per i Paesi dell’Est, i cui eserciti e armamenti erano stati concepiti per un utilizzo del tutto diverso dalle attuali necessità atlantiche, deriveranno impegni di spesa micidiali per i livelli della loro economia. Significherà la costituzione ex novo delle loro forze armate e di sicurezza, che li porterà a dipendere direttamente dalla tecnologia americana. I loro stanziamenti andranno direttamente nelle casse dell’industria bellica Usa, che si sta già preparando ad investire in massa in quei paesi, che diventeranno così ancor più dipendenti, economicamente, politicamente e militarmente, dal capitale statunitense.

Non è casuale la sostanziale coincidenza tra i paesi dell’Europa dell’Est destinati a entrare nell’Unione europea (per non parlare della Turchia) con quelli già arruolati nella Nato. In questo modo gli Usa condizionano sul piano militare (e non solo) le ambizioni dell’Europa a ritagliarsi una propria area di influenza autonoma. Anche la decisione, assunta dal vertice di Praga, di costituire una forza militare Nato di pronto intervento, si propone – nelle intenzioni americane – di ostacolare la nascita di una forza armata europea autonoma dagli Usa.
La cosa è apparsa ben chiara a Francia, Germania e Russia, che nei giorni stessi del vertice, e in quelli appena successivi, hanno compiuto una serie di atti politici significativi.
Il presidente francese Chirac e il cancelliere tedesco Schroeder “hanno siglato un documento dall’enorme valore politico: i due leader europei che in modo più chiaro avevano espresso dissenso per la “guerra preventiva” di Bush, hanno messo la prima vera pietra miliare per la costituzione di una forza (militare) europea”, imperniata “sull’asse franco-tedesco”, che assume il significato di “una sfida all’asse Bush-Blair, e in qualche misura anche alla Nato”. E hanno varato un documento firmato dai ministri degli esteri dei due paesi intitolato “Proposte congiunte in tema di politica europea di sicurezza e difesa” che prevede la “costituzione di una forza multinazionale dotata di comando integrato, senza pregiudizio di impiego in quadro Nato”, ovvero indipendente dalla Nato, di cui potranno fare parte tutti i paesi dell’Ue che lo desiderino, nel quadro delle “cooperazioni rinforzate”. Inoltre il “documento franco-tedesco traduce politica e difesa in business” e prevede “una politica europea di armamenti attraverso la creazione di un’Agenzia”1 che promuova e coordini lo sviluppo di un complesso militare-industriale europeo, in evidente competizione con quello statunitense.

Le reazioni della Russia

Non meno significative sono state le reazioni della Russia di Putin al vertice atlantico di Praga. Gli osservatori più attenti fanno notare:
– la protesta russa per il rifiuto delle autorità ceke (su richiesta Nato) di concedere il visto al presidente Bielorusso Lukashenko che intendeva venire a Praga nei giorni del vertice, nell’ambito della “Partnership della pace”, ma che si oppone fermamente alla Nato e alla sua estensione ad Est (e sul piano interno conduce una politica economica anti-liberista e “statalista”, del tutto sgradita agli Usa e all’Occidente capitalistico). La linea del rifiuto del visto a Luka-shenko è stata successivamente adottata dai paesi dell’Ue, con la sola eccezione del Portogallo, e si accompagna da tempo ad una vera e propria forma di “embargo” economico verso la Bielorussia. Non è dunque casuale l’incontro Putin-Lukashenko del 27 novembre, proprio all’indomani del vertice di Praga, in cui si è confermata la volontà di procedere sulla via dell’integrazione e della “cooperazione rafforzata” tra i due paesi;
-la scelta dei paesi che fanno parte dell’ ”Organizzazione di Shanghai” (Russia, Cina, Kazachistan, Kirghi-sia, Tagikistan e Uzbekistan) di tenere a Mosca un summit dei ministri degli esteri negli stessi giorni del vertice NATO, dove i “ partecipanti si sono pronunciati per la creazione di un sistema globale (multipolare) che fronteggi le sfide e le minacce del mondo contemporaneo”; dove “Mosca e Pechino contrappongono un sistema globale di sicurezza alla politica unilaterale dei blocchi”, come scrive il giornale del Partito comunista della Federazione russa (Pravda, 28. 11.2002). Incontro a cui ha fatto seguito l’invito di Putin all’India ad entrare a far parte o a collaborare con tale organismo;
-la scelta di Putin, all’indomani del vertice atlantico, di compiere un viaggio in Cina e in India (1-3 dicembre), con incontri al massimo livello. Commenta la Pravda (28.11.2002) che “la grande trojka – Russia, Cina, India – non ha alcuna intenzione di stare alla finestra, al contrario di quanto sostengono alcuni osservatori” e che “questi paesi, in cui vive il 40% della popolazione mondiale, confermano il loro attaccamento ai principi della coesistenza pacifica”. Per cui, “se il presidente russo sarà in grado di trovare la via che porta all’unità delle tre grandi potenze, nessuno riuscirà a distruggere la pace sul nostro pianeta”. E’ significativo che da Pechino, dopo aver incontrato il presidente cinese Jang Zemin e il nuovo segretario generale del Partito comunista cinese, Hu Jintao, Putin abbia “condannato l’uso unilaterale della forza per risolvere le controversie internazionali”.
Anche il sito ufficiale del governo russo ( www.strana.ru ), in un commento del 28.11.2002, rileva che “su una delle principali questioni del momento attuale – la formazione di un nuovo ordine mondiale – gli approcci dei tre paesi sono molto simili…Mentre gli Usa si comportano da “cow-boys” nei rapporti con la Jugoslavia, la Bielorussia, la Corea del Nord e l’Iraq, e pretendono di imporre i propri punti di vista anche ad altri paesi, che definiscono alleati, Mosca, Pechino e Delhi si muovono in direzione opposta, senza ambizioni imperiali”. 2
Se dunque il vertice di Praga della Nato segna indiscutibilmente un punto a favore della politica di Bush, esso evidenzia contraddizioni e reazioni, interne all’alleanza e nel più complessivo panorama geo-politico mondiale, di segno assai diverso. Dentro queste contraddizioni il movimento mondiale della pace, le lotte dei popoli, senza subalternità alcuna nei confronti della real-politik di questa o quella potenza statuale, debbono però saper cogliere spazi, convergenze e opportunità di sviluppo della loro azione, in un contesto internazionale tutt’altro che normalizzato.

Note

1 Cesare Martinetti, La Stampa, 26.11.2002.

2 Informazioni dettagliate sugli incontri di Putin con i vertici di Bielorussia, Cina e India, sono reperibili in italiano sulla rassegna stampa de l’ernesto: www.lernesto.it
Anche La Stampa (3.12.2002) scrive che “Putin ha ripreso l’argomento – che sembrava ormai accantonato – dell’ asse trilaterale Mosca-Pechino-Delhi” e rileva che “sui più importanti argomenti della politica internazionale Mosca e Pechino – membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – hanno agito in completa sintonia, soprattutto quando si trattava di fare fronte comune contro gli Usa. Entrambi sono contrari a un intervento militare in Iraq, e ieri Putin e Jang Zemin hanno ribadito la necessità di risolvere il problema iracheno solo con strumenti politici e diplomatici”.