La modernizzazione della destra

*Segreteria Nazionale PdCI

Coloro che nei mesi scorsi non si sono stancati di denunciare i veri obiettivi della campagna elettorale fotocopia tra PD e PDL hanno ora le prove di quanto sostenevano invano. Magra consolazione, obietterà qualcuno. Ma almeno adesso sarà più facile, agli occhi degli elettori che hanno premiato la presunta “sinistra” veltroniana per scongiurare l’invasione degli Unni berlusconiani, osservare la realtà per quella che è. Una realtà che si specchia in un emiciclo parlamentare preso a recitare la commedia della “pacificazione” decisa a tavolino, con il leader Democratico che annuisce alle vuote dichiarazioni di intenti del premier, mentre il Cavaliere plaude compiaciuto alle aperture di credito offerte generosamente dal suo avversario. Il tutto è funzionale alle cosiddette “grandi riforme” attese dai primi anni 90, quelle che inaugureranno la Terza Repubblica caratterizzata – almeno nelle intenzioni – dal varo di un bipolarismo sul modello americano. Senonché il vento della peggiore modernità è già arrivato a lambire la vita concreta degli uomini e donne in carne ed ossa di questo martoriato Paese, di quei milioni che non arrivano alla quarta settimana del mese e che hanno una ragionevolissima paura del futuro. Mentre i cantori del verbo americano li ammansiscono promettendo il taglio dell’Ici, in realtà stanno già pensando a come controriformare quel che il centrosinistra era riuscito faticosamente a costruire nella scorsa legislatura insieme ai comunisti (pensiamo al Testo Unico sulla sicurezza). E nel frattempo lanciano anatemi contro i lavoratori statali (lo ha fatto il neoministro della Funzione pubblica incassando l’approvazione di Pietro Ichino, preoccupato soltanto dal linguaggio filomaoista scelto dallo stesso Brunetta) prefigurando possibili aumenti dell’età pensionabile. Tutto questo per dire che dietro al chiacchiericcio politico e al gossip da Tr a n s atlantico il pensiero del governo è rivolto alle misure che riguardano la quotidianità dei cittadini, dei lavoratori e dei pensionati. Molti di loro non si vergognano a rivendicare i loro diritti e si aspetterebbero da chi è uscito sconfitto dalle urne un’opposizione degna di questo nome e si ritrovano (non tutti loro malgrado…) ad avere a che fare con un Parlamento che pare uscito da un film di fantascienza. Ecco perché è obbligatorio mettere in campo e far vivere nel Paese le istanze dello straordinario popolo della sinistra, del popolo dei comunisti che si è disperso, chiede unità e vuole ripartire dal lavoro e dai suoi protagonisti. Proprio i comunisti, che hanno raccolto un importante appello promosso da intellettuali e lavoratori e diffuso subito dopo la disfatta elettorale, hanno un compito straordinariamente difficile e però decisivo per le sorti di un Paese imbrigliato dall’inciucio tra PD e PDL: si tratta di rilanciare le istanze della sinistra tenendo assieme le idealità e la concretezza dei bisogni delle persone. Perché chi pensa ai comunisti come a portabandiera retrò di un’identità slegata dall’analisi di quanto sta accadendo nell’Italia del Duemila mente sapendo di mentire. Nel mio piccolo, da presidente della Commissione Lavoro della Camera nell’ultima legislatura, ho denunciato dati alla mano i meccanismi vergognosi della precarietà, ho fornito un contributo decisivo (grazie al ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire) al varo del Testo Unico sulla sicurezza atteso da trent’anni, ho combattuto una battaglia durissima per cercare di modificare in meglio il Protocollo sul welfare. E come me hanno agito molti altri, in coerenza con le loro idee e con i loro percorsi. Ora tutto è più difficile, lo sappiamo. Perché la sinistra è fuori dal Parlamento, perché ha vinto Berlusconi, perché sono tornate al governo le peggiori pulsioni antipopolari ben incarnate dai ministri che si occupano di lavoro e di stato sociale. E’ già iniziato il tam-tam ideologico-mediatico con l’obiettivo di mettere in discussione l’unità sindacale e di presentare la CGIL come la futura responsabile degli accordi separati; è già partito dalle stanze di Sacconi e Brunetta l’imperativo volto a destrutturare le regole, a cominciare dal contratto nazionale perché emblematico dell’unità dei lavoratori. Ma nello stesso tempo sappiamo che la centralità del lavoro non è cancellabile per decreto: non fosse altro che i precari premono fuori dalla porta, mentre chi ancora è chiuso nella stanza perde anno dopo anno garanzie e quote di salario a vantaggio dei profitti e delle rendite. Noi dobbiamo rappresentare questo immenso e frastagliato popolo, perf e z i onando l’analisi della società e organizzandone via via ogni frammento. Mettiamoci in cammino.