La lotta per la liberazione in Iraq

1. La rapida vittoria degli Usa è stata ottenuta grazie a una schiacciante superiorità militare, in particolare aerea. Tuttavia, nel determinare l’esito della fase finale del conflitto hanno concorso anche cause politiche. La disgregazione delle forze irachene attorno a Baghdad e il mancato combattimento da parte della Guardia repubblicana speciale suggeriscono l’ipotesi di una sorta di “8 settembre”, nel quale un settore dei quadri dell’esercito ha deciso di non combattere. Osservando il corso del conflitto, risulta evidente come la resistenza più ostinata all’invasione sia stata opposta dall’esercito regolare (di leva) e dai fedayn, e non dai reparti d’élite. In altre parole, hanno combattuto quelle forze più vicine, per composizione e condizioni sociali, alla massa della popolazione, mentre si sono sottratti al combattimento i settori più vicini al passato regime e da esso privilegiati.

2. Il conflitto ha mostrato una volta di più l’assoluta incapacità dell’insieme della classe dominante dei paesi arabi, quale che sia la natura dei regimi che governano i differenti Stati, di opporsi in maniera efficace alla penetrazione dell’imperialismo. Con l’eccezione della Siria, tutti i governi sono stati acquiescenti, se non apertamente complici, dell’aggressione. La nazione araba paga per l’ennesima volta sulla propria pelle il prezzo della propria frantumazione.

3. La vittoria americana comporta a breve termine un contraccolpo negativo, soprattutto a causa della demoralizzazione che temporaneamente ha creato nelle masse arabe (e non solo). Tuttavia, nel medio termine si dimostrerà come gli Usa non potranno padroneggiare la situazione. In realtà il conflitto iracheno consegna all’imperialismo Usa una situazione piena di contraddizioni esplosive, che emergeranno con forza sempre maggiore.
La potenza americana verrà messa a dura prova da questo conflitto. I costi economici della guerra sono enormi (si parla di 100 miliardi di dollari nel bilancio del prossimo anno) e in realtà sono tutt’ora imprecisati, data l’assoluta impossibilità per la leadership americana di stabilire con certezza quante e quali truppe dovranno stazionare in Iraq, e per quanto tempo. Inoltre si scopre ora che l’esercito Usa è insufficiente a fare fronte alle esigenze del poliziotto mondiale. Si parla di mobilitare le riserve della Guardia nazionale per poter garantire l’avvicendamento alle truppe schierate in Iraq; il mito del piccolo esercito supertecnologico si scontra con la realtà della guerra e dell’occupazione: servono più soldi e più carne da cannone. Delle 33 brigate dell’Esercito Usa, 19 sono schierate all’estero e solo una è tenuta in riserva. Il presidente della Commissione per le forze armate del Congresso Usa propone di formare due nuove divisioni, pari a 32 mila soldati in più.
4. Altrettanto problematica è la situazione diplomatica e strategica degli Usa nella regione. In Afghanistan si riaccendono i combattimenti, sia contro le forze internazionali che contro l’esercito del regime fantoccio di Karzai. La guerra di nervi diplomatica con l’Iran è piena di incognite. Il rapporto con un alleato storico come la dinastia saudita si è alquanto raffreddato, mentre fra Usa e Turchia si è giunti a un vero e proprio conflitto diplomatico. Si è infatti arrivati al conflitto aperto fra americani e turchi quando in luglio soldati Usa hanno arrestato 11 soldati turchi sospettati di spionaggio contro i peshmerga curdi o altri collaboratori degli americani.
L’episodio ha portato alla più grave crisi diplomatica degli ultimi 50 anni fra Usa e Turchia.
Dietro l’episodio c’è un conflitto strategico di fondo. La borghesia turca, e in particolare i generali, non è disposta a tollerare la formazione di uno Stato curdo nel nord dell’Iraq. Qualsiasi passo in questa direzione viene visto come il fumo negli occhi, in quanto si teme possa incoraggiare la ripresa della lotta dei curdi all’interno della stessa Turchia.
Per gli Usa si tratta di un rompicapo strategico. La Turchia da oltre mezzo secolo è l’alleato più fedele, assieme a Israele, per l’imperialismo americano in Medio oriente. D’altra parte è impossibile pensare che qualche migliaio di guerriglieri curdi del Pdk e del Puk possano costituire un serio punto d’appoggio per gli Usa; al contrario, sono questi ultimi a doverli sostenere. Con la sua politica Bush ha quindi contribuito a destabilizzare ulteriormente la Turchia, già scossa dalla crisi economica, politica, istituzionale. Un altro paese che in passato era un baluardo della stabilità e della reazione nella zona si trasforma così in un ulteriore fattore di crisi.
L’esito più probabile del conflitto curdo-turco nel nord iracheno, se dovesse giungere al livello dello scontro militare aperto, è che gli Usa tradiscano le promesse fatte ai curdi e permettano all’esercito turco di schiacciare la guerriglia.

5. È un dovere elementare del movimento operaio e dei comunisti lottare contro l’occupazione dell’Iraq e per la liberazione di quel paese. La decisione del Partito comunista iracheno di partecipare al cosiddetto “Consiglio di governo” creato dagli Usa costituisce un tradimento imperdonabile della lotta per la liberazione, paragonabile a quello operato negli anni ‘40 dal Partito comunista indiano, che regalò alla borghesia indiana del Congress e della Lega musulmana l’egemonia nella lotta per l’indipendenza, un crimine per il quale ancora oggi le masse indiane e pakistane pagano un prezzo di sangue.
Il nostro sostegno alla lotta del popolo iracheno non significa però sostegno incondizionato a qualsiasi azione intrapresa da qualsiasi forza. Non tutti i metodi di lotta, non tutti i programmi possono portare alla vittoria. In particolare, è necessario comprendere come il ruolo centrale della lotta per la cacciata degli occupanti non significa affatto la fine della lotta di classe all’interno dello stesso Iraq. Emerge infatti una evidente spinta collaborazionista, che coinvolge non solo personaggi reduci dall’esilio e senza alcun appoggio popolare, come il malfamato bancarottiere e agente americano Ahmed Chalabi, ma anche settori della classe dominante, i partiti nazionalisti curdi (Pdk e Puk), ampi settori del notabilato sciita, nonché quadri del vecchio apparato statale, della burocrazia, dei servizi segreti.
Esistono sicuramente migliaia di membri o di ex membri del Baath che hanno vissuto l’occupazione americana come un’umiliazione nazionale, e che si stanno organizzando in una forma o nell’altra per la lotta, anche armata, contro l’occupante. Lo stesso dicasi per ampi settori dell’esercito.
I precedenti non mancano. Quando l’esercito italiano si sbandò dopo l’8 settembre del 1943, furono migliaia i soldati e anche gli ufficiali che salirono in montagna e successivamente furono parte integrante delle formazioni partigiane; lo stesso accadde nella Jugoslavia occupata dai nazifascisti. Ma è altrettanto vero che settori della burocrazia, dell’esercito e anche dei servizi segreti di Saddam si stanno ponendo al servizio degli americani, i quali sono alla disperata ricerca di punti di sostegno all’interno del paese e sono disposti ad assoldare chiunque sia disposto a farsi comprare.

6. Il crollo del Baath in Iraq costituisce un ulteriore episodio di una lunga catena di avvenimenti che dal 1970 in poi, e più chiaramente negli anni ‘80 e ‘90 hanno visto lo sbandamento politico di quelle forze che storicamente hanno incarnato il nazionalismo borghese e piccolo borghese nella regione: l’Fln algerino, lo stesso Baath, i movimenti nasseriani, la stessa Olp. Questi movimenti tentarono di dare una risposta progressista ai problemi storici della nazione araba, e in particolare a quello della sua frantumazione e del sottosviluppo economico.
La risposta non poteva essere trovata all’interno del quadro capitalistico, ed è stato questo limite di classe a determinare la crisi di queste forze. Ma i problemi storici che esse tentarono di affrontare sono oggi più aperti e brucianti che mai.
La centralità della parola d’ordine della cacciata degli occupanti, e quindi dell’indipendenza nazionale, non deve farci perdere di vista un altro elemento fondamentale. Le frontiere dell’Iraq, così come quelle di tutti i paesi che compongono la nazione araba, sono confini in gran parte artificiali, tracciati col righello dalle potenze coloniali al fine di spartirsi il Medio oriente e di meglio controllare le sue popolazioni. Praticamente tutti i paesi della regione contengono al loro interno minoranze etniche o religiose più o meno discriminate; alcuni stati, come il Kuwait o i vari emirati del Golfo Persico, sono stati inventati di sana pianta per costituire dei paesi completamente dipendenti dall’imperialismo e ad esso legati indissolubilmente. La parola d’ordine della liberazione dell’Iraq assume senso compiuto solo se legata alla prospettiva rivoluzionaria della federazione socialista che comprenda l’intero Medio oriente e in primo luogo la nazione araba. Il sogno nasseriano, così come quello bolivariano in America latina, può rinascere e realizzarsi solo se verrà impugnato dalla classe operaia, dai contadini, dalle classi sfruttate e legato indissolubilmente a un programma di rivoluzione sociale, rivolto non solo contro l’imperialismo ma anche contro i suoi fantocci locali.

7. In una situazione nella quale da vent’anni le condizioni delle masse in tutto il Medio oriente sono in declino, persino in paesi in precedenza stabili come l’Arabia Saudita, lottare contro la penetrazione imperialista (sia essa economica o militare) significa lottare contemporaneamente per il controllo della classe operaia e dei contadini sul petrolio, sull’acqua, sulla terra e su tutte le altre risorse economiche fondamentali. E questo significa, a sua volta, lottare contro l’intera borghesia araba, che proprio in questa guerra ha mostrato una volta di più la sua codardia e la sua incapacità storica di fronteggiare l’imperialismo. Lasciare alle forze borghesi, o peggio alla reazione dei partiti religiosi, l’egemonia sulla lotta di liberazione significherebbe pregiudicare le sue possibilità di vittoria e soprattutto, anche in caso di ritirata degli occupanti, aprire un nuovo calvario per il popolo iracheno. Un programma internazionalista e di classe è quindi l’unico che può dare risposta compiuta ai compiti posti dalla lotta per la liberazione dell’Iraq, ed è anche l’unico che può esercitare un effetto decisivo su scala internazionale. La situazione irachena dimostra come nelle condizioni attuali anche la lotta per una elementare rivendicazione democratica quale la liberazione di un paese occupato si leghi strettamente alla prospettiva rivoluzionaria e socialista.