La lotta di Barghouti

È importante, e vi ringrazio per questo, avere ogni spazio per poter raccontare del mio popolo e di uno dei dirigenti della sua grande lotta, mio marito Marwan Barghouti, detenuto nelle prigioni israeliane, condizione inumana, durissima che condivide con altri ottomila palestinesi.
Per parlare del mio popolo, della sua infelice vita quotidiana, posso semplicemente iniziare partendo da me, dai miei problemi di ogni giorno.
Tutti i giorni mio figlio Arab, di 12 anni, tra i miei figli il più giovane, mi chiede di suo padre. Le sue domande sono semplici ma, nello stesso tempo, è tanto complicato rispondergli. Una delle domande più frequenti è: “ Quando torna Abui, mio padre? ”.
Francamente è questa una domanda alla quale non sono in grado di rispondere e spesso mi chiedo come se la caveranno tutte le altre migliaia di madri palestinesi. Il caso di Marwan Barghouti non è un caso individuale: è il caso di altri ottomila prigionieri, è la questione di una intera nazione.
Marwan è nato nel villaggio di Kubar, vicino a Ramallah, nel 1959, durante il periodo dell’occupazione della Palestina. Come tutti gli altri suoi compagni di lotta ha deciso di dedicare l’intera vita per il suo popolo e per la liberazione della sua patria. Per questo è stato molte volte incarcerato e poi espulso per sette anni e mezzo dalla sua terra. Nonostante ciò, Marwan non ha mai maturato dentro di sé il sentimento dell’odio. Ha continuato e continua a sognare una Palestina indipendente basata sulla legge, sulla democrazia e sulla crescita culturale del suo popolo. E quando questa opportunità si è presentata, Marwan l’ha afferrata con entrambe le mani.
Quando si aprì il processo di pace e il sentimento generale era quello dell’accettazione del compromesso, Marwan si espresse chiaramente, dicendo che anche se le condizioni erano dure da accettare, si stava profilando finalmente la possibilità di un futuro diverso e positivo per le nuove generazioni palestinesi.
Israele ci presentava un conto molto alto, ma Marwan affermava che occorreva accettare la sfida della pace ed invitava tutti i suoi compagni palestinesi ad accettare anch’essi tale sfida e costruire pazientemente e tenacemente quel possibile orizzonte di pace.
Marwan non solo ha indicato con forza tale via, ma ha partecipato attivamente alla sua costruzione partecipando al dialogo concreto e agli incontri che ci furono tra israeliani e palestinesi.
Ma per costruire la pace occorreva essere in due, e un partner mancava: Israele. Il tradimento del progetto di pace da parte del governo israeliano ha portato alla nostra rivolta, che noi chiamiamo Intifada.
La brutale reazione israeliana alla Seconda Intifada ha provocato l’uccisione di più di quattro mila palestinesi di cui, approssimativamente, l’85% civili. Decine di migliaia di palestinesi sono rimasti mutilati e feriti. I palestinesi sono stati uccisi ai chech points che dividono la nostra terra, o sono stati massacrati dalle feroci incursioni nelle nostre città e nei nostri villaggi da parte dei pesanti carri armati israeliani o dai bombardamenti dei terribili apaches e dei spaventosi F16.
L’obiettivo della Seconda Intifada è quello di conquistare la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese, i cui diritti umani sono violati sistematicamente. I chech points israeliani eretti tra le città palestinesi sono scientemente lì per umiliare il popolo palestinese. I soldati israeliani che sono di guardia a questi chech points sono maestri dell’offesa, della discriminazione e dell’umiliazione. Uomini anziani e malati, bambini e donne incinte palestinesi debbono sottoporsi alle loro cosiddette “procedure di sicurezza”. Molte madri palestinesi hanno dovuto partorire ai chech points ed una gran parte di esse sono morte o hanno perduto i loro neonati. Ciò che Israele sta cercando di fare è di provocare, di spingere il popolo palestinese sull’orlo della rabbia cieca e della disperazione.
Il 70% del nostro popolo vive ora al di sotto della soglia della povertà e la disoccupazione è vicina alla stessa, drammatica, percentuale.
È per tutto questo che tra il popolo palestinese si va perdendo la fiducia per un futuro di pace.
È in questo contesto tragico, dentro tutta questa sofferenza segnata da ogni violazione dei diritti che Marwan Barghouti, un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese e Segretario Generale di Al Fatah in Cisgiordania, è stato rapito dall’esercito israeliano all’interno delle stesse zone autonome palestinesi!
Arrestando Marwan e processandolo il governo israeliano si è macchiato delle più brutali violazioni: delle leggi internazionali, di ogni convenzione e di ogni norma.
Primo: Marwan è stato rapito ed arrestato in una zona considerata dagli accordi di Oslo una zona autonoma. Secondo: Israele ha trasferito Marwan nei propri territori, e ciò è una chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Terzo e più importante: Israele sta ripetutamente processando Marwan ( un altro processo si terrà proprio tra pochi giorni, in questo dicembre 2003) in un tribunale che non ha la facoltà per giudicare e condannare i rappresentanti, i parlamentari ed i combattenti per la pace del popolo palestinese.
Marwan ha già vissuto sofferenze inenarrabili. Per cento giorni consecutivi ha subito interrogatori intensi e crudeli e torture impietose da parte dei suoi carcerieri israeliani. Negli interrogatori sono stati usati vari metodi di tortura fisica e psicologica. A lungo hanno privato Marwan del sonno, e gli hanno inflitto un metodo di tortura chiamato “Shabeh”, che consiste nel costringere il torturato, durante l’interrogatorio ed oltre, a star seduto su di una sedia molto bassa e con le mani legate dietro la schiena per molte ore.
Nonostante ciò il messaggio di Marwan per tutto il popolo palestinese continua ad essere un messaggio di speranza. Egli vuole che il suo pensiero e il suo stato d’animo si conoscano: “Sono calmo, tranquillo, non ho motivi per cedere, sono sempre più decisamente contro l’occupazione!”.
Marwan si rifiuta di cooperare, nega la legittimità dei tribunali israeliani e continua ad affermare di essere un combattente per la libertà, un uomo per la pace e per la giustizia, per il suo popolo e per tutti popoli. Vuole che il suo popolo sappia che continuerà a lottare per l’indipendenza della sua nazione e spera che un giorno gli israeliani e i palestinesi potranno vivere in pace gli uni vicino agli altri.
Nel suo discorso al tribunale israeliano Marwan, alzando entrambe le mani legate dalle catene di ferro, ha confermato la sua posizione politica, la sua lotta e la sua scelta di vita, e ha ricordato che per la pace non c’è altra soluzione che la costruzione di uno stato palestinese a fianco di uno stato israeliano e che Israele e il suo popolo non avranno pace e sicurezza finché non ne avrà il popolo palestinese.
Ma i tribunali israeliani sono l’altra faccia dell’occupazione. Si può davvero credere che i tribunali di una potenza occupante siano giusti ed equi verso un popolo che quella potenza stessa condanna a priori ?
Può mai avere qualcosa di minimamente giusto questa occupazione che uccide, rovina ed umilia il nostro popolo? E se essa non può essere giusta, come possono essere giusti i suoi tribunali ? È per tutto questo che abbiamo deciso di considerare illegittimo e di rifiutare questo lungo processo a Marwan Barghouti, poiché esso rappresenta un processo a tutto il popolo palestinese. La verità è che Israele sta cercando di delegittimare la resistenza all’occupazione definendola “terrorismo”. Vi chiedo, allora, in nome dello stesso genere umano, di alzare le vostre voci contro l’occupazione israeliana e chiederne la fine.
Mi rivolgo a tutti coloro che amano la pace e la democrazia, che sentono l’orrore universale che vi è in ogni umiliazione portata contro ogni uomo singolo e contro ogni popolo: abbiamo bisogno di voi, state al nostro fianco, siate solidali con il popolo palestinese, un popolo che vuole vivere nella pace e nella sicurezza, quella pace e quella sicurezza che gli sono state negate da oltre 54 anni. Vi chiedo di collaborare alla costruzione di una nazione che vuole la propria libertà e la propria indipendenza, una nazione che vuole rivivere la propria grande cultura e vuole lo sviluppo, nella pace, delle proprie ricchezze umane e intellettuali.
Vi chiedo di stare dalla parte dei miei bambini e dalla mia parte, perché io abbia più forza per ottenere dalle autorità israeliane il permesso di visitare Marwan, permesso che mi è stato sempre negato dal giorno dell’arresto, tanto più in questi giorni – primi di dicembre – dopo che le autorità carcerarie israeliane hanno negato a Marwan anche la visità di un medico, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ai suoi forti dolori alla schiena, alla gola e allo stomaco come conseguenza dell’isolamento in cui è costretto e delle percosse ricevute durante gli interrogatori.
Il mio ultimo messaggio è di speranza. Spero di vedervi presto in Palestina. In una Palestina indipendente, con le prigioni vuote, con le famiglie riunite, con gli ex prigionieri tornati ad essere padri e uomini liberi.

Fatwa Barghouti è attivista per i diritti umani in Palestina e moglie di Marwan Barghouti, membro del Consiglio Legislativo Palestinese e Segretario Generale di Al Fatah in Cisgiordania