La lotta contro l’antisemitismo anti-arabo e l’islamofobia

1. “Un orrore oltre l’immaginabile”

“Un orrore oltre l’immaginabile. Sembra che ci sia stato un terremoto, questo è un capitolo triste e vergognoso della storia d’Israele”; è qualcosa di “moralmente ripugnante”: ad esprimersi così, a proposito della sorte inflitta da Sharon agli abitanti di Jenin, non è un “fanatico” palestinese o un militante della sinistra occidentale, è Terje Larsen, l’inviato Onu in Medio Oriente, il norvegese ideatore dei contatti segreti sfociati poi negli accordi di Oslo (in Tramballi, 2002). Anche per Peter Hansen, il direttore dell’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi, non ci sono dubbi: “Ques-to è l’inferno, non è esagerato parlare di massacro” (in Olimpio, 2002 a).
Ma sfogliamo la stampa internazionale:
“Giornalisti e associazioni per i diritti umani riferiscono di soldati israeliani che torturano e umiliano in modo deliberato i commercianti e i commessi di mezza età, arrestati dall’esercito con retate di massa. Secondo Human Rights Watch, civili palestinesi sono stati costretti sotto la minaccia delle armi ad aprire pacchi sospetti, a bussare alle porte di persone sospette e ad accompagnare le truppe nelle loro incursioni […] Uccidendo donne e bambini, torturando e terrorizzando uomini disarmati e distruggendo massicciamente la proprietà e la dignità del popolo della West Bank, l’esercito di Sharon sta conseguendo risultati opposti a quelli cui egli mira” (The Washington Post, 2002).
Non diverso è il quadro tracciato da un autorevole giornale inglese:
“La condizione di donne, bambini e vecchi in Jenin è stata duramente aggravata dal divieto imposto all’ingresso di medici, cibo e acqua. C’è una terribile crudeltà nel modo in cui numerosi combattenti e non combattenti sono morti lentamente a causa delle loro ferite” (The Economist, 2002).
In massa e ad uno ad uno i sopravvissuti sono “interrogati”: i metodi usati “includono la rottura delle dita dei piedi dei prigionieri” (Richburg, 2002 a, p. 4). Ottenute così le informazioni utili, inizia il calvario di coloro che sono sospettati di essere in rapporto con la resistenza palestinese. Su La Stampa, una corrispondenza da Tel Aviv descrive in modo asciutto un complesso carcerario installato nel deserto (“Ansar-3”) già dopo l’esplosione della prima Intifada e ormai famigerato:
“Composto principalmente da tende militari, non offre infatti agli internati la necessaria protezione dalla escursione termica. Di giorno, d’estate, si rasentano i 40 gradi, mentre di notte si può arrivare a zero gradi. Le condizioni igieniche –aveva rilevato una commissione delle Nazioni Unite, nel 1994 – erano del tutto insoddisfacenti, così come le cure mediche “quasi inesistenti”. Caldo, frustrazione, affollamento, brutalità dei soldati: questi gli elementi costanti nei racconti fatti dai circa 15 mila palestinesi che hanno trascorso periodi più o meno lunghi tra quei recinti”.
È anche accaduto che, per punizione, il comandante della prigione abbia “ordinato che 40 reclusi fossero stipati in una cella di due metri per due”. In questa “anticamera dell’inferno” – secondo la definizione dello scrittore palestinese Ghassan Abdallah, che vi fu internato nel 1988 – succede che gli stessi ufficiali israeliani chiamati a far da aguzzini avvertano il bisogno di ricorrere ai tranquillanti (Gonen, 2002).
Orribile è la situazione dei detenuti di “Ansar-3”, ma l’universo concentrazionario non si ferma alle sue porte. “Il filo spinato si fa diffondendo” in tutta la West Bank. Sono già iniziate le operazioni per dividerla in otto zone ferreamente accerchiate: per recarsi dall’una all’altra i palestinesi avranno bisogno di un permesso mensilmente rilasciato dall’esercito israeliano e valido solo dalle ore 5 alle 19; dopo di che scatta il “coprifuoco”. Un nuovo, drammatico peggioramento delle condizioni di vita colpirà una popolazione che già adesso soffre la fame e la mancanza di medicine e di servizi (Kifner, 2002). Non c’è dubbio. È l’intero popolo palestinese a risultare rinchiuso in un campo di concentramento nell’ambito del quale anche chi è “libero”, oltre a dover subire gli stenti, le umiliazioni e le angherie della vita quotidiana, è continuamente esposto al pericolo di essere rastrellato, “interrogato”, torturato e ucciso per decisione sovrana dell’esercito di occupazione.
Non stupiscono allora le voci che paragonano questa tragedia e questa infamia alle pagine più nere della tradizione coloniale, successivamente ereditata e radicalizzata dal nazi-fascismo. Ma, procedendo ad una critica così impietosa, non si rischia di ridar fiato alle trombe funeste dell’antisemitismo?

2. Il razzismo anti-arabo in Israele

Se anche è evidente il carattere strumentale di questa obiezione, conviene tuttavia discuterla serenamente, con lo sguardo rivolto a quanti a sinistra sembrano prenderla sul serio. In occasione di conflitti particolarmente aspri, è possibile che si verifichi uno slittamento dalla condanna politica e morale di un determinato comportamento alla condanna di un intero popolo. Non mancano i precedenti illustri. Nel corso della seconda guerra mondiale, mentre infuria la barbarie hitleriana, Franklin Delano Roosevelt non solo dichiara di sentirsi “più che mai assetato di sangue verso i tedeschi”, ma accarezza per qualche tempo un progetto assai radicale:
“Dobbiamo essere duri con la Germania e intendo il popolo tedesco, non soltanto i nazisti. Dobbia-mo castrare il popolo tedesco o trattarlo in modo tale che non possa proprio più continuare a riprodurre gente che voglia comportarsi come nel passato”.
Come si vede, la giusta indignazione per i crimini nazisti finisce col prendere di mira, al di là del Terzo Reich, il popolo tedesco nel suo complesso: in quanto intrinsecamente e irrimediabilmente guerrafondaio, esso è da neutralizzare una volta per sempre. La deriva razzistica del discorso di Roosevelt è evidente. Qualcosa di analogo si sta verificando ai giorni nostri sull’onda dell’indignazione sollevata dalla politica di Sharon e di Israele? Chi realmente si preoccupa della possibile deriva razzistica di un conflitto politico, deve porsi il problema analizzando il comportamento e l’ideologia di entrambe le parti in causa: sono i palestinesi a manifestare animosità razziali anti-ebraiche o sono gli israeliani a dare prova di animosità razziali anti-palestinesi e anti-arabe? In altre parole: il pericolo principale è oggi costituito dall’antisemitismo anti-ebraico ovvero dall’antisemitismo anti-arabo? (non si dimentichi che anche gli arabi sono semiti).
È sintomatico quello che da Betlemme riferisce il pastore luterano Raheb. Sentendolo parlare arabo al telefono, i soldati israeliani gli hanno urlato: “Sporco arabo!”; “Perché parli arabo? È una lingua ignobile” (Richburg, 2002 b). Non si tratta affatto di un fenomeno isolato. Nei mesi scorsi, mentre i palestinesi morivano a decine, falciati dal fuoco delle forze di occupazione, in Israele non mancavano i “duri” che su Internet, dopo aver definito “diavoli” i palestinesi, invitavano i soldati israeliani “a sparare sui loro genitali “per assicurarsi così che non potranno più procreare””. Ancora oltre è andato il rabbino Ovadia Yossef, che ha dato libero sfogo al suo disprezzo e al suo odio non solo nei confronti dei palestinesi (“con i serpenti non si può parlare di pace”) ma anche nei confronti degli arabi in generale (“ogni giorno il Signore Onnipotente si pente di aver creato gli ismaeliti”) (Losurdo, 2000). È da aggiungere che ad esprimersi in un tal modo non è un estremista senza seguito nella società israeliana: “tanti rabbini hanno elogiato l’eccidio di musulmani in preghiera a opera dell’integralista Goldstein” (Spinelli, 2002).
Siamo in presenza di un razzismo delirante e carico di pulsioni genocide. Sul versante arabo-palestinese assume talvolta toni rozzi la giusta polemica sul modo in cui Israele utilizza l’orrore di Auschwitz per legittimare il suo espansionismo. Epperò, chiunque sia realmente preoccupato della deriva razzista del conflitto politico in Medio Oriente non può non concentrare la sua attenzione sui processi in atto nella società israeliana.

3. Una paurosa ondata di islamofobia e di antisemitismo anti-arabo

Dal Medio Oriente il conflitto in atto tende a raggiungere l’Occiden-te e anzi a dilagare a livello mondiale, assumendo forme sempre più inquietanti e ripugnanti. Se prevalente è l’attacco alle sinagoghe, neppure le moschee sono al sicuro. In questo secondo caso, al di là dei singoli episodi di teppismo, assistiamo all’infuriare di una crociata tanto più preoccupante per il fatto che a bandirla ed alimentarla sono organi di stampa e personalità assai “autorevoli”: le moschee italiane – sentenzia un libro che si va diffondendo in Occidente ormai a milioni di copie –”pullulano fino alla nausea di terroristi e aspiranti terroristi”; “nove Imam su dieci sono Guide Spirituali del terrorismo” (Fallaci, 2002 a, pp. 28 e 32).
Ad essere messe in stato d’accusa non sono esclusivamente le correnti fondamentaliste dell’Islam contemporaneo: “Usama Bin Laden e i Talebani, non mi stancherò mai di sostenerlo, sono soltanto la più recente manifestazione d’una realtà che esiste da millequattrocento anni” (Fallaci, 2002 a, p. 117). Dunque, ad essere oggetto di condanna è l’Islam in tutto il corso della sua evoluzione storica e in tutta la sua estensione a livello planetario, è l’Islam in quanto tale.
Al di là di una religione determinata, la crociata investe interi popoli, a cominciare dagli immigrati provenienti dal mondo islamico, questi “arrogantissimi ospiti delle città: gli albanesi, i sudanesi, i bengalesi, i tunisini, gli algerini, i pakistani, i nigeriani che con tanto fervore contribuiscono al commercio della droga (a quanto pare un crimine non proibito dal Corano)” (Fallaci, 2002 a, p. 123). Che importa se nel mercato internazionale della droga svolge un ruolo importante un paese come la cattolicissima Colombia?
Un odio particolare è riservato al popolo palestinese. Incontenibile e senza limiti è il disprezzo per Arafat, “questo sgrammaticato che quando lo intervisti non riesce nemmeno a compilare una frase completa, un discorso articolato” (Fallaci, 2002 b, p. 39). Nel leggere ciò, viene in mente il detto attribuito ad una grande personalità dell’Ottocento americano, Calhoun, il teorico più illustre del Sud schiavista: “Se avesse potuto trovare un negro in grado di conoscere la sintassi greca, solo allora avrebbe riconosciuto che i negri erano veramente esseri umani e dovevano essere trattati come tali”. Neppure la celebre giornalista conosce la sintassi greca ma, chiaramente, la lingua degli aspiranti padroni del mondo ha preso il posto della lingua di Platone e Aristotele. E, dunque, privo di qualsiasi dignità si presenta “il signor (si fa così per dire) Arafat” (Fallaci, 2002 b, p. 39). Chiaramente, il dirigente palestinese non è degno di far parte della razza dei signori.
Sia chiaro: ad essere additata al pubblico ludibrio è ben più che una singola personalità. Diamo ancora la parola alla giornalista baciata dal successo e dal trionfo in tutto l’Occidente: dopo aver visto alla Tv il crollo delle Twin Towers, “gioivano i palestinesi di Gaza […] Uomini, donne, bambini. (Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino)” (Fallaci, 2002 a, p. 51). Ora, in coloro che sono investiti dal disprezzo della Fallaci, ad essere negata non è più solo la qualifica di “signore”, ma anche quella di essere umano. Il processo di de-umanizzazione del nemico giunge così a compimento: “I seguaci del fondamentalismo islamico si moltiplicano come i protozoi d’una cellula che si scinde per diventare due cellule poi quattro poi otto poi sedici poi trentadue. All’infinito” (Fallaci, 2002 a, p. 24). Più che un insieme di individui singoli e di popoli determinati, l’Islam è un immenso animale che si dilata mostruosamente e minacciosamente.
Va da sé che questa criminalizzazione di una grande civiltà si fonda sull’ignoranza. Sempre nell’odierno best-seller dell’islamofobia si può leggere: “Se questo Corano è tanto giusto e fraterno e pacifico, come la mettiamo con la storia dell’Occhio-per Occhio-e-Dente-per-Dente?” (Fallaci, 2002 a, p. 88). In realtà, la legge del taglione il Corano la desume, in forma forse indebolita, dall’Antico Testamento, dov’essa ricorre insistentemente: “vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, lividura per lividura” (Esodo, XXI, 23-5 ; cfr. anche Levitico, XXIV, 19-20 ; Deuteronomio, XIX, 21). Sì, l’infortunio della Fallaci è clamoroso ma non stupefacente: quando non è la manipolazione, è solo l’ignoranza che può procedere alla contrapposizione manichea tra barbarie islamica e civiltà ebraico-cristiana.

4. Dall’antisemitismo anti-ebraico all’antisemitismo anti-arabo

Non poche volte, i cantori dell’islamofobia intonano motivi che risultano sinistramente familiari a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia delle ideologie razziste. La Fallaci così descrive i partecipanti alla recente, grande manifestazione di Roma a favore del popolo palestinese: “vestiti da kamikaze berciano infami ingiurie a Israele, alzano fotografie di capi israeliani sulla cui fronte disegnano una svastica […], pur di rivedere gli ebrei nei campi di sterminio, nelle camere a gas, nei forni crematori di Dachau e di Mauthau-sen e di Buchenwald e di Bergen-Belsen eccetera, venderebbero a un harem la propria madre” (Fallaci, 2002 b, p. 37). In realtà, come risulta da questa stessa descrizione, i manifestanti esprimevano sentimenti fermamente anti-nazisti, collegando l’omaggio alle vittime del colonialismo espansionista di Sharon alle vittime dell’imperialismo hitleriano. Ma soffermiamoci sull’accusa secondo cui, pur di conseguire i loro obiettivi, i palestinesi o i militanti palestinesi sarebbero pronti a vendere “a un harem la propria madre”. Come spiegare questa accusa al tempo stesso così infamante e così singolare?
Negli USA del Ku Klux Klan i razzisti banchi non si limitavano a rimproverare alle loro vittime l’ignoranza della sintassi greca; il linciaggio prendeva di mira neri considerati colpevoli di essersi accoppiati con donne bianche o di averle stuprate. In questo capo d’accusa, a costituire l’aspetto principale non era tanto la violenza (quasi sempre inventata), bensì la miscegenation, la contaminazione della razza o del sangue bianco: in quanto contro-natura, i rapporti sessuali tra razze incompatibilmente diverse e eterogenee mettevano in pericolo la trasmissione sana e ordinata della vita, avvelenavano l’albero della vita in quanto tale. È un motivo ripreso da Hitler: ai suoi occhi, gli ebrei si macchiavano della colpa orribile di promuovere il mescolamento razziale e di compromettere così la causa della civiltà e della vita stessa, avvelenata da questo insano mescolamento già alla sua fonte. Fortunatamente, ai giorni nostri l’idea di rapporti sessuali tra individui di “razze” diverse non è più capace di suscitare orrore. Ed ecco che interviene una tecnica nuova: quale trasmissione sana e ordinata della vita ci può mai essere se, per motivi per di più abietti, individui e gruppi determinati sono pronti a vendere “a un harem la propria madre”, costringendo alla prostituzione la donna dalla quale hanno ricevuto la vita stessa?
È interessante notare come i luoghi comuni dell’antisemitismo classico oggi ritornino di moda, ma per colpire non più gli ebrei bensì gli arabi e gli islamici. Quante pagine ignobili sono state scritte per denunciare il foetor judaicus? Ma oggi, in libri cui viene attribuito il merito di esprimere la coscienza morale dell’Occidente possiamo leggere che, là dove passano gli immigrati islamici, essi lasciano “soltanto un’immensa e disgustosa macchia di sudiciume” (Fallaci, 2002 a, p. 122).
Un altro motivo classico della polemica antisemita è quello che rimprovera agli ebrei un regime dietetico particolare (koscher), che li separa dalla comune umanità per unirli in una setta esclusiva, circondata da un mistero inquietante e forse delittuoso. Ai giorni nostri la Fallaci tuona contro “le macellerie halal cioè le macellerie islamiche di cui i nostri graditi ospiti hanno riempito l’Italia perché la carne loro la mangiano solo se l’animale è stato sgozzato quindi dissanguato poi disossato”. La via è così spianata per la criminalizzazione dell’Altro: il leader della comunità islamica torinese diventa “il macellaio marocchino” (Fallaci, 2002 a, p. 30).
Per secoli gli ebrei sono stati accusati o sospettati di sacrificare bambini cristiani nei loro satanici riti pseudo-religiosi. Nel ribadire, in italiano e in inglese, che i terroristi sono espressione della storia e della cultura dell’Islam in quanto tale e che quindi non possono essere separati dal “mondo al quale appartengono”, la Fallaci così prosegue: “Gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador anzi il burkah, perché andate al teatro o al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette…” (Fallaci, 2002 a, pp. 79 e 150). In breve, gli islamici sono pronti ad immolare chiunque abbia idee o comportamenti diversi dal loro, e sono pronti a tale infamia a partire semplicemente dal furore teologico che li anima: in qualche modo riemerge lo spettro dell’omicidio rituale.
Alla campagna in atto di antisemitismo anti-arabo e anti-islamico danno il loro bravo contributo anche esponenti di primo piano della “sinistra” israeliana. Si prenda Barak, l’ex primo ministro che, mentre parlava di “pace”, portava avanti a ritmi accelerati la colonizzazione dei territori occupati. Ebbene, costui ha la spudoratezza di tuonare, in un’intervista al Guardian, contro le “bugie” non solo di Arafat ma dei palestinesi nel loro complesso: “Sono il prodotto di una cultura dove dire una frottola non crea problemi. Non hanno le stesse remore della cultura giudaico-cristiana. La verità è vista come una categoria irrilevante. C’è quella che serve ai propri interessi e quella che non serve”. In quanto espressione di questo mondo intrinsecamente incapace di comprendere il valore della verità, il leader palestinese è “un grande attore, sgusciante, acuto”. Nel riportare queste dichiarazioni, lo stesso giornalista del Corriere della Sera osserva che si tratta di “discorsi che rasentano il razzismo” (Olimpio, 2002 b). Si può aggiungere che Barak agita ora contro arabi e islamici un motivo tradizionale dell’antisemitismo anti-ebraico. Secondo Fritsch, uno dei “grandi” campioni di questa corrente, il “rappresentare commedie” è una sorta di “missione” per gli ebrei: è l’”unico talento positivo” di cui essi dispongono.
Uno dei grandi campioni ottocenteschi della crociata antisemita (Marr) così motivava il suo odio contro gli ebrei: erano troppo “orientali”; contro il pericolo da essi rappresentato di snaturamento dell’Occidente, era necessario decidersi a “de-asiatizzare il mondo”. Oggi che Israele è stato cooptato con tutti gli onori nel cuore sacro dell’Occidente, chiaramente la “de-asiatizzazione” del mondo passa attraverso la Crociata contro il mondo arabo e islamico.
Negli USA, a sostenere con più forza, anzi con più fanatismo, la politica di Sharon sono i fondamentalisti cristiani, che pure hanno alle spalle una tradizione di virulenta giudeofobia o di vero e proprio antisemitismo. Ma non c’è da stupirsi. In passato si richiamavano alle pagine del Nuovo Testamento in cui gli ebrei sono bollati come il popolo deicida; oggi si richiamano alle pagine dell’Antico Testamento in cui Dio promette la Palestina al “popolo eletto” e sancisce l’annientamento degli indigeni, considerati alla stregua di abitanti abusivi della “terra promessa”. E, dunque, continuando pur sempre ad agitare la Bibbia, i fondamentalisti cristiani, che giocano un ruolo importante nel partito di Bush, sono di fatto passati dall’antisemitismo anti-ebraico all’antisemitismo anti-arabo.

5. Recuperare il materialismo storico per combattere il razzismo

Ma come spiegare il fatto che, persino a sinistra, si ignora il pericolo oggi realmente drammatico e si continua per lo più a mettere in guardia sempre e soltanto nei confronti dell’antisemitismo antiebraico? Ritorniamo a Franklin Delano Roosevelt e alla tentazione da lui per un attimo avvertita di procedere alla “castrazione” dei tedeschi. In quegli stessi anni, nonostante le sofferenze senza nome provocate dall’aggressione hitleriana all’URSS, ben diversamente argomenta Stalin:
“Sarebbe ridicolo identificare la cricca hitleriana col popolo tedesco, con lo Stato tedesco. Le esperienze della storia dimostrano che gli Hitler vanno e vengono, ma che il popolo tedesco, lo Stato tedesco rimane. La forza dell’Armata Rossa risiede nel fatto che essa non nutre e non può nutrire alcun odio razziale contro altri popoli, neppure contro il popolo tedesco”.
Stalin è così poco propenso ad appiattire sul Terzo Reich la storia della Germania che, pur lanciando un appassionato appello all’unità nazionale nella “guerra patriottica” contro gli invasori, per un altro verso osserva:
“Nella sua essenza, il regime di Hitler è una copia di quel regime reazionario che in Russia è esistito sotto lo zarismo. È noto che gli hitleriani calpestano i diritti degli operai, i diritti degli intellettuali e i diritti dei popoli, così come li ha calpestati il regime zarista, e che essi scatenano medioevali pogrom contro gli ebrei così come li ha scatenati il regime zarista”.
Se da un lato la rivoluzione d’Ottobre è l’erede della grande tradizione rivoluzionaria tedesca (in primo luogo Marx e Engels), dall’altro l’antisemitismo nazista rappresenta la ripresa e l’ulteriore, infame radicalizzazione dell’antisemitismo della Russia zarista. In questa visione non c’è spazio per la contrapposizione stereotipa dei popoli e, tanto meno, per la loro gerarchizzazione. Su questo punto Stalin dimostra di aver bene appreso la lezione del materialismo storico. Negli anni di Napoleone III, mentre personalità importanti del movimento operaio (come Lassalle) continuano a guardare con simpatia o benevolenza al paese protagonista della Grande Rivoluzione, Marx denuncia nella Francia bonapartista il baluardo della reazione mondiale. Forse ancora oltre si spinge Lenin che, nell’analizzare il gigantesco conflitto internazionale scoppiato sull’onda della rivoluzione francese, ci fornisce una straordinaria lezione di dialettica e di materialismo:
“Le guerre della Grande Rivoluzione francese cominciarono come guerre nazionali e tali erano. Erano guerre rivoluzionarie, assicuravano la difesa della Grande Rivoluzione contro la coalizione delle monarchie controrivoluzionarie. Ma dopo che Napoleone ebbe fondato l’impero francese e soggiogato tutta una serie di Stati nazionali europei – Stati che avevano già avuto una lunga esistenza, grandi Stati che erano capaci di vivere – allora le guerre nazionali francesi diventarono guerre imperialiste, che a loro volta dettero origine a guerre di liberazione nazionale e contro l’imperialismo napoleonico”.
Persino nel corso di una vicenda apparentemente unitaria (lo scontro tra la Francia e i suoi nemici), l’oppresso si può trasformare in oppressore e l’oppressore in oppresso.
Possiamo ora fare il punto. La deriva naturalistica e razzistica di Roosevelt si spiega con la sua visione statica del conflitto, con la sua incapacità di comprendere il mutamento: in quanto protagonisti del primo e del secondo conflitto mondiale, i tedeschi sembrano essere un popolo guerrafondaio per natura. Dalle pagine di Lenin e di Stalin, e soprattutto del primo, emerge invece un quadro ben più dinamico e complesso: la Germania che subisce l’oppressione napoleonica diventa poi un imperialismo ben più feroce e reazionario; e, tuttavia, in occasione della pace di Versailles, i vincitori le impongono un trattamento infame, gettando via la loro maschera “democratica”. È anche in virtù di questa attenzione dialettica al mutamento e persino al rovesciamento di posizioni che il materialismo storico costituisce un poderoso antidoto rispetto al pericolo della deriva naturalistica e razzistica. Si possono e si devono distinguere e gerarchizzare le diverse ideologie e i diversi sistemi politico-sociali, non già i diversi popoli. Se è espressione di bieco razzismo la teorizzazione, cara alla tradizione coloniale e al nazismo, di popoli-signori e popoli-servi, su un terreno assai scivoloso si colloca il discorso che contrappone popoli eternamente oppressori a popoli eternamente oppressi.
Diamo un ulteriore sguardo alla storia. Agli occhi di Marx, nell’Europa dell’Ottocento, dove il processo di emancipazione degli ebrei sembra dover finalmente travolgere tutti gli ostacoli, è il popolo irlandese a costituire il popolo martire per eccellenza. Epperò, vittime di un’oppressione feroce che talvolta sembra spingersi sino alla soglia della soluzione finale, gli irlandesi emigrati negli USA sono fra i sostenitori di Jackson, il presidente che dà inizio alla deportazione sistematica dei pellerossa; d’altro canto, assieme agli altri bianchi e soprattutto ai bianchi poveri, gli immigrati irlandesi finiscono spesso col condividere il pregiudizio razziale che inchioda i neri prima alla schiavitù e, successivamente, alla segregazione.
Giustamente, i neri richiamano l’attenzione sul fatto che assai a lungo sono stati considerati e trattati come gli schiavi per eccellenza; impossibilitati a nascondere il colore della pelle e la propria identità, hanno conosciuto una sorte che, almeno dal punto di vista di Malcolm X, esprime in modo concentrato l’orrore della storia universale; per secoli sono stati la merce umana di mercanti di schiavi di volta in volta cristiani, ebrei o mussulmani (ma su questo ultimo punto i militanti afro-americani, spesso convertiti all’ Islam, tendono ad essere reticenti). D’altro lato, a partire dalla fine della guerra di Secessione, gli afro-americani hanno partecipato all’espansione nel Far West a scapito dei pellerossa.
Ai giorni nostri, ci sono storici statunitensi di origine india, i quali indicano nella tragica vicenda dei pellerossa il “peggiore olocausto umano di cui il mondo sia stato testimone”; a conferma della loro tesi potrebbero addurre l’autorità di Todorov, il quale parla della “conquista dell’America” come del “più grande genocidio della storia dell’umanità”. E, tuttavia, sarebbe del tutto errato trasfigurare l’America pre-colombiana, come se in essa fossero assenti contraddizioni e oppressione nazionali (in realtà, è anche la presenza di questi elementi a favorire il trionfo dei conquistadores).
In conclusione: pensare che a delimitare il confine tra oppressi e oppressori sia una linea etnica definita una volta per sempre e immobile nel tempo, significa collocarsi su un piano inclinato che conduce al razzismo. Se nella prima metà del Novecento il popolo martire per eccellenza è il popolo ebraico, nella seconda metà e ancora oggi è il popolo palestinese; il tragico paradosso è che il martirio del popolo palestinese è inflitto dallo Stato nato sull’onda dell’indignazione per il martirio del popolo ebraico.

6. Colonialismo e “coerenza” liberale e post-fascista

A criminalizzare la lotta di liberazione del popolo palestinese, gridando al pericolo dell’antisemitismo classico e dell’eterno odio antigiudaico, sono personaggi sulla cui ideologia e sulla cui storia conviene riflettere. Della Fallaci si è già detto. Un’attenzione particolare merita anche Ferrara, l’organizzatore dell’Israeli Day, non a caso il campione impareggiabile di tutte le guerre coloniali dell’Occidente. Particolarmente rivelatrice è la presa di posizione a suo tempo da lui assunta a sostegno dell’invasione di Panama da parte degli USA. Il bombardamento notturno dei quartieri popolari aveva provocato centinaia o migliaia di vittime tra la popolazione civile, nel corso di un’aggressione scatenata banditescamente senza dichiarazione di guerra: per l’intrepido spadaccino della causa del colonialismo si trattava solo di una semplice e benefica “operazione di polizia tropicale”; le regole del gioco e della legalità internazionale non potevano certo trovare applicazione ai Tropici, in aree abitate da barbari già intontiti dal caldo.
Nella campagna di delegittimazione della resistenza del popolo palestinese si distingue anche Alberto Arbasino che, nel denunciare le manifestazioni anti-israeliane, mette in guardia contro “questo antisemitismo viscerale che scoppia e dilaga all’improvviso” (Arbasino, 2002). È lo stesso scrittore che, alcuni anni fa, a proposito delle “spedizioni” italiane “in Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia”, ha sentenziato che, a torto, ci siamo “addossati, in quanto italiani, tante grosse colpe”. Siamo in presenza di una riablitazione dell’intera tradizione coloniale italiana, da Giolitti a Mussolini. La guerra scatenata dal primo contro la Libia è stata descritta da Lenin, come “un macello di uomini, civile, perfezionato, un massacro di arabi con armi “modernissime””. Sì, ““per punizione” sono stati massacrati quasi 3000 arabi, si sono depredate e massacrate famiglie intere, massacrati bambini e donne”. Per quanto riguarda la guerra di Mussolini in Etiopia, diamo la parola ad uno storico (Salvemini), che è stato al tempo stesso coraggioso antifascista e fiero anticomunista: “Se ci fosse giustizia in questo mondo, nessun generale italiano dovrebbe tornar vivo a casa da questa guerra. Almeno il generale dei generali in Libia, il Generale Graziani, avrebbe dovuto essere giustiziato dai soldati, in punizione delle migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini che egli fece morire di fame e di sete in Cirenaica nel 1930 e della popolazione abissina di Addis Abeba che egli fece massacrare in massa nel 1937”. Ma, per Arbasino, si tratta chiaramente di bazzecole: anche in questo caso, a bollare come antisemiti coloro che scendono in piazza a favore del popolo palestinese è un campione del colonialismo e del revisionismo storico.
Ho citato un giornalista e uno scrittore, ma a distinguersi per il suo sostegno a Sharon è oggi anche un politico come Gianfranco Fini. La sua marcia di avvicinamento a Israele è iniziata diversi anni fa allorché di Mussolini, “il più grande statista del secolo” (ventesimo), ha ritenuto opportuno criticare soltanto la legislazione antisemita: “Fino al 1938, cioè fino a un minuto prima della firma delle leggi razziali, io credo che sia molto difficile giudicare il fascismo in modo complessivamente negativo”. E i massacri già visti in Etiopia? E l’impiego massiccio di iprite e gas asfissianti, i campi di concentramento? E leggi razziali a danno degli “indigeni” (arabi e neri) nell’impero coloniale fascista?
Bisogna riconoscere che, assieme a Ferrara e Arbasino e più ancora di loro, Fini dà prova di grande coerenza: dopo aver celebrato come “il più grande statista del secolo” il protagonista della guerra d’Etiopia, non può non riconoscersi nella politica espansionistica e nelle spietata repressione anti-palestinese di Sharon e Peres; costoro, a loro volta, sempre all’insegna della coerenza colonialista e imperialista, sono pronti a ricevere con tutti gli onori il leader di Alleanza Nazionale.

7. Come dare concretezza all’impegno anti-razzista

Già alcuni anni fa, un illustre studioso americano ha osservato che “in Europa occidentale, l’antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato dall’antisemitismo verso gli arabi” (Huntington, 1997, p. 293). È una tendenza accentuatasi ulteriormente e drammaticamente dopo l’11 settembre, assumendo una dimensione mondiale. La permanente discriminazione sul posto di lavoro si accompagna ad una crescente emarginazione sociale:
“Per la prima volta la Francia ha imposto sul suo territorio una politica molto simile a quella degli Stati Uniti nei confronti dei neri. Ha creato dei cittadini di serie B, né stranieri, né francesi e li ha messi in “riserve”, in quelle che noi chiamiamo le ‘cités” di periferia, una sorta di no man’s land che riproduce i recinti coloniali intorno ai centri urbani” (Lapoujade, 2002).
Sempre per quanto riguarda gli arabi e gli immigrati di religione islamica, dappertutto si avverte la tendenza a passare dalla discriminazione sociale a quella più propriamente giuridica: “duemila cittadini arabi scomparsi nelle carceri americane senza un’accusa precisa e senza che si sollevassero seri problemi di legalità” (Buccini, 2002). Per non parlare della barbarie che si consuma a Guatanamo…
Come abbiamo visto, storicamente insostenibile e politicamente assai pericolosa è la contrapposizione di popoli eternamente oppressi e popoli eternamente oppressori. D’altro canto, in una concreta situazione storica bisogna saper individuare quello che è il popolo oppresso per eccellenza. Senza dubbio torbide risultano le dichiarazione sopra riportate di Roosevelt; epperò, nel momento in cui esse cadevano, l’attenzione e la lotta degli autentici democratici non potevano non concentrarsi sulla sorte dal Terzo Reich riservata agli ebrei e agli “indigeni” – così Hitler li definisce – dell’Europa orientale. Sottoposto da decenni ad un regime di spietata occupazione militare, con l’oppressione, l’espropriazione, l’umiliazione ad esso connesse, il popolo palestinese è oggi il popolo martire per eccellenza. Se Israele procede alla colonizzazione, oltre che della West Bank, anche delle alture del Golan strappate alla Siria, l’imperialismo americano accentua la sua pressione per conseguire il controllo totale e definitivo del Medio Oriente; mentre nella metropoli capitalistica gli arabi sono tollerati solo a condizione di erogare forza-lavoro a basso prezzo e di “assimilarsi” pienamente con l’Occidente, e cioè di identificarsi con la causa degli oppressori. Si spiega così l’enorme successo della Fallaci. Ai giorni nostri, la lotta contro il razzismo è una frase vuota se non si impegna in primo luogo ad arginare la marea montante dell’islamofobia e dell’antisemitismo antiarabo.

Riferimenti bibliografici

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Gli ebrei “primi della classe” e gli amati “strafalcionisti”, in “Corriere della Sera” del 15 aprile, p. 2

Goffredo Buccini, 2002
La stampa americana rompe la tregua: “Basta patriottismo”, in “Corriere della Sera” del 19 maggio, p. 13

Oriana Fallaci, 2002 a
La rabbia e l’orgoglio (2001), Rizzoli, Milano, 13° ed.
Oriana Fallaci, 2002 b
Sull’antisemitismo, in “Panorama” del 18 aprile, pp. 37-39

John Kifner, 2002
Barbed wire spreading, in “International Herald Tribune” del 23 maggio, p. 3

Yariv Gonen, 2002
Riapre Arsan-3 la prigione del deserto, in “La Stampa” del 18 aprile, p. 3

Samuel P. Huntington, 1997
The Clash of Civilisations and the Remaking of World Order (1996), tr. it., di Sergio Minucci, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano

David Lapoujade, 2002
“La gente ha paura della guerra civile mascherata nelle periferie”, intervista a U[lderico] M[unzi], in “Il Corriere della Sera”, del 17 giugno, p. 6

Domenico Losurdo, 1994
La Seconda Repubblica. Liberismo, federalismo, postfascismo, Bollati Boringhieri, Torino (a questo libro rinvio per i riferimenti relativi alla “coerenza” colonialista di Arbasino, Ferrara e Fini e, più in generale, per i problemi discussi nel § 6 del presente saggio)
Domenico Losurdo, 1996
Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, Roma-Bari, 1996 (a questo libro rinvio per i riferimenti relativi a Roosevelt, a Lenin e Stalin, e, più in generale, per i problemi discussi nel § 5 del presente saggio)
Domenico Losurdo, 2000
Superamento della Stato nazionale?, in “L’Ernesto. Rivista Comunista”, n. 5 (settembre-ottobre)
Domenico Losurdo, 2002
Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Bollati Boringhieri, Torino (a questo libro, di prossima pubblicazione, rinvio per i riferimenti relativi al razzismo anti-nero di Calhoun e all’antisemitismo anti-ebraico di Marr e Fritsch)

Guido Olimpio, 2002 a
L’inviato dell’ONU: “A Jenin ho visto l’orrore”, in “Corriere della Sera” del 19 aprile, p. 18
Guido Olimpio, 2002 b
“Yasser? Re dei bugiardi, batterebbe anche la macchina della verità”, in “Corriere della Sera” del 7 giugno, p. 9

Keith B. Richburg, 2002 a
Bush’s envoy sees Arafat as Israeli drive continue, in “International Herald Tribune” del 6-7 aprile, pp. 1 e 4
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Israeli “acts of revenge” embitter the people of Bethlehem, in “International Herald Tribune” del 9 aprile, p. 9

Barbara Spinelli, 2002
Amore e guerra in Palestina, in “La Stampa” del 14 aprile, pp. 1 e 11

“The Economist”
Israel has a case to answer, riportato in “International Herald Tribune” del 22 aprile 2002, p. 8

“The Washington Post”, 2002
“Why is this happening?”, riportato in “International Herald Tribune” del 15 aprile, p. 8

Ugo Tramballi, 2002
Israele si ritira, scettici i palestinesi, in “Il Sole-24 ore” del 19 aprile, p. 10