La letteratura torna a confrontarsi con la realtà

Andrea Bajani è un giovane scrittore al suo terzo romanzo, Cordiali saluti, pubblicato nel marzo scorso per i tipi di Einaudi. Un libro importante nel panorama letterario italiano, che sembra accendersi di nuovi e significativi fermenti. Importante innanzitutto per come è scritto, con uno stile asciutto eppure capace di mutare con efficacia i registri narrativi nelle diverse parti di cui è composto. Ma importante anche per il tema affrontato, che è il lavoro, indagato nelle sue nuove forme e nel suo nuovo rapporto con la vita, inteso come metafora più complessiva della società. Il protagonista del romanzo è un impiegato che scrive, per conto del direttore del personale, grottesche lettere di licenziamento che trasudano tutta l’ideologia, sottile e brutale a un tempo, di cui è capace l’azienda: da qui il titolo, Cordiali saluti, che sottolinea proprio il tratto tragicomico che percorre ampie parti di questo romanzo. Il colloquio che segue si è svolto a Torino il 28 aprile scorso.

– Potremmo iniziare da un’osservazione di carattere generale. In questo momento stiamo assistendo a dei fenomeni nella cultura e nell’arte che sono, come minimo, interessanti. Ci riferiamo alla polemica relativa alla stroncatura di Aldo Nove al libro di Piperno Con le peggiori intenzioni apparsa su “Liberazione”, con tutto ciò che si è scatenato sui giornali; ci sono poi fermenti vari, per esempio la polemica fra Antonio Moresco e Giuseppe Caliceti ancora su “Liberazione” e sul sito Nazione indiana…; inoltre , per non fare che un esempio nel ristretto ambito del teatro, abbiamo l’impressione che qualcosa si stia muovendo, tanto che recentemente abbiamo visto uno spettacolo che si rifà ai modelli della grande avanguardia degli anni sessanta e settanta, tra l’altro fatto da giovanissimi. Ecco, la domanda è questa: il tuo romanzo, che certamente ha la caratteristica di una innovazione nella tradizione, nel senso che si rifà a quella che venne chiamata letteratura industriale, si situa secondo te in questo clima?

Parto dall’ultima considerazione, che è quella che trovo più interessante. Il fatto che Cordiali saluti, che viene etichettato come il ritorno di una letteratura del lavoro, in realtà possa essere visto e debba essere contestualizzato in una situazione di fermento intellettuale diverso. Che non significa un contesto in cui si torna a parlare del lavoro, che sarebbe riduttivo e poi renderebbe in definitiva poca giustizia a un tentativo che, nel mio caso come in altri, non è tanto un tornare a parlare del lavoro quanto un tornare a parlare del mondo, a confrontarsi con il mondo di fuori. Come dire che a parlare di “letteratura del lavoro”, dare uno scaffale al nuovo libro finito sul mercato, si rischia di devitalizzare e marginalizzare operazioni in realtà molto più sporche, nei loro confini, di quanto non dicano le categorie applicate. Il rischio, in questi casi, è quello di finire nell’estetica da blockbuster, in cui si rubrica sub specie di tipologie di intrattenimenti.

– Possiamo dire che si torna a parlare dei problemi reali…

Dei problemi reali, sì. Il che è da un certo punto di vista anacronistico. La denominazione “letteratura industriale”, all’inizio degli anni ’60 rinchiudeva in un claim un filone letterario molto più ricco, e ha messo nell’ombra, per fare soltanto un esempio, un grandissimo scrittore come Volponi, che è stato etichettato sotto l’etichetta di letteratura industriale quando romanzi come Memoriale – che pure avevano ambientazioni anche industriali – si confrontavano con i problemi reali ben più di quanto si confrontassero con i problemi della fabbrica. È interessante osservare come il mio romanzo, come altri romanzi che sono stati per comodità di scelte giornalistiche messi sotto la stessa categoria di letteratura del lavoro –il mio come quello di Francesco Dezio (Nicola Rubino è entrato in fabbrica) o come quello di Giorgio Falco (Pausa Caffè) o come il lavoro di inchiesta che sta portando avanti Aldo Nove sulle pagine di “Liberazione” – si inseriscono in una situazione che era già viva nel 2001. Non a caso molti degli esempi fatti in apertura hanno avuto come luogo di esplosione o comunque di dibattito più acceso la rete, e in particolare spesso è stata Nazione indiana ad accendere un dibattito che in alcune situazioni può essere degenerato, ma che ha comunque portato argomenti alla discussione. Ecco, nel 2001 c’è stato un esperimento. allora abbastanza contestato da molti (dal “Manifesto” al “Giornale”), che è stato Scrivere sul fronte occidentale. Scrivere sul fronte occidentale è stata un’iniziativa di alcuni scrittori che hanno cercato di coinvolgere anche personaggi del cinema, della teoria, della psicanalisi, e che avevano come obiettivo il vedere che tempo faceva nel mondo, a che punto era il racconto. Era una cosa che non si faceva più, che era passata da un pezzo. Tutto aveva preso le mosse da un convegno, e poi aveva portato alla pubblicazione del volume intitolato appunto Scrivere sul fronte occidentale pubblicato da Feltrinelli.

– Tra l’altro, il 2001 non è certo una data casuale. È l’anno dei fatti di Genova, quindi della prima forte esplosione in Europa del cosiddetto “movimento”. Le cose si tengono, e la convergenza delle date sembra ancora una volta significativa.

Infatti il convegno era nato proprio in conseguenza del fatto che eravamo in tanti a esserci trovati di fronte a un mondo che bene o male ci stava scoppiando in faccia. C’era stato Genova, c’era stato anche l’11 settembre… L’11 settembre se vuoi è quello che abbiamo patito di più, e di cui è rimasta più traccia negli interventi. Il convegno aveva avuto luogo a ridosso dell’11 settembre, e l’eco era ancora troppo forte…

– Dunque fissiamo il fatto che questo vostro lavoro sotterraneo venga poi fuori circa sei mesi fa… a ridosso delle elezioni che hanno determinato un iniziale crollo dell’era berlusconiana… Tu vedi un collegamento in tutto ciò? Fatti di Genova, 11 settembre, e poi questi eventi più recenti?

Sì, penso ci sia un collegamento, che però va più indietro degli ultimi sei mesi, perché in questi ultimi mesi è venuto fuori un lavoro di più lungo periodo. Mi sembra che oltre a esserci un collegamento ci siano delle buone premesse. Penso che più che l’aver determinato questa situazione, il contesto socio-politico attuale possa essere sfruttato… che coincida insomma con un fermento intellettuale pronto ad accoglierlo e a portarlo avanti. Sarebbe stato molto preoccupante se ciò non fosse avvenuto.

– Anche il tuo romanzo sta andando bene, no?

Sta andando molto bene, sì. E questo è peraltro sintomatico del fatto che non soltanto c’è un’esigenza da parte di chi scrive a confrontarsi con il mondo, ma soprattutto c’è un’esigenza in chi legge, di leggere della propria miseria e non più soltanto della propria cameretta.

– È il risveglio della coscienza critica.

Così sembra… Non cantiamo ancora vittoria, ma ci sono sintomi di risveglio di una forma di coscienza critica… E poi c’è un ulteriore elemento interessante… vale a dire che questi sintomi di risveglio della coscienza avvengono per lo più in una fascia generazionale, che è in realtà una zona di transizione. Noi nati nella seconda metà degli anni settanta conviviamo con padri che vivevano un mondo e che erano inseriti in un certo mercato del lavoro, regolamentato in un certo modo, e quindi abbiamo ben presente che cosa stiamo perdendo. E abbiamo di fronte invece quello che ci sta scivolando tra le mani. E non è un caso che sia questa generazione ad essere protagonista di questo momento di crisi, perchè si trova in una situazione di contraddizione. In una situazione di contraddizione che è quasi genetica, che fa parte del proprio corredo cromosomico: è il padre da un lato e dall’altro è il diventare padre, perché sai benissimo che nel momento in cui avrai un figlio il mondo che avrai davanti sarà tutt’altro…

– Anche da questo punto di vista c’è un dato che si riscontra in un ambito più generale. Nelle ultime elezioni, quelle che hanno visto la sconfitta così pesante della destra e del berlusconismo, pare che i più giovani abbiamo votato contro Berlusconi, mentre quando Berlusconi “scese in campo”, nel ’94, accadde il contrario, e cioè che i più giovani lo sostennero fortemente, furono fra gli artefici della sua vittoria… Oggi non è più così.

Penso che questo sia un dato interessante… Mi sembra indiscutibile che il risveglio delle coscienze sia legato a un risveglio generazionale. E soprattutto mi sembra che questa generazione stia cercando, nel difficile dialogo con la generazione che l’ha preceduta, di conservare, di recuperare dei significati che si stanno smaterializzando… Pensate a tutto il diritto del lavoro, che non significa più nulla per noi, e che si presenta anche solo nella sua tassonomia come una forma di resistenza. Il fatto che esista ancora, quanto meno nella nostra memoria, nella sua forma terminologica, una mutua, il diritto di sciopero, eccetera, questo per la mia generazione è ancora un elemento con cui confrontarsi: il rischio è che la generazione dopo non abbia invece più termini di paragone. Questo è il dato più inquietante. Scomparse le parole, sono scomparse le cose. Questo è il paesaggio che abbiamo di fronte. È anche un po’ da questa disperazione che nasce…. una disperazione che ha un paesaggio dietro che ancora conser va delle forme, che possono essere riconosciute. Ma quando quelle forme scompariranno del tutto dall’orizzonte, quello sarà un danno irreparabile.

– Questa tua osservazione ci fa pens a re che in questo momento assistiamo a un tentativo di recupero dei grandi maestri del passato; nel caso di Nove-Piperno, si è tornato a parlare di Lukács. È estremamente interessante che questi nomi tornino in circolazione. Così come è interessante che ci sia una ripresa di un pensiero “forte”. Qualche giorno fa, ancora su “Liberazione”, c’era una interessante stroncatura di Aldo Nove del pensiero di Cacciari. Cioè Cacciari ha fatto quello che ha fatto a Venezia, alleandosi con la destra e indicando purt roppo una strada nazionale, e Nove lo attacca giustamente sulla base del suo pensiero. In modo forse insufficiente, ma su un giornale è difficile probabilmente fare di più, lo spazio è poco… Ecco, tu pensi che possiamo incominciare a sperare, o a progettare la chiusura dell’epoca postmoderna?

Ecco, pensavo proprio a ciò che diceva Eliot, “sui frammenti ho puntellato le mie rovine”… Stavo pensando, in modo quasi istintivo, che forse è finalmente tramontato il postmoderno. E ho pensato al recupero di questi germi di modernismo.

– Di modernità…

Sì, ma anche della grande stagione del modernismo inglese… Mi è proprio venuto in mente il tentativo del romanzo inglese di fare i conti con la frammentazione. Ed è interessante che in quel caso fosse accaduto dopo un passaggio epocale così importante come la Prima guerra mondiale… Allora, stavo pensando che forse è finalmente tramontato il postmoderno e forse c’è quella forma di resistenza, che appunto fu del modernismo inglese, e non solo di resistenza, di fiducia nell’agire artistico, che in quel caso dava il senso di un’opera che potesse fornire una totalità in un confronto con un mondo che andava in frantumi.

– Di ricomposizione… Prendiamo per esempio la crisi della cosiddetta forma- partito. Vediamo cioè che i partiti tornano a contare… Il presidente del Consiglio che dice facciamo il partito unico… Per tornare a ciò di cui stavamo parlando: il romanzo, il tuo romanzo, è una forma, è una forma strutturata… Non sono più frammenti, è una forma strutturata, fra l’altro in due parti, con registri linguistici diversi… C’è in te la fiducia di una ripresa possibile del romanzo “realista”, per richiamarci ancora a Lukács?

Nel mio caso sì, ma io non penso che questa sia una linea di tendenza… Non penso che questo faccia parte di una linea che si sta avviando. Nel mio caso è assolutamente così, e soprattutto nel mio caso c’è un recupero della fiducia nel romanzo, e viene dopo una stagione di sfiducia nel romanzo, che era il dato più preoccupante in chi minimizzava se stesso trasformando la letteratura in narrativa, di chi si metteva in ombra quasi pensando al romanzo come a un’evasione pensata, meditata.,. In questo senso sì, penso che possa far parte di quel fermento di cui parlavamo, che non è soltanto la fiducia nella forma del romanzo, ma anche la fiducia nella possibilità di uscire anche dalla forma del romanzo. C’è stata tutta una stagione in cui gli scrittori non hanno più detto nulla, e forse faceva comodo che non dicessero nulla. In questo momento c’è il tentativo di usare da un lato i propri romanzi come vettori di significato molto forte, e da un altro di uscire anche dal proprio nome in copertina e di uscire come corpo pubblico. La fiducia nel romanzo e la fiducia nel romanziere mi sembrano i due elementi più interessanti in questo momento.

– Il realismo del tuo libro è molto interessante. In una recensione di Carla Benedetti si legge giustamente che nel tuo romanzo non c’è tanto un racconto della vita dell’azienda (naturalmente c’è anche questo), quanto soprattutto un evidenziare i fenomeni di aziendalizzazione della vita. Un’espressione che rende bene un elemento presente in questo libro e che ne rafforza anche la complessità, no?

Anche secondo me questa è un’espressione molto azzeccata. Anche perché l’intento che mi ha spinto a scrivere il libro è stata la considerazione di un’azienda che si propone come sostitutiva della realtà, che è esattamente ciò che scrive Carla Benedetti. Per cui tutto per me è nato da lì, ed è per questo che ci sono i bambini, ed è per questo che l’identificarla esclusivamente come “letteratura del lavoro” era poco interessante, perché l’azienda che si propone come sostitutiva della realtà tenta di eliminare un altro piano di realtà, che in questo caso è rappresentato dai bambini, è rappresentato dalla vita di fuori, è rappresentato da un linguaggio diverso. E quindi l’aziendalizzazione della vita era per me il rischio dell’azienda come sistema totalitario. Non parlo solo dell’azienda come luogo di produzione identificato da un acronimo. È in realtà il rischio, in molti casi poi legati al precariato, di un’azienda che si propone come sostitutiva e che quindi fornisce tutto agli impiegati, dalla nursery per i bambini ai campi da tennis aziendali per consentire lo svago ai dipendenti o ai collaboratori, per produrre di più… Ma contemporaneamente è anche la rincorsa del lavoro. In un sistema in cui il lavoro non c’è, in cui gli impieghi si tamponano nelle vite delle persone, la rincorsa del lavoro porta all’accumulo di impieghi: ci sono persone che hanno cinque, sei, sette collaborazioni contemporaneamente, e che nella rincorsa di tutto ciò perdono totalmente di vista la vita… È questo il rischio che una genera-zione sta vivendo come drammatico… Perché sta vedendo saltare per aria la propria vita privata. Rincorre costantemente un orizzonte che non arriva mai o che rischia di perdersi…

– Qui c’è anche una posizione autobiografica molto precisa che tu, con sana autoironia, nella terza di copertina segnali concludendo le tue righe biografiche con “vive e cambia lavoro a Torino”.

Sì, però in questo caso è un’autobiografia che è anche l’autobiografia di una generazione… Nella terza di copertina ho voluto ironicamente appuntare il cambiamento del lavoro proprio per cambiare la formula… Perché la formula rappresenta una cristallizzazione della realtà in qualche modo. “Vive e lavora a Torino” rispecchia un mondo che non c’è più, per cui era scontato che le persone lavorassero e vivessero in un posto. E giocandoci sopra, però il mio intento era molto più che giocoso, era…

– Grottesco…

Sì. Facciamo scattare… usciamo dalla formula; il mondo è cambiato ed è cambiato anche nelle formule. Non è “vive e lavora a Torino”… vive e lavora a Torino era quasi una parafrasi del nome. Non è così scontato, e quindi in questo senso l’autobiografia è l’autobiografia di una generazione. Leggendo il tuo romanzo ci sembrava assolutamente positivo il fatto che fosse avvincente. Perché nella struttura romanzesca, che non è la stessa struttura della poesia lirica, è necessario che gli eventi si susseguano in modo avvincente, che ti facciano sempre desiderare di andare a vedere cosa succede la pagina dopo. Sei d’accordo su questo?

Sono assolutamente d’accordo. È chiaro che forse, al di là della buona o della cattiva letteratura, il discrimine è quanta porzione ha l’elemento accattivante nell’intenzione letteraria. Secondo me è un elemento imprescindibile, ma non deve fagocitare l’agire letterario. Però resta imprescindibile.

– Troviamo che in questo momento ci sia un’altra cosa interessantissima, il fatto che finalmente vengano fuori dei romanzi avvincenti – non solo il tuo – e che non sono gialli. Perché non se ne può più di questi scrittori che dicono: oggi attraverso il giallo dici tutto e poi finiscono alla televisione e scrivono poi anche meno bene.

In realtà c’è un rischio naturale che deriva dal genere. Il genere, in particolare il noir, per molto tempo e per fortuna ha rappresentato un po’ – un certo noir, che si è appunto poi un po’ sfilacciato ed è diventato confezione –l’unica letteratura politica.

– Infatti i primi romanzi di Lucarelli erano bellissimi…

Sì, all’inizio degli anni novanta c’è stato un momento in cui è stato il genere a tener viva ancora un po’ la brace, è stato un certo noir a tenere viva una coscienza politica negli scrittori. Che poi in alcuni romanzieri è andata un po’ scemando… e però in altri, passando il testimone delle generazioni, è rimasta viva. Penso a Wu Ming, a Genna, a Evangelisti… Il genere ha comunque mantenuto in alcuni casi questa forte connotazione politica. In altri casi si è invece disperso ed è diventato packaging. Ecco, per concludere direi che è proprio il recupero di una consapevolezza politica della letteratura a risaltare in queste operazioni letterarie. È come se in qualche modo si stesse decidendo di cambiare postura, di scegliere una nuova inclinazione della penna sul foglio. Come se si stesse cercando una voce nuova per formulare domande alle cose.