La guerra è terrorismo

Quattrocento giorni di morte, di devastazioni, di crimini di guerra. Tanto tempo è trascorso da quel 20 marzo 2003 che avrebbe dovuto segnare – secondo le previsioni dei signori americani della guerra e dei loro alleati – l’inizio di un Blitzkrieg, di una “guerra lampo” destinata a concludersi “in poche settimane” con la pacificazione dell’Iraq nel segno della “democrazia” e del libero mercato. I risultati della decisione di attaccare Baghdad sono sotto gli occhi di tutti. Decine di migliaia di morti, in massima parte civili inermi, che si aggiungono al milione di iracheni – per lo più bambini – uccisi dall’embargo e alle migliaia di vittime dei bombardamenti anglo-americani susseguitisi senza interruzione nel corso degli ultimi quindici anni; città distrutte; una popolazione alla fame; un paese nel caos, dove la guerra alimenta ogni giorno nuova violenza e nuova disperazione. Un crimine contro l’umanità che ha pochi confronti nel pur tormentato mezzo secolo che ci sta alle spalle, perché deliberato a freddo dalla leadership di un paese opulento, senz’altra motivazione al di fuori della volontà di impossessarsi di un altro paese, per mostrare al mondo la propria irresistibile potenza e la propria infinita tracotanza.
Nessuno può illudersi: le popolazioni aggredite non dimenticheranno. L’Occidente semina odio, alimenta una collera inestinguibile, fornisce ragioni a quanti predicano nuove guerre di religione. E nemmeno noi dimenticheremo. Non dimenticheremo le menzogne di Bush e di Blair che hanno accompagnato la preparazione di questa oscenità: gli inesistenti collegamenti tra Saddam Hussein e Bin Laden, le fantomatiche “armi di distruzione di massa”. Non dimenticheremo gli orrori ai quali assistiamo quotidianamente, né le vere ragioni dell’aggressione anglo-americana all’Iraq, di cui l’Italia di Berlusconi si è resa complice. Queste ragioni sono le straordinarie ricchezze naturali irachene (petrolio e gas), indispensabili per lo sviluppo di altre potenze economiche (a cominciare dalla Cina e dall’Unione Europea); l’autonomia di Baghdad dai d i k t a t d i Washington (da ultimo Saddam aveva deciso di accettare il pagamento in euro del petrolio iracheno); l’importanza geopolitica dell’Iraq nell’area del Golfo (tanto più cruciale dopo la perdita del controllo controllo dell’Iran e la crisi dei rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita); la scelta di sostenere la destra israeliana in un folle disegno espansionista che minaccia di condurre al genocidio del popolo palestinese; da ultimo – ma non per importanza – la crisi economica statunitense, causata da un deficit commerciale fuori controllo, che minaccia il ruolo del dollaro come valuta di riferimento nel commercio mondiale.
Non si tratta di novità. È una storia che va avanti da quindici anni a questa parte, da quando, con la scomparsa dell’Urss, è venuto meno l’ordine bipolare uscito dalla Seconda guerra mondiale. Finita la Guerra fredda, il mondo avrebbe potuto imboccare la strada della pace, ma gli Stati Uniti hanno voluto altrimenti. Tutte le guerre verificatesi dal 1989 sono nate da questo stesso insieme di cause: dalla volontà di impedire che altri poli di potenza mondiale potessero contendere la supremazia di Washington; dal tentativo di esportare con le armi la crisi economica statunitense; dalla pretesa di controllare i rubinetti del petrolio e del gas, per il proprio consumo interno e per impedire lo sviluppo delle altre economie. Basta guardare la carta geografica per capire che a collegare tra loro i teatri di queste guerre – il Medio Oriente i Balcani, l’Afghanistan – è il fatto che essi si trovino in zone del pianeta ricche di risorse energetiche o in aree strategiche per il passaggio dei grandi oleodotti e gasdotti.

La guerra non è solo fonte di terrorismo. È terrorismo all’ennesima potenza.

A un’aggressione illegittima ha fatto seguito un’occupazione altrettanto illegittima. Quanto è avvenuto è enorme. Uno Stato ha stracciato tutti i trattati, tutte le convenzioni, ha distrutto i fondamenti stessi del diritto internazionale. Ha irriso le richieste della comunità internazionale scatenando una guerra devastante e occupando un altro Stato sovrano. E ora opera, seminando ancora morte e terrore, per insediarvi un governo fantoccio, come ha già fatto in Afghanistan, e per condurre a termine “legalmente” il saccheggio compiuto sino ad oggi senz’altra copertura che quella fornita dai mortai e dai carri armati. Tutto – a cominciare dal petrolio – viene privatizzato. Tutto trasferito nel patrimonio delle imprese titolari degli appalti della “ricostruzione”: imprese in massima parte americane e finanziatrici delle campagne elettorali dei Bush; ma anche inglesi, anche italiane. Una guerra di rapina, come raramente in età moderna era stata pianificata e realizzata. E una guerra terroristica, in senso proprio, nella quale modernissimi eserciti (costituiti in gran parte da mercenari, ormai la seconda forza sul terreno) minacciano di morte un’intera popolazione per impossessarsi di tutto quel che possiede. E dunque, tra tanto discorrere di terrorismo, domandiamo: di quale altro terrorismo ha senso parlare, se non si parte da questa evidenza?
Lo diciamo senza mezzi termini, consapevoli del fatto che anche a sinistra si tende a sostenere tesi differenti. La guerra non è solo fonte di terrorismo: è, essa stessa, essa per prima, terrorismo all’ennesima potenza. Se non si prendono le mosse da qui, tutte le analisi sono monche e subalterne. Questo è il punto essenziale dal quale cominciare ogni discussione: i governi guidati da Bush, Blair e Sharon attuano una politica di guerra e di terrorismo. Questa è la vera centrale del terrore, sulla quale la Corte Penale Internazionale dovrebbe appuntare le proprie attenzioni.

L’informazione di guerra

Si pone qui un altro problema, divenuto cruciale in questi tempi di guerra. Tolte poche eccezioni, l’apparato informativo si piega alla manipolazione, accetta di tradire la propria ragion d’essere per trasformarsi in un gigantesco strumento di menzogna. Pensiamo alla rappresentazione dei nemici. Quanti hanno ricordato la vera storia di bin Laden, finanziato per anni dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, o quella di Saddam, armato sino ai denti perché riconsegnasse agli americani l’Iran caduto nelle mani degli ayatollah? Tutti diventano “terroristi” e “dittatori” quando si rivoltano contro la Casa Bianca: fino a quel momento sono campioni di democrazia, alfieri del “mondo libero”. Adesso la stessa cosa avviene – a rovescio – con Gheddafi, dipinto ancora ieri come un mostro e oggi – senza che nulla sia cambiato, salvo la collocazione della Libia negli schieramenti internazionali – restituito a nuova verginità.
E pensiamo a quel che ci è dato di vedere e a quanto invece ci viene sistematicamente nascosto. Pensiamo alle immagini trasmesse centinaia, migliaia di volte – dalle Torri di New York ai volti degli ostaggi catturati in Iraq – e a quelle censurate, invisibili, dunque cancellate dalla discussione e dalla memoria collettiva. Chi ha visto i morti di Fallujah? Mille persone massacrate di cui è vietato persino il ricordo. E chi ha visto i volti dei loro familiari, chi ha udito le loro grida di dolore? Oggi più che mai il mestiere di giornalista è carico di responsabilità, per ciò che gli organi di stampa dicono e per ciò che nascondono. E non si può certo dire che sia un bello spettacolo quello offerto dai giornali e dalle televisioni.

La guerra è razzismo

Mille morti invisibili, un ostaggio ucciso e prontamente santificato. Trasformato (suo malgrado) in
“eroe nazionale”, a beneficio di chi ha stracciato la Costituzione antifascista per conquistare un “posto al sole” e accomodarsi a prezzi di saldo al “tavolo dei vincitori”. Di quanti pesi e di quante misure disponiamo nella nostra sconfinata creatività?
Ne deduciamo un’altra lezione. La guerra non è solo terrorismo, è anche razzismo. C’è chi muore “da italiano”, cioè da Uomo. E chi no. A questo punto vorremmo proprio sapere come crepa invece un iracheno e quale valore abbiano – se ne hanno – la sua morte e la sua stessa vita. Vorremmo ce lo spiegasse, per esempio, il dottor Mauro, direttore di Repubblica, un giornale nato con l’ambizione di dar voce alla coscienza democratica di questo paese, alla sua borghesia illuminata e progressista. Ma è vero: sono trascorsi quasi trent’anni da quel lontano 1976. Il mondo è cambiato, oggi il principio di eguaglianza è un orpello retorico, noi siamo “moderni” e vogliamo un “paese normale”. Per questo intitoliamo a tutta pagina “Così muore un italiano” (la Repubblica del 16 aprile 2004) e offriamo ai più bassi istinti della nostra gente uno specchio nel quale rimirarsi con soddisfazione, dimenticando i motivi per cui gli italiani stanno in Iraq e i crimini di cui si rendono complici.
La guerra è anche razzismo. Persino gli ufficiali inglesi – poco inclini, per tradizione e cultura, a commuoversi per le sofferenze dei popoli delle colonie – hanno dichiarato di provare imbarazzo dinanzi alle manifestazioni di disprezzo da parte delle truppe americane nei confronti della popolazione civile irachena. Hanno detto di non condividere l’opinione – diffusa tra i marines – secondo cui gli iracheni sono, testualmente, degli Untermenschen, dei “sotto-uomini”, come dicevano i nazisti parlando degli ebrei. E hanno aggiunto di non apprezzare i safari che le truppe americane e mercenarie organizzano nelle città irachene a caccia dei bad guys, i “ragazzi cattivi” con la pelle scura da mandare allegramente all’altro mondo, e vediamo stasera chi ne fa fuori di più.
Non c’è solo questo razzismo, per dir così “conclamato”. C’è anche il razzismo implicito, che si nasconde dietro la ragionevolezza di chi, pure, ammette che la guerra era “sbagliata”, ma poi subito aggiunge che tuttavia non ci si può ritirare dall’Iraq perché non si possono “abbandonare gli iracheni a se stessi”. Quanta supponenza, quanta superbia colonialista sottende queste dichiarazioni, rilasciate anche da molti uomini politici “di sinistra”! Si sono descritti scenari di “guerra civile”, e in effetti si è fatto di tutto perché una guerra civile scoppiasse. Si è predicato in lungo e in largo che
la guerriglia “non ha progetto” e che, ove fosse lasciata arbitra delle sue sorti, getterebbe il paese nel caos. Gli osservatori imparziali riportano resoconti diversi, dai quali emerge che il caos è quello provocato dalle truppe di occupazione. Raccontano di città lasciate in preda allo sciacallaggio. Parlano di un “fronte comune” tra sciiti e sunniti, di una coesione nazionale tra le maggiori componenti della popolazione irachena. Descrivono un paese che reagisce, resistendo all’occupazione con dignità.

In Iraq opera una resistenza, conseguenza di una guerra e di un’occupazione illegittime

Resistenza: intorno a questa parola si sta combattendo, nel civile Occidente, un’altra battaglia politica. Se a sollevarsi contro l’occupante sono gli italiani, la loro si chiamerà Resistenza, con tanto di maiuscola. Se a combattere contro l’invasore sono degli arabi, il loro sarà invece soltanto terrorismo, pura criminalità. Tanto più se tra gli invasori ci siamo anche noi.
“Banditi, criminali e terroristi”: così – rinnovando i fasti della propaganda nazifascista – definiscono la resistenza irachena i teorici dell’esportazione della “democrazia” a suon di bombe, a cominciare dal geniale ministro americano della Difesa, quel Donald Rumsfeld che l’anno scorso pronosticava la fine delle ostilità in capo a “due-tre settimane, un mese al massimo”. Da ultima gli ha risposto per le rime Naomi Klein, in una corrispondenza da Baghdad che pubblichiamo integralmente nell’ultima pagina. Quella di Rumsfeld, ha commentato Klein, “è una pericolosa illusione. La guerra contro l’occupazione viene oggi combattuta in campo aperto, da comuni cittadini che difendono le loro case e i loro quartieri: è scoccata l’ora dell’Intifada irachena”.
Dicevamo che sarebbe bene che anche noi meditassimo su queste parole. Siamo stati sempre critici nei confronti di uno slogan – quello che ha descritto la logica della guerra irachena evocando l’immagine di una presunta “spirale guerra/terrorismo” – che ci è parso sin dall’inizio impreciso e riduttivo. Oggi le ragioni della nostra critica sono ancora più forti. Si dice che la guerra è la risposta bellica alla minaccia terroristica. Noi replichiamo che tale spiegazione è fuorviante, tant’è vero che la strategia della guerra “preventiva e infinita” concepita dai consiglieri neo-conservatori di Bush (attivi già ai tempi della presidenza di Bush padre) precede di gran lunga la sfida lanciata dal “terrorismo internazionale”. Come dicevamo in precedenza, questa strategia obbedisce a finalità del tutto indipendenti da tale sfida. Non solo. Anche il termine terrorismo dev’essere approfondito. È tutt’altro che pacifico che cosa esso designi (tant’è che nessuna legislazione ne fornisce una definizione univoca e condivisa), mentre è chiaro che gli atti correntemente definiti “terroristici terroristici” sono di varia natura e costituiscono un insieme assai eterogeneo. Che cos’hanno in comune le stragi messe a segno da al-Qaida (sulle cui origini, struttura e finalità regna peraltro lo stesso fitto mistero che avvolge gli attentati dell’11 settembre) con le azioni dei kamikaze palestinesi (spinti alla disperazione dalla guerra di annientamento scatenata da Sharon) o dello stesso commando suicida di Nassiriya (diretto – ci piaccia o meno – contro una forza di occupazione)? Ferma restando la nostra dura opposizione nei confronti di qualsiasi azione militare che colpisce vite innocenti, e ribadite ancora una volta la condanna dei comunisti rispetto al terrorismo e la nostra estraneità a tutte le forme di lotta che non si rapportano con le grandi masse popolari, riteniamo incolmabile la distanza che separa forme di lotta anche criticabili delle popolazioni invase e prive di mezzi idonei, da una risposta militare in grande stile, che implica l’impiego di un potente e sofisticato apparato bellico.
Al contrario, crediamo che molto abbiano in comune con queste ultime proprio i bombardamenti effettuati da una forza di aggressione come quella che il 20 marzo del 2003 scatenò l’inferno su Baghdad uccidendo migliaia di civili nello spazio di una notte e gli assassini di Stato perpetrati da Israele contro i dirigenti di Hamas, lo sceicco Yassin prima, il suo successore Rantisi poi. Sharon e Bush sono in tutto e per tutto parenti di bin Laden, e precisamente nella capacità di cogliere la somiglianza delle loro strategie terroristiche passa oggi il discrimine tra la sinistra e la destra.
Chi perde di vista queste differenze e queste analogie non ha poi bussole per discernere e per giudicare. Da una parte non può cogliere la vera ragion d’essere di una guerra che nasce dalla crisi di accumulazione del capitalismo americano (se davvero esiste una “spirale”, questa coinvolge semmai la guerra e il neoliberismo). Dall’altra, non può nemmeno riconoscere il ruolo
svolto dalla resistenza irachena, che infatti la teoria della “spirale guerra/terrorismo” cancella del
tutto. Il risultato di questa rimozione è straordinariamente grave. Non solo non si comprende che se
gli Stati Uniti sono in difficoltà e debbono differire a data da destinarsi altre guerre di aggressione, questo è dovuto proprio alla tenuta della resistenza irachena, così come ai suoi successi si debbono il rilancio del movimento per la pace che il 20 marzo ha riempito le città di tutto il mondo e le speranze che Bush faccia la fine di Aznar. C’è ancora dell’altro: c’è il fatto che evocare l’immagine di un rapporto circolare tra terrorismo e guerra finisce con lo schiacciare il terrorismo sulla resistenza, accreditando uno degli aspetti salienti della interpretazione della guerra diffusa da quanti la legittimano. Sono i Rumsfeld e i Wolfowitz, sono le loro caricature nostrane – i Martino, i Frattini, i Selva – a non tollerare che si parli di resistenza irachena, a ripetere istericamente che si tratta di “banditi”, di “terroristi”. Lo stesso fanno, assumendosi pesantissime responsabilità, i dirigenti del Triciclo, coerenti con la decisione sbagliata di non votare contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq.

Riflettere sulla nostra storia, sì, liquidarla no.

Questo discorso ci induce a tornare sul dibattito apertosi nel nostro partito sul tema della nonviolenza. È evidente infatti che la valutazione della resistenza irachena incrocia il tema della violenza e della nonviolenza, e che quest’ultimo tema (dibattuto sullo sfondo di una opinabile critica del potere) chiama in causa la discussione sul Novecento. Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine in questa intricata materia, cominciando da un’affermazione del Segretario rispetto alla quale ci troviamo in disaccordo.
Nel corso di una intervista al manifesto, Bertinotti ha dichiarato: “Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi del movimento operaio del 900 siano morti e non solo fisicamente”.
Non siamo d’accordo a proposito della morte “non solo fisica” dei massimi riferimenti teorici e politici del movimento operaio e comunista del Novecento. Al contrario, pensiamo che Lenin e Gramsci rimangano – al pari dello stesso Marx e di altri grandi pensatori e dirigenti operai – fonti insostituibili e indispensabili della nostra riflessione e pratica politica. Crediamo che per una condivisibile tensione verso una ricerca autonoma e spregiudicata non servano giudizi così liquidatori. Pensiamo anzi che l’autonomia della ricerca presupponga il massimo di accumulazione teorica, dunque la più concreta relazione con le fonti ispiratrici di una riflessione. E riteniamo sbagliato il messaggio “pedagogico” che discende da queste parole. Che cosa rischia di desumerne un giovane che si avvicini al nostro partito o a un movimento di lotta avverso allo stato di cose esistente? Rischia di trarne l’idea dell’autosufficienza del senso comune, cioè esattamente il contrario di quel che l’asprezza del conflitto e la complessità dei contesti in cui esso si dispiega impongono.
Gramsci – quel Gramsci che noi consideriamo ben vivo e alle pagine del quale non cessiamo di fare ricorso, rinvenendovi sempre suggestioni di inestimabile valore – era solito ricordare la necessità di uno studio costante, perseverante, metodico. Quanta modestia in quelle parole, che nulla toglievano alla grandezza di chi le scriveva: che, anzi, di quella grandezza erano segno! Questo rimane il modello al quale guardiamo e al quale crediamo debbano continuare a ispirarsi le nuove generazioni di compagni/e, tanto più in una fase storica come l’attuale, nella quale si tratta di risalire la china, di ricostruire riferimenti e orientamenti dopo una sconfitta di proporzioni epocali. Il motivo di questo nostro convincimento è semplice. La capacità di resistere all’offensiva dell’avversario dipende in gran parte dall’accumulazione di esperienza, ma l’esperienza non è solo quella che ciascuno può fare di persona. Questa sarebbe ben poca cosa, a fronte dell’enormità e della difficoltà del compito. L’esperienza della quale ci si deve appropriare, che dobbiamo far diventare nostro patrimonio vivente, è anche quella compiuta da chi ci ha preceduto nel cimento. Per questo i frutti dello studio ne costituiscono una componente essenziale; per questo il contributo che ciascun compagno darà alla nostra lotta sarà tanto più rilevante quanto più esso risulterà dalla sua capacità di far vivere, riplasmandoli dentro la sua esperienza personale, gli insegnamenti ricavati dalla lettura e dall’approfondimento delle opere fondamentali dei padri del movimento operaio, comunista e socialista.

C’è di più. Abbiamo l’impressione che la precipitosa dichiarazione di morte di cui stiamo discutendo si collochi nel quadro di critica al Novecento che da qualche tempo costituisce un tema ricorrente della discussione politica anche a sinistra. Abbiamo già avuto occasione di dire la nostra a questo riguardo, ma la persistenza del discorso ci obbliga a ritornare brevemente sulla questione.
Anche in questo caso esprimiamo una critica. Come si fa a non tenere conto che parliamo di un intero secolo ricco di storia, di conflitti, di contraddizioni: un secolo nel quale l’umanità ha compiuto anche straordinarie esperienze di progresso e ha sperimentato, per la prima volta nella propria storia, di abitare un mondo, un solo immenso teatro di lotte, di fatiche e di speranze? Il Novecento è stato innanzi tutto questo: il tempo nel quale è venuto a maturità il sentimento dell’unità del genere umano, il sentimento dell’uguaglianza, del diritto inviolabile di ciascuno di essere riconosciuto e di vivere da essere umano. Certo, ne sono risultate violenze sconvolgenti, alle quali si sono accompagnati anche tragici errori da parte del movimento operaio, errori che impongono analisi critiche serie, riflessioni rigorose. Ma ciò è accaduto proprio perché sconvol sconvolgente, dirompente, incontenibile era la portata rivoluzionaria di questa novità, che ha segnato un punto di non ritorno nella storia degli uomini.
Mandare al macero il secolo che si è appena chiuso significa fare terra bruciata alle nostre spalle. Significa anche non valorizzare le gigantesche conquiste del movimento operaio – la vittoria sul nazifascismo, l’emancipazione delle masse contadine in Cina, la liberazione di Cuba, lo sviluppo dello Stato sociale e di quelle lotte anticoloniali i cui risultati si vorrebbe oggi azzerare con le nuove guerre imperialistiche – nonché dimenticare le enormi responsabilità che gravano sull’avversario, le incommensurabili colpe di cui si sono macchiate, nel corso del Novecento, le borghesie europee. Ebbene, a simili vedute rispondiamo che il tempo delle autocritiche unilaterali per noi è trascorso. Ora basta davvero con i mea culpa a senso unico: provvedano anche altri a mettere in discussione la propria storia.

Qualcuno ha mai chiesto, per esempio, all’on. Casini di parlare della storia della Democrazia Cristiana nell’America Latina? Della compromissione con il fascismo in Cile e in Salvador, con i massacri, le torture, le nefandezze degli squadroni della morte? Qualcuno ha mai sentito qualche alto prelato parlare delle scelte compiute da Pio XII mentre milioni di ebrei passavano per le camere a gas e i forni crematori? O dell’attività svolta dalla Chiesa cattolica nel dopoguerra in favore dei criminali nazisti riparati in Sud America? E che dire poi delle ambigue e reticenti prese di distanza dell’on. Fini dal fascismo? Appena ieri Benito Mussolini era a suo giudizio il più grande statista del Novecento.
Non siamo noi a doverci scusare. Abbiamo passato questi ultimi quindici anni a far luce sui momenti bui della storia del comunismo sovietico e asiatico. Continueremo senza indulgenze in questa ricerca. Ma diciamo con chiarezza che i comunisti italiani non debbono chiedere scusa di nulla a nessuno. Hanno costruito la democrazia di questo paese. Hanno combattuto il fascismo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, di torture, di anni di galera. Lo hanno liberato
dalla dittatura più infame che la storia italiana ricordi. Hanno dato un contributo fondamentale alla redazione di una Costituzione che tutto il mondo ci invidia e che, non per caso, gli eredi del fascismo e della borghesia più retriva di questo paese intendono smantellare. Non siamo noi a doverci scusare, sono i nostri avversari che oggi ritengono di poterci trascinare sul banco degli imputati solo perché la forza delle armi gliene fornisce, per il momento, la possibilità. Noi la nostra storia la difendiamo senza incertezze. Anche da chi, a sinistra, tende ad accodarsi allo spirito dei tempi.

Per tutte queste ragioni non vediamonemmeno la necessità di procedere a una critica indiscriminata nel confronti del potere. Non ci per persuade l’approccio per così dire “metafisico” che tende a ispirarla. E non ci trovano concordi nemmeno i riferimenti storici che talvolta l’accompagnano.
Si sostiene che il potere in quant tale genererebbe oppressione. È questa una impostazione classicamente anarchica, che non ci appartiene. Consideriamo il potere un mezzo. E poiché siamo ben consapevoli che sussiste inevitabilmente uno stretto rapporto tra mezzi e fini, riteniamo che la natura del potere sia in larga misura determinata dagli obiettivi che si cerca di perseguire: cioè dall’idea di società che si vuole costruire. I comunisti si battono per una società senza sfruttamento dell’uomo da parte di altri uomini, senza dinamiche di dominio e di sopraffazione, per una società che rispetti il diritto di ciascuno di vivere libero, cioè disponendo dei mezzi necessari per soddisfare i propri bisogni e per realizzare le proprie aspirazioni. Serve un potere per riuscire a cambiare la forma di società esistente con quella alla quale aspiriamo? E serve un potere perché la nuova società – una volta costituita – possa svilupparsi respingendo l’attacco delle forze che l’avversano? Rispondiamo di sì, ad entrambe queste domande. Proprio perché siamo convinti che la società capitalistica sia fondata sulla sopraffazione, sappiamo che le classi che oggi godono di questa organizzazione sociale non si lascerebbero sottrarre senza colpo ferire i vantaggi di cui fruiscono. E non si rassegnerebbero facilmente ad esserne deprivate.

Per questo ci pare del tutto incomprensibile questa posizione secondo la quale i comunisti non dovrebbero lottare per conquistare il potere.Una critica indiscriminata del potere porta con sé gravi rischi di subalternità. Non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Non ci sono relazioni sociali, economiche, politiche (e il femminismo ci ha insegnato: nemmeno relazioni personali, familiari, amorose) scevre da elementi riconducibili a rapporti di forza. Per tale ragione, perdere di vista questo terreno o, peggio, decidere di astenersene, per rimanere puri e incontaminati, significherebbe semplicemente rinunciare alla lotta politica, abbandonare il progetto della trasformazione rivoluzionaria di questa società in vista della liberazione di quanti oggi – masse sconfinate e crescenti – lavorano sotto padrone, subordinati al potere del capitale e, non di rado, alla violenza delle armi che ne puntellano il dominio.

La nonviolenza come scelta politica qui ed ora

La violenza: siamo così al tema dei temi, che ci ha impegnati in questi mesi in una discussione intensa e che è stata al centro dei due convegni di Venezia, quello sulle foibe e quello direttamente dedicato alla nonviolenza. Come abbiamo già detto, abbiamo ritenuto sbagliata questa accelerazione anche per le modalità con cui si è dispiegata. Nel convegno sulle foibe il compagno Bertinotti ha parlato di una nostra presunta “angelizzazione” della Resistenza che non ci trova concordi.
E per quanto concerne il convegno di Venezia sulla nonviolenza, esso è stato pensato e promosso secondo un discutibile stile di lavoro che non vorremmo diventi usuale all’interno del nostro partito. Lo diciamo con serenità ma anche, come sempre, con franchezza: non si organizza un convegno di approfondimento se non si programma di mettere a confronto posizioni diverse. Tutto ciò vale in generale, indipendentemente dalla natura dei temi dibattuti. Ma è tanto più vero quando si tratta di temi che rivestono un connotato strategico e che coinvolgono snodi portanti delle culture politiche che convivono nel nostro partito, garantendo la ricchezza del suo dibattito interno.
Detto questo, siamo sempre più convinti che il confronto tra noi debba proseguire, al riparo da strumentalizzazioni e da precipitazioni politiche immediate. Se davvero pensiamo che le questioni di volta in volta discusse siano rilevanti, dobbiamo fare tutti in modo che la ricerca si sviluppi senza forzature che inevitabilmente la coarterebbero e impoverirebbero. Nessuno può dirsi in possesso di certezze granitiche, nessuno quindi può permettersi di considerare con sussiego le posizioni altrui e – tanto meno – di discriminarle.

Riguardo al merito della questione, non vi torneremo qui ancora una volta. I compagni hanno seguito il dibattito sulle pagine di Liberazione e del manifesto e hanno potuto tirarne le somme rileggendo i contributi raccolti nel libro pubblicato dal quotidiano del partito. Ci limitiamo quindi a una considerazione. Alla fine di questo grande dibattito sulla nonviolenza, l’impressione è che sia ben difficile comprendere il senso di questa discussione. Non si è concordi nemmeno sul suo registro fondamentale: se cioè si sia trattato davvero di una discussione politica, o se invece abbiano preso il sopravvento prospettive di ordine etico o addirittura religioso: indubbiamente legittime, ma distinte dal campo del ragionamento politico che compete a un partito. Diciamo questo perché non siamo sicuri di aver colto nemmeno la ragion d’essere del dibattito, le sue motivazioni di fondo. Potremmo dunque chiudere qui, dicendo semplicemente che in questo momento l’unico approccio pertinente alla questione è secondo noi l’intransigente denuncia della illegittimità della guerra di aggressione – quintessenza della violenza politica – scatenata dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro l’Iraq. Ma una considerazione ulteriore ci pare opportuna. Non vorremmo che tutta questa discussione sulla nonviolenza si risolvesse in una uscita estemporanea, come è avvenuto con la discussione sull’imperialismo sviluppatasi nei mesi che precedettero l’ultimo Congresso nazionale.
Allora – i compagni lo ricordano bene – buona parte dei gruppi dirigenti del partito ritennero di assumere in modo immediato la tesi negriana della fine dell’imperialismo, concepita (da Negri) quale conseguenza del (presunto) esaurimento della dimensione statuale della politica e dello sradicamento (altrettanto presunto) del capitale da qualsiasi ancoraggio nazionale. Questa tesi fu accolta da tanti compagni con tale entusiasmo che si volle introdurla in un documento congressuale, facendo di essa addirittura il quadro di riferimento delle analisi internazionali del partito. Il risultato è che chi aveva assunto questa ipotesi – duramente confutata dagli eventi – dovette assistere, nel giro di poche settimane, a una plateale retromarcia dello stesso Toni Negri, approdato poco dopo l’uscita di Impero a una ferma critica dell’imperialismo statunitense. Il quale imperialismo evidentemente era ed è ancora ben vivo, come del resto sanno perfettamente i rappresentanti di popoli, governi, associazioni e movimenti che si sono riuniti a Bombay in occasione del Social forum mondiale, e che hanno sottoscritto un documento conclusivo nel quale la denuncia dell’imperialismo occidentale ne costituisce l’asse politico centrale. L’imperialismo esiste ancora e questo fatto dovrebbe indurci a maggiore cautela anche quando parliamo di “globalizzazione”. Esiste, produce guerre e massacri. E ci ammonisce a non dare per scontato nemmeno il fatto che in un paese come il nostro la lotta di classe abbia definitivamente archiviato modalità oggi, per fortuna, inattuali. Certo, l’Italia non si trova attualmente nella situazione del Venezuela di Chavez né della Cuba di Fidel. Non è esposta – come accade invece a questi due paesi, ai quali confermiamo la nostra solidarietà internazionalista – all’immediata minaccia di colpi di Stato o di invasioni. Ma basta forse questo a garantirci che – posta dinanzi al rischio di essere spodestata – la parte più reazionaria della borghesia italiana (che, non dimentichiamolo, non ha esitato, ancora pochi anni fa, a rispondere alle lotte operaie con la strategia della tensione e delle stragi) si astenga dal far ricorso alla violenza militare? Ci chiediamo allora che cosa ne sarebbe – in tale sciagurata eventualità – di tutto questo dibattito sulla nonviolenza. Così come ci domandiamo – e domandiamo – che cosa dovrebbero fare il governo venezuelano o cubano qualora il conflitto dovesse precipitare e le forze reazionarie passare alle vie di fatto.

Quale programma per cacciare berlusconi.

Non è un caso che il discorso ci abbia ricondotto – in chiusura – alle questioni internazionali e alla guerra. Quest’ultima costituisce la cifra più drammatica dell’attuale situazione politica mondiale, ed è quindi inevitabile che ogni riflessione torni su di essa. In questo caso è anche utile, poiché ci offre l’occasione per poche considerazioni conclusive in ordine allo scenario politico interno e al problema della costruzione di un fronte politico delle opposizioni in grado di liberare il paese da Berlusconi e dal suo governo.
Perché parlare della guerra ci conduce al contesto nazionale? Per il fatto che uno degli aspetti più sconcertanti e preoccupanti del panorama politico italiano in questi ultimi mesi è rappresentato proprio dalla titubanza con la quale gran parte delle forze di opposizione (a cominciare dai partiti che si rifanno all’Ulivo) hanno avanzato critiche nei confronti della guerra angloamericana e della scelta del governo italiano di prendervi parte. Come dicevamo, consideriamo grave la decisione dei partiti del Triciclo di non votare contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq. Grave, ma purtroppo coerente con molte altre recenti prese di posizione (dalla pseudo-manifestazione bipartisan al Campidoglio, all’invocazione di “unità nazionale” da parte del presidente della Commissione europea in margine alla vicenda degli ostaggi italiani) e del tutto in linea con le opzioni di politica internazionale dei governi ulivisti, dal vertice Nato di Washington del ’99 (che sancì la trasformazione in chiave offensiva dell’alleanza atlantica) alla partecipazione italiana ai bombardamenti “umanitari” sul Kosovo, poi rivendicati dal Manifesto per l’Europa di Romano Prodi e celebrati dall’on. D’Alema come la “pagina più bella della storia italiana contemporanea”. Dello stesso presidente dei Ds ricordiamo una dichiarazione di qualche mese fa. Nel corso di una intervista – rilasciata al Corriere della Sera poco dopo la svolta di Rifondazione comunista, che ha riaperto la prospettiva di un accordo delle opposizioni contro Berlusconi – D’Alema affermò di considerare “non negoziabile” la politica estera dell’Ulivo. Bene. Vorremmo ora commentare queste sue parole, alla luce degli ulteriori sviluppi della situazione internazionale e delle recenti prese di posizione dei Ds e del Triciclo.
Come abbiamo scritto, noi consideriamo la guerra contro l’Iraq uno spartiacque. Riteniamo quindi pregiudiziale, in vista della ricerca di accordi di governo tra l’Ulivo e Rifondazione comunista, che tutte le forze del centrosinistra abbandonino ogni ambiguità ed esprimano la più ferma denuncia della illegittimità dell’aggressione anglo-americana e della partecipazione italiana a questa guerra. Quanto all’insieme della politica estera, consideriamo indispensabile che tutte le opposizioni dichiarino intollerabili le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e si impegnino sin d’ora affinché il nostro paese (come tale e in quanto membro dell’Unione Europea) eserciti sul governo israeliano la massima pressione perché venga immediatamente interrotta la costruzione del Muro in Cisgiordania, perché la parte già costruita venga subito smantellata, e perché venga ufficialmente ritirato il piano di definitiva acquisizione di parte dei Territori occupati promulgato da Sharon in accordo con Bush.

Sin qui per quanto concerne la politica estera. Ma occorre anche prendere tempestivamente posizione su tutte le questioni cruciali dell’agenda politica interna. Certo, i risultati del test europeo e amministrativo sono di grande importanza in vista del prosieguo dei rapporti tra le forze politiche e sociali dell’opposizione al governo Berlusconi. Ma a maggior ragione, qualora dovesse determinarsi un risultato positivo per le opposizioni, diverrebbe improrogabile discutere intorno a un programma condiviso e realmente alternativo.
A questo riguardo, non possiamo non giudicare negativamente la situazione attuale. Il dibattito, anche tra le forze che si collocano alla sinistra del Triciclo, non decolla, mentre vengono determinandosi sviluppi preoccupanti. È evidente che – preso atto del bilancio sempre più fallimentare del governo sul terreno politico ed economico – la Cisl, la Confindustria di Montezemolo e influenti ambienti vaticani si stanno riposizionando, lanciando segnali più o meno espliciti di apertura alle opposizioni. È chiaro altresì che parti importanti del centrosinistra sono sensibili a questi richiami. La stessa Cgil, che continua a svolgere un ruolo importante di opposizione alle politiche neoliberiste del governo e di sostegno al movimento per la pace, ha tuttavia segnalato una evoluzione problematica attraverso recenti dichiarazioni (da parte del suo Segretario generale) di apprezzamento della nuova leadership confindustriale e di velata critica dell’attuale dirigenza della Fiom.
Tanto più è urgente, in tale contesto, che Rifondazione comunista si faccia carico di lanciare (insieme alle altre forze della sinistra di alternativa) un’offensiva sui contenuti nella consapevolezza che dar vita a un accordo di basso profilo, dai contenuti arretrati, non compiutamente alternativo alla gestione reazionaria messa in campo dalle destre, sarebbe devastante. Lo sarebbe per il partito, che rischierebbe di smarrire il rapporto di fiducia con la propria base sociale, sin qui mantenuto nonostante tante difficoltà. Lo sarebbe per la sinistra, che si vedrebbe presto travolta dal risentimento del proprio popolo, deluso per l’ennesima volta da forze politiche e sociali non abbastanza determinate nel tutelarne diritti, ragioni e interessi. E lo sarebbe, infine, per tutto il paese, esposto al concreto pericolo di ricadere in mano a una destra non solo incapace di governare, ma anche – come si è puntualmente verificato in ogni passaggio delicato degli ultimi tre anni – disposta a gettare la democrazia italiana nella guerra e nell’avventura.

21 aprile 2004